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Discussione: Il Sacro Graal

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    Predefinito Il Sacro Graal

    Il Sacro Graal

    La leggenda del Sacro Graal ha inizio nell’anno 63 d.C, quando Giuseppe d’Arimatea, discepolo di Gesù, lasciò la Terra Santa per una missione segreta. Dopo un lungo e pericoloso viaggio per mare l’imbarcazione di Giuseppe raggiunse uno stretto estuario a est dell’Inghilterra. Innanzi a lui, si ergeva la sua destinazione ultima: Glastonbury Tor, l’isola di vetro. Una volta sbarcato, Giuseppe alzò il suo bastone al cielo in segno di ringraziamento e lo affondò poi nel terreno. Con sé, aveva portato un prezioso tesoro: si trattava di una coppa contenente il sangue di Gesù Cristo, il Sacro Graal. In Inghilterra il Graal restò a lungo. Per secoli la sua custodia venne tramandata ad una discendenza di guardiani. Come Giuseppe prima di loro, ciascuno era protetto dalla magica coppa. Essa spegneva la loro sete, saziava i loro appetiti, guariva le loro ferite mortali. Aveva un enorme potere di vita e di morte. Durante il regno del leggendario re Artù il Graal veniva custodito in una grande fortezza nella quale era sorvegliato da un valoroso cavaliere. Tuttavia questi tradì il suo sacro dovere per amore di una donna. E così la benedizione del Graal divenne una maledizione. Un giorno, mentre il cavaliere duellava per amore della sua signora, fu ferito di una ferita gravissima, e poiché aveva trascurato la difesa del Graal, non accennava a guarire. Tutto intorno alla fortezza che ospitava il Graal, la terra si fece arida e deserta. Ferito a morte, e tuttavia incapace di morire, il cavaliere vide spegnersi a poco a poco il suo potere. Solo pescando era in grado di dimenticare il dolore della sua condizione. E fu così che incominciarono a chiamarlo il Re Pescatore.

    Eppure, c’era ancora una speranza. La profezia parlava di un cavaliere innocente che un giorno avrebbe annullato la maledizione. Il cavaliere - così si diceva - avrebbe posto al re una domanda precisa, e la terra sarebbe rifiorita. Ma qual era questa domanda? Nel frattempo, in una foresta molto distante, viveva una vedova con l’unico figlio rimasto. Aveva perso il resto della famiglia in guerra, e quindi, decisa a salvare almeno il più giovane, lo aveva portato a vivere in quella zona selvaggia, lontano dal mondo degli uomini. Quel ragazzo si chiamava Parsifal. Un giorno Parsifal vide dei cavalieri nella foresta e decise di andarsene per diventare a sua volta cavaliere. Non si girò neppure mentre si allontanava, e non vide la madre cadere a terra morta. Lui le aveva spezzato il cuore. Dopo un lungo viaggio, raggiunse la sua destinazione, Camelot, il castello di re Artù. Entrando a Camelot, sentì levarsi una risata di donna e la profezia aveva detto che una risata di donna sarebbe nuovamente riecheggiata al castello solo in presenza di un uomo abbastanza valoroso da mettersi alla ricerca del Santo Graal. Era il segnale. E Parsifal era l’eletto. Ora, sarebbe stato introdotto alla nobile arte del cavalierato. E il giovane aveva molto da imparare: le astuzie in battaglia, i voti di onore e di coraggio custoditi nel codice della cavalleria, e soprattutto, il codice del silenzio. Ma un giorno Parsifal, preso dal rimorso per aver lasciato la madre, si rimise in cammino e si addentrò nella foresta. All’improvviso, si alzò una nebbia che lo fece smarrire. Fu allora che incontrò il Re Pescatore, e con esso, il suo destino. Vedendo che il giovane cavaliere s’era perso, il re gli offrì riparo per la notte al suo castello. Più tardi, mentre sedevano insieme nel grande salone, cominciò a svolgersi un misterioso rituale. Come dal nulla, apparse una processione di candele. Alla sua testa una donna portava un calice scintillante, oltre il quale apparve un magico banchetto. Con grande sorpresa di Parsifal, il Re Pescatore non si unì a lui per il banchetto. Parsifal vide che era tormentato da una gran pena, e se ne chiese il perché. Ma nonostante la curiosità, si ricordò del codice del silenzio dei cavalieri, e lo rispettò. Poi cadde in un sonno profondo. Svegliandosi il mattino seguente, Parsifal era solo, come se la notte precedente fosse stata un sogno. Il castello era deserto e il Graal era scomparso. Il giovane cavaliere aveva fallito la sua ricerca. Per arroganza, non aveva chiesto al re quale fosse la sua pena. Quella era la domanda da porre. Per anni Parsifal vagò sulla terra in cerca della sua innocenza ormai perduta. Ma invece del Graal, tutto ciò che riuscì a trovare furono gli inganni e le falsità del mondo. Infine, quando ormai le sue speranze erano quasi svanite, raggiunse la cappella di un vecchio eremita. Grazie a lui, comprese di aver peccato di orgoglio, d’aver prima spezzato il cuore di sua madre, e di non aver poi mostrato amore per le sofferenze del prossimo. Solo arrivando a questa consapevolezza, lasciando da parte il suo orgoglio terreno, egli poté riaccostarsi a Dio, rimarginare la ferita del re, allontanare la maledizione dalle sue terre, e restituire tutto il suo potere al Graal.

    La leggenda della coppa con il sangue di Cristo potrebbe essere vera? E se davvero esiste, dove si trova adesso il Graal? La leggenda del Graal conobbe inizialmente fama per opera di un poeta francese del XII secolo, Chrétien de Troyes. Egli scrisse di un magico calice che aveva il potere di restituire la vita. Morì, però, prima di terminare la sua opera. La leggenda quale noi oggi la conosciamo, fu scritta dai monaci Cistercensi dell’Europa medievale. Per i monaci, la leggenda era una ricerca della rettitudine, una parabola. Una volta adattata allo spirito del cristianesimo, il contenuto della leggenda originaria rimase lo stesso, fatta eccezione per un dettaglio: il Graal non era più semplicemente un calice magico: si diceva ora che fosse la coppa usata dal Cristo durante l’ultima cena. Gli archivi storici dell’Europa del XII secolo parlano di un’epoca di carestie e pestilenze. Per decenni l’intero continente fu devastato dalle epidemie e dalla siccità. I raccolti non maturavano. Migliaia di persone soffrivano per la distruzione disseminata dalla peste. Fu anche l’era delle Crociate, un’era di guerre e brutalità, nella quale gli eserciti di Europa marciavano contro i musulmani in Terra Santa. La loro missione era quella di riprendersi Gerusalemme, la nicchia più sacra per il mondo cristiano. Per i cristiani del medioevo, la leggenda del viaggio di Parsifal per terre misteriose, alla ricerca del Sacro Graal, era un esempio da imitare. Ben presto divenne una sorta di inno per gli stessi crociati, una delle giustificazioni della guerra santa.

    Ma il Graal, come la leggenda che ne parla, è più antico di quanto possa sembrare.

    Nonostante la storia della ricerca da parte di Parsifal sia stata scritta per la prima volta nel XII secolo, gli storici concordano nel dire che abbia avuto origine oltre un millennio prima. Le sue radici affondano, infatti, nelle saghe degli eroi dell’Irlanda e della Britannia del tempo dei Celti. Ma se la leggenda è ancora più antica del cristianesimo, il Graal è la coppa di Cristo oppure un idolo pagano? Nel I secolo d.C., quando la Britannia fu invasa dall’impero romano, molte tribù celtiche fuggirono in Bretagna nel nord-ovest della Francia. Portarono con loro i racconti di una antica ricerca, preservati nella memoria dei bardi e dei cantastorie. Gli scrittori del XII secolo adattarono quegli stessi racconti al gusto delle corti francesi del medioevo. Trasformarono gli eroi celtici in cavalieri dalle scintillanti armature e la legge degli antichi guerrieri nei codici medievali del cavalierato. Così nacque la leggenda del Santo Graal. Il Graal avrebbe mostrato il suo benefico potere solo ad un cuore umile e puro.

    Ma il mistero più intrigante attende ancora di essere risolto.

    Dove si trova, adesso, il Sacro Graal?

    Di una cosa possiamo essere certi: Giuseppe d’Arimatea non era un mito. E secondo la leggenda, egli portò il Graal dalla Terra Santa in Inghilterra, a Glastonbury Tor. Ancora oggi, tra la popolazione locale di Glastonbury, aleggia la convinzione che in qualche luogo si celi un magico segreto. Nei pressi della collina (Tor) c’è una sorgente chiamata il "pozzo del calice". In epoca medioevale questo pozzo fu reso famoso dai monaci dell’abbazia di Glastonbury.

    A quel tempo, essi sostenevano che la sorgente dovesse il suo insolito colore rossastro a una fonte sacra, ovvero il sangue di Cristo che fuoriusciva dal Graal nascosto. Secondo la storia, però, i monaci di Glastonbury - come la maggior parte degli ordini religiosi dell’epoca - erano tutt’altro che benestanti, e avrebbero potuto inventare questa storia per attirare numerosi pellegrini ingenui a un’abbazia che aveva bisogno di urgenti restauri. Nel corso del XVI secolo il re Enrico VIII separò l’Inghilterra dalla Chiesa di Roma. Di conseguenza, i grandi monasteri cattolici della Britannia subirono gli attacchi della corona. Fu un’epoca di terrore e di persecuzione. I monaci di Glastonbury - si disse - fuggirono con il Graal alla volta del feudo di Nanteos Manor, nel Galles. Qui, fu loro offerto un rifugio. Il priore divenne il cappellano della famiglia, mentre i monaci lavoravano nella tenuta. Secondo una leggenda, quando morì l’ultimo monaco, il Graal fu affidato al signore del feudo e lì rimase per 400 anni. Il Graal - si diceva - era una coppa di scuro legno d’ulivo dal diametro di una quindicina di centimetri, e per tutto quel tempo, pare facesse bella mostra di sé nell’abitazione della famiglia. Molti ritengono che alla morte dell’ultimo signore del feudo, nel 1952, la coppa fu affidata ad altri e sia ora conservata in luogo segreto.

    Quello che è importante non è trovare il Sacro Graal, ma la sua continua ricerca, la ricerca è il viaggio attraverso la vita stessa, e il Graal dovrà restare per sempre nascosto, per spingere l’uomo a diventarne degno, cercando di trovarlo.


