
Originariamente Scritto da
Giò
Non credo che fosse "gnostico" San Tommaso d'Aquino quando scriveva nel
De Regimine Principum che "la convivenza con gli stranieri corrompe moltissimo i costumi dei cittadini", riprendendo un'affermazione di Aristotele. Così come non credo che fosse "gnostico" Pio XII quando diceva che "l'uomo eredita mediante la sua parte materiale tutto un complesso di inclinazioni, che l'anima liberamente potrà trasformare, ma che rimangono tuttavia permanenti in tanti aspetti" (vedi
qui) oppure quando diceva che "[s]ebbene gli elementi formali di ogni comunità umana siano di ordine psicologico e morale, la discendenza costituisce la base materiale che deve essere rispettata e che non può essere danneggiata in alcun modo" (vedi
qui).
Impostiamo quindi la questione nei termini corretti. Possiamo definire la razza come quel gruppo di individui che condividono comuni caratteristiche fisiche ereditarie che li distinguono da altri. Uno dei principali errori del razzismo esagerato è ritenere che le qualità trasmissibili mediante la generazione siano a tal punto condizionanti da determinare non solo le caratteristiche somatiche esteriori dell'essere umano, ma anche tutto ciò che appartiene alla sfera morale, intellettuale e religiosa o che rientra nel suo libero arbitrio. Non entro nel dettaglio di tale concezione che, a dire il vero, storicamente ha avuto diverse declinazioni e gradazioni, ma la sostanza dell'errore è questa. Ben diverso è, invece, ritenere che la trasmissione di determinate caratteristiche ereditarie possa influenzare, come tendenza o inclinazione, il comportamento umano, senza con ciò determinarlo: questo concetto è pienamente in linea con il detto aristotelico-tomista
molles carne bene aptos mente videmus. In altri termini, la superiorità dell'anima sul corpo ed il fatto che l'anima sia forma del corpo non deve portare a dimenticare che l'atto e la forma sono ricevute dalla materia secondo la sua capacità. Quello che gli idealisti germanici chiamerebbero il
Volksgeist e che noi chiameremo lo spirito del popolo o l'anima della nazione, conservandogli il suo giusto significato
analogico, è frutto essenzialmente di un'elaborazione culturale, i cui autori sono gli individui che fanno parte della serie di generazioni che si sono succedute nella storia e che, in un dato momento, hanno composto e formato una nazione.
Quest'elaborazione è certamente frutto del contributo dato dalle menti e dalle libere volontà dei singoli, ma si può ammettere che in questa elaborazione ha inevitabilmente inciso (per quanto si possa discutere in che misura) una certa predisposizione innata. D'altro canto, se è vero, come dicevamo in precedenza, che la nazione è un aggregato sociale naturale di cui fanno parte quegli individui accomunati da un'affinità di origine e di cultura, non possiamo negare che l'elemento della discendenza è inscindibile dal concetto e dalla realtà della nazione. Le caratteristiche razziali di un popolo sono il "sostrato bio-antropologico", per riprendere una definizione di Sergio Panunzio, della nazione. La difesa di queste caratteristiