
Originariamente Scritto da
Cuordileone
domenica, 31 maggio 2009
Un Europa islamizzata rischia la fine dell'impero austro-ungarico
Un Europa islamizzata rischia la fine dell'impero austro-ungarico
di Christopher Caldwell
Raramente il corso della storia europea è stato cambiato da un’osservazione di passaggio fatta da un non-politico in un giornale tedesco nel bel mezzo del completo ristagno estivo. Il 28 luglio, lo storico di Princeton
Bernard Lewis ha dichiarato al quoditiano conservatore Die Welt che, “al più tardi” entro la fine del secolo, l’Europa sarebbe diventata islamica. E da quel giorno la politica europea non è più stata la stessa. Pochi giorni prima del terzo anniversario dell’11 settembre,
l’olandese Fritz Bolkestein, il dimissionario commissario alla concorrenza dell’Unione europea, ha scatenato un putiferio quando ha menzionato l’osservazione di Lewis in occasione di un discorso pronunciato all’apertura dell’anno accademico dell’Università di Leida. Bolkestein ha avvertito che l’Europa è destinata a “implodere” se si espanderà con troppa rapidità. Ha scelto il momento più opportuno per sollevare questo problema. (...) i popoli d’Europa vedono il loro destino irrevocabilmente incatenato a quello del mondo islamico. Anzi,
la necessità di creare un legame solenne con il secolarismo islamico che la Turchia ha seguito dopo l’ascesa al potere di Atatürk, è la ragione più spesso menzionata per dimostrare l’indispensabilità dell’ingresso della Turchia nell’Ue. Così, Bolkestein stava affrontando un turbamento di portata continentale. Il suo discorso è stato lungo.
Riferendosi all’aspirazione dell’Ue di diventare uno Stato multinazionale, ha richiamato l’attenzione sul destino cui andò incontro la più recente potenza europea che abbia nutrito quest’aspirazione: l’impero austroungarico. Gli austriaci contavano sulla loro cultura (a Vienna vissero Liszt, Richard Strauss, Brahms, Mahler e Wagner). Godevano di grande prosperità ed erano orgogliosi della loro posizione. Ma erano soltanto otto milioni, e l’espansione delle loro frontiere li mise faccia a faccia con un vigoroso movimento panslavico. Dopo che l’impero austroungarico ebbe assorbito 20 milioni di slavi, dovette cercare di trovare un difficile compromesso tra la concessione a questi nuovi sudditi del permesso di autogovernarsi e la conservazione della propria cultura. Esattamente come nel caso dell’Ue, l’impero aveva già oltrepassato il punto di non ritorno quando si accorse che non stava andando da nessuna parte. Bolkestein ha chiesto quale lezione devono trarre gli europei dalla storia, nel momento in cui prendono in considerazione la possibilità di accogliere la Turchia. Ha poi trattato due problemi specifici. In primo luogo, il fatto che non si vedeva all’orizzonte una conclusione logica all’espansione europea: una volta che l’Ue avrà accettato la Turchia, non ci saranno ragioni per rifiutare paesi (...). Per affrontarla le mancano tanto i mezzi finanziari quanto la solidarietà culturale. In secondo luogo, ha avvertito Bolkestein,
l’immigrazione sta trasformando l’Ue in “un impero austroungarico di proporzioni molto più vaste”. Ha accennato al fatto che
molte grandi città avranno presto soltanto una minoranza di europei (due tra le più importanti, Amsterdam e Rotterdam, nella sua madrepatria) e ha ribadito che la (progettata) aggiunta di 83 milioni di musulmani turchi accentuerà ulteriormente l’islamizzazione dell’Europa. E’ stata questa la parte del suo discorso (nella quale ha citato le previsioni di Lewis) che ha occupato le prime pagine dei giornali di tutto il mondo (...). Ne è nata una specie di reazione a catena. Due giorni dopo il discorso di Bolkestein, il Financial Times ha pubblicato una lettera che Franz Fischler, l’uscente commissario dell’Ue per l’agricoltura, aveva inviato privatamente ai commissari suoi colleghi.