    Introduzione

    La leggenda del Santo Graal ha sempre avuto un grande fascino sulle menti dei medievalisti, e non soltanto: anche registi, ufficiali militari, occultisti e scienziati si sono introdotti nel mondo misterioso in cui deve entrare chiunque voglia comprendere che cosa sia stato e sia oggi il Graal. "Il fatto che da otto secoli il Santo Graal continui a stimolare l'immaginazione di tante generazioni di lettori - diversi per cultura ed estrazione sociale - costituisce in un certo senso la prova tangibile del suo magico potere" scriveva Alfredo Castelli nel suo Dizionario dei misteri. Dal XII secolo, infatti, l'oggetto chiamato "Graal" ha coinvolto milioni di persone in un dibattito che continua tutt'oggi. Ma che cosa è il Graal?

    Secondo alcuni sarebbe un oggetto che fonderebbe le sue origini nella mitologia pagana celtica o islamica. Molti altri, invece, sostengono che si tratti del Calice in cui Gesù Cristo istituì l'Eucarestia durante l'Ultima Cena; nel suo interno, il giorno successivo, Giuseppe d'Arimatea avrebbe raccolto il Sangue di Cristo, dopo averlo calato dalla croce.


    Il Graal esiste ancora?

    Considerato il fatto che la Sindone di Torino sia sopravvissuta per duemila anni, e che tra gli scienziati sia quasi unanime l'opinione che si tratti del vero lenzuolo che avvolse Gesù, non stupirebbe la possibile esistenza di una coppa che è ricercata da secoli e che viene denominata "Graal".


    Ci sono documenti che provano la sua esistenza?

    Della coppa si parla nei tre Vangeli Sinottici; in Matteo 26, 27-28 si legge: prese la coppa del vino, fece la preghiera di ringraziamento, la diede ai discepoli e disse: "Bevetene tutti, perchè questo è il mio sangue, offerto per tutti gli uomini, per il perdono dei peccati."

    In seguito, forse Nicodemo o Guseppe d'Arimatea, scrissero un Vangelo che la Chiesa non riconosce, attribuendogli l'aggettivo di Apocrifo. In questo quinto Vangelo, le cui trascrizioni più antiche che possediamo risalgono al VI secolo, viene descritta in dettaglio la calata di Gesù dalla croce, e viene descritto Giuseppe d'Arimatea che raccoglie in una coppa il Sangue del Cristo.


    Chi potrebbe aver conservato il Graal?

    Le tappe storiche che la reliquia avrebbe seguito sono descritte in un testo medievale dello scrittore Robert de Boron, intitolato Joseph d'Arimathie. Queste, in breve, le vicende seguite dal Graal:

    Quando Gesù risorse, i Giudei accusarono Giuseppe d'Arimatea (proprietario della tomba ove Cristo fu deposto) di aver rubato il cadavere. Egli fu dunque imprigionato in una torre e privato del cibo. All'interno della prigione, apparve Gesù in un limbo di luce, affidando a Giuseppe la sua coppa. Lo istruì ai misteri dell'Eucarestia e, dopo avergli confidato alcuni segreti, svanì. Giuseppe poté sopravvivere grazie ad una colomba che, ogni giorno, entrava nella cella e depositava un'ostia all'interno della coppa. Nel 70 d.C. fu rilasciato, grazie all'intervento dell'imperatore romano Vespasiano, e insieme a sua sorella e al suo cognato Bron, andò in esilio oltre il mare, con un piccolo gruppo di seguaci. Qui venne costruita una tavola, che venne chiamata Prima Tavola del Graal: doveva ricordare il cenacolo, e infatti c'erano tredici posti di cui uno era occupato da un pesce, che rappresentava Gesù, e un altro, che rappresentava il seggio di Giuda, era nominato "Seggio periglioso". Giuseppe partì per le terre inglesi, dove a Glastonbury fondò la prima chiesa Cristiana, che dedicò alla Madre di Cristo. Qui il Graal venne custodito e utilizzato come calice durante la celebrazione della Messa, alla quale partecipava l'intera compagnia.

    Alla morte di Giuseppe, la custodia passò a Bron, il quale divenne celebre con il nome di "Ricco pescatore", per aver saziato l'intera compagnia con un pesce che, posto nel Graal, si era miracolosamente moltiplicato. La compagnia si insediò ad Avalon, un luogo che ancora oggi non è stato identificato: si pensa, comunque, che si trovi nel nord Europa. Qui, alla morte di Bron, divenne terzo custode del Graal un uomo di nome Alain. Venne costruito un castello a Muntsalvach, la Montagna della Salvezza (la cui ubicazione è sconoscuta), proprio per custodire il Graal, e nacque uno specifico ordine cavalleresco, chiamato Ordine dei Cavalieri del Graal, sorto con lo scopo di proteggere il calice. Essi sedevano alla Seconda Tavola del Graal, ove la reliquia dispensava a tutti ostie consacrate. Il custode del Graal assunse il titolo di Re e Sacerdote. Dopo alcune generazioni, divenne re un uomo chiamato Anfortas, il quale ricevette una misteriosa ferita che lo rese sterile; sulle cause della ferita ci sono diverse versioni: secondo alcuni avrebbe perso la fede, secondo altri avrebbe rotto il voto di castità per amore di una donna, secondo altri sarebbe stato colpito accidentalmente da una lancia, da parte di uno straniero che si stava difendendo. Il re divenne celebre con il nome di Re Ferito, e la terra su cui regnava venne colpita da un periodo di sterilità: si parla, a proposito di questo periodo, di Terra Desolata (Waste Land).

    La lancia con cui il re venne colpito fu identificata con la Lancia di Longino, il soldato Romano che secondo la tradizione biblica avrebbe trafitto il costato di Cristo sulla croce. Essa venne custodita all'interno del Castello del Graal insieme ad una spada, al piatto che sorresse la testa di Giovanni Battista, e al Graal. Questi quattro oggetti influenzarono molto profondamente la cultura successiva, tanto che nei semi delle carte da gioco italiane compaiono ancora le coppe (il Graal), le spade (la spada), i denari (il piatto) e i bastoni (la lancia di Longino). Al fine di ritrovare il Graal, il mago Merlino fondò la Terza Tavola del Graal, chiamata Tavola Rotonda. Dopo aver educato il giovane Artù, quest'ultimo divenne re di Camelot, e si circondò di una compagnia di cavalieri, che presero il nome di "Cavalieri della Tavola Rotonda". Il giorno di Pentecoste il Graal apparve nel centro della Tavola, avvolto in un nimbo di luce, scomparendo dopo breve. I cavalieri, allora, si impegnarono in una ricerca iniziatica del Calice: i più celebri furono Lancillotto, Galvano, Bors, Perceval e Galahad.

    Lancillotto fu in grado di avvicinarsi al Graal, ma venne colpito da cecità a causa del suo adulterio con la moglie di Artù, Ginevra. Galvano raggiunse il Castello del Graal ma non riuscì a raggiungere il Graal a causa della sua natura troppo legata alle cose del mondo: egli era privo di quella semplicità richiesta al ricercatore. Soltanto in tre raggiunsero il Graal e furono in grado di partecipare ai suoi misteri: Galahad, cavaliere vergine, Perceval, l'Innocente, e Bors, l'uomo comune, che fu l'unico a ritornare alla corte di Artù per portare la notizia del ritrovamento. Nessuno di essi, però, poté impadronirsene. Perceval, dopo aver vagabondato per cinque anni, ritrovò la strada per il castello del Re Ferito (anche chiamato Re Pescatore), e dopo avergli posto una misteriosa domanda - "Chi serve il Graal?" - risanò la ferita del sovrano. L'acqua tornò a scorrere nella Terra Desolata, facendola fiorire.

    Galahad, Perceval e Bors ripresero la ricerca, raggiungendo la città orientale di Sarras, la città del Paradiso, dove il Graal era stato trasferito. Qui parteciparono ad una Messa durante la quale Cristo apparve in una visione dapprima come celebrante, poi come un bambino, e infine come un uomo crocifisso.

    Galahad, in seguito alla visione, morì ed venne portato direttamente in cielo. Perceval ritornò al castello del Re Pescatore, e alla morte di costui, lo sostituì sul trono. Bors, invece, ritornò a Camelot.

    Il Graal riposò, così, per i secoli successivi a Sarras, una città che ancora oggi non è stata identificata.


    Esistono dati storici provati?

    Proviamo - adesso - ad immaginare ciò che avvenne del Graal il giorno della Passione di Gesù. Secondo Robert de Boron, sarebbe rimasto in custodia nelle mani di Giuseppe d'Arimatea. E' possibile, però, che esso sia stato deposto nel Santo Sepolcro insieme al cadavere di Cristo: era uso comune - infatti - deporre accanto al morto gli oggetti che gli erano appartenuti o in qualche modo erano connessi a lui. Esiste qualche dato storico che prova questa seconda affascinante ma altrettanto probabile ipotesi? La risposta è sorprendentemente "sì!".

    Come si presentasse, al suo tempo, il luogo dove venne pietosamente sepolto il Morto del Golgotha fu per secoli uno dei più confusi problemi d’archeologia. La tradizione, invece, è stata dall’inizio univoca e fermissima. Le testimonianze evangeliche dicono che il piccolo colle dell’esecuzione era fuori delle mura, ma "vicino alla città"; pietroso com’era lo si chiamava in ebraico "Gulgoleth", "Golgotha" in aramaico, e nell’antico latino di Tito Livio "Calva", cranio calvo, Calvario. E ancor oggi, gli arabi chiamano "Ras", testa, una prominenza sassosa. Ma sul pendio occidentale cresceva un giardino, un arido giardino di ulivi e palme, dove il ricco sanhedrita Giuseppe, originario di Ramataim, che noi abbiamo grecizzato in "Arimatea", aveva fatto scavare un sepolcro, forse per sé e, secondo l’uso ebraico, in futuro ampliabile per la discendenza familiare. Infatti, a quei giorni, non vi era stato sepolto nessuno. Non era stato il solo a scegliere quel luogo per un uso funerario, perché alla base della roccia asciutta e scoscesa sono state rinvenute altre antiche tombe ebraiche.

    Nell’antico Israele le sepolture ebraiche erano scavate in terreni elevati e asciutti e al riparo da possibili alluvioni. Somigliano a camere, a volta un vano d’ingresso e un secondo, più interno. Vi si trovano sarcofagi di pietra o loculi scavati nella roccia (kokhim), a volte una fossa al centro della stanza, o banchi lungo le pareti. Il Sepolcro del Sanhedrita Giuseppe da Ramataim, come è descritto nei Vangeli, corrisponde all’architettura funeraria ebraica di tipo signorile, di duemila anni or sono - così come ci è stata rivelata dai più recenti scavi. Un’anticamera, ricavata nella pietra, per le operazioni rituali, e poi la camera funeraria. Dall’esterno, l’accesso era molto basso e poteva venir chiuso facendovi rotolare contro una grossa pietra circolare.

