Walter Catalano
GIACOMO CASANOVA E LA MAGIA:
OCCULTISTI E OCCULTISMO NE "LA STORIA DELLA MIA VITA"
dal sito Airesis: l'Eresia della Scelta, la Scelta dell'Eresia
Articolo riprodotto per gentile concessione dell'autore
"Sono una particella dell’universo e come tale parlo all’aria, e immagino di rendere conto della
mia attività come un maggiordomo rende conto al suo padrone prima di andarsene"
(Giacomo Casanova)
Giacomo Casanova, nato a Venezia nel 1725 e morto a Dux in Boemia nel 1798, è uno fra i più famosi avventurieri di quell’avventuroso secolo XVIII° che produsse, nel bene e nel male, tutti i frutti della modernità. In sintonia con l’atteggiamento illuministico del suo tempo, questo eclettico personaggio – i cui principali meriti, secondo la sua stessa ammissione, furono di esser riuscito a fuggire dal carcere veneziano dei Piombi e di aver ferito in duello il conte Branicki, generalissimo del re di Polonia – passa più che altro per un libertino ed un epicureo, ultima incarnazione dell’archetipo di Don Giovanni (non è dunque casuale la sua ormai quasi accertata collaborazione con Lorenzo Da Ponte per la stesura, nel 1787, del libretto dell’omonima opera di Mozart).
In realtà questa categorizzazione, seppure non certo fuori luogo, manca di rendere pienamente conto della complessità e della ricchezza di sfaccettature, spesso contraddittorie, proprie alla multiforme personalità casanoviana: fra l’altro egli fu fine letterato (anticipatore anche della moderna fantascienza con il suo romanzo Icosameron del 1788), arguto polemista, ecclesiastico e violinista mancato, matematico, giocatore d’azzardo disinvolto, agente segreto e bibliotecario, inquisito e inquisitore.
Del resto lo stesso Cavaliere di Seingalt – secondo il fantasioso titolo che si era attribuito - così si confessava: “Coltivare i piaceri dei sensi è stata per tutta la mia vita la mia principale occupazione, e non ne ho mai avuta altra più importante. Sentendomi nato per l’altro sesso, l’ho sempre amato e mi sono fatto amare per quanto possibile. Ho molto amato anche la buona tavola e insieme tutte le cose che eccitano la curiosità” (1). Insieme all’eccitazione dei sensi è quindi la curiosità intellettuale la molla che spinse questo inquieto “sangue patrizio dei Grimani inseminato in una povera fanciulla di Burano e legittimato da un guitto senza fortuna” (2) a darsi così tanto da fare in giro per l’Europa. E nel novero delle “cose che eccitano la curiosità” - secondo un cliché che fa del ‘700 non solo il secolo di Voltaire e di Diderot, ma anche quello di Martinez de Pasqually, de Saint-Martin, Cagliostro, Mesmer, ecc. – non poteva mancare nemmeno la pratica delle scienze occulte e l’interesse per le massonerie e le confraternite esoteriche: sebbene preferisse non sottolineare troppo la questione infatti, ed avesse anzi duramente attaccato nel suo libello Soliloque d’un penseur, del 1786, Cagliostro e Saint-Germain considerati dei volgari ciarlatani, Casanova praticò abbondantemente varie forme di magia “teurgica” e mantica “cabalistica”. Ce ne dà testimonianza egli stesso nella sua opera maggiore, quella Histoire de ma vie che iniziò a scrivere nel 1789 al castello di Dux in Boemia, dove sarebbe morto, e che narra e “mitologizza” le numerose avventure della sua vita dalla nascita fino al 1774, anno dopo il quale “non aveva… più nulla di piacevole da raccontare, perché la fortuna lo aveva abbandonato…” (3). In questo monumentale e divertentissimo florilegio di fughe e viaggi, amori e duelli, truffe ed evasioni, specchio di un’epoca e di un’anima, assolutamente veritiero nella sua deformazione prospettica tesa ad esaltare e giustificare – ma senza vanagloria né ipocrisia – il protagonista, trovano spazio le descrizioni delle sue numerose pratiche magiche e occultistiche (4) – spesso apertamente sminuite e deprezzate dall’autore come un semplice gioco o un espediente fraudolento per gabbare gli stolti - e, fra i tanti incontri, si descrivono anche quelli da lui avuti con i due maggiori protagonisti del ‘700 magico: Saint-Germain e Cagliostro, futuri oggetti dei suoi strali polemici tardivamente volterriani.