Fischler si lamentava che la Turchia “era un paese di natura molto più orientale dell’Europa” e, peggio ancora, che “
rimanevano dubbi sulle credenziali laiche e democratiche della Turchia. Ci sarebbe potuto essere un ritorno violento del fondamentalismo”. La reazione dell’Europa è stata un collettivo “E ce lo dite soltanto adesso!”. Considerate insieme, le osservazioni di Bolkestein e di Fischler sono apparse sintomatiche della
politically correctness che circonda la questione dell’adesione turca. (...) i vari parlamenti nazionali sono contrari all’ingresso della Turchia nell’Ue, e anche le popolazioni europee sono schierate sulla stessa posizione. E’ stata la Commissione europea a guidare questo processo; e ora due autorevoli membri di questo organismo, al momento di abbandonare la loro carriera politica, dicono che è stato tutto
un grande errore di cui nessuno osa parlare (forse l’unica cosa che fa infuriare l’uomo della strada europeo ancora più di questa ambiguità burocratica è
il costante appoggio dato dagli Stati Uniti all’ingresso della Turchia nell’Ue). La cosa più interessante a proposito dell’intervista di Lewis che ha suscitato questa ondata di introspezione europea è che non era dedicata specificamente all’Europa. L’intervistatore ha chiesto a Lewis la sua opinione sugli sviluppi della guerra in Iraq, sull’evoluzione della questione palestinese, sulle speranze democratiche dell’Iran e sulle prospettive di vittoria contro al Qaida (su quest’ultimo tema Lewis ha dato un’inquietante risposta: “Si tratta di un processo lungo il cui risultato non è affatto certo”, ha detto, aggiungendo: “Funziona in modo simile al comunismo, che affascinava gli scontenti dell’occidente perché sembrava offrirgli risposte non ambigue. L’islam radicale esercita la stessa forza d’attrazione”). Lewis è stato altrettanto incisivo quando ha descritto la spaccatura tra Ue e Stati Uniti usando l’espressione “comunità dell’invidia” (“Comprensibilmente, gli europei hanno alcune riserve su un’America che li ha nettamente distaccati. E’ per questo che gli europei comprendono perfettamente i musulmani, che condividono gli stessi sentimenti”). Ma il tema del futuro islamico dell’Europa è stato toccato solo incidentalmente nel corso dell’intervista.
Alla domanda se l’Ue potesse fare da contrappeso globale agli Stati Uniti, Lewis ha risposto con un secco “no”. Secondo Lewis, solo tre paesi possono essere degli attori “globali”: sicuramente la Cina e l’India e, forse, una rinnovata Russia. “L’Europa”, ha aggiunto Lewis, “diverrà parte dell’occidente arabo, del Maghreb”. Ciò che sembra avere fatto infuriare gli europei è il fatto che Lewis non ha presentato questa affermazione come un’ipotesi azzardata, ma come se fosse qualcosa che ogni persona politicamente neutrale e intellettualmente onesta dà per scontato. E’ davvero così?
Bolkestein ha detto di non sapere se le cose andranno proprio come predetto da Lewis (“Ma se ha ragione”, ha aggiunto, “la liberazione di Vienna nel 1683 sarà stata inutile”). Bassam Tibi,un immigrato siriano, tra i più autorevoli rappresentanti dell’islamismo moderato in Germania, sembra concordare con la tesi di Lewis, anche se rifiuta la sua enfasi. “O l’Islam si europeizza, oppure l’Europa si islamizza”, ha scritto in “Welt am Sonntag”. Avendo trascorso gran parte dell’ultimo decennio impegnandosi nella costruzione di giudiziose istituzioni musulmane in Europa, sembra volerci avvertire che l’Europa non ha la forza di rifiutare l’islam né la possibilità di guidarlo. “Il problema non è se la maggioranza degli europei diventa musulmana”, ha dichiarato, “ma piuttosto quale forma di islam è destinata a dominare in Europa: l’islam della sharia o l’euroislam”.
(Fonte:
Il Foglio, 7\10\2004)