    Nel 70 Gerusalemme subì le più tragiche e distruttive vicende della sua lunghissima storia: la rivolta ebraica, che passò ai posteri come "Guerra Giudaica" - l’assedio di Tito, che con la sua vittoria avrebbe poi guadagnato l’impero - la dispersione in schiavitù della popolazione superstite, che avrebbe dato origine a una Diaspora millenaria - il saccheggio dei tesori del Tempio, portati in trionfo a Roma - la grandiosa mole del Tempio demolita fino al piano delle fondazioni. Le nascenti tradizioni cristiane furono travolte. Il colle del Golgotha e il pendio contiguo - dove Giuseppe da Ramataim aveva sepolto Gesù e forse posto il Graal - furono rinchiusi in una possente muraglia di contenimento. Poi vi furono rovesciate enormi quantità di terra, prendendola da fuori città, per elevare un terrapieno, in cui Golgotha e Sepolcro sprofondarono.

    Nella nuova città di Aelia Capitolina - così era stata rinominata Gerusalemme - nacque poco a poco una segreta comunità cristiano-giudaica, che guidata dal vescovo Marco, mantenne intatta la memoria storica del Sepolcro interrato. Nel 312, Costantino conquistò il potere con il determinante appoggio della semiclandestina cristianità. Nel 324 prese il controllo anche delle provincie orientali; e dovunque - e più che in ogni altro luogo a Gerusalemme - affiorarono con impeto dal silenzio le memorie cristiane.

    Costantino scendeva verso Gerusalemme, quando il vescovo della città, che si chiamava Macario, andò ad incontrarlo a Nicea. Doveva essere un oratore persuasivo, e soprattutto sicuro di quanto diceva perché nelle sue parole rivisse la tormentata memoria storica di tre secolo di cristianesimo sommerso: un periodo clandestino che in quei giorni finiva. Il vescovo Macario conosceva bene - tramandati dalla precusa memoria verbale delle famiglie giudeo-cristiane e dei loro sacerdoti - dove fossero tutti i luoghi storici dell’esistenza di Cristo, i testimoni di quei trentatré anni, la nascita in Bethlehem, le case familiari di Nazareth, il colle dove erano state pronunciate le parabole, la sala di quell’ultima cena, il luogo del processo e quelli della morte terribile e della sepoltura, così spietatamente cancellati da Adriano. Costantino ascoltò affascinato dall’intensa suggestione che il racconto operò su di lui e sua madre Elena, e decise la prima operazione archeologica della storia: scavare e riscoprire il Golgotha e il Sepolcro.

    (continua)

    Dal sito http://www.misteri.org/
    "Tante aurore devono ancora splendere" (Ṛgveda)

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    Predefinito Rif: Il Sacro Graal

    Si incominciò subito, in mezzo a una folla di curiosi, i cristiani trepidanti e pronti a vedere in ogni pietra smossa un segno di quanto cercavano. Insieme a numerose altre presunte reliquie, si proclamò che era stata trovata una coppa che Elena ritenne essere quella stessa usata da Maria di Magdala: di essa si era servita per raccogliere gocce del sangue di Cristo dopo la crocifissione. E’ difficile fare ipotesi sulle sorti della coppa. Pur essendo giunti a noi numerosi resoconti coevi delle ricerche promosse dall’imperatrice Elena del sito del Santo Sepolcro, in essi manca ogni accenno alla sorte della coppa, sebbene nel V secolo lo storico Olimpiodoro scrivesse che venne portata in Britannia quando nel 410 Roma fu saccheggiata dai visigoti. Non mancano neppure contradditori racconti relativi al suo aspetto: in alcuni di essi si tratta di un piccolo recipiente in pietra, in altri di una grande coppa d’argento, e il più popolare narra che era stata incastonata da un artiere romano in uno splendido recipiente d’oro impreziosito da pietre.

    Si tratta del Graal? Il calice è giunto a Roma ed è finito in Britannia? Interrogativi che rimarranno tali sinché nuovi dati storici non verranno alla luce.


    Quali sono le ipotesi più probabili?

    Le due storie del Graal presentate rappresentano due ceppi differenti: mentre l'ultima appartiene ad un filone fondato su documenti, scavi archeologici e studi storici, la prima è tratta dal corpo della letteratura Graaliana, ed è indubbio che essa debba essere depurata dai molti elementi che si sono aggiunti nel corso dei secoli, e che con ogni probabilità hanno rivestito eventi reali di simbolismi e allegorismi. Nel concetto di Terra Desolata, ad esempio, si può leggere il periodo di carestia che colpì l'Europa nel passato. E i vari movimenti del Graal, sintetizzati nella tabella qui sotto, possono documentare reali traslazioni della reliquia, avvenute durante i secoli:

    Gerusalemme Palestina

    Glastonbury Inghilterra

    Muntsalvach Montsegùr, Francia?

    Sarras Siria, patria dei Saraceni?

    Dove si trova Sarras? La città è situata "ai confini dell'Egitto", e dal suo nome deriverebbe l'aggettivo "saraceno". Potrebbe trattarsi della Siria, della Giordania o dell'Iraq. Secondo lo scrittore trecentesco Albrecht von Scharffenberg, che scrisse "Il secondo Titurel", il Graal sarebbe custodito in un castello detto "Turning Castle" (Castello rotante). Le caratteristiche del castello sono assolutamente simili a quelle del palazzo persiano chiamato Takt-I-Taqdis, costruito nel VII secolo d.C.: era possibile farlo ruotare su grandi rulli di legno. Secondo un'altra leggenda nel castello si sarebbe trovata anche la Santa Croce di Gesù, sottratta da Gerusalemme dal re Chosroes II, che eresse il castello di Takt, il quale saccheggiò la Città Santa nel 614, portando la croce in Persia. Si diceva che insieme alla croce si trovasse il Graal. Quindici anni dopo, nel 629, l'imperatore bizantino Eraclio marciò sulla città di Takt, portando con sé la Croce a Costantinopoli. Con essa, egli potrebbe aver portato con sé anche il Graal. Costantinopoli divenne in seguito celebre per essere la città più ricca di reliquie dell'intera cristianità. La Sindone di Torino, ad esempio, fu custodita ad Edessa dal 33 d.C. (proprietà di re Abgar) al 15 Agosto 944, giorno in cui l'imperatore bizantino mandò un esercito ad appropriarsi della reliquia. Il sudario venne probabilmente preso dai Templari nel 1204, e da qui avrebbe raggiunto Lirey, in Francia.Come la Sindone, così il Graal potrebbe esser stato trovato a Costantinopoli durante le Crociate: ciò spiegherebbe il motivo per cui i romanzi del Graal comparvero improvvisamente sulla scena. Se il Graal raggiunse l'Europa, non è chiaro dove possa esser custodito. Potrebbe esser stato portato in Italia dai Savoia, che entrarono in possesso anche della Sindone. Per questo motivo si pensa possa trovarsi a Torino.

    Secondo altri, il Graal sarebbe caduto in mano alla setta dei Catari, e portato nel castello di Montsegur ove, in questo stesso secolo, fu ricercato da un ufficiale nazista, Otto Rahn. Ma le teorie sono molte, e sono state raccolte tutte nella sezione dedicata ai "Luoghi" del Graal, che amplia alcuni dei dati qui presentati e raccoglie una gran quantità di ipotesi, tra le quali forse qualcuna nasconde un barlume di verità.


    Dove è nascosto il Graal?

    I luoghi che potrebbero nascondere la reliquia

    "A partire dal 1095 molti cavalieri cristiani si erano recati in Terra Santa in occasione delle Crociate. Là erano entrati per forza di cose in contatto con le tradizioni religiose ed esoteriche del luogo: forse qualcuna di esse - magari riferita nel famoso libro cui Chrétien dichiarò di essersi ispirato - parlava del sacro contenitore e delle avventurose vicende di cui era stato protagonista cinquecento anni prima. Può essere che il Graal sia stato materialmente rintracciato dai Crociati e portato nel Vecchio Continente. Dove?"
    Alfredo Castelli, Enciclopedia dei Misteri - I Segreti di Re Artù, 1994

    Il Graal nel mondo

    - Glastonbury Tor (INGHILTERRA)

    Nel 63 d.C. Giuseppe d’Arimatea, discepolo di Gesù, lasciò la Terra Santa per una missione segreta. Dopo un lungo e pericoloso viaggio per mare l’imbarcazione di Giuseppe raggiunse uno stretto estuario a est dell’Inghilterra. Innanzi a lui, si ergeva la sua destinazione ultima: Glastonbury Tor, l’isola di vetro. Una volta sbarcato, Giuseppe alzò il suo bastone al cielo in segno di ringraziamento e lo affondò poi nel terreno. Con sé, aveva portato un prezioso tesoro: si trattava di una coppa contenente il sangue di Gesù Cristo, il Sacro Graal. In Inghilterra il Graal restò a lungo. Per secoli la sua custodia venne tramandata ad una discendenza di guardiani. In un anno imprecisato del primo millennio i monaci di Glastonbury annunciarono la scoperta di due ampolle che sarebbero state sepolte con Giuseppe d'Arimatea. Erano state menzionate in precedenza (verso il 540) da Maelgwyn di Gwynedd, zio di san Davide, che scrisse:

    Giuseppe aveva con sé nel suo sarcofago due ampolle bianche e argento piene di sangue e sudore del profeta, Gesù.

    Le ampolle sono raffigurate nelle vetrate colorate della chiesa di St. John a Glastonburv, nella chiesa di Langport in Somerset e sulla parete divisoria fra la navata e il coro a Plymtree nel Devon. Non furono mai esposte al pubblico e questa mancanza di una conferma visibile della loro esistenza diede origine alcuni secoli dopo a una nuova tradizione di Glastonbury: il roveto incantato. Nel 1520, la letteratura locale parlava di un cespuglio a Wearyall Hill che si copriva di foglie e di fiori a Natale oltre che a maggio. Il cespuglio venne distrutto durante la Guerra Civile britannica (1642-1651), ma alcuni germogli furono ripiantati lì intorno e ogni pianta fiorì di nuovo nella stessa maniera. Gli esperti botanici stabilirono che il cespuglio non era originario dell'Inghilterra, ma sembrava di origine levantina. E così ebbe inizio una nuova mitologia del Somerset.


    Dante G. Rossetti, Sir Galahad, Sir Bors e Sir Percival ricevono il Sacro Graal (1864) - Immagine tratta dal sito http://bestoflegends.org/

    Nel 1716 un locandiere locale affermò che l'insolita pianta di rovi nasceva dal bastone che Giuseppe di Arimatea aveva piantato perché fiorisse a Natale. L'idea che la "verga" di Giuseppe dovesse fiorire in quel modo derivava originariamente da un versetto profetico del libro di Isaia 11, 1 che dice: "E uscirà un rampollo del tronco di Iesse e una pianterella spunterà dalle sue radici". In alcune opere d'arte e scritti apocrifi della Chiesa, il bastone fiorito della stirpe reale è raffigurato in mano del padre di Gesù, Giuseppe.