Il primo dei due - il presunto Conte Tzarogy di Saint-Germain, principe Racoczy, generale del Monferrato (1696-1784), che Casanova chiamerà nel suo tardo Soliloquio di un pensatore “il nero Saint-Germain” e che per lui non era “altri che il violinista italiano Catalani” - sarà uno dei commensali di un pranzo presso la marchesa d’Urfé, appassionata di occultismo e protettrice di Casanova, a Parigi nel 1759. “Costui anziché mangiare parlò dal principio alla fine del pranzo – commenta Casanova - e io lo ascoltai con estrema attenzione perché era un parlatore straordinario. Si spacciava per fantastico in tutto, voleva stupire e ci riusciva. Aveva un tono autoritario, che però non riusciva sgradevole, perché era colto, parlava correntemente tutte le lingue ed era un valente musicista e un grande alchimista. Piacevole d’aspetto, sapeva conquistare le donne, dando loro cosmetici per abbellire la carnagione e lusingandole con la promessa non di farle ringiovanire, cosa impossibile, ma di conservarle com’erano mediante un’acqua di cui faceva loro dono nonostante gli costasse molto. Quest’uomo bizzarro, che sembrava nato per essere il più sfrontato dei bugiardi, sosteneva con una grande faccia di bronzo di avere trecento anni, di possedere la medicina universale, di essere in grado di fare tutto quel che voleva con la natura, di essere capace di fondere i diamanti e di poterne ricavare uno enorme e di acqua purissima da una dozzina di normali senza alcuna diminuzione di peso… Nonostante le sue fanfaronate, le sue sparate e le sue evidenti bugie, non riuscii a trovarlo sfacciato, ma nemmeno rispettabile. Lo trovai sbalorditivo, mio malgrado, perché a sbalordirmi riuscì”.
Casanova si riferisce qui ad un secondo incontro avvenuto qualche anno più tardi, intorno al 1765 a Tournai, al di qua della Manica, dove l’avventuriero italiano era riparato in fuga da Londra per oscure vicende pecuniarie. Scorti alcuni palafrenieri intenti a curare dei cavalli, Casanova domanda notizie del padrone: “Il conte di Saint-Germain, l’adepto – gli viene risposto – E’ qui da un mese ma non esce mai. Tutti vorrebbero fargli visita ma non riceve nessuno”. Il veneziano incuriosito gli chiede subito udienza con un biglietto. Il conte risponde dicendo che pur essendo in isolamento completo è disposto a fare un’eccezione per la sua vecchia conoscenza: “Venga all’ora che preferisce… Non le offro di dividere il mio pranzo perché quello che mangio non può andar bene a nessuno e a lei meno che a ogni altro, se conserva il suo vecchio appetito” – aggiunge. Casanova va all’appuntamento e il conte lo riceve “con la barba lunga un pollice”, circondato da ampolle piene di liquidi, alcune delle quali “in decantazione nella sabbia a calore naturale”. Saint-Germain dice di stare lavorando intorno ai colori e di voler aprire una fabbrica di cappelli nella provincia. Prescrive a Casanova una cura a base di pillole per “purgare le ghiandole” e guarire dalla sua malattia (numerose sono le patologie di origine venerea che affliggono il Cavaliere di Seingalt nel corso delle avventure rievocate nelle sue memorie), ma questi preferisce prudenzialmente non accettare. Poi gli mostra il “suo archeo, che lui chiamava Atoétér” (l’agente universale degli alchimisti, il principio universale della vita secondo Paracelso ), “un liquido bianco, contenuto in una piccola fiala simile a parecchie altre che si trovavano lì vicino, tutte turate con la cera”. Era lo spirito universale della natura: “lo provava il fatto che, se si faceva un forellino con uno spillo nella cera, lo spirito sarebbe uscito subito dalla fiala”. Casanova prega il conte di dargli una dimostrazione e Saint-Germain lo invita a provare lui stesso. Il veneziano prende una fiala e buca la cera con uno spillo: il recipiente si vuota in un attimo. “Eccezionale! Ma a che cosa serve?” – domanda. “Questo, purtroppo, non posso dirglielo”. Prima di salutare l’ospite, il conte – “da quell’esibizionista che era”, commenta acido Casanova – gli chiede una moneta, vi pone sopra un granello nero, la mette su un carbone ardente soffiandovi con una cannuccia. In meno di dieci minuti la moneta diventa incandescente e il conte la lascia raffreddare e invita Casanova a riprendersela: è diventata d’oro. L’italiano dubita - “sicuro che avesse fatto sparire la mia per sostituirla con quella d’oro” - e nota che, non sapendo prima quale sarebbe stato lo scopo finale dell’esperimento un osservatore non avrebbe potuto guardare abbastanza attentamente da accertarsi se la moneta d’argento non fosse stata sostituita prima di finire sul carbone ardente. Il conte “con una risposta che gli era tipica”, ribatte che “coloro che potevano dubitare della sua scienza non erano degni di rivolgergli la parola” e lo congeda. “Quella fu l’ultima volta che vidi quel celebre e abile impostore… La sua moneta da dodici soldi, per altro, - ammette lo scettico – era d’oro puro” (5).
continua…






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