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Discussione: Gengis Khan

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    Tringeadeuroppa
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    Predefinito Gengis Khan

    L’eredità di Gengis Khan

    Francesco Boco

    L

    Come ricorda Claudio Mutti nella sua Introduzione al testo, Trubeckoj (1890 – 1938) assieme ad altri studiosi russi gettò le basi «di una nuova visione della Russia, intesa come espressione della “civiltà delle steppe”». Il testo in questione, edito da SEB, è un lavoro di filosofia della storia che pone le basi dell’eurasiatismo come filosofia, come dottrina geopolitica e come compito.

    Come compito, perché la Russia è chiamata, secondo Trubeckoj, ad assumere il peso ed il significato dell’eredità dell’Impero mongolo del grande condottiero Gengis Khan.

    In apertura al testo l’Autore precisa che la Russia di Kiev (Rus’) di cui tratta la prima “Cronaca” (cioè la storia del più antico Stato russo, il Rus’ di Kiev, 850 – 1110) non può essere considerata, per dimensioni ed impossibilità di gestire un così ampio territorio e le sue vie fluviali, la forma originaria assunta dallo Stato russo contemporaneo: la Russia di Kiev «si era mostrata del tutto incapace di adempiere alla propria missione geoeconomica».

    La Rus’, la madrepatria, per come la intende Trubeckoj ha quindi una diversa conformazione geografica, politica ed economica pur mantenendo lo stesso nome tradizionale.

    La Russia nasce dal disgregarsi dell’Impero mongolo, quasi tutto il territorio dell’URSS (il testo è del 1925) aveva infatti fatto parte dell’Impero fondato da Gengis Khan. «Da un punto di vista storico, lo Stato esistente oggigiorno denominato Russia o URSS fece parte un tempo del grande impero fondato da Gengis Khan. Ma non si può certo identificare la Russia con l’impero di Gengis Khan. Nel dominio del grande conquistatore mongolo e dei suoi eredi immediati venne inclusa quasi tutta l’Asia. [...] L’eredità storica dell’Asia include soltanto il nucleo fondamentale dell’impero di Gengis Khan e non la sua interezza. [...] Geograficamente il territorio della Russia, inteso come il nucleo centrale dell’impero mongolo, può essere definito nei termini seguenti. Una lunga e pressoché ininterrotta sequenza di pianori spogli di foreste si estende dal Pacifico alle bocche del Danubio. È la zona che possiamo chiamare il “sistema delle steppe”. Essa è fiancheggiata a nord da un’ampia cintura di foreste, al di là delle quali si stende la tundra. A sud il sistema delle steppe è delimitato da catene montuose».

    Grazie alle vie fluviali il Nord ed il Sud di questa enorme massa continentale si mantenevano in contatto in diversi punti, attraversando le steppe; la steppa rappresentava invece l’unica via da Ovest ad Est. Così, chi controllava un tratto fluviale controllava una regione ristretta, ma chi controllava le steppe controllava l’intero territorio, da Trubeckoj denominato appunto Eurasia.

    Lungo i fiumi si trovavano popolazioni sedentarie, mentre la steppa era attraversata da differenti tribù nomadi; il conflitto tra questi due elementi, inevitabile, caratterizzò il periodo della Russia di Kiev.

    Toccò a Gengis Khan imporre alle cose un cambio netto e deciso.
    Pseudoritratto del Museo Nazionale di Taipei

    Pseudoritratto di Gengis Khan. Museo Nazionale di Taipei.

    «La situazione cambiò radicalmente allorché Gengis Khan sottomise le tribù della steppa trasformandola in un unico Stato onnicomprensivo, dotato di una superba organizzazione militare. Nulla poteva resistere ad una simile potenza. Tutti gli stati compresi nel territorio dell’Eurasia persero la loro indipendenza, e vennero assoggettati dal grande conquistatore. Gengis Khan riuscì così a portare a termine il compito storico imposto dalla natura stessa delle cose, ovverosia l’unificazione dell’intera area in uno Stato che egli attuò nel solo modo possibile, dapprima assoggettando al proprio potere l’intera steppa, e quindi, per mezzo di questa, il resto del territorio. Cionondimeno, Gengis Khan soggiogò anche la maggior parte dell’Asia, oltre all’Eurasia.»

    La figura del condottiero mongolo viene spesso dipinta a tinte fosche, di lui si dice che fu un barbaro sanguinario, un massacratore, un conquistatore tra i più brutali da cui nulla possiamo oggi imparare, se non in negativo. Trubeckoj non affronta la questione con lo sguardo del moralista, ma con l’occhio lucido dello studioso ci riporta fedelmente la realtà storica parlandoci di un Gengis Khan sì feroce e spietato guerriero ma anche intelligente stratega capace di costruire un apparato statale fondato su una differenziazione essenziale e radicale degli uomini: schiavi e uomini nobili. Gli schiavi erano coloro che, troppo attaccati al benessere ed al denaro, erano incapaci di vivere una vita onorevole, la loro indole li portava naturalmente al tradimento, per questo il Khan li disprezzò sempre e li schiacciò senza pietà. I nobili erano i guerrieri e gli uomini d’onore, incapaci di tradimenti e sotterfugi, fondavano la loro dignità sulla fedeltà, il coraggio e la dedizione e obbedivano ai superiori come si obbedisce ad un ordine divino.

    Prima di Nietzsche troviamo allora nel sistema su cui si fondava lo Stato mongolo la distinzione in morale degli schiavi e morale dei signori, che nulla ha a che vedere, hegelianamente, con la distinzione tra operaio e signore, ma si tratta di una distinzione di rango, per nulla fondata sulla ricchezza economica, ma sulla pienezza e la forza dello spirito.

    Uno Stato siffatto, costruito secondo una norma divina, al cui vertice troviamo Gengis Khan, non poteva ignorare l’importante questione rappresentata dalla religione.

    «Essendo egli stesso un uomo profondamente religioso, ispirato dalla piena e costante consapevolezza della sua personale connessione col divino, Gengis Khan considerò sempre questa particolare specie di percezione del sacro come un requisito indispensabile di quell’indole che egli maggiormente apprezzava nei suoi soggetti. [...] Nel suo impero non vi era nessuna religione di Stato, e tra i suoi soldati, generali ed amministratori vi erano sciamanisti, buddisti, musulmani e cristiani nestoriani».

    L’epoca tatara fu un periodo di intensa spiritualità per la Russia, e favorì il sorgere di un forte sentimento nazionale. Dall’impero mongolo la Russia ereditò il sistema economico come pure l’avanzato sistema di comunicazioni interno dell’Impero (poste, comunicazioni stradali), e ovviamente l’apparato amministrativo e quello militare.

    Con la morte di Gengis Khan iniziò la lenta decadenza dell’Impero mongolo; nella Russia moscovita la concezione dello Stato tatara venne “depurata” dagli elementi estranei ed inconciliabili, lo Stato venne quindi associato all’Ortodossia, ad una religione dogmatica e ascetica, e si realizzò così la russificazione dello Stato mongolo. «Le idee di Gengis Khan, oscuratesi ed erose nel corso del processo di attuazione concreta, ma ancora vivide tra le pieghe dell’organizzazione statale da lui creata tornarono di nuovo in vita, ma in forma del tutto nuova e irriconoscibile, dopo aver ricevuto una giustificazione cristiana e bizantina».

    Come ribadito diverse volte da Aleksandr Dugin religione e popolo in Russia non sono disgiunte né separabili, la coesione dello Stato russo è data da questo stretto ed irrinunciabile legame. Il popolo russo è la religione, la religione è il popolo russo – in essa trova le sue radici e la sua tradizione.

    Trubeckoj ricorda che fu Mosca il centro della rinascita interiore della Russia, e qui avvenne una rapida assimilazione delle tecniche di governo mongole. Ivan IV il Terribile dal 1547 al 1567 condusse vittoriose compagne che estesero l’autorità di Mosca su territori prima soggetti al Giogo Tataro. «L’avvenimento storico decisivo non fu invero il “rovesciamento del Giogo”, non fu la sottrazione della Russia al potere dell’Orda, ma piuttosto l’estensione dell’autorità di Mosca alla maggior parte dei territori che erano stati sotto il controllo dei Mongoli o in altre parole, la sostituzione del Khan tataro con lo Zar moscovita, insieme al trasferimento a Mosca del centro del potere politico».

    Sotto il governo assoluto dello Zar, erede del potere del Khan tataro la Russia assunse l’eredità mongola, ma ciò fu possibile grazie ad una forte rinascita spirituale, che coincise col rinato spirito nazionale: «Senza la profonda rinascita spirituale che percorse la nazione russa come effetto della reazione al Giogo Tataro, essa sarebbe stata completamente assimilata, o sarebbe rimasta uno dei tanti frammenti dell’impero di Gengis Khan. [...] Fu proprio nel crogiolo del sentimento religioso che l’ulus di nord-ovest dell’impero mongolo venne fuso nello Stato moscovita, con la sostituzione del Khan mongolo con lo Zar russo di fede ortodossa».

    Lo Stato russo ha quindi diversi caratteri comuni a quello mongolo (unico capo politico e spirituale, indifferenza per i beni materiali ecc.), ma la distinzione fondamentale risiede nella religiosità ortodossa dei russi del tutto differente dallo sciamanesimo tataro.

    Lo Stato russo non commise l’errore dell’Impero mongolo di assoggettare popoli non assimilabili (musulmani, buddisti), dando vita invece ad un’unità religiosa e politica che gli garantì autosufficienza, stabilità e forza, rinunciando all’ espansione in Asia.

    Da filosofo della storia Trubeckoj sembra seguire lo schema spengleriano del divenire storico delle civiltà: nascita – sviluppo – decadenza – tramonto. L’Autore fa iniziare la decadenza della Russia durante il governo di Pietro I il Grande, quando cioè l’influenza dell’Occidente iniziò a diffondersi in Russia con effetti devastanti per l’identità nazionale.

    Lo Stato moscovita dovette porsi il problema di difendersi dall’Occidente cattolico, risultarono quindi necessarie nuove tecnologie. Venne adottata la tecnologia europea, questo permise alla Russia di divenire una grande potenza militare, tuttavia si diffuse l’infezione occidentale e comportamenti indecorosi si diffusero nelle alte cariche sostituendo la morale ortodossa. «È pur vero che il grande piano di Pietro fu motivato dal suo patriottismo, ma ciò non toglie che si trattasse di un patriottismo molto particolare, privo di precedenti radicati nell’anima della nazione. Egli non si curò per nulla di quella che era l’autentica Russia storica, preso come era dal suo sogno di creare un paese simile sotto ogni rispetto agli altri Stati europei ma che li superasse sia in estensione territoriale sia in potenza militare. [...] L’adozione della tecnologia europea era sì storicamente inevitabile in considerazione delle necessità della difesa nazionale, ma le forme da essa assunte durante il regno di Pietro non soltanto non corrisposero ad un bisogno siffatto, ma addirittura lo contraddissero».