    Fu soltanto nel XIX secolo, grazie agli Idylls of the King di Alfred Tennyson che Glastonbury venne specificamente collegata al Santo Graal. L'insolita acqua rossastra del Chalice Well di Glastonbury venne associata al sangue di Gesù. Il pozzo fu debitamente ribattezzato Chalice Well e si disse che il colore dell'acqua derivava dal contenuto del calice del Graal che Giuseppe aveva seppellito lì vicino. Il famoso coperchio del pozzo, completo di griglia di ferro battuto in stile celtico, fu disegnato dall'architetto Frederick Bligh Bond dopo la Grande Guerra. Nonostante l'assortimento di elementi sacri e arturiani a Glastonbury (alcuni veri e altri falsi), l'associazione personale di Giuseppe di Arimatea alla Britannia ricevette attestazioni storiche molto più valide.

    Fu oggetto di dibattito in vari Concili ecclesiastici europei, dove gli inglesi poterono vantare un collegamento con il cristianesimo molto precedente a quello di Roma. Al Concilio di Pisa nel 1409 si discusse persino se fosse venuto in Occidente prima Giuseppe o Maria Maddalena. Negli Annales Ecclesiasticae del 1601, il bibliotecario vaticano cardinale Baronio annotò che Giuseppe di Arimatea giunse per la prima volta a Marsiglia nel 35 d.C. Da lì, andò in Britannia con i suoi compagni a predicare il Vangelo. Questo veniva confermato molto prima dal cronista Gildas III (516-570) nel De Excidio Britanniae, dove egli affermava che i precetti del cristianesimo furono portati in Britannia negli ultimi giorni dell'imperatore Tiberio Cesare che morì nel 37 d.C. Ancora prima di Gildas, eminenti uomini di chiesa come Eusebio, vescovo di Cesarea (260-340) e sant'Ilario di Poitiers (300-367) scrissero di antiche visite apostoliche in Britannia. Gli anni 35-37 d.C. sono quindi fra le prime date indicate come inizio dell'evangelismo cristiano. Corrispondono a un periodo di poco successivo alla Crocifissione e precedente al tempo in cui Pietro e Paolo erano a Roma e ai Vangeli del Nuovo Testamento.

    Un personaggio importante nella Gallia del secolo era san Filippo. Gildas e William di Malmesbury lo descrissero come l'ispiratore della missione di Giuseppe in Inghilterra. Il De Sancto Joseph ab Anmathea afferma: "Quindici anni dopo l'Assunzione , lui venne da Filippo apostolo fra i Galli". Nel IX secolo, Freculfo, vescovo di Lisieux, scrisse che san Filippo inviò poi la missione dalla Gallia in Inghilterra "per recare colà la buona novella del verbo di vita e predicare l'incarnazione di Gesù".

    Al loro arrivo nell'Inghilterra sud-occidentale, Giuseppe e i suoi dodici missionari furono guardati con un certo scetticismo dagli abitanti del luogo, ma vennero accolti abbastanza cordialmente dal re Arvirago di Siluria, fratello di Caractaco il Pendragone. Dopo essersi consu1tato con altri capi, concesse a Giuseppe dodici hides di terra a Glastonbury, pari a circa seicento ettari (un hide è un pezzo di terreno agricolo considerato sufficiente per mantenere una famiglia per un anno con un aratro, che nel Somerset equivale a 120 acri, circa 48,5 ettari). Qui costruirono la loro chiesetta, unica del genere, sul modello dell'antico Tabernacolo ebraico. E fu forse in questa piccola chiesa che nascosero il Graal. Ancora oggi, tra la popolazione locale di Glastonbury, aleggia la convinzione che in qualche luogo si celi un magico segreto.

    Secondo la storia, però, i monaci di Glastonbury - come la maggior parte degli ordini religiosi dell’epoca - erano tutt’altro che benestanti, e avrebbero potuto inventare questa leggenda per attirare numerosi pellegrini ingenui a un’abbazia che aveva bisogno di urgenti restauri. Nel corso del XVI secolo il re Enrico VIII separò l’Inghilterra dalla Chiesa di Roma. Di conseguenza, i grandi monasteri cattolici della Britannia subirono gli attacchi della corona. Fu un’epoca di terrore e di persecuzione. L'ultimo Abate di Glastonbury, Richard Whiting, affidò ai suoi monaci una coppa di legno da portare via in un luogo sicuro. La coppa era descritta come "il più prezioso tesoro della nostra abbazia".

    I monaci di Glastonbury fuggirono con il calice alla volta del feudo di Nanteos Manor, nel Galles. Qui, fu loro offerto un rifugio. Il priore divenne il cappellano della famiglia, mentre i monaci lavoravano nella tenuta. Secondo una leggenda, quando morì l’ultimo monaco, il Graal fu affidato al signore del feudo e lì rimase per 400 anni.

    Adrian Wagner, pronipote del più celebre Richard (pochi sanno che Richard Wagner visitò la Nanteos Mansion appena prima della realizzazione del suo 'Parsifal'), riporta un ulteriore tappa della reliquia, nell'Abbazia Cistercense di Strata Florida: "La coppa è la stessa usata durante l’ultima cena, fatta di legno d’ulivo. Giuseppe d’Arimatea portò la coppa a Glastonbury dove rimase fino al XVI secolo quando i sette Monaci di Glastonbury fuggirono, portandola con sé e lasciandola al sicuro nelle mani dei Monaci Cistercensi di Strata Florida."

    Il Graal - si diceva - era una coppa di scuro legno d’ulivo dal diametro di una quindicina di centimetri, e per tutto quel tempo, pare facesse bella mostra di sé nell’abitazione della famiglia. Molti ritengono che alla morte dell’ultimo signore del feudo, nel 1952, la coppa fu affidata ad altri e sia ora conservata nel caveau di una banca.

    La Nanteos Cup si era nei secoli guadagnata la reputazione di possedere poteri rigenerativi, e molte cure miracolose furono dispensate, facendo bere i malati dalla Coppa. Ma ciò che rimane della Coppa di Nanteos è davvero un frammento dell’originale coppa utilizzata da Cristo per il Sacramento dell’Ultima Cena? Davvero possiede poteri curativi?

    Gli attuali proprietari della Coppa raccontano un evento miracoloso accaduto alla loro figlia Jean. Ella si trovava a letto in ospedale con un grave trauma cranico provocato dalla caduta di un mattone sulla sua testa. Il padre prese la Coppa e pregò che la figlia guarisse. Dopo alcuni minuti ricevette una telefonata dall’ospedale, nella quale i medici annunciarono che l’emorragia si era arrestata e la bambina sarebbe sopravvissuta. E non soltanto Jean sopravvisse, ma si riprese completamente, ed ora vive una vita normale.

    Può essere un interessante spunto di discussione il fatto che la coppa abbia davvero poteri curativi; potrebbe soltanto essere un veicolo per motivare la fede delle persone. Molti pensano che quel frammento di coppa possa identificarsi con la Coppa dell’Ultima Cena. Finché non si troverà una fonte di chiarimento ulteriore su un argomento così circondato da un alone mitico, non sapremo mai con certezza se quella coppa sia l’autentico Graal. Ma fino ad allora non abbiamo ragione di dubitare della veridicità delle storie che riguardano la Coppa di Nanteos.

    - Castello di Gisors (FRANCIA)

    Un Cavaliere Templare, Jean de Chalon, interrogato dall'Inquisizione rivelò che, poco prima che la furia papale e del re di Francia si scatenasse sull'ordine, un convoglio composto da tre carri partì verso la Manica. In mare li aspettava una flotta di diciotto navi. Ma il convoglio non raggiunse mai la costa: probabilmente si era fermato a Gisors. Un celebre occultista francese, Gerard de Sede, in base a certe informazioni avute da un suo giardiniere, era convinto che sotto il castello di Gisors esistessero dei sotterranei misteriosi. Così De Sede insistette perché fossero svolte delle ricerche. Si scontrò con un muro di diffidenza e di omertà, finché nel 1970 vennero eseguiti alcuni scavi. Vennero alla luce undicimila monete del XII secolo. Più tardi, nel 1976, fu rintracciata una cripta rettangolare di 125 metri quadrati che non figurava in nessuna planimetria del castello.

    Dopo quella scoperta gli scavi furono interrotti per ordine del governo, e della cosa non si parlò più. Il giardiniere che raccontò del castello a Gerard de Sede aveva scavato una galleria sotto la torre denominata "del prigioniero": dopo uno scavo di 21 metri aveva trovato una grande cappella che, secondo lui, conteneva 13 statue (forse Cristo e gli apostoli), diciannove sarcofagi in pietra e trenta cofani di metallo in tre file da dieci. La galleria fu fatta interrare, e nessuno gli credette. Soltanto dopo molte fatiche ed ostacoli egli riuscì a trovare le prove dell'esistenza storica della cappella: in un manoscritto del '600 rinvenne la descrizione della "cappella di Santa Caterina", con tredici sarcofagi e diciannove sarcofagi.

    Forse i Cavalieri Templari (che secondo Wolfram von Eschenbach sarebbero stati custodi del Graal) avrebbero nascosto il loro tesoro nei sotterranei del castello di Gisors, e il ricercatissimo "tesoro dei Templari" comprenderebbe anche il Santo Graal, che i Cavalieri avrebbero ritrovato in Terrasanta. Secondo alcuni si tratterebbe del Baphomet, idolo della Setta degli Assassini, affidato, dopo la scomparsa della setta, ai Templari.

    - Fortezza catara di Montségur (FRANCIA)

    I Catari erano membri di una setta che aveva ereditato le sue dottrine dal culto di Zoroastro e dai Manichei. Nati in Medio Oriente, si trasferirono in Europa attraversando Turchia e Balcani, insediandosi in Francia nel XII secolo. Furono sterminati nel 1244 dai francesi. Essi avrebbero potuto portare con sè il Graal durante le loro peregrinazioni. In questo caso esso si troverebbe nascosto nei sotterranei della loro fortezza. Secondo Wolfram von Eschenbach, il Graal si troverebbe nel castello di Munsalvaesche, che significa "Monte Salvato" o "Monte Sicuro" (Montségur). Si sa per certo che negli anni '30 il tedesco Otto Rahn, colonnello delle SS, e il filosofo Alfred Rosemberg, amico di Hitler, intrapresero ricerche a Montségur e in altre fortezze catare, alla ricerca del Calice. Otto Rahn scomparve misteriosamente. Secondo alcuni fu rinchiuso in un campo di concentramento perché "sapeva troppo".

