Le Sezioni Unite della Cassazione civile, nel risolvere una vertenza che contrapponeva un docente di scuola che rimuoveva il crocifisso dell'aula durante le sue lezioni e la direzione del suo Istituto che aveva adottato provvedimenti nei suoi riguardi, hanno emesso una sentenza 'politica', che non prende posizione sul nodo giuridico della questione ad esse rinviata e si limita a raccomandare un "accomodamento ragionevole", il confronto, la "ricerca, insieme, di una soluzione mite, intermedia, capace di soddisfare le diverse posizioni", senza neppure escludere, in caso di richiesta, la possibilità di esporre simboli di altre religioni. Non è questo il compito della giurisdizione, tanto meno al più alto livello. Credo che la laicità dello Stato, sulla quale non vi sono dubbi a livello costituzionale, non si affermi e non si tuteli con i pannicelli caldi della mediazione infrascolastica, anche perché il problema dell'esposizione dei crocifissi riguarda anche gli uffici pubblici, dove non si capisce fra chi dovrebbe intervenire il "confronto". Il docente di quella scuola ha impostato male, secondo me, la sua vertenza perché l'ha fondata sul riconoscimento della sua "libertà di coscienza religiosa" e di “insegnamento”. Eliminata subito la questione della libertà di insegnamento, in nessun modo violata dalla presenza in aula del crocifisso, resta il problema della libertà di coscienza religiosa, che a mio modo di vedere non viene, neppur essa, minimamente intaccata dalla presenza del crocifisso nell’ora di lezione. Il problema vero è invece quello della laicità dello Stato, che non consente, secondo me, deroghe ed eccezioni, neppure in considerazione della storia, anche confessionale, del nostro paese, che il principio di laicità non mette in discussione ma ripone in altri contesti, diversi da quello della fisionomia costituzionale dello Stato. Problema, per ciò che si vede, irrisolto ed ancora vivo ed attuale.




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