    L’europeizzazione dello Stato russo provocò un crollo dei fondamenti tradizionali, si creò una netta rottura tra la gente delle basse classi sociali, ancora legata all’anima russa, e gli strati europeizzatisi. Sia la politica interna sia quella estera assunsero carattere anti-nazionale, fortemente influenzato dall’imperialismo europeo: «Le condizioni geografiche dell’Europa Occidentale rendono naturale la spinta verso il mare aperto, che è il solo a consentire lo sviluppo dei traffici coloniali. Imitando pedissequamente le potenze europee, anche la Russia adottò queste direttive in politica estera, sebbene la sua geografia fosse completamente differente, e la ponesse al cospetto di ben altri compiti storici». Il dramma della contrapposizione tra Terra e Mare risulta qui evidente, le categorie schmittiane che si caricano di significati non soltanto geografici – a maggior ragione trattandosi della Russia – sono implicite nel discorso dello scrittore russo: la Russia viene intesa, come oggi l’intera Eurasia (Europa compresa quindi), una potenza di Terra il cui compito storico è ad essa legato.

    Quando uno Stato o una civiltà mancano il proprio compito storico non possono che morire.

    Il panslavismo e la russificazione moderni perseguirono una forzata assimilazione di ceppi etnici in un modo contrario al tradizionale affratellarsi organico e armonico. L’aspetto che però più preoccupa Trubeckoj è il ruolo sempre più marginale cui si cercò di relegare la religione Ortodossa all’interno dello Stato.

    Nel suolo russo si innestarono idee artificiali e non condivise, si innestò la cultura europea; nacquero i partiti politici, accomunati da un sentimento anti-nazionale e dal solo interesse per il guadagno e la soddisfazione dei bisogni particolari.

    Tuttavia il popolo rimase legato all’idea di Zar come sovrano assoluto e guida illuminata, ma gradualmente la tradizione nazionale andò perduta.

    Tra la gente comune emerse una classe di “quasi intellettuali” che predicava idee occidentali elementari comprensibili e accettate dal popolo, il governo si attirò l’odio del popolo a causa della repressione e fu la rivoluzione. « Finalmente, dopo una lunga gestazione, la rivoluzione ebbe luogo e il governo imperiale venne rovesciato».

    Secondo l’Autore il regime sovietico ha l’atteggiamento positivo di rifiutare l’influenza occidentale sotto certi aspetti, ma d’altra parte la politica del governo socialista è anti-nazionale e legata al recente passato, le sue parole d’ordine restano occidentali ed in ultima analisi non fa che proseguire su ampia scala l’opera dissolutrice iniziata con Pietro I. «Si agisce nel nome del socialismo, del comunismo, del marxismo – idee non russe, del tutto estranee alla nostra storia proprio come lo erano i principi del legittimismo monarchico e feudale in nome dei quali i sovrani dell’età post-petrina logorarono le proprie forze in Europa».

    Il comunismo, dice Trubeckoj , è un prodotto dell’Occidente e in quanto tale, solamente quando verrà rigettato la Russia riscoprirà la propria identità nazionale e spirituale.

    «Il vero nemico dell’imperialismo paneuropeo, ovvero dell’imperialismo della civilizzazione europea, non è il comunismo, ad essa ben noto e ad essa connesso organicamente, bensì la Russia storica, la Russia – Eurasia. [...] Nessuna svolta repentina paragonabile a quella verificatasi al tempo di Pietro I ha avuto luogo in Russia sotto il governo dei soviet, ma si è avuta un’accelerazione improvvisa nella medesima direzione. Se si condanna questo orientamento, ravvisando nella rivoluzione il desiderio elementare della nazione russa di farla finita una volta per tutte con questa politica, allora si deve riconoscere che il potere comunista non si è ancora addossato il compito impostogli dalla rivoluzione: esso non ha ancora liberato la Russia dal giogo della civilizzazione europea, ma al contrario ha compiuto i suoi sforzi nella direzione opposta in un aggravamento di questa sudditanza».

    Negli ultimi due capitoli dell’opera, il tredicesimo e il quattordicesimo – che si potrebbe intitolare idealmente Il futuro della Russia in quanto erede dell’Impero mongolo -, oltre a proporci un rapido ed esauriente riassunto dei capitoli precedenti, troviamo il pensiero più profondo ed interessante di Trubeckoj: qual è il compito storico della Russia e quale sarà il suo futuro.

    «La Russia avrà per il futuro la responsabilità di pervenire alfine alla piena consapevolezza della sua natura autentica, e di tornare ad adoperarsi per l’espletamento dei suoi compiti storici».

    Lasciamo che sia il lettore a scoprire e ad assaporare appieno la ricchezza delle ultime pagine di questo testo, ma vogliamo riportare un’ultima citazione, perché sia chiaro che non siamo di fronte allo scritto di un reazionario nostalgico del passato zarista: «Ma si tratta di una via che non riconduce al passato, che non va all’indietro, ma in avanti, verso qualcosa di nuovo e di straordinario. Il compito del nostro paese è pertanto quello di ricostruire una cultura sua propria, non meramente imitatrice della civilizzazione europea».

    Il saggio di Nikolaj S. Trubeckoj non è un lavoro specialistico e risulta senz’altro accessibile al lettore medio pur non essendo mai superficiale o frettoloso nelle analisi e nelle conclusioni; in esso troviamo nozioni di geopolitica, storia e filosofia, il tutto ci consegna un piacevole scritto di filosofia della storia che degnamente può affiancarsi ai testi di Konstantin Leont’ev e Oswald Spengler. In poco più di 100 pagine scopriamo la vicenda di Gengis Khan e l’eredità che la sua lungimiranza e la sua grandezza hanno trasmesso attraverso i secoli, un’eredità che torna oggi ad imporsi con insistente attualità.

    * * *

    Nikolaj Sergeevič Trubeckoj, L’eredità di Gengis Khan, SEB 2005, Milano, 115 Pagine.

    Recensione pubblicata in Eurasia rivista di studi geopolitici 3/2006.

  2. #2
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    Predefinito Rif: Gengis Khan

    Gengis Khan e i Popoli delle Steppe (di P.Galiano)

    Gengis Khan e i Popoli delle Steppe, Paolo Galiano


    Lo scenario entro cui si svolge la storia di Gengis Khan e dell’Impero Mongolo è uno scenario immenso (FIG. 1)che dal Mar Nero giunge alla Grande Muraglia, fatto di pianure erbose e di deserti con rari alberi, laghi di estensione pari ad un mare interno, dalle catene montuose degli Urali e dei Monti Altai che si spingono in questa distesa senza fine. In questa vastità fin dall’Età del Bronzo si sono succedute culture a volte isolate, a volte sovrapponentisi che si sono sviluppate fino a dare origine ai popoli che dettero luogo a migrazioni verso Occidente e verso Oriente e di cui abbiamo notizia da fonti storiche assire, anatoliche, greche e cinesi.

    Le stirpi che abitarono questa regione sono fondamentalmente distinguibili in due popolazioni di diversa razza e lingua, l’una di gruppo indoiranico e l’altra uraloaltaico: nell’Età del Bronzo una linea verticale passante tra gli Urali e gli Altai avrebbe costituito il confine ideale tra di esse.
    Una precisa divisione a partire dall’Età del Ferro non è più possibile, poiché la commistione tra queste culture avvenne gradatamente col passare dei secoli, ad esempio nell’area della Mongolia, zona uraloaltaica, sono state ritrovate numerose stele note come le Stele del Cervo (Fig. 2),con stilizzazioni di animali che sono tipiche della Cultura dei kurgani e si ritrovano in particolare presso i Cimmeri, espressione prevalentemente di popolazioni protoiraniche e protoindoeuropee.
    Le prime prove archeologiche dell’esistenza di una cultura nelle steppe euroasiatiche risale al V millennio con la cultura protoinodoiranica di Sredny Stog a nord del Mar d’Azov tra i fiumi Dnieper e Don: presso questa cultura si hanno le prime prove certe dell’addomesticamento del cavallo, iniziato tra il 4000 e il 3500 a. C. circa. Sono le prime manifestazioni del Reitervölk, il Popolo dei Cavalieri, il quale nei secoli successivi sarà l’origine di tutte le invasioni sia in Occidente che in Oriente (vedi Origini della Cavalleria di P. Galiano negli Atti del Convegno “La guerra, i Templari e gli altri cavalieri”, Simmetria n° 11) .
    Con la più tarda cultura di Andronovo, che si situa tra il II millennio e la metà del I millennio nella regione degli Urali, abbiamo la prima testimonianza del carro da guerra con ruote a raggi (FIG. 3) e dell’esistenza certa di guerrieri a cavallo come casta specifica: presso il confine con il Kazakhstan è stata scoperta presso il lago di Krivoye Ozero una tomba risalente al 2060 a.C., contenente la sepoltura di un guerriero accompagnato da punte di frecce e di lancia e da due cranii di cavallo (Fig. 4). Lo stesso tipo di inumazione sarà ancora presente in Italia nelle tombe di guerrieri a cavallo di origine germanica scoperte presso Padova nel V sec. a.C. (FIG. 5 – Marzatico e Gleischner Guerrieri, principi ed eroi, Trento 2004) e ancora più tardi nel VII sec. d.C. nella necropoli longobarda di Vicenne presso Campobasso (B. Genito Sepolture con cavallo a Vicenne, “Atti Congresso SAMI” 1997).
    Da queste culture ebbero origine i popoli dei Cimmeri e degli Sciti (Oro, il mistero dei Sarmati e degli Sciti, a cura di A, Alekseev, Milano 2005 pag. 57) , considerati lo stesso gruppo tribale ma suddiviso in un gruppo occidentale, i Cimmeri, ed uno orientale, gli Sciti. Si tenga presente che i greci davano il nome di Sciti a tutte le popolazioni nomadi con cui entrarono in contatto nella zona occidentale delle steppe euroasiatiche, mentre i persiani usavano il nome collettivo di Saci (idem, pag. 84). Agli Sciti dobbiamo alcune delle più belle manifestazioni di una cultura in cui si sono fusi motivi scitici con tecniche greche (FIG. 6, 7, 8).

    La cultura più strettamente connessa con quelle che saranno poi le popolazioni mongole è la cultura di Karasuk, che tra il 1500 e l’800 a.C. si sviluppa nella zona orientale della steppa tra il mare di Aral e il fiume Yenisei, originatasi probabilmente da immigrati provenienti dalla Cina settentrionale a seguito della caduta del regno degli Shang e qui fusi con popolazioni di origine indoiranica. Da questa cultura derivano quei grandi gruppi, non ancora nazioni ma associazioni di tribù, di cui le più importanti erano ai confini della Cina i nomadi appartenenti al gruppo dei Tatari che i cinesi chiamavano Hsiung-nu, i futuri Unni, e gli Shanrong, responsabili di frequenti incursioni sul territorio del Celeste Impero fino a contribuire all’affermazione della Dinastia degli Zhou orientali nel 771 a. C.,.

    I Tatari o Tartari, a cui appartengono i Mongoli, costituiscono un gruppo etnico di origine turcica dell'Europa orientale e dell'Asia Centrale; la loro lingua è considerata esser parte della famiglia linguistica delle lingue altaiche, quindi di gruppo non indoeuropeo. Il nome deriva da Ta-ta o Dada, una tribù mongola che abitò l'odierna Mongolia del nord nel V secolo. Erano chiamati dagli arabi tatar e tale nome venne usato in Occidente, ma grazie anche all'eloquente assonanza con il Tartaro pagano, cioè l'inferno degli antichi, il nome fu trasformato in Tartari, per sottolinearne il comportamento feroce e distruttivo.

    Nell’ambito delle popolazioni tatare un posto particolare spetta alle tribù dei Mongoli per la loro eccezionale storia: essi erano noti ai Cinesi fin dalla dinastia Tang con il nome di Meng-ku e negli annali Chin i Mongoli erano già ricordati come una minaccia per la Cina. Fu Kabul Khan del clan dei Borjigin (Kiut-borjigin: dagli-occhi-grigi) a creare il grande stato mongolo assoggettando al suo governo tutte le tribù, ma questo primo tentativo fu annullato dall’intervento delle armate cinesi. Il padre di Gengis, Yesugei Bagatur (l'eroe) del clan Kiyat-Borjigin, tentò di restaurare il potere della sua tribù sottomessa dalla dinastia cinese dei Sung settentrionali, ma fu avvelenato prima di riuscire a farsi nominare Khan dei Khan.
    Suo figlio Temujin, divenuto poi Gengis Khan o più correttamente Gengis Khagan, cioè Khan dei Khan, titolo equivalente al nostro Imperatore, realizzò l’impresa del padre creando quello che fu l’inizio dell’Impero mongolo.
    Nato in un villaggio sull’alto corso dell'Onon (16 aprile 1162 – 18 agosto 1227), secondo la tradizione mongola il giorno chiaro del primo mese dell'estate dell'anno del cavallo d'acqua del terzo ciclo, venne alla luce stringendo nel piccolo pugno un grumo di sangue, segno che il suo destino sarebbe stato quello di un grande guerriero.
    Anche il luogo della sua nascita era di per sé particolare, poiché vide la luce in un villaggio sul monte Burkhan Khaldun (la Montagna Sacra) presso Ulaan Bator, futura capitale dell’attuale Mongolia, nota anche come Urga, residenza del "Buddha vivente", il Khan Bogd, guida religiosa delle tribù Khalkha e terzo in ordine di venerazione tra il clero lamaista (le incursioni mongole nel nord del Tibet avevano messo in contatto i mongoli con la cultura e la religione tibetana).
    Non abbiamo ritratti certi di Gengis Khan: quello ritenuto più antico e più prossimo alla realtà si trova a Taipei (FIG. 9); uno storico persiano lo descrive di alta statura, con capelli rossi ed occhi verdi, caratteristiche insolite per un asiatico, che forse tradiscono la presenza di sangue indoiranico nei suoi antenati, il che sarebbe possibile visto che le culture indoeuropee, come è ovvio, ebbero scambi non solo culturali nelle zone di confine con quelle uraloaltaiche.
    Tralasciando la storia delle sue conquiste (FIG. 10), sarà più interessante soffermarsi su alcune caratteristiche del suo stile di regno.
    L'aspetto più straordinario della personalità di Gengis Khan fu il genio in campo militare: egli, dopo aver riunito le tribù mongole e quelle delle nazioni vicine, adottò il sistema militare degli Unni basato sul sistema decimale. L'esercito venne così suddiviso in unità di 10 (arban), 100 (yaghun), 1000 (minghan) e 10.000 (tumen) soldati, ogni unità aveva una sua bandiera di riferimento che aveva lo scopo di trasferire rapidamente gli ordini da una parte all’altra dello schieramento. In seguito “bandiera” fu anche il termine usato per distinguere le diverse suddivisioni dell’Impero mongolo.
    Ma i veri punti di forza del suo Impero furono la meritocrazia, per cui ogni posto era ricoperto per capacità e fedeltà e non per nascita o stirpe di appartenenza, l’istituzione di un sistema postale, il divieto dell'uso della tortura, l'esenzione dal pagamento delle tasse per insegnanti e dottori.
    Dal punto di vista religioso, Gengis Khan impose la tolleranza nei confronti di tutte le religioni e le filosofie, dal cristianesimo al buddismo e all’islamismo, anche se egli, pur appartenendo ad una famiglia di cristiani nestoriani, fu però attratto in modo particolare dal taoismo.
    Non con questo che il popolo mongolo fosse divenuto un popolo tranquillo e pacifico: sulla ferocia dei Mongoli molti cronisti forniscono dati impressionanti circa le stragi da essi compiute durante le loro conquiste. Ad esempio, la Cina del nord avrebbe avuto prima dell'invasione una popolazione di 100 milioni di abitanti che si era ridotta a 60 milioni nel 1300, ossia circa cinquant'anni dopo la conquista dei Mongoli.
    Della religione osservata dai Mongoli al tempo di Gengis Khan sappiamo ben poco, in pratica ciò che esploratori europei, come Giovanni da Pian del Carpine e Guglielmo di Roerbruck, oppure arabi come Juvaini e Rashid ed-Din, ci hanno tramandato, filtrando attraverso la loro ottica cristiana o islamica ciò che vedevano.
    Giovanni da Pian del Carpine ad esempio riferisce che i Mongoli credevano in un dio-cielo, Tengri, “creatore di tutte le cose visibili ed invisibili e dispensatore in questo mondo sia del bene che del male”, ma veneravano anche gli aspetti materiali della creazione quali la Madre terra, il sole, il fuoco e l’acqua; avevano “idoli di stoffa”, di cui uno in particolare era chiamato “il Primo Imperatore” con evidente riferimento a Gengis Khan (L. Pubblici Dal Caucaso al Mar d’Azov: l’impatto dell’invasione mongola, Firenze 2007 pagg. 170 ss.).
    La religione originaria, anche se di religione non si può parlare, era lo sciamanesimo, non una religione codificata ma un complesso di credenze o meglio ancora una visione del mondo, presente non solo nell’area euroasiatica ma anche nell’America settentrionale e meridionale, in alcune zone dell’Asia del sud e dell’Australia, anche se solo in Eurasia esso raggiunse il grado di maggiore completezza; al centro di esso vi è lo sciamano, termine tunguso intraducibile, forse correlato con il sanscrito śramaņa, “asceta” (Testi dello sciamanesimo a cura di U. Marazzi, Firenze 1990 pag. 21).
    Lo sciamano non è un sacerdote, ma un individuo dotato di poteri particolari che mette al servizio della comunità esclusivamente a fine benefico; è una figura complessa che svolge attività diverse ma tutte connesse ad un suo contatto diretto con gli “spiriti”, i tengri (gli spiriti celesti) e gli ongyon (gli spiriti ancestrali, rappresentati da immagini in bronzo in stile animalistico).
    Lo sciamano era sia il medico, capace di ritrovare l’anima del malato viaggiando nei cieli a cavallo del suo tamburo rituale, il divinatore che legge il passato e il futuro, lo psicopompo che guida l’anima del defunto nella sua nuova dimora, il mago incantatore di animali che aiuta con le sue arti la caccia del gruppo (Testi Introduzione, passim).
    Per espletare le loro cerimonie gli sciamani usano entrare in stato di trance mediante il suono del tamburo o sostanze narcotiche allo scopo di entrare in contatto con le forze della natura. Questo contatto avviene mediante l’ascesa dell’axis mundi che unisce la terra degli uomini al mondo infero e al cielo superiore. rappresentato da un albero (spesso il salice), da una scala o da una montagna sacra.
    Purtroppo, grazie alla furia stalinista, ben pochi sciamani sono sopravissuti al comunismo russo e solo una piccola parte delle tradizioni orali è stata raccolta e interpretata con grande difficoltà, perché non tutto il pantheon sciamanico è conosciuto.
    Alcuni testi poi si sono rivelati assolutamente intraducibili: si tratta in particolare di dodici inni la cui conservazione è affidata a sette anziani nel tempio Ejen Qoriy-a (“il Recinto del Signore”) nella regione di Ordos; solo nel 1957 (Testi pag. 427) gli inni vennero cantati ad un ricercatore europeo che ebbe possibilità di trascriverli: Poiché si trattava di suoni intraducibili e privi di senso, il ricercatore chiese spiegazione agli anziani i quali risposero che essi erano stati creati con la “lingua degli Dèi e quindi non potevano essere riportati nella lingua degli uomini.
    Ciò che è particolarmente interessante è che la sede di questo rituale nella “lingua degli Dèi” è il tempio dedicato al culto delle reliquie di Gengis Khan e della sua famiglia (il luogo della sua sepoltura è sconosciuto, perché i Mongoli distrussero ogni traccia che poteva condurre alla sua tomba).
    Il ricordo del fondatore dell’Impero Mongolo è stato talmente potente attraverso i secoli che ancora nei rituali degli sciamani, non solo di stirpe mongola ma anche delle altre tribù dell’area asiatica, il suo nome è oggetto di particolare venerazione e viene annoverato nella schiera degli spiriti protettori con l’appellativo di “santo”.
    Riportiamo qui un frammento di un canto cerimoniale (Kamlanie) di uno sciamano mongolo trascritto negli anni ’50, ove si parla degli onori resi alla tomba del grande Khan:

    KAMLANIE DELLO SCIAMANO ĬANGČA
    Il monumento funebre di Gengis Khagan è stato innalzato?
    Tomba dei padri, tomba delle madri
    Tomba del nonno.
    Alle tombe auree,
    alle sei tombe recintate
    offro lampade e incenso!
    Nove tombe recintate.
    Tomba, alla quale al di sopra dell’ingresso di ogni casa
    vengono offerte lampade luminose.
    Venerabile Geser Khan,
    concedi la tua grazia salvifica!
    Tomba, alla quale al di sopra dell’ingresso di ogni villaggio
    vengono offerte pure lampade luminose.
    Buddha Amithaba, salva
    l’uomo, la cui vita è limitata.
    Neri terribili draghi
    della mia terra a sette strati!
    Siate clementi e concedete la vostra benedizione.
    Padre mio, che mi hai tramandato
    la Fede senza scritture.
    Padre mio, che mi hai insegnato
    la Fede senza libro.
    Padre mio, che mi hai spiegato
    la Fede senza carta.
    Allo spirito tutelare celeste del padre
    io, il figlio sciamano, io mi affido!

    (da Testi dello sciamanesimo pag. 405, modificato per semplificarne la lettura, sono state lasciate alcune apparenti incongruenze del testo originale perché il loro significato è sconosciuto; re il Geser Khan citato nel testo non è Gengis Khan ma un eroe leggendario in seguito divinizzato, Testi pag. 402 nota)

    Dopo la morte di Gengis Khan l’Impero mongolo continuò ad espandersi, tentando di invadere anche l’Europa occidentale fra il 1222 e il 1241 con Batu Khan nipote di Gengis, progetto abbandonato in seguito alle gravi perdite subite dall’esercito mongolo non ostante le vittorie ottenute.
    Ad oriente invece i discendenti di Gengis Khan si impadronirono della Cina del Nord, ove nel 1249 venne instaurata con Khubilai Khan, l’Imperatore di cui ci parla Marco Polo, la prima dinastia non-cinese dell'Impero, quella mongola degli Yuan.
    Così un popolo nomade, assuefatto a vivere con il poco che traeva dalla raccolta dei prodotti della terra, dalla caccia e dall’allevamento, si trasformò in uno dei maggiori imperi della storia estendendo il suo dominio dalle frontiere della Bulgaria e del Principato di Mosca fino alla Cina ad opera di Gengis, Khan dei Khan.