    - Abbazia di Fécamp (FRANCIA)

    Secondo una storia franco-normanna, Giuseppe d'Arimatea avrebbe raccolto il sangue coagulato di Gesù nel suo guanto di ferro. Giunto a casa, depose il sangue in uno scrigno prezioso (forse si riferisce al Graal). Affidò la reliquia a suo nipote Isacco, il quale lasciò Gerusalemme per Sidone. Qui, fu avvertito in sogno di un pericolo imminente, e decise di proteggere il sangue del Salvatore. Si trovò davanti ad una pianta di fico che aveva le dimensioni adatte. Scavò una nicchia, e vi nascose il Preziosissimo Sangue. Perché l'umidità non lo rovinasse, preparò un tubo di piombo che lo proteggesse. Appena ebbe completato l'opera di occultamento, improvvisamente la corteccia dell'albero si riaccostò, e sanò il taglio che lui aveva praticato. L'albero, però, si trovava vicino al mare. Rischiava, dunque, di essere travolto dalle onde. Alla fine concluse che forse era proprio quella la volontà di Dio, e si decise a tagliare l'albero all'altezza delle radici. Lo spinse in mare, e questo scomparve presto dalla sua vista. Il fico giunse in Gallia, l'attuale Francia. Fu dunque inviato un messaggero a Isacco per avvisarlo che il tronco era intatto. Il territorio della Normandia ove l'albero si era arenato venne chiamato Fici Campus, attualmente Fécamp. Venne ritrovato dopo alcuni secoli, e il Preziosissimo Sangue fu sigillato in un'ampolla di cristallo e conservato nel sacrario dell'abbazia della Santa Trinità di Fécamp. Secondo Jessie Weston, l'ampolla sarebbe il vero Graal, che influenzò tutta la letteratura graaliana. La tesi è espressa in Quest of the Holy Grail, (1913).

    - Provenza (FRANCIA)

    Secondo Alfred Weisen il termine Graal deriverebbe dalla contrazione di Gross Aal, ovvero "Grande tempio" in una lingua dimenticata. Il tempio cui si riferisce sarebbe costituito da una zona delle Gorges du Verdon, in Provenza, delimitata dal disegno di uno zodiaco di 15 chilometri di diametro tracciato sul terreno da fiumi e sentieri, e visibile solo da alta quota.

    - Shropshire (INGHILTERRA)

    Ho ricevuto una e-mail riportante queste notizie: "Alcuni sostengono che il Graal sia custodito in una fattoria dello Shropshire, ed è realizzato in legno d'ulivo. Col passare degli anni, il legno si è consumato, ed è rimasta solo la mezza coppa sinistra. E' stata consegnata alla famiglia che vi abita qualche secolo fa, e si dice avesse poteri curativi. Chi in paese fosse malato, si recava nella casa e beveva un sorso d'acqua dalla coppa."

    - Roslin Chapel, Lothian (SCOZIA)

    Il celebre ricercatore del Graal Trevor Ravenscroft annunciò nel 1962 di aver concluso una ricerca che durava ormai da 20 anni. Disse d'aver trovato il Graal nel cosiddetto Pilastro dell'Apprendista, all'interno della Cappella. La cappella è a tutt'oggi visitata da moltissimi ricercatori del Graal, e non è difficile ritrovarvi moltissimi riferimenti al Graal nelle sue incisioni e sulle vetrate. Metal-detectors sono stati utilizzati sul pilastro, ed è stato localizzato un oggetto nel centro del pilastro. Lord Roslin, il proprietario, ha assolutamente vietato di utilizzare i raggi X sulla colonna. Questa ipotesi è trattata in "The Sword and The Grail" di Andrew Sinclair, su cui si legge tra l'altro:

    "Sulla pietra tombale di Sir William de St. Clair a Rosslyn, compare un calice in cui è inscritto una rosa-croce ottagonale con un fiore nel centro che sta ad indicare il Sangue di Cristo.

    Si tratta di una delle più antiche rappresentazioni del Sangue di Cristo, che deriverebbe dalla scoperta di rivelazioni Gnostiche contenute in segreti Vangeli ritrovati dai Templari e in seguito trasmessi alla Confraternita della Rosa+Croce, che considerava il cuore di Gesù come il tempio ove la vita del mondo veniva generata, come la rosa e la coppa. Ciò suggerisce anche una connessione tra i Templari e i Catari, prima della Crociata contro gli Albigesi. I Catari erano anch'essi Gnostici, e furono molto influenzati dal trovatore Courst che scrisse in lingua d'Oc, in particolare nell'epico e cavalleresco "Roman de la Rose", e nel successivo romanzo sul Graal. In questi scritti i Templari, avvolti nelle loro tuniche rosso-crociate, sono i custodi del segreto della "rosa dentro il calice". Il Graal sulla pietra tombale di St. Clair spiega anche il motivo per cui attualmente esso venga custodito nel pilastro dell'apprendista nella Rosslyn Chapel, un pilastro costruito proprio per custodirlo. Se le reliquie Templari raggiunsero Rosslyn, potrebbero esser state affidate ai St. Clairs per sicurezza. Gli odierni templari di Scozia possiedono una coppa ingioiellata risalente al Medio Evo, che potrebbe essere appartenuta al tesoro dei Templari. E come sono esistiti i guardiani della Santa Croce, così i St. Clairs potrebbero essersi sentiti investiti del compito di custodire il Santo Graal nella loro cappella."


    Il Calice di Valencia - Immagine tratta dal sito http://www.kathpedia.com/

    - Oak Island, New Scotland (USA)

    William Crooker, in una pubblicazione, sostiene che i Templari si sarebbero messi in salvo dallo sterminio perpetrato ai loro danni da Filippo il Bello, e il loro mitico tesoro sarebbe stato portato, da Henry Sinclair, in Nova Scotia nel 1398. Nascosto nel money pit, un profondissimo pozzo ancora inviolato, è oggetto della ricerca di moltissimi storici ed archeologici.

    - Galles

    Si racconta di una comunità nel Galles che faceva la guardia ad una coppa di terracotta contenuta in un calice d'oro. Aveva poteri taumaturgici ed era un potente strumento di benessere se si trovava nelle mani giuste. Nel 1880 un gruppo di studiosi, interessati ad argomenti esoterici come la Cabala e la divinazione con i Tarocchi, decisero di distruggere il Santo Graal. Nei dieci anni successivi il Graal fu più volte trasferito e nascosto, finchè trovò un posto sicuro. Tuttavia un Guardiano tradì gli altri e il Graal fu portato via. Una messa nera fu celebrata sul Graal per annullare il suo potere, e in seguito fu fatto a pezzi.

    - Takht-I-Sulaiman (IRAN)

    La fortezza di Takht-I-Sulaiman, centro principale del culto di Zoroastro, è straordinariamente simile al castello del Graal descritto da Wolfram von Eschenbach. Alcuni identificano Takht-I-Sulaiman con la mitica "Sarraz" in cui il Santo Graal sarebbe da secoli custodito.

    - Valencia (SPAGNA)

    In Spagna, nella cattedrale di Valencia, è conservato un calice per secoli venerato come quello che Gesù avrebbe utilizzato nel corso dell'Ultima Cena per la transustanziazione del vino. Accuratamente studiato, si è rivelato composto di tre parti: una base, costituita da una tazza capovolta; uno stelo, decorato con pietre preziose e perle; una coppa, in cornalina (varietà di calcedonio, di colore rosso). Anche la base è dello stesso materiale.

    La base reca su un lato un'iscrizione araba, che è stata variamente interpretata: 'larga piana', 'rosso incarnato', 'per colui che splende', 'per colui che dà luce', significati dei quali i primi due costituiscono una descrizione pertinente dell'oggetto; gli altri si riferirebbero invece alla sua destinazione. Altri significati proposti dagli studiosi sono 'gloria a Maria', 'gloria al Figlio di Maria', 'il Misericordioso', appello quest'ultimo tipico di Allah. C'è anche chi propone di leggere ALZAHIRA, il nome di una cittadina residenziale fatta costruire dagli Omaiadi di Cordova (dominanti su gran parte della Penisola Iberica tra la fine del I e l'inizio del II millennio d.C.) e andata distrutta con il crollo della dinastia. In questo caso la base del calice potrebbe provenire dall'assedio di Alzahira in cui vennero sconfitti gli Omaiadi. Lo stelo è il frutto di un raffinato lavoro di oreficeria databile tra il XII e il XIV secolo.

    La coppa è sicuramente la parte più antica del calice e quindi quella che riveste maggiore interesse.

    Secondo la Confraternita del Santo Calice di Valencia, il Vaso utilizzato da Gesù durante l'ultima cena, "non può esser stato perso di vista dopo la morte del Redentore, poiché molte volte i discepoli si riunirono nel Cenacolo. Il Santo Calice potrebbe esser stato portato a Roma da San Pietro, capo della Chiesa. Trascorsero, poi, due secoli e mezzo, durante i quali il fervore dei cristiani non aveva bisogno di una reliquia così singolare; in seguito, esistono chiari indizi per affermare che i vari papi celebrarono nei primi secoli la Messa nello stesso calice usato da Cristo durante l'Ultima Cena. In seguito l'imperatore Valeriano scatenò una sanguinosa persecuzione contro il cristianesmo, durante la quale morì martire Papa Sisto II. Il Pontífice, prima di morire, prese la reliquia e la affidò al diacono Lorenzo, originario di Huesca. Fu martirizzato anche questi, ma non prima di esser riuscito ad inviare alla sua città natale il Calice dell'Eucarestia, accompagnato da una lettera. Era l'anno 258 o, secondo altri, il 261."

    Le cronache raccontano effettivamente che Lorenzo si rifiutò di consegnare ai persecutori i tesori della Chiesa romana. "Si ritiene che Lorenzo, al fine di salvare il patrimonio della Chiesa e in particolare il preclaro calice, l'abbia inviato in Spagna e proprio nella sua città, Osca, dove ancora vivevano i suoi genitori Oronzio e Pazienza, anch'essi successivamente martirizzati." (P.Baima Bollone, L'impronta di dio, Milano, 1985)

    Prosegue la Confraternita: "Insigni storici dell'Aragona registrarono la permanenza della preziosissima coppa a Huesca durante i secoli seguenti, finché, nell'anno 713 la Spagna fu invasa dai Musulmani, e il vescovo di Huesca, chiamato Audeberto, decise di lasciare la città per rifugiarsi, con i beni che era riscito a salvare (tra cui il Santo Calice), sulla cima del monte Pano, su cui viveva l'eremita Juan de Atarés; qui fu fondato il monastero di San Juan de la Peña; e da qui nacque un gruppo di uomini che intrapresero la dura lotta per la riconquista contro i Musulmani.

    E' possibile che questi eventi epici costituiscano l'origine o la fonte dei celebri poemi di Chretièn de Troyes e Wolfram von Eschenbach, che ebbero per protaginista Perceval o Parzival, che in seguito fu ripreso da Richard Wagner nel suo Parsifal. In tutti questi poemi c'è un Vaso meraviglioso, chiamato Graal.

    Dal sito http://www.misteri.org/
    Ultima modifica di Tomás de Torquemada; 02-10-09 alle 00:13
    "Tante aurore devono ancora splendere" (Ṛgveda)

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    Predefinito Rif: Il Sacro Graal

    SUL GRAAL

    Il termine Graal deriva dal latino Gradalis, con cui si designa una tazza, un vaso, un calice, un catino.
    Questi umili oggetti rivestono nella mitologia un nobile ruolo: sono infatti i simboli del grembo fecondo della Grande Madre, la Terra, e, come l'inesauribile Cornucopia dei Greci e dei Romani, portano vita e abbondanza.
    Molti eroi celtici hanno avuto a che fare con magici calderoni; nel poema gaelico 'Preiddu Annwn' Re Artù andò a recuperarne uno addirittura negli Inferi.
    La tradizione cristiana annovera almeno due sacri contenitori: il Calice dell'Eucarestia e la Vergine Maria.
    Nella 'Litania di Loreto' essa è descritta come Vas spirituale, vas honorabile, vas insigne devotionis, ovvero "vaso spirituale, vaso dell'onore, vaso unico di devozione": nel grembo (vaso) della Madonna, infatti, la divinità era divenuta manifesta.

    La tradizione vuole che il Santo Graal sia stato retto da tre lastre .
    Il Charpentier individua queste lastre con tre possibili vie di mutazione dell'individuo: quella dell'intuizione, quella dell'intelligenza e quella della mistica.
    Sono le tre lastre che nella navata centrale della Cattedrale di Chartres si susseguono, dal portale di ingresso all'abside, da quella circolare a quella quadrata, a quella rettangolare. Esse rappresentano per il fedele la via verso la conoscenza del Santo Graal.

    Il Santo Graal è la coppa che servì all'ultima Cena, è il vassoio dove Gesù e i Discepoli mangiarono l'agnello il giorno di Pasqua, è il vaso in cui Giuseppe di Arimatea, dopo la crocifissione, raccolse il sangue del Cristo.
    Esso è dunque un contenitore che allo stesso tempo è anche pietra; sia esso il vaso di pietra o il vaso che contiene la pietra (GAR - AL), oppure la pietra di Dio (GAR - EL).
    E' opinione oggi che la sola interpretazione delle oscurità e delle apparenti contraddizioni della storia del Graal porta a un confuso ricordo di una forma di culto semi-Cristiano e semi-Pagano il cui oggetto centrale era l'iniziazione nelle sorgenti della vita fisica e fra la Cristianità e il culto di Atti spirituale. Questo ricordo soltanto si accorda per le diverse forme assunte dal Graal, simbolo di tale sorgente.

    Così il Graal può essere il Piatto con cui i fedeli partecipavano alla festa comune: può essere la Coppa in giustapposizione con la Lancia, simboli delle energie maschili e femminili sorgenti di vita fisica ben note: emblemi fallici. Può essere il Santo Graal sorgente di vita spirituale, la cui forma non è definita, "che non è lavorato in alcuna sostanza materiale". "Non era di legno, né di alcun genere di metallo, né tampoco di Pietra, o di Corno, o di Osso"; è un Oggetto Spirituale, da essere considerato spiritualmente, ma sempre, e in qualsiasi forma: Una Sorgente di Vita. Così la Pietra di Wolfram, la pura vista della quale preserva tutti gli abitanti del Castello del Graal non solo in vita, ma in Gioventù; non è che la popolare Pietra Filosofale, quella pietra che gli Alchimisti asserivano possedesse la fonte di tutta la vita.
    Quando il Graal fu elevato nel piano Cristiano puramente ortodosso - e diventò la sorgente non più di vita fisica ma spirituale - una tale sostituzione fu possibile attraverso la Pietra Alchemica.

    Il possesso del Graal è da considerarsi intimamente connesso con la coscienza di quel "senso dell'eternità" che costituisce l'elemento base per il raggiungimento di uno stato reale di iniziazione.
    Il Santo Graal è quindi una coppa di resurrezione a nuova vita spirituale e non già recipiente materiale dove viene raccolto il sangue di Cristo.
    Prova ne è la grande considerazione in cui presso i Catari era tenuto il Vangelo di Nicodemo che altro non può essere se non un preciso simbolismo per il raggiungimento di un particolare stato di realizzazione dell'individuo.
    Infatti, non poteva esistere nella dottrina Catara alcuna possibilità di venerazione verso una reliquia che aveva contenuto il sangue di Cristo essendo, per essi, la morte stessa del Cristo una manifestazione satanica.
    Essi negavano la possibilità di una morte ignominiosa sulla croce del Dio incarnato e quindi, se i Catari hanno parlato del Santo Graal questo non può che avere avuto un significato simbolico e quindi non può essere stato una coppa, ricettacolo del sangue del Figlio di Dio, ma una coppa di resurrezione e di vita spirituale.
    E' proprio questo termine, "resurrezione", che è forse il più adatto a definirlo, sottolineando esso un preciso momento di rinascita spirituale e quindi di una morte della materialità dell'individuo. Se vogliamo dare credito alle molte leggende che vogliono vedere nel Santo Graal il tesoro che i "Perfetti" lasciarono in custodia ai Catari prima di essere arsi vivi sui roghi di Montségur, non possiamo assolutamente considerarlo come un qualche cosa di materiale.
    Esso deve perciò essere cercato e trovato nella propria anima; è un tesoro divino, una completa coscienza della propria spiritualità. E questa completa rinascita dello spirito che ha permesso ai perfetti di affrontare i roghi della crociata cattolica romana ed è essa stessa il vero tesoro lasciato ai Catari.

    Il Graal si identifica con il Paradiso Terrestre, dove l'individuo si estrania dalla temporalità e può contemplare tutte le cose in relazione all'eternità.

    Il duplice senso della parola Graal. Essa significa, al tempo stesso, vaso (grasale) e libro (gradale), e la pietra ed il libro si fondono in uno stesso simbolo.
    Il libro diventa una scrittura tracciata dal Cristo stesso sulla coppa, oppure le Tavole della Legge di Mosè, o l'enorme pietra preziosa con scolpite alcune figure rappresentanti i simboli del dualismo Cataro.
    Quest'ultimo, forse, è il Tesoro che i Perfetti lasciarono ai Catari.
    0 ancora, la Tavola di Smeraldo di Ermete Trismegisto che contiene il simbolismo della tradizione e dello stato e indica le tre vie per il suo raggiungimento.


    LEGGENDE SUL GRAAL

    Racconta la leggenda che quando Satana si ribellò a Dio un enorme rubino che brillava sul suo elmo venne colpito dalla spada di San Michele e cadde negli oceani della terra. Aggiunge la leggenda che esso fu ritrovato dal Saggio Re Salomone tramite la sua magia e fu trasformato dal Re stesso in una coppa per le libagioni.
    Detta coppa fu adoperata poi da Gesù nell'ultima cena.
    Trasformata in seguito in un vaso da unguento fu portata in Inghilterra da Giuseppe da Arimantea, e quindi scomparve.

    Il Graal è associato a un libro scritto da Gesù Cristo alla cui lettura può accedere solo chi è in grazia di Dio. Le verità di fede che esso contiene non potranno mai essere pronunciate da lingua mortale senza che i quattro elementi ne vengano sconvolti.
    Se ciò dovesse accadere, i cieli diluvierebbero, l'aria tremerebbe, la terra sprofonderebbe e l'acqua cambierebbe colore. Il libro-coppa possiede dunque un temibile potere.
    Il Graal è collegato sia a tradizioni ebraiche sia islamiche: è infatti in relazione con una terra chiamata "Sarraz", impossibile da situare storicamente o geograficamente (non è in Egitto, ma si vede da lontano il Grande Nilo"; il suo Re combatte contro un Tolomeo, mentre la dinastia tolomaica si estinse prima di Cristo), ma situata comunque in Medio Oriente.
    Da essa, infatti, ebbero origine i Saraceni.


    Dante G. Rossetti, Il Sacro Graal (1860) - Immagine tratta dal sito http://upload.wikimedia.org/

    Nel poema Parzival, il tedesco Wolfram Von Eschenbach si legge che non si tratta di una coppa bensì di " una pietra del genere più puro chiamata lapis exillis".
    Il termine lapis exillis è stato interpretato come "Lapis ex coelis", ovvero caduta dal cielo: e, difatti, Wolfram scrive che la pietra era uno smeraldo caduto dalla fronte di Lucifero e portato a terra dagli angeli rimasti neutrali durante la ribellione.
    La tradizione esoterica delle pietre sacre, tramiti fisici tra l'uomo e Dio, è tipicamente orientale: la pietra nera conservata nella Ka' ba è l'oggetto più sacro della religione islamica; i seguaci della Qabbalah ebraica utilizzano il termine "Pietra dell'esilio" per designare lo Shekinah, ovvero la manifestazione di Dio nel mondo materiale; ancora più a Oriente, l'Urna incastonata nella fronte di Shiva della tradizione induista, simboleggia il "Terzo Occhio", organo metafisico che permette la visione interiore.

    Del Graal si parla anche nella tradizione lucchese del "Volto Santo".
    Nel VIII secolo un vescovo di nome Gualfredo si recò a Gerusalemme per visitare i luoghi sacri; là il pellegrino compì varie penitenze, digiuni ed elemosine. Fu allora che, per compensarlo della sua devozione, gli apparve un angelo, il quale lo invitò a cercare con diligente devozione nella casa presso la sua: là avrebbe scoperto "il volto del redentore", cui tributare degna venerazione.
    Così, nella dimora di un certo Seleuco, Gualfredo ritrovò il "Volto Santo", un antico crocifisso scolpito in cedro del Libano dall'apostolo Nicodemo, lo stesso che aveva aiutato Giuseppe d'Arimatea a togliere dalla croce il corpo di Gesù.
    In una cavità dietro la croce si trovava un'ampolla con il sangue di Cristo.
    Croce e ampolla vennero caricate su una nave di grandezza straordinaria, che, guidata dagli angeli e senz'altro equipaggio, attraversò il Mediterraneo in tempesta e approdò sulle coste della Lunigiana.
    Le reliquie furono disputate da Lucchesi e Lunesi, e si stabilì che il Volto Santo sarebbe stato portato a Lucca (dove è tuttora visibile nella cattedrale di San Martino), e l'ampolla sarebbe rimasta a Luni, dove se ne sono perse le tracce.

    La maggior parte degli studiosi concorda nel ritenere le Crociate l'avvenimento scatenante. A partire dal 1095, molti Cavalieri cristiani si erano recati in Terra Santa, ed erano entrati per forza di cose in contatto con le tradizioni mistiche ed esoteriche del luogo: sicuramente qualcuna di esse parlava del Graal, un sacro oggetto dagli straordinari poteri. Grazie ai Crociati, la leggenda raggiunse l'Europa e vi si diffuse. C'è anche chi ritiene che il Graal sia stato rintracciato dai Crociati e riportato nel Vecchio Continente. In tal caso vi si troverebbe ancora.