  3. #3
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    Predefinito Rif: Gengis Khan

    GENGIS KHAN IN PERSIA
    L'OCCUPAZIONE MONGOLA

    di Biagio Nuciforo

    InStoria - Gengis Khan in Persia

    La Persia era il territorio che corrisponde all’attuale Iran (e parte dell’Iraq).



    La storia persiana è piena zeppa di cambi di potere, quindi di dinastie, e di conquistatori: dagli Achemenidi ad Alessandro Magno, dai Parti ai Sasanidi, dai Turchi Selgiuchidi agli Ilkhan Mongoli e ai Safavidi.



    Nel 1051 circa la Persia cadeva sotto il controllo dei Turchi Selgiuchidi ān. Durante questo periodo venne inaugurata una nuova era illuminata dalla filosofia, dalla letteratura, dall’arte e dalle scienze, e a questo proposito vennero fondate numerose scuole teologiche.



    La religione Islamica dei Turcomanni era di matrice sunnita, quindi diversa da quella degli antichi Vassalli degli Abbasidi, i Samanidi, che invece erano sciiti. Nel 1092 morì Malik Shāh e questo segnò la fine della dominazione turca.



    Verso il 1220 i Mongoli, popolazione nomade insediata sul territorio che corrisponde all’odierna Mongolia Aniyeh nord-orientale, iniziarono a conquistare Gambad-è-Soltaniyeh.



    I Mongoli erano organizzati in tribù o clan ed iniziarono ad unirsi grazie all’abilità di un uomo carismatico e feroce: Temujin, passato alla storia con il nome di Gengis Khan. Costui era un pastore nomade discendente da uno dei clan delle steppe dell’Asia centro-orientale.



    I mongoli esordirono sulla scena mondiale con una sapiente organizzazione del terrore. La loro storia è costellata di massacri, di città espugnate, di guerra e conquiste.



    Tutti, soprattutto gli Europei. Temevano Gengis Khan e la sua gente, ed è per questo motivo che tutti cercavano di “farselo amico”, inviando doni ed ambasciatori, creando così una fitta rete diplomatica tra Oriente ed Occidente.



    L’impero Mongolo fu vittima delle invasioni proveniente dall’Est e prima fra tutte quella di Tamerlano (appartenente ad un clan Turco-Mongolo). Con questi ebbe inizio un periodo di anarchia e caos in Persia, che fu nuovamente smembrata sotto i colpi di tribù e dinastie e dinastie autonome.



    Nel 1218 Gengis inviò ambasciatori e mercanti presso la città di Otrar (Nord-Est del regno del Khwarezm) ma furono tutti giustiziati. Per vendetta il Capo Mongolo saccheggiò la stessa Otrar ed avanzò verso Samarcanda.



    Fu suo nipote Hulagu Khan a completare la conquista della Persia e prese la città di Baghdad, eliminando il potere abbasidi; successivamente proseguì verso il Mediterraneo e fu fermato solo dai Mamelucchi nel 1260.



    La Persia divenne un Ilkhanato. I nuovi governanti, detti Ilkhan (“luogotenente del Khan”) abbracciarono l’Islam (i Mongoli erano buddhisti e cristiani).



    Quando Hulagu conquistò Baghdad, eliminò la famigerata “Setta degli hashishiyyin”. Durante la marcia su Gerusalemme si vide costretto a ritirarsi per la morte del Gran Khan Mongke, al quale successe Kublai Khan, mentre Hulagu assunse il titolo di Ilkhan.



    Gli Ilkhan si susseguirono per ottant’anni, ma non ci fu nessun evento eccezionale tranne la perdita della Siria per mano mamelucca.



    Durante il governo degli Ilkhan buddhisti, i musulmani furono ferocemente perseguitati; viceversa con la conversione islamica del 1295 furono i cristiani ed i buddhisti ad essere perseguitati.



    Nel 1335 con la morte di Abu Sa’id l’Ilkhanato iniziò a logorarsi. Durante l’ottantennio Mongolo in Persia si susseguirono dodici Ilkhan: Hulegu Khan, Abaqa, Ahmad, Arghun, Gaykhatu, Baydu, Ghazan, Öljeitü, Abu Sa'id, Arpa Ke'un, Musa, Muhammad.



    Dopo un primo periodo di distruzione, la Persia Mongola vide una grandiosa rivalutazione artistica e la costruzione di alcuni monumenti tra cui il Mausoleo di Solthanyieh.



    Dopo l’assasinio dell’ultimo pretendente all’Ilkhanato (1353), il potere fu preso da una popolazione originaria dell’Azerbaigian, i Safavidi.



    Il territorio Mongolo era vastissimo, si estendeva da Pechino ad Istanbul,conosciuto con il famigerato nome di Orda d’Oro ed è annoverato tra i grandi imperi della storia.

  4. #4
    Tringeadeuroppa
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    Predefinito Rif: Gengis Khan

    http://www.mondimedievali.net/Rec/gengis02.htm

    Vito Ricci


    Gengis Khan principe dei nomadi


    La presentazione di un libro che supera la consolidata visione eurocentrica della storia dei Mongoli






    è uscito da qualche settimana nelle librerie il nuovo libro di Vito Bianchi, Gengis Khan. Il principe dei nomadi, edito da Laterza, dedicato alla figura dell’imperatore mongolo e alla cultura di questo popolo nomade asiatico. Quest’ultima opera di Bianchi, giovane fasanese, professore a contratto di Archeologia all’Università di Bari, archeologo specialista, collaboratore della rivista «Medioevo», presenta un respiro assai ampio, globalizzante, nell’affrontare un personaggio storico, vissuto tra il 1155 e il 1227, a capo di un impero sterminato nel continente eurasiatico. L’argomento trattato è di indubbio interesse e il libro ha il pregio di essere diretto sia agli studiosi per il rigore scientifico che al vasto pubblico per lo stile fascinoso e la capacità di coinvolgere il lettore, quasi che fosse un romanzo.

    Movendosi tra storia e leggenda, l’autore ci conduce in un suggestivo viaggio nell’Asia medievale, narrandoci delle abitudini, dei riti, delle credenze e della vita difficile di un popolo di nomadi. Il libro è stato portato dall’Editore alla Fiera del libro di Francoforte ed è uno dei titoli su cui Laterza punta e si aspetta molto.

    La presentazione al pubblico barese si è tenuta lo scorso 29 novembre presso la libreria Laterza. Accanto all’autore erano presenti Giuseppe Laterza e Raffaele Licinio, ordinario di Storia medievale presso l’Università di Bari, che hanno intrattenuto il pubblico presente in una piacevole conversazione. Dopo una breve introduzione dell’Editore, il prof. Licinio ha iniziato il suo intervento dicendo di essere contento per una volta di non dover parlare di Federico II e di Castel del Monte, precisando subito dopo che, seppur con un breve accenno, dell’imperatore svevo e dell’arcinoto castello si parla anche nel prologo del libro di Vito Bianchi: infatti, mentre veniva costruito il meraviglioso castello a pianta ottagonale, i Mongoli, cavalieri venuti dalle steppe, minacciavano seriamente l’Europa orientale. Licinio ha accomunato Federico II e Gengis Khan nella passione di entrambi per caccia, ma il sovrano svevo appare assai piccolo rispetto agli sterminati spazi di caccia dell’imperatore mongolo. Il prof. Licinio si è soffermato parecchio sull’immediatezza dell’opera di Bianchi affermando che il lettore sfogliando il libro sente un profumo d’oriente, l’odore della cultura mongola, il sapore del latte acido antesignano dello yogurt e della carne secca, oppure quello di settanta mongoli, fatti prigionieri dai nemici, bolliti e mangiati, solo per citare alcune vicende trattate nel libro.

    Quello di Bianchi non è tuttavia solo un libro si curiosità e aneddoti, ha precisato il docente di Storia medievale: l’autore interviene anche nel dibattito storiografico e prende una posizione. È un libro che ci pone in una dimensione globale della Storia e realizza il superamento di una consolidata visione eurocentrica parziale e distorta della Storia medievale. Tant’è vero, ha messo in evidenza Licinio, che la Pax Mongolica (che consentì una fertile comunicazione tra le civiltà d’Oriente e Occidente) e l’avanzata di questo popolo di guerrieri della steppa che minacciò seriamente l’Europa giungendo intorno al 1237 sino alle porte dell’Italia (arrivarono a Spalato, Cattaro, Udine) non sono trattati adeguatamente dai manuali di storia, anzi, a volte, non sono neppure menzionati.

    Bisogna dare atto a Vito Bianchi nell’aver saputo narrare con una scrittura creativa e accattivante una parte della storia che ha goduto ingiustamente di una scarsa considerazione. Eppure l’impero di Gengis Khan ebbe una vastità da lasciar impallidire gli imperi di Alessandro Magno e di Roma. Quest’uomo, un self-made-man a detta di Licinio, un nomade mongolo che riuscì a mettere insieme una miriade di tribù sparse nelle steppe e a fondare un impero esteso dal Pacifico al limitare dell’Europa orientale e dalla Siberia all’Himalaya, non fu solo il grande guerriero, l'esempio di crudeltà e devastazione che ci viene presentato dalla leggenda e da talune fonti, ma anche un abile politico. Riuscì a conferire unità politica e stabilità ad un organismo statuale gigantesco ed eterogeneo, riconoscendo il valore della civiltà dei popoli conquistati (Gengis Khan impiegò spesso esponenti dei popoli vinti nel governo dell’impero) e mostrò un atteggiamento molto tollerante nei confronti di tutte le religioni presenti nel suo impero (Taoismo, Islam, Cristianesimo nestoriano, Buddismo, Sciamanesimo).

    La legge di Gengis Khan, ha ricordato Licinio, chiaramente ispirata all’Islam, prevedeva cinque pilastri: non rubare, non commettere adulterio, non testimoniare il falso, rispetta i vecchi, i poveri e i saggi, rispetta le religioni degli altri popoli. Tuttavia l’impero mongolo era minato dalla mancata integrazione con i sedentari, i Cinesi e l’Islam in particolare. Il rapporto tra nomadi e sedentari è stato al centro di una breve lettura di alcuni passi del libro curata dallo stesso autore. «La misura della cultura nomade è lo spazio, mentre quella per i popoli sedentari è il tempo» ha affermato Licinio citando Bianchi e mettendo in evidenza l’esistenza di una frattura, di un conflitto di ordine psicologico tra popoli randagi e popoli stanziali. Non si riesce ad ammettere che un popolo di nomadi abbia raggiunto e minacciato l’Europa dell’Est: forse è questo uno dei motivi per cui la Storia eurocentrica tende a dimenticare l’impero mongolo e le vicende ad esso collegate.

    è seguita la proiezione di una parte del film documentario Storia del cammello che piange, sulla vita e la cultura della Mongolia dei nostri giorni che presenta una forte contiguità con gli argomenti trattati nell’opera di Vito Bianchi. Si sono potute vedere alcune scene di vita di pastori semi-nomadi che vivono ancora in tende, allevano cammelli e capre, in mondo non molto dissimile dai mongoli dell’epoca di Gengis Khan.

    Il libro di Bianchi non solo avvicina il lettore ad un mondo a torto percepito come estraneo, lontano - non solo fisicamente -, e profondamente “altro”, ma spiega l’importanza e l’influenza che tale civiltà ha saputo esercitare sul Medioevo europeo. «Con la pax mongolica - afferma l’autore - nuovi orizzonti materiali e spirituali s’erano schiusi agli Europei. Nuove opportunità s’erano prospettate per i commercianti e il cristianesimo. Nuove speranze».


    Vito Ricci
    Ultima modifica di Spetaktor; 08-10-10 alle 18:16

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    Predefinito Rif: Gengis Khan


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    Predefinito Rif: Gengis Khan

    Gengis Khan e gli eurasiatisti

    Claudio Mutti

    * Introduzione a: Nikolaj S. Trubeckoj, L'eredità di Gengis Khan, S.E.B., Milano 2005

    Nello stesso anno in cui veniva alla luce Federico di Svevia, un misterioso costruttore di cattedrali affiliato alla corporazione dei Magistri Comacini raffigurava sul Battistero di Parma il profilo di un cane levriere. È infatti con l'immagine di un veltro che termina lo zooforo antelamico, cioè la sequela di settantanove figure che circonda l'edificio e che ci presenta, tra i vari "animali fantastici", anche quei tre in cui si imbatterà l'Alighieri: la lonza, il leone, la lupa. Dante, come è noto, si smarrisce nella "selva oscura" oltre un secolo dopo; ma sia gli animali che ostacolano il suo cammino sia il Veltro preannunciatogli da Virgilio sono già presenti sul Battistero parmigiano.
    Del rapporto che intercorre tra l'opera dell'Antelami e la dottrina del Santo Impero ci siamo già occupati altrove (1). Qui vorremmo invece ricordare come nelle famiglie ghibelline del territorio compreso tra Parma e Reggio l'antroponimo Veltro sia attestato fin dal 1246: lo portò (e lo trasmise a uno dei suoi figli) il libero signore del Castello e della terra di Vallisnera, condomino nelle Valli dei Cavalieri, quel Veltro da cui discendono i rami dei Vallisneri fino ai giorni nostri (2). D'altronde, la figura di un veltro compare nello stemma della famiglia, che viene descritto così: "D'oro alla fascia di rosso caricata dal veltro corrente d'argento, collarinato d'oro, accompagnata in capo da una stella rossa" (3).
    Non è dunque il caso di insistere ulteriormente sul rapporto del Veltro con l'idea dell'Impero e col ghibellinismo. Se mai, ci si può interrogare circa le basi su cui tale rapporto si fonda.
    Eugène Aroux, che identificò il Veltro con Can Grande della Scala, spiegò che il nome Can "si prestava a una duplice allusione, nel senso di cane da caccia, veltro, nemico della lupa romana, e nel senso di Khan dei Tartari" (4); in tale interpretazione, Aroux fu seguito da Alfred Bassermann (5). Secondo Aroux e Bassermann, dunque, il Veltro era "quel Khan che, nato all'estremo opposto dell'Eurasia, era storicamente riuscito a riunificarla quasi tutta in un unico gigantesco Impero, facendosi contemporaneamente riconoscere quale somma Autorità spirituale dai vertici degli esoterismi taoista, buddista, islamico e financo cristiano nestoriano" (6). D'altronde, anche dopo la morte di Gengis Khan (avvenuta nel 1227) "correvano l'occidente stranissime voci (…) sopra un re potente, regnante nel profondo dell'oriente su un territorio gigantesco (…) I cristiani credettero di riconoscere in lui il leggendario Prete Gianni" (7). Altrove, sulla scorta di Yvon di Narbona, Aroux informa che i Tartari "avevano scelto come capo uno dei loro, che fu innalzato su uno scudo ricoperto con un pezzo di panno, su un povero FELTRO fu levato, e chiamato Kan (...) fu chiamato Cane, che in lor linguaggio significa imperadore. (...)" (8). L'enigmatico verso dantesco

    e sua nazion sarà tra feltro e feltro (Inf. I, 105)

    viene così spiegato sulla base di un'usanza tartara, come già aveva fatto Giovanni Boccaccio: "Questo veltro nascerà in Tartaria tra feltro e feltro, cioè regnante alcuno di questi imperatori, il quale regna tra feltro adoperato nella morte del suo predecessore, e quello che si dee nella sua morte adoperare" (9). I Tartari erano infatti soliti avvolgere la salma del loro capo in un drappo di feltro (10).
    Riprendendo l'interpretazione di Aroux, René Guénon aggiunge che, "in diverse lingue, la radice can o kan significa 'potenza', il che si collega ancora allo stesso ordine di idee" (11), e fa notare (12) come al titolo turco-tataro di Khan equivalga quello latino di Dux, che viene applicato al Veltro dallo stesso Dante mediante la cifra simbolica DXV:

    un cinquecento diece e cinque,
    messo di Dio, anciderà la fuia
    con quel gigante che con lei delinque. (Purg. XXXIII, 43-45)

    Trasformato in Cane e quindi in Veltro, il titolo di khan venne dunque trasferito tanto sulla figura archetipica del monarca universale quanto su alcuni personaggi storici di parte ghibellina.

    Nel Novecento è stata invece la figura storica di Gengis Khan (Cingiz Qan) ad imporsi all'attenzione di molti Europei, alimentando riflessioni storiche e nuove leggende. Se nell'ultimo anno della sua vita Alfred Bassermann salutò il Veltro nel Führer del Terzo Reich, la scrittrice Maximiani Portas alias Savitri Devi Mukherjee (1905-1982) teorizzò una triade esemplare che comprendeva Akhnaton, Gengis Khan e, per l'appunto, Adolf Hitler. Il quale, sia detto en passant, manifestò più d'una volta la propria ammirazione per Gengis Khan (13). Per Savitri Devi, il faraone che tentò di instaurare il monoteismo solare nell'Egitto del XIV secolo a. C. costituisce l'esempio perfetto dell'"Uomo al di sopra del Tempo", che vive la propria spiritualità ignorando la natura del mondo circostante, mentre "Uomini contro il Tempo" sono coloro i quali nell'ultima fase del Kali Yuga usano la forza per salvare il salvabile, "come il Profeta Muhammad o, nei nostri tempi, l'ispirato Costruttore del solo ordine di verità nel mondo dopo molti secoli: Adolf Hitler" (14) . Gengis Khan, personificazione di Mahakala (ossia dell'aspetto più devastante di Shiva), fu invece l'"Uomo nel Tempo": il povero orfanello diventato il signore di un vasto impero eurasiatico compreso tra il Mar Giallo e il Danubio, agì solo per volontà di potenza e proprio per questo il suo impero non gli sopravvisse a lungo. Anzi, secondo la "sacerdotessa di Hitler" (15) il declino dell'impero creato da Gengis Khan fu la causa di due eventi nefasti strettamente collegati tra loro: la nascita del colonialismo in Asia e il successo della finanza mondiale ebraica.
    Un altro caso è quello di Karl Radek. Il "grande architetto del riavvicinamento tra sovietici e nazisti" (16), che nel celebre discorso del 20 giugno 1923 fece del giovane caduto nazionalista Leo Schlageter "addirittura un eroe" (17), nel 1920 a Bakù aveva dato un'analoga dimostrazione di spregiudicatezza, evocando lo spettro di Gengis Khan davanti al Primo Congresso dei Popoli dell'Oriente. "Compagni, - aveva detto il rappresentante del Comintern - noi facciamo appello allo spirito combattivo che in passato ha animato le genti dell'Oriente quando, guidate da grandi conquistatori, marciarono sull'Europa… Noi sappiamo, compagni, che i nostri nemici ci accuseranno di aver evocato la memoria di Gengis Khan, il grande conquistatore, e dei grandi califfi dell'Islam… E quando i capitalisti europei affermano che questa è la minaccia di una nuova barbarie, di una nuova invasione unna, noi rispondiamo loro: Viva l'Oriente Rosso!" (18). A quanto pare, Radek non teneva in gran conto le tesi dell'occidentalista e russofobo Karl Marx (19), il quale aveva indicato nell'influsso mongolo-tartaro la causa essenziale dell'arretratezza della Russia: "Nel fango insanguinato della schiavitù mongola e non nella gloriosa rudezza dell'epoca normanna - aveva infatti scritto Marx - è nata quella Moscovia di cui la Russia moderna altro non è che una metamorfosi" (20).
    Paradossalmente, il discorso di Radek ebbe un'eco nelle parole pronunciato l'anno successivo dal barone Roman Fëdorovic von Ungern Sternberg: "Le tribù dei successori di Gengiskan si son deste. Nessuno estinguerà il fuoco nel cuore dei Mongoli! Vi sarà un grande stato nell'Asia, dall'Oceano Pacifico e dall'Oceano Indiano alle rive del Volga (…) Verrà un conquistatore, un capo, più forte e più deciso di Gengiskan e di Ugadai, più abile e più buono del sultano Baber" (21).
    "Personaggio totemico della rinascita eurasista" (22), Ungern Khan riunì nella propria persona "le forze segrete che avevano animato le forme supreme della sacralità continentale: gli echi dell'alleanza tra Goti e Unni, la fedeltà russa alla tradizione orientale, il significato geopolitico della Mongolia, patria di Gengis Khan" (23).
    Così si esprime Aleksandr Dugin, il più noto tra gli attuali esponenti di quel pensiero eurasiatista che ha i suoi padri fondatori in Nikolaj S. Trubeckoj (1890-1938), Georgij V. Vernadskij (1887-1973) e Pëtr N. Savickij (1895-1965). Questi pensatori valutarono infatti in maniera assolutamente positiva l'influenza esercitata dal mondo turanico sopra la Russia, formulando una lezione che è stata ripresa e sviluppata da Lev Gumilëv (1912-1992). Autentico "storico e poeta dell'Eurasia" (24), Gumilëv ha infatti mostrato come sia infondata ed ingiusta l'interpretazione storiografica che tende a risolvere sbrigativamente in termini di feroce barbarie e nullità culturale il fenomeno grandioso degli imperi eurasiatici di Attila, Gengis Khan e Tamerlano. Penetrando in Europa, aprendo una nuova fase storica in Iran e in India e contribuendo a fare della Russia e della Cina i due più grandi imperi del mondo, le forze irradiatesi dalle steppe eurasiatiche hanno prodotto eventi politici e culturali che hanno influito decisivamente sulla storia universale.