    I Cavalieri Templari avevano stretto rapporti con la Setta degli Assassini, un gruppo iniziatico ismailita che adorava una misteriosa divinità chiamata Bafometto. Per alcuni il Bafometto altro non era che il Graal; prima di essere sgominati, gli Assassini lo avevano affidato ai Templari, che lo avevano portato in Francia verso la metà del XII secolo; e del resto Wolfram aveva battezzato Templeisen i cavalieri che custodivano il Graal nel castello di Re Anfortas. Se le cose fossero davvero andate così, ora il Graal si troverebbe tra i leggendari tesori dei templari (mai rinvenuti) in qualche sotterraneo del castello di Gisors.

    Dopo che il culto di Zoroastro era stato disperso, alcune delle sue dottrine furono ereditate dai Manichei e, di seguito, dai Catari o Albigesi; questi ultimi erano giunti in Europa dal Medio Oriente, passando per la Turchia e i Balcani, e si erano stabiliti in Francia nel XII secolo. Nel 1244, dopo una lunga persecuzione da parte del Papato e dei francesi, furono sterminati nella loro fortezza di Montsegur; se avessero portato con sé il Graal durante le loro peregrinazioni, ora esso potrebbe trovarsi insieme al resto del loro tesoro in qualche impenetrabile nascondiglio del castello. È di nuovo Wolfram a fornire un indizio in proposito: il "Castello del Graal" (quello simile a Takht-I-Sulaiman) si chiama infatti "Munsalvaesche", cioé "Monte Salvato" o " Monte Sicuro". Negli anni '30 il tedesco Otto Rahn, colonnello delle SS e autore di 'Crusade contre le Graale La Cour de Lucifer', intraprese alcuni scavi a Montsègur e in altre fortezze catare con l' appoggio del filosofo nazista Alfred Rosenberg, portavoce del Partito e amico personale di Hitler: l'episodio fornì al romanziere Pierre Benoit, lo spunto per il romanzo 'Monsalvat'.

    Importato forse dai pellegrini che si spostavano per l'Europa durante il medioevo o forse dai Savoia insieme alla Sacra Sindone, il Graal sarebbe giunto nel capoluogo piemontese; le statue del sagrato del tempio della Gran Madre di Dio, sulle rive del Po, indicano, a chi è in grado di comprenderne la complessa simbologia, il nascondiglio della Coppa.

    Nel 1087, un gruppo di mercanti portò a Bari dalla Turchia le spoglie di San Nicola, e in loro onore venne edificata una basilica. In realtà la translazione del Santo era solo la copertura di un ritrovamento ben più importante, quello del Graal.
    I mercanti erano in realtà cavalieri in missione segreta per conto di Papa Gregorio VII. Il Pontefice era al corrente del potere del Calice, ma non intendeva pubblicizzare la sua ricerca, né l'eventuale ritrovamento, in quanto esso era un oggetto pagano, o comunque il simbolo di una religione ancor più universale di quella cattolica.
    Gli premeva di recuperarlo da Sarraz in quanto temeva che la sua presenza sul suolo turco avrebbe aiutato i Saraceni (in questo caso i Turchi Selgiuchidi) nella loro espansione ai danni dell'Impero Bizantino, e avrebbe nociuto al programmato intervento di forze cristiane in Terra Santa a difesa dei pellegrini.
    Non è dato di sapere dove si trovava la coppa (che, forse, era passata per le mani di San Nicola nel VI secolo, e che gli avrebbe conferito la fama di dispensatore d'abbondanza ) e chi comandò la spedizione; sta di fatto che, in una chiesa sconsacrata di Myra, i cavalieri prelevarono anche alcune ossa, poi ufficialmente identificate come quelle del Santo.
    Il recupero delle spoglie giustificò la spedizione in Turchia e l'edificazione di una basilica a Bari; la scelta di custodire il Graal in quella città anzichè a Roma fu determinata da due motivi: da lì si sarebbero imbarcati i cavalieri per la Terra Santa (la prima crociata fu bandita sei anni dopo il ritrovamento) e il Graal avrebbe riversato su di loro i suoi benefici effetti; in più la sua presenza avrebbe protetto Roberto il Guiscardo, Re normanno di Puglie, principale alleato del Papa nella lotta contro Enrico IV.
    A ricordo dell'avvenimento, sul portale della cattedrale (edificata parecchi anni prima della divulgazione della "Materia di Bretagna") si trova l'immagine di Re Artù e un'indicazione stilizzata del nascondiglio; la tomba di San Nicola continua a emanare un liquido chiamato "manna" che, oltre a essere altamente nutritivo, come il Graal guarisce da ogni male.


    CONCLUSIONI

    Il Graal è un oggetto materiale e spirituale insieme. Non si conosce esattamente la sua natura: forse è una pietra, forse è un libro, forse un contenitore; è certo che permette di abbeverarsi (l'ultima cena), ma vi si può anche versare qualcosa (il sangue di Cristo crocefisso).
    Può guarire le ferite, dona una vita lunghissima, garantisce l'abbondanza, trasmette e garantisce la conoscenza, ma è anche dotato di poteri terribili e devastanti.
    In qualche modo ignoto Gesù ne è entrato in possesso.
    Le varie leggende a proposito del Graal concordano nel conferirgli un'origine ultraterrena.
    Per la tradizione cristiana, il Graal rappresenta l'evangelizzazione del mondo barbaro operata dai missionari, stroncata dalle persecuzioni e ripresa da un gruppo di uomini di buona volontà guidati da un sacerdote, Merlino.
    Per gli esoteristi Renè Guenon e Julius Evola il Graal è il cuore di Cristo, potente simbolo della Religione Primordiale praticata ad Agharti, di cui Gesù sarebbe stato un esponente; per gli alchimisti rappresenta la conoscenza, e la sua ricerca equivale a quella della Pietra Filosofale o dell Elisir di lunga vita.

    Il Santo Graal

    Dal sito http://www.bethelux.it/
    Ultima modifica di Tomás de Torquemada; 27-11-09 alle 01:24
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    Predefinito Rif: Il Sacro Graal

    La leggenda di Re Artù e del Sacro Graal

    La tradizione medioevale narra di un grande re dei Britanni che sconfigge i nemici Sassoni, unifica il proprio paese, fonda l'Ordine dei Cavalieri della Tavola Rotonda e costituisce un governo ideale a Camelot (la reggia di Artù è stata identificata da alcuni studiosi con la fortezza neolitica di Cadbury, ai confini tra il Somerset e il Dorset, da altri con il castello di Greenan, a nord di Glasgow).

    Per alcuni studiosi, Artù è un personaggio ispirato a Cu Chulainn , protagonista di poemi epici irlandesi; per altri un dio del pantheon celtico, forse il simbolo della terra stessa (Art = roccia, da cui Earth ), poi trasformato dalla leggenda in un essere umano. C'è invece chi ritiene che sia esistito veramente: nel VI secolo d.C. fu forse il re o il capo di una tribù britannica impegnata nella resistenza contro gli invasori Sassoni. Purtroppo dell'Artù storico - se mai c'è stato - si conosce ben poco: lo stesso nome "Arthur", in inglese, non fornisce indicazioni sulla sua origine. Potrebbe derivare dal latino Artorius (in tal caso Artù era forse un Comes Britanniarum , ovvero un rappresentante locale dell'Impero Romano), dal gaelico Arth Gwyr ("Uomo Orso"), o ancora dal già citato Art (Roccia in irlandese). Un principe britanno chiamato "Arturius, figlio di Aedàn mac Gabrain Re di Dalriada" è citato dall'agiografo Adomnan da Iona nella "Vita di San Colombano" (VIII° secolo); nella "Historia brittonum" (IX° secolo) lo storico Nennio racconta che il dux bellorum Artorius era il comandante dei Britanni durante la battaglia contro i sassoni al Mons Badonis (Bath?); gli "Annales Cambriae" (X° secolo) descrivono la sua morte e quella del traditore Medraut ("Mordred") nella battaglia di Camlann nell' "anno 93" (539 d.C.?); ma altri storici dell'epoca, tra cui Gildas e il Venerabile Beda, non fanno alcun cenno a un condottiero chiamato Artù. All'Artù storico sono stati attribuiti convenzionalmente una data di nascita e di morte (475-542 d.C.), ma c'è chi lo identifica con personaggi più antichi.

    Arthur diventa protagonista o comprimario di narrazioni gallesi intorno al 600 d.C. Nell'XI° secolo era considerato dagli inglesi un eroe nazionale, e le sue imprese - diffuse dalle canzoni dei Bardi - erano note non solo in Gran Bretagna, in Irlanda, nel nord della Francia, ma anche nella lontana Italia: lo dimostra un bassorilievo sulla "Porta della Pescheria" del Duomo di Modena realizzato intorno al 1120 (e cioè con almeno dieci anni di anticipo sul ciclo di narrazioni scritte cui dette l'avvio Chretien de Troyes, il più grande scrittore medioevale di romanzi arturiani, originario della Champagne, attivo tra il 1130 e il 1190).

    Ma l'Artù celtico-britannico era un personaggio che i romani avrebbero definito "un barbaro": un re robusto e coraggioso quanto rozzo e incolto. La sua notorietà internazionale impose quella che oggi definiremmo un'operazione di "rinnovamento dell'immagine" allo scopo di nobilitare la sua figura e farne il signore di Camelot.

    Fu l'inglese Geoffrey di Monmouth a dare il via al processo che avrebbe trasformato Re Artù da monarca "barbaro" a simbolo messianico di Re-Sacerdote e i suoi cavalieri in un perfetto modello per le istituzioni cavalleresche medioevali (la Tavola Rotonda). Tra il 1130 e il 1150, nell' "Historia Regum Britanniae", nelle "Prophetiae Merlini" e nella "Vita Merlini", Geoffrey tracciò una precisa quanto fantasiosa genealogia del sovrano, recuperò e interpretò in chiave cristiana (e non più celtica) Merlino e gli altri comprimari, e pose alcuni capisaldi del futuro ciclo, battezzando, per esempio, "Avalon" il sepolcro da cui Artù sarebbe risorto " quando l'Inghilterra avrebbe avuto ancora bisogno di lui ".