    Il principe Nikolaj Sergeevic Trubeckoj nacque a Mosca il 16 aprile 1890. Allievo fin dall'adolescenza del folclorista, indoeuropeista e caucasologo Vsevolod F. Miller, si iscrisse nel 1908 alla Facoltà di storia e filologia di Mosca, dove studiò inizialmente etnopsicologia e filosofia della storia, per passare poi al dipartimento di filologia e interessarsi soprattutto di lingue indoeuropee e caucasiche. Già a quindici anni, d'altronde, il principe Nikolaj Sergeevic aveva dedicato al canto finnico Kulto neito un articolo che fu il suo primo contributo alla prestigiosa rivista "Etnologiceskoe obozrenie". Ricevuto l'incarico universitario nel 1915, tenne un corso sulla linguistica comparata. Nell'estate del 1917 partì per Kislovodsk, nel Caucaso. Dopo la Rivoluzione d'Ottobre si trasferì a Tiflis, poi a Bakù e infine a Rostov sul Don, dove insegnò grammatica comparata. Nel 1920, in seguito all'ingresso dell'Armata Rossa, si rifugiò in Crimea e poi a Istanbul. Tra il 1920 e il 1922 insegnò filologia indoeuropea a Sofia. Infine si stabilì a Vienna, dove fu docente di filologia slava fino alla morte, intervenuta il 25 giugno 1938 per una malattia cardiaca congenita.
    Non è questa la sede idonea per esporre i principi della "nuova fonologia", la dottrina linguistica elaborata da Trubeckoj e dagli altri studiosi del Circolo di Praga (25); quello che qui interessa è il Trubeckoj filosofo della storia e teorico dell'eurasiatismo. Trubeckoj aveva già elaborato le basi del suo pensiero eurasiatista con il saggio Evropa i celovecestvo [L'Europa e l'umanità] (26), che apparve a Sofia nel 1920, dopo che lo storico Georgij Vernadskij e il geografo ed economista Pëtr Savickij avevano già pubblicato, prima della guerra, "degli studi che si possono considerare proto-eurasisti" (27). Trubeckoj, Vernadskij e Savickij avevano insomma gettato le basi di una nuova visione della Russia, intesa come espressione della "civiltà delle steppe", erede degli imperi di Gengis Khan e di Tamerlano. "Particolarmente significativa è la loro valutazione positiva - inconsueta nella cultura russa - dell'influsso tataro sulla Russia" (28). Savickij, in particolare, arriverà ad affermare che "senza tatari non ci sarebbe stata la Russia" (29).
    Ma il vero e proprio "manifesto" dell'eurasiatismo fu Ischod k Vostoku [La via d'uscita ad Oriente], pubblicato a Sofia nel 1921 da una casa editrice russo-bulgara. Si trattava di un volume collettaneo, del quale erano autori, oltre a Savickij e Trubeckoj, il musicologo Pëtr Suvcinskij (1892-1985) e il teologo Georgij V. Florovskij (1893-1973). Nikolaj S. Trubeckoj, in particolare, contribuiva al volume con due saggi: Ob istinnom i ložnom nacionalizme [Sul vero e sul falso nazionalismo] e Verchi i nizy russkoj kul'tury [Il vertice e la base della cultura russa]. Tutti gli autori esprimevano l'idea fondamentale secondo cui i popoli della Russia e delle regioni ad essa adiacenti in Europa ed in Asia formano una unità naturale, in quanto sono legati tra loro da affinità storiche e culturali. La cultura russa veniva dunque vista non come una variante di quella "occidentale", ma come una realtà a sé stante. Fondata sull'eredità greco-bizantina e sulla conquista mongola e dunque identificabile come "eurasiatica", secondo gli autori questa realtà culturale era stata negata non solo dalle riforme di Pietro il Grande e dalla classe politica che aveva in seguito governato la Russia, ma anche dalla corrente slavofila, che Trubeckoj accusava di voler imitare l'Occidente. Quanto alla Rivoluzione bolscevica, gli eurasiatisti la valutavano negativamente, ma si proponevano di studiarne il significato nel contesto della storia russa; Savickij, in particolare, vedeva nella Rivoluzione d'Ottobre uno sviluppo di quella francese, ma osservava che essa veniva a spostare verso l'Oriente l'asse della storia universale. "Per gli eurasiatisti, insomma, la Rivoluzione dell'ottobre 1917 è una purificazione, un rinnovamento, una resurrezione del vero spirito delle steppe tipico della cultura russa, nonché il punto di partenza per il processo di rinvigorimento della potenza dell'Eurasia" (30).
    L'unità dell'Eurasia costituisce il tema centrale dello studio L'eredità di Gengis Khan, che Trubeckoj, firmandosi con lo pseudonimo "I. R.", pubblicò nel 1925. "L'Eurasia tutta - egli scrive - (…) rappresenta una totalità unica, sia geografica sia antropologica. (…) Per la sua stessa natura, l'Eurasia è storicamente destinata a costituire una totalità unica. (…) L'unificazione storica dell'Eurasia fu, fin dall'inizio, una necessità storica. Contemporaneamente, la natura stessa dell'Eurasia ha indicato i mezzi di questa unificazione".

    L'indagine di Trubeckoj, la quale intende porre in evidenza lo stretto rapporto che intercorre tra l'autentica cultura russa e l'elemento turco-mongolo, si riporta ad un preciso evento storico: l'unificazione del grande spazio eurasiatico ad opera di Gengis Khan e dei suoi successori. Tale impresa fu sviluppata da tre sovrani che succedettero a Gengis Khan: Ögödai (1229-1241), Güyük (1246-1248) e Mönkä (1251-1259), finché l'unità mongola si sfasciò all'epoca di Qubilai (1260-1294). Ultimo sovrano universale dei Mongoli, Qubilai portò i Mongoli fino a Giava: soggiogatore della Cina, diventò il primo imperatore di una nuova dinastia cinese, quella degli Yüan.
    Per restare alla Russia, fu nel 1223 che le avanguardie mongole sconfissero sulle rive del fiume Kalka le schiere russe e cumane, per poi tornare sulle steppe da cui erano venute. L'immediato successore di Gengis Khan, Ögödai, travolse il khanato bulgaro della Volga; poi espugnò Rjazan', Suzdal' e Kiev, sottomettendo tutti i principati russi. Il nipote di Gengis Khan, Batu, fondò la dinastia dell'Orda d'Oro, che aveva la sua capitale a Saraj sulla Volga; nella Russia meridionale e nell'Asia centrale l'Orda d'Oro regnò su un vasto stato e dominò per oltre due secoli la vita politica ed economica russa: dal 1240 al 1480 anche i ducati cristiani della Russia di nordest furono tributari di questa dinastia mongola (o "tatara", come la chiamarono i Russi). "Se la drammaticità della conquista mongola non può essere messa in discussione, le sue conseguenze sulla successiva storia russa sono state interpretate nella maniera più varia e contrastante. In Occidente l'influsso tataro, o mongolo che dir si voglia, è stato quasi sempre valutato negativamente, come la causa principale dell'arretratezza e del dispotismo dello stato russo rispetto all'Europa. (…) Già nello scorso secolo, tuttavia, all'interno della storiografia russa si è affermata una diversa e più positiva concezione del dominio tataro. Secondo Solov'ëv e Kljucevskij, i tatari non solo non avrebbero spezzato la continuità dell'evoluzione storica della Russia, ma l'avrebbero dotata di quella forte organizzazione statale che tanto era mancata nell'epoca kieviana" (31). Questa valutazione viene ripresa e sviluppata da Trubeckoj e dagli altri eurasiatisti.
    Una panoramica più ampia dell'"eredità di Gengis Khan" si dovrebbe estendere alla Persia e all'India. In Persia, con la distruzione del Califfato di Bagdad nel 1258 ad opera di Hülägü, ebbe inizio la dinastia dei "sovrani locali" (il-khan), che regnò su un territorio esteso dal Libano al Kashmir. Questa dinastia, che con Ghazan si era islamizzata, ebbe termine nel 1335; ad essa subentrò la dinastia dei Gialayiridi, che alla fine del XIV secolo fu sconfitta da Timur-i lang (Tamerlano), fondatore di un impero musulmano di cultura persiana e di sostanza turca avente la propria capitale a Samarcanda.
    In India, la conquista di Tamerlano del 1398 lasciò a Delhi una dinastia vassalla che terminò nel 1451; in seguito, un discendente di Tamerlano (nonché di Gengis Khan per madre di madre), Baber, fondò la dinastia dei Mogul, che diede una base stabile all'Islam indiano.

    1. C. Mutti, Simbolismo e arte sacra. Il linguaggio segreto dell'Antelami, Edizioni all'insegna del Veltro, Parma 1978; Idem, L'Antelami e il mito dell'Impero, Edizioni all'insegna del Veltro, Parma 1986.
    2. G. Vallisneri, I Vallisneri: da Veltro ai nostri giorni, Parma 1996.
    3. M. De Meo, Le case longobarde dei Platoni e dei Vallisneri, "Malacoda" (Parma), 76, gennaio-febbraio 1998, p. 19.
    4. E. Aroux, Clef de la Comédie anti-catholique de Dante Alighieri, Paris 1856; rist. Arktos, Carmagnola
    1981, p. 40.
    5. A. Bassermann, Veltro, Gross-Chan und Kaisersage, "Neue Heidelberger Jahrbücher", XI (1901), pp.
    28-75.
    6. A. Grossato, La dottrina del Califfato islamico e la concezione dantesca del "Santo Impero", "Viàtor", a. VI, 2002, p. 182.
    7. Ernst Kantorowicz, Federico II, imperatore, Garzanti, Milano 1976, p. 555.
    8. E. Aroux, Dante. Hérétique, revolutionnaire et socialiste, Paris 1854; rist. Forni, Bologna 1976, pp. 119-120.
    9. Cit. in: Alessandro Niccoli, voce Feltro in Enciclopedia dantesca, Istituto della Enciclopedia Italiana, Roma 1970.
    10. "Le case loro sono di legname, coperte di feltro, e sono tonde (…) Egli ànno carette coperte di feltro nero che, per che vi piova suso, non si bagna nulla che entro vi sia"; "egli hanno un loro idio ch'à nome Natigai (…) fannogli grande onore e grande riverenza, ché ciascheduno lo tiene in sua casa. E' fannogli di feltro e di panno, e 'l tengono in loro casa" (Marco Polo, Milione, 68, 11, 13; 69, 1-3; Adelphi, Milano 1982, pp. 92-94). "Stationes habent rotundas in modum tentorii preparatas de virgis et baculis subtilibus factas (…) Parietes autem et tecta filtro sunt coperta, ostia etiam de filtro sunt facta" (Giovanni da Pian del Carpine, Historia Mongalorum quos nos Tartaros appellamus, cit. ibidem, p. 623).
    11. R. Guénon, L'esoterismo di Dante, Atanòr, Roma 1971, p. 62.
    12. Ibidem.
    13. Il 22 luglio 1942 Hitler diceva ai propri commensali: "Possiamo avere per Stalin un'ammirazione senza
    riserve. È veramente qualcuno. Conosce a meraviglia i suoi maestri, a cominciare da Gengis Khan". E il 28 agosto successivo: Il genio dell'organizzazione quale lo possedeva Gengis Khan fu qualcosa di unico" (Adolf Hitler, Idee sul destino del mondo, Edizioni di Ar, Padova 1980, pp. 511 e 582).
    14. Savitri Devi, The Lightning and the Sun, Savitri Devi Mukherjee, Calcutta 1958, p. 123.
    15. "La sacerdotessa di Hitler" è il titolo che Nicholas Goodrick-Clarke ha dato ad una biografia di Savitri Devi: Hitler's Priestess. Savitri Devi, the Hindu-Aryan Myth, and Neo Nazism, New York University Press, New York-London 1988.
    16. Mikhail Agursky, La terza Roma. Il nazionalbolscevismo in Unione Sovietica, Il Mulino, Bologna 1989, p. 367.
    17. Arthur Moeller van den Bruck, Il vagabondo del nulla, in: Victor Serge, Germania 1923. La mancata rivoluzione, Graphos, Genova 2003, p. 447.
    18. Pervyj s'ezd Narodov Vostoka [Primo Congresso dei Popoli dell'Oriente], Petrograd 1920, p. 72.
    19. La posizione di Marx nei riguardi della Russia e del mondo musulmano è ben rappresentata da queste espressioni: "La barbarie intrinseca della Russia", "le influenze demoniache della Roma d'Oriente [Istanbul]", "la Russia, fedele al vecchio sistema dell'inganno e dei trucchi meschini", "il fanatismo dei musulmani" (Carlo Marx contro la Russia, Edizioni del Borghese, Milano 1971, pp. 38, 40, 43, 89)
    20. Cit. in: Francis Conte, Gli Slavi, Einaudi, Torino 1991, p. 386.
    21. Ferdinand Ossendowski, Bestie, uomini e dèi, M.I.R., Firenze 1999, p. 191.
    22. Aldo Ferrari, La foresta e la steppa. Il mito dell'Eurasia nella cultura russa, Scheiwiller, Milano 2003, p. 209.
    23. Alexandr Duguin, Rusia. El misterio de Eurasia, Grupo Libro 88, Madrid 1992, p. 148.
    24. A. Ferrari, La foresta e la steppa, cit., p. 259.
    25. N. S. Trubeckoj, Fondamenti di fonologia, Einaudi, Torino 1971. Per una esposizione riassuntiva della teoria linguistica di Trubeckoj, si può vedere Carlo Tagliavini, Storia della linguistica, Patron, Bologna 1970, pp. 307-313.
    26. N. S. Trubeckoj, L'Europa e l'umanità, Einaudi, Torino 1982. Il volume contiene anche Sul vero e sul falso nazionalismo e Il vertice e la base della cultura russa.
    27. A. Ferrari, La foresta e la steppa, cit., p. 198.
    28. A. Ferrari, La Russia tra Oriente e Occidente. Per capire il continente-arcipelago, Ares, Milano 1994, p. 156.
    29. P. Savickij, Step' i osedlost', in Na putjach, Berlino 1922, p. 343.
    30. Patrick Sériot, N. S. Troubetzkoy, linguiste ou historiosophe des totalités organiques ?, in : N. S. Troubetzkoy, L'Europe et l'humanité. Écrits linguistiques et paralinguistiques, Pierre Mardaga éditeur, Sprimont 1996, p. 17.
    31. A. Ferrari, La Russia tra Oriente e Occidente, cit., pp. 43-45.

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    Moneta del Kazakhstan:





    :gluglu:

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    Gengis-Khan che era il Male e anche Dio
    di Pietro Citati - 30/06/2011

    Fonte: Corriere della Sera [scheda fonte]

    Piegò l’Asia, sfidò l’Islam, sognò l’immortalità Le guerre e la pace del condottiero mongolo


    Sullo sfondo del bellissimo libro, che René Grousset ha dedicato a Gengis-khan (Il conquistatore del mondo, Adelphi, traduzione di Elena Sacchini, pp. 340, e 24,50), bisogna immaginare tutta l’Asia nordorientale, dai massicci dell’Altai ai confini con la Cina.

    A nord e a occidente massicci nevosi dove appaiono, sulle pendici settentrionali, i «larici pazienti al freddo» ; e verso sud, cedri, pioppi tremuli, betulle, abeti, ontani, salici, e un intricato sottobosco di muschi e di rododendri. È la «foresta sacra» dei Mongoli. Ai piedi dei monti, pascoli rigogliosissimi, erbe alte che arrivano al petto. Poi la steppa, la steppa senza limiti, dove a giugno l’erba fitta è punteggiata di fiori — il giallo acceso delle crocifere e dei bottoni d’oro, il violetto del timo e degli iris, il bianco purissimo delle stellarie, il tenue velluto degli edelweiss. Ma «il sorriso della steppa non dura a lungo» . A metà luglio, sopraggiunge il caldo feroce, spazzato, a mezzogiorno, da violentissimi temporali. A ottobre, le tormente di neve. A novembre, il ghiaccio imprigiona i corsi d’acqua, che si libereranno soltanto ad aprile. Questo paesaggio di ghiacci, alberi e fiori era dominato da una coppia di animali sacri: il Lupo blu-grigio e la Cerbiatta fulva. Tutti i Mongoli si sentivano lupi blu-grigi e cerbiatte fulve. In primo luogo, erano lupi: gli animali inviati dal Cielo, gli archetipi della stirpe, i possenti antenati. Il lupo, colore del cielo, si incontrava con la cerbiatta, fulva come la steppa. Si amavano furiosamente: il loro connubio era l’incontro della fiera e della selvaggina, del divoratore e del divorato, dell’assassino e della vittima; connubio così spesso raffigurato negli ori della Scizia. Attraverso il lupo e la cerbiatta, i Mongoli diventavano animali. Erano come i cavalli, dai quali suggevano il sangue: come «falconi affamati» : come «cani dalla fronte di bronzo» : come «corvi notturni» : come gru «dalle zampe azzurre e dalle penne color cenere» ; come marmotte, talpe, pesci. Persino le frecce di legno e di penne, su cui scrivevano i nomi, erano una parte di loro: vibravano, attraversavano velocemente il cielo, colpivano da lontano e con innaturale precisione i cervi e i falconi, stabilendo con le vittime un legame strettissimo, che solo i Mongoli comprendevano. Sapevano che gli animali erano figure superiori agli uomini: volavano, nuotavano, odoravano, vedevano di notte, conoscevano il futuro e le lingue segrete. Così, per colpire la preda, essi non dovevano scendere verso gli animali, ma salire a un livello più alto dell’uomo, nel punto in cui l’uomo-animale si trasformava in Dio. ***Gengis-khan nacque nel 1167. Oltre che il Lupo e la Cerbiatta, contava tra i suoi antenati Dobun l’ «accorto» . Dopo la sua morte, la moglie, Alan «la bella» , ebbe tre figli. Un giorno, rivelò loro: «Ogni notte, un essere di abbacinante splendore, circonfuso di luce dorata, penetrava nella mia tenda, e si lasciava scivolare al mio fianco. È lui che, per tre volte, ha fecondato il mio ventre. Poi scompariva, portato da un raggio di sole o di luna. Sono certa che i tre fratelli sono figli di Tengri, il Cielo» . Il prozio, Qutula, era il pontefice degli sciamani: i bardi celebravano la sua voce possente, che rimbombava come il tuono nelle gole della montagna, e le sue mani vigorose, simili alle zampe di un orso, con cui spezzava un uomo in due, come una freccia. Il padre, Yisugei «il coraggioso» , ebbe poteri da khan, sebbene non ne portasse il titolo. Vinse i Tatari in battaglia: diede al figlio il nome di uno dei vinti, Temüjin, in modo che possedesse le qualità del nemico; ma fu avvelenato dai Tatari con una bevanda. In punto di morte, raccomandò il figlio alla protezione di uno sciamano. Appena il padre fu morto, Temüjin, i fratelli e la madre, Höelun, vennero brutalmente cacciati dal loro clan. Il piccolo gruppo conobbe il gelo, la privazione, la fame. Con in capo il nero berretto da vedova, la madre, che aleggiò come una potente presenza femminile sulla vita di Temüjin, raccoglieva mele, ciliegie selvatiche, sorbi, corbezzoli, mirtilli: frugava il suolo, strappando radici, cipolle ed aglio; mentre i bambini catturavano pesci simili al salmone, con gli ami e le canne infantili. Erano soli, «senza altri amici che la loro ombra» . A nove anni, Temüjin uccise un fratello; e la madre lo accusò con durezza. «Sei come la tigre che balza addosso dall’alto di una rupe, come il falcone che piomba ferocemente sugli uccelli, come il luccio che divora silenziosamente gli altri pesci» . Presto la solitudine di Temüjin finì. Conobbe Jamuqa, di qualche anno maggiore di lui, al quale promise «eterna fratellanza» . Jamuqa regalò a Temüjin un astragalo di cervo: l’altro gli diede un aliosso iniettato di piombo. Giocavano insieme sul ghiaccio dei fiumi. Danzavano insieme sotto le fronde di un albero sacro. Mangiavano insieme, dormivano insieme sotto una sola coperta; e «si parlavano a cuore a cuore dicendo parole che non si dimenticano» . Nella giovinezza Temüjin ebbe, forse, esperienze sciamaniche: immaginò di diventare uccello o serpente, imitò il linguaggio degli animali, suonò il tamburo, salì con la fantasia lungo i rami dell’Albero Cosmico. Aveva il viso acceso da un bagliore misterioso, e occhi grigioverdi da gatto o da girifalco. Il suocero lo sognò nella forma di un falcone bianco, che stringeva fra gli artigli il sole e la luna. Come disse Jamuqa, «il suo corpo era temprato nel bronzo. Non lo trapasseresti con una lesina. Era forgiato di ferro. Non lo pungeresti con un ago» . Come Achille, aveva il dono di suscitare nei giovani Mongoli il fascino dell’amicizia virile. Nel 1206, Temüjin venne eletto gran khan, con il nome di Gengis, che, forse, significa «oceanico» o «incrollabile» . Era appoggiato dal più potente sciamano mongolo: poco tempo dopo, si liberò di lui, facendogli spezzare la colonna vertebrale, ma «senza versarne il sangue» . Ora l’orfano miserabile, che si cibava di bacche selvatiche e di radici, dormiva in una grande tenda, protetto da centinaia di guardie, che avrebbero inteso nella notte perfino il suono lontanissimo di un arco di betulla. Dio lo proteggeva. Gli aveva detto: «Ti ho messo alla testa dei popoli e dei regni affinché tu strappi e atterri, dissipi e annulli, pianti e costruisca» ; ed egli non dimenticò mai di essere un riflesso del Cielo. Saliva sulle montagne sacre: si levava il berretto, gettava la cintura sulle spalle, batteva nove volte la fronte sul suolo; e libava, pregava, invocava Tengri, l’Eterno Cielo Azzurro. Così nacque quella figura quasi incomprensibile, che per decenni fu adorata e odiata da milioni di uomini. Da un lato Gengis-khan era insaziabile: voleva conquistare tutto il mondo e diventare immortale; e se una freccia colpiva uno dei suoi cavalli, il suo odio non si saziava fino a quando dieci città non fossero state distrutte, e milioni di uomini massacrati. Ma era leale, generoso, nobile, gentile, fedele: se uno dei suoi guerrieri era ferito, scoppiava in lacrime, si inteneriva. Prima del suo avvento, i Mongoli erano disprezzati dalle tribù vicine. Quando salì sul trono, venne adorato come nessun potente della terra. Possedeva questo dono unico: la maestà. Come il sole allo zenit, lasciava cadere sui sudditi e sui nemici un sorriso stranamente amoroso. Nessun sorriso era così dolce, come questo sorriso nutrito di sangue. Mentre Gengis-khan guardava dal suo alto trono, l’amico della giovinezza, Jamuqa, viveva un’esistenza inquieta e incerta. Quando era alleato di Gengis, cospirava contro di lui: quando stava dalla parte dei suoi nemici, li tradiva. Infine fu preso prigioniero e portato davanti al gran khan. Come racconta mirabilmente la Storia segreta dei Mongoli (Guanda), Gengis offrì a Jamuqa il perdono dei suoi tradimenti. Voleva ricordare soltanto la loro giovinezza comune, e non riusciva a trattenere l’emozione. «Una volta la nostra amicizia era inscindibile, disse, eravamo inseparabili come le stanghe di uno stesso carro. Ora che siamo di nuovo riuniti, facciamo tornare la memoria a chi è smemorato, risvegliamo chi si è addormentato» . Anche Jamuqa ricordava con nostalgia la giovinezza, quando lui e Gengis «si dicevano parole che non si dimenticano» . «Oggi — aggiungeva — hai davanti il mondo intero. A che potrebbe servirti un compagno come me? La mia amicizia non ti serve. Sarei come una pulce nel colletto del tuo vestito, come una spina nel lembo della tua giubba. A causa mia non dormiresti sonni tranquilli... Adesso, perché il tuo cuore sia in pace, occorre che tu ti sbarazzi di me. Fammi uccidere. Solo così, se mi farai seppellire su qualche altura qui intorno, il mio spirito