    Merlino

    La denominazione Merlinus venne utilizzata per la prima volta da Geoffrey di Monmouth, ma il personaggio era già noto nelle tradizioni celtiche come Myrddyn , dal nome della città di Caermyrddyn dove era nato; nella latinizzazione, Geoffrey sostituì la "d" con una "l", altrimenti ne sarebbe uscito un appellativo scatologico.
    Il Merlino storico visse probabilmente nel VI secolo; era un Bardo gallese - identificato da alcuni storici con un altro famoso Bardo, Taliesin - specializzato in testi profetici. La sua vita - almeno secondo le incerte cronologie del basso medioevo - fu incredibilmente lunga, tanto che certi commentatori ritengono che siano esistiti due Merlini diversi. Myrddyn era stato infatti consigliere del Re gallese Vortirgern, personaggio storico che regnò intorno alla metà del V secolo, e, più di cent'anni dopo, aveva combattuto a fianco di Re Gwenddolau contro Rhydderch il Generoso nella battaglia (perduta) di Arfderydd (575), dopo la quale, secondo la tradizione, il mago, impazzito dal dolore per la sconfitta, si sarebbe ritirato in una foresta per non mostrarsi più tra gli uomini.
    Secondo Geoffrey, i poteri magici di Merlino hanno un'origine diabolica. Un assemblea infernale - racconta la "Vita Merlini" - ordisce un complotto per generare una sorta di Anticristo destinato a diffondere il male nel genere umano. A questo scopo la figlia di un ricco mercante viene posseduta nel sonno da un "Incubo", ma rivela quanto è accaduto al confessore: questi traccia sul suo corpo il segno della croce, così, quando il bimbo nasce, è irsuto come un demone, ma non ha il desiderio di fare del male. Dal padre Satana, Merlino ha ereditato la capacità di conoscere il passato; Dio stesso, attraverso la madre, gli ha conferito il potere di prevedere il futuro. Molti anni più tardi, diventa consigliere di Re Vortingern, che libera da due draghi, poi di Re Uther Pendragon; questi si innamora della virtuosa Ygraine, moglie del Duca di Tintagel, la quale non ricambia le sue attenzioni. Il mago fa allora in modo che il suo protetto assuma magicamente l'aspetto del Duca: così, grazie a questo inganno, Uther concepisce Artù che Merlino prende sotto la sua tutela. Sarebbe con l'aiuto di Merlino che Artù riesce a compiere un prodigio, estrarre una spada misteriosamente conficcata nella roccia, facendosi così riconoscere quale re dei Britanni. Dopo l'unificazione dell'Inghilterra, Merlino rivela al sovrano la sua missione più importante, la ricerca del Graal. Viene poi imprigionato in una tomba di cristallo da Nimue o Viviana, la "Signora del Lago" (da alcuni "unificata" con Morgana), ma continua a vivere "su un altro piano" dopo la morte di Artù. Secondo Geoffrey, Merlino è anche il responsabile della presenza del complesso megalitico di Stonehenge nella piana di Salisbury, dove l'avrebbe trasportato per mezzo delle sue arti magiche, anche se in realtà il complesso è ritenuto molto più antico rispetto all'epoca in cui dovrebbe essere vissuto il mago.

    Secondo alcune dottrine esoteriche Merlino sarebbe uno dei "Superiori Sconosciuti" di Agharthi (etimologicamente "l'inaccessibile", centro spirituale del pianeta che si troverebbe nelle viscere della terra, popolato da esseri semidivini, governato dal re del Mondo, descritto, per la prima volta da Ferdinand Antoni Ossendowski in "Bestie, Uomini e Dei",1923): ad Artù, il suo discepolo prediletto, avrebbe affidato il compito di portare avanti l'antica tradizione magico-religiosa del leggendario regno sotterraneo. Per l'occultista inglese Dion Fortune (1891-1946), Myrddyn proveniva da Lyonesse, l' insediamento sprofondato al largo della Cornovaglia, da molti ritenuto una delle città di Atlantide; dal Continente Perduto avrebbe importato culti esoterici e superiori conoscenze tecniche, diffusi poi tra i Celti dal discepolo Artù e dai suoi successori.


    Morgana

    Morgana è personaggio direttamente derivato dalle divinità Morrighan, Macha e Modron (la grande madre celtica) e compare per la prima volta nella "Vita Merlini" di Geoffrey; fa parte di un gruppo di nove fate (a loro volta di tradizione celtica) che vivono ad Avalon e aiuta Artù a guarire dalle sue mortali ferite. Nelle narrazioni successive Morgana è la nipote o la sorellastra di Re Artù, con cui concepisce Mordred, e assume connotati sempre più negativi, fino a diventare l'implacabile nemica del sovrano, di Merlino e dei Cavalieri della Tavola Rotonda. Nelle opere tardo medioevali, dimenticate le origini semidivine, viene presentata come una perfida seduttrice, tanto bella quanto malvagia: il prototipo, insomma, della "donna sessuata" - la strega - aborrita e temuta dalla Chiesa cattolica.


    Escalibur

    La spada denominata Escalibur, il cui nome è stato recentemente interpretato da insigni celtisti come una sorta di crasi delle parole latine, ossia ensis caliburnus, cioè la "spada calibica" , cioè forgiata dai Calibi (antica e mitica popolazione della Scizia, di cui si dice, scoprirono il ferro e ne portarono l’uso fra gli uomini).

    Massimo Valerio Manfredi, storico del mondo antico e scrittore di successo, nel suo ultimo romanzo "L'ultima legione", che ruota intorno ad un gruppo di soldati romani lealisti che si assumono il compito di far fuggire e portare in salvo in Britannia l'ultimo imperatore romano, Romolo Augusto, deposto nel 476 d.C. da Odoacre, insieme al suo precettore Meridius Ambrosinus, immagina che Romolo Augusto rifugiatosi in Britannia divenga re con il nome di Pendragon e abbia un figlio di nome Artù, mentre in Meridius Ambrosinus adombra Myrdin o Merlino. Quanto a Escalibur il suo significato sarebbe "Cai.Iul.Caes.Ensis Caliburnus", cioè la spada Calibica di Giulio Cesare, che, ritrovata casualmente da Romolo e portata in Britannia sarebbe stata scagliata lontano dallo stesso Romolo (Pendragon) in segno di pace, si sarebbe conficcata in una roccia e qui, esposta alle intemperie, avrebbe finito per lasciar leggere solo alcune lettere dell'iscrizione, e cioè: E S CALIBUR.

    Ma non ci si può addentrare nelle leggende arturiane senza parlare del "Sacro Graal".

    Re Artù tra storia e leggenda



    Merlino e Viviana secondo Branduardi
    Ultima modifica di Tomás de Torquemada; 04-11-11 alle 12:48
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    Predefinito Re: Rif: Il Sacro Graal

    Citazione Originariamente Scritto da Tomás de Torquemada Visualizza Messaggio

    Escalibur


    La spada denominata Escalibur, il cui nome è stato recentemente interpretato da insigni celtisti come una sorta di crasi delle parole latine, ossia ensis caliburnus, cioè la "spada calibica" , cioè forgiata dai Calibi (antica e mitica popolazione della Scizia, di cui si dice, scoprirono il ferro e ne portarono l’uso fra gli uomini).

    Massimo Valerio Manfredi, storico del mondo antico e scrittore di successo, nel suo ultimo romanzo "L'ultima legione", che ruota intorno ad un gruppo di soldati romani lealisti che si assumono il compito di far fuggire e portare in salvo in Britannia l'ultimo imperatore romano, Romolo Augusto, deposto nel 476 d.C. da Odoacre, insieme al suo precettore Meridius Ambrosinus, immagina che Romolo Augusto rifugiatosi in Britannia divenga re con il nome di Pendragon e abbia un figlio di nome Artù, mentre in Meridius Ambrosinus adombra Myrdin o Merlino. Quanto a Escalibur il suo significato sarebbe "Cai.Iul.Caes.Ensis Caliburnus", cioè la spada Calibica di Giulio Cesare, che, ritrovata casualmente da Romolo e portata in Britannia sarebbe stata scagliata lontano dallo stesso Romolo (Pendragon) in segno di pace, si sarebbe conficcata in una roccia e qui, esposta alle intemperie, avrebbe finito per lasciar leggere solo alcune lettere dell'iscrizione, e cioè: E S CALIBUR.
    La mitologia Indo-Europea, o certe sue sezioni, ha qualche storia e motivo in comune con le mitologie di culture non IE. Alcune di queste sono eredità comuni risalenti a molto prima dell’esistenza di un’identità linguistica e culturale separata.
    Al contrario, si può dimostrare che alcuni miti sono stati trasmessi in tempi alquanto recenti, come per esempio il mito di Excalibur, conosciuto da molti attraverso la saga di Re Artù, ha un esatto parallelo in un mito Nord-Iraniano, quello di una spada che fu estratta dalla pietra (un riferimento poetico al mistero della metallurgia, la trasformazione del minerale grezzo in strumenti metallici), rendendo il suo possessore invincibile, e infine gettata in un lago.
    Questo non è dovuto a una comune eredità IE delle comunità Celtiche e Nord-Iraniane ma perché nel secondo secolo AD, mercenari Sarmati dell’esercito Romano furono messi di guarnigione in Britannia e narrarono la loro storia.*
    Attraverso la Mongolia e la Corea elementi di questo mito hanno persino raggiunto il Giappone quando la supremazia della spada vi fu stabilita.
    Così, i miti non sono necessariamente testimonianze dalla notte dei tempi. La loro invenzione trasmissione può essere qualche volta datata.

    *Shan M. M. Winn Heaven Heroes and Happiness. The Indo-Europeans Roots of Western Ideology.

    Liberamente tratto da: Update On The AIT, (5.5.5), di Koenraad Elst

  6. #6
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    Predefinito Re: Il Sacro Graal

    Graham Hancock - Wikipedia

    Graham Hancock in uno dei suoi libri, il mistero del Santo Graal sostiene che il Graal era o è in realtà l'Arca dell'Alleanza degli ebrei. Il libro, che ho letto, in realtà non parla quasi mai del Graal ma solo ed esclusivamente dell'Arca che per l'autore è l'unico e vero Graal. Personalemnte la cosa non mi convince per niente.
    Se guardi troppo a lungo nell'abisso, poi l'abisso vorrà guardare dentro di te. (F. Nietzsche)

  7. #7
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    Predefinito Re: Il Sacro Graal

    Citazione Originariamente Scritto da ULTIMA LEGIONE Visualizza Messaggio
    Graham Hancock - Wikipedia

    Graham Hancock in uno dei suoi libri, il mistero del Santo Graal sostiene che il Graal era o è in realtà l'Arca dell'Alleanza degli ebrei. Il libro, che ho letto, in realtà non parla quasi mai del Graal ma solo ed esclusivamente dell'Arca che per l'autore è l'unico e vero Graal. Personalemnte la cosa non mi convince per niente.
    Ma certo, sono cose distinte e separate. L'ho sempre detto che certi "divulgatori" (ed Hancock non è nemmeno il peggiore) fanno più danni che altro...
    "Tante aurore devono ancora splendere" (Ṛgveda)

 

 

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