veglierà da lontano sui nipoti dei tuoi nipoti» . Sia pure con malinconia e rimpianto, Gengis khan obbedì alle parole di Jamuqa. «Che si faccia come lui vuole— disse ai suoi generali—. Mettetelo a morte. Ma non abbandonatelo, seppellitelo solennemente» . Così Gengis realizzò l’archetipo della sua vita. Il lupo azzurro aveva ucciso la cerbiatta fulva; e la cerbiatta sacrificata pregava, proteggeva, dava forza allo sguardo abbagliante del suo uccisore. ***Ormai Gengis-khan si sentiva allo stretto tra le vicine tribù mongole o turco-mongole, che aveva sconfitto e asservito l’una dopo l’altra. Voleva conquistare la Cina: o almeno i due regni del Nord, dominati da popolazioni «barbare» , i Tangut e gli Jurcet, i «re d’oro» dei quali era stato, anni prima, vassallo e alleato. Varcò la Grande Muraglia, dilagando verso sud, uccidendo, distruggendo, bruciando. Conobbe per la prima volta le grandi città: la capitale dei Tangut, irrigata da una rete di canali artificiali: Jinan, con il lago punteggiato da enormi fiori di loto: Taiyuan, amata da Marco Polo; e Pechino, dove entrò nel maggio 1215, incendiando il palazzo imperiale, che arse per oltre un mese. Nella Grande Pianura, scorse i campi bruno-giallastri, dove da millenni i contadini cinesi coltivavano con meticolosa dedizione ogni centimetro di terreno, e i villaggi si susseguivano ininterrottamente. Né lui né i suoi generali comprendevano il senso di quella scrupolosa attività di formiche. Meglio massacrare le popolazioni, che non sapevano allevare e governare una mandria, bruciare i raccolti e i villaggi, restituendo alla terra la dignità della steppa. Nell’Asia centrale e meridionale si estendeva l’impero islamico di Corasmia: era il mondo arabo persiano, che toccava uno splendore che non avrebbe mai più raggiunto. C’erano città meravigliose: Bukhara, Samarcanda, Herat, Ray, Balkh, Merv, Nishapur; canali e canali, giardini e giardini, vasche, fontane, filari d’olmi e di pioppi, bazar opulenti, tappeti, finimenti di cuoio, tessuti laminati d’argento, sete, cotonate, famosi meloni. Come dicevano i poeti, era l’Eden in terra. Questa volta— forse l’unica— Gengis-khan non fu l’aggressore. Aveva mandato al sultano della Corasmia doni ricchissimi, accompagnati da un messaggio amichevole: «Tutto ciò che desidero è che i nostri regni vivano in pace» . Poco dopo, nel 1218, inviò in Corasmia una grande carovana commerciale, con cinquecento cammelli, accompagnata da un centinaio di suoi sudditi, tutti di religione musulmana, tra cui un messo personale. Quando varcò la frontiera, a Otrar, il governatore della città massacrò l’intera carovana, compreso il messo di Gengis khan. Gengis-khan pianse lacrime di dolore, di furore, di umiliazione, di vendetta; e scatenò sull’Asia centrale e meridionale una spaventosa tempesta di crudeltà e di ferocia. Circa duecentomila mongoli a cavallo superarono i confini della Corasmia. Alcuni percorsero milleottocento chilometri, inseguendo il sultano in fuga, che morì di sfinimento: altri catturarono il governatore di Otrar e gli fecero «colare argento fuso negli occhi e nelle orecchie» . A tutti gli abitanti, Gengis rivolse un messaggio: «Comandanti, popoli e signori, sappiate che per volere di Dio il mondo intero, dall’Oriente all’Occidente, si trova nelle mie mani. Chi piegherà il capo sarà risparmiato, ma guai a coloro che opporranno resistenza: verranno sgozzati insieme alle loro mogli, ai loro figli e alla loro clientela» . Le città vennero assalite, saccheggiate, arse, distrutte: una di esse rimase completamente disabitata, e venne chiamata «la città maledetta» . Qualcuno disse che Gengis «aveva ucciso la terra» , cancellando i filari d’alberi e i canali di irrigazione, e lasciando la campagna in balia delle tempeste di sabbia che, come i Mongoli, venivano dall’Oriente. Quanto agli abitanti, Gengis-khan seguì diversi sistemi. Il primo era il più radicale: ucciderli tutti, persino i cani e i gatti, decapitare i cadaveri, spegnere i bambini nel ventre delle madri. Altri sistemi erano più moderati: massacrare i maschi, stuprare le donne, vendere i bambini come schiavi, portare gli artigiani in Mongolia, dove avrebbero lavorato cuoi e argenti. A Bukhara, nel 1220, Gengis entrò a cavallo nella moschea principale. Le casse, che custodivano le copie del Corano, fecero da abbeveratoi ai cavalli, che calpestarono con gli zoccoli il libro sacro. Quando vide lo scempio, l’imam della moschea disse che «Il vento della collera divina soffiava sopra di loro» . Gengis-khan sapeva, con piena coscienza, di essere il flagello divino: era, in modo paradossale, sia Dio sia il Male che egli nasconde in sé stesso, o che suscita negli uomini e negli eventi. ***Negli ultimi tempi della vita, l’antico cacciatore mongolo si avvicinò a quella che noi chiamiamo civiltà, e la comprese o cercò di comprenderla con la buona volontà che metteva nelle cose. Anni prima aveva ereditato uno scrivano uiguro, munito di un sigillo d’oro, che lavorava presso i Naiman; e da quel giorno gli atti ufficiali dell’impero mongolo vennero redatti in turco-uiguro. Se rimase sempre analfabeta, volle che i suoi quattro figli imparassero la scrittura uigura. Quando fu a Bukhara, desiderò conoscere l’Islam. In generale approvò, ma non gli piacque il pellegrinaggio alla Mecca, che gli sembrò qualcosa di parziale e di limitato, «visto che il Cielo è dappertutto» . Più tardi affidò il compito di amministrare le città del Turkestan orientale e occidentale a due funzionari musulmani. Amò un saggio cinese, Yelu Chucai, che apparteneva a un’antica famiglia regale. Era un abile astrologo; e, prima di ogni spedizione militare, Gengis gli chiedeva quali fossero le sorti. Yelu Chucai gli dimostrò che, invece di distruggere le coltivazioni e massacrare i contadini, sarebbe stato molto più vantaggioso ricevere imposte; e disse che «se l’impero era stato conquistato a cavallo, non poteva essere governato a cavallo» . Nel 1219, Gengis fece incidere una stele, dove risuona profondamente il linguaggio taoista. «Il Cielo è stanco dell’arroganza e dell’amore per il lusso che in Cina sono giunti a livelli intollerabili. Io, al contrario, abito nella regione selvaggia del Nord, dove non può attecchire brama di sorta. Mi volgo alla semplicità, ritorno alla purezza, mi conformo alla moderazione. Gli stracci che porto, il cibo che mangio sono gli stessi dei bovari e dei palafrenieri» . Due anni dopo conobbe un religioso filosofo taoista, Changchun, che lo raggiunse a Samarcanda dopo un viaggio lungo migliaia di chilometri. Gli chiese cosa fosse «l’elisir dell’immortalità» , del quale aveva sentito parlare: voleva varcare i limiti del tempo, prolungarsi nel Cielo, essere illimitato come il Dio che pregava nelle montagne. Con sua grandissima delusione, Changchun gli rispose che l’elisir non c’era, e non poteva esserci. Come tutti, anche Gengis doveva accettare i limiti imposti dal Cielo agli esseri umani. Col tempo, nelle regioni dell’Asia si diffuse «la pax mongola» . Gengis-khan creò un impero universale, che raccoglieva centinaia di razze e di religioni. Impose la fedeltà. Preparò un sistema di leggi, portando l’ordine e la concordia dove aveva dominato la furia e la lacerazione. «I Mongoli — scrisse Giovanni dal Pian del Carpine — sono i popoli del mondo più obbedienti verso i loro capi. Li venerano infinitamente, e non dicono mai menzogne. Non ci sono tra loro contestazioni, litigi e assassinii» . I mercanti portavano a Gengis una quantità smisurata di mercanzie, ed egli ne fissava equamente il prezzo. Godevano piena immunità: non correvano rischi. «Chiunque — disse un testimone — avrebbe potuto andare dal Levante all’Occidente con un piatto d’oro in testa, senza subire la minima violenza» . Venne stabilito un sistema di posta. Dalla capitale, partivano i messaggeri a cavallo con la lettera dell’imperatore: avevano la cintura circondata da sonagli, e andavano suonando e scampanellando fino alla prossima stazione di posta, dove altri messaggeri si precipitavano verso di loro, strappando la lettera dalle loro mani; e questa musica di sonagli attraversava lo spazio in tutte le direzioni. La morte si avvicinò. Gengis-khan comprese che, come gli aveva assicurato il filosofo taoista, non esisteva nessuna possibilità di diventare immortale. Ebbe un grave incidente di caccia, dal quale non si rimise; e diede ai figli le ultime raccomandazioni. Morì il 29 agosto 1227. Negli ultimi istanti forse immaginò che i suoi discendenti, vestiti di stoffe ricamate d’oro, si sarebbero dimenticati di lui, e della povera e austera Mongolia. Nella giovinezza era andato a caccia nelle boscaglie del Burqan-Qaldun, il monte sacro; e si stese sotto il fogliame di un grande albero isolato. Vi sostò qualche tempo, come perso in un sogno a occhi aperti, e alzandosi dichiarò che voleva essere sepolto sotto quelle fronde. Lì venne sepolto. Dopo il funerale il luogo diventò tabù, e la foresta crebbe, si dilatò e nascose tutte le figure che Gengis-khan era stato.

 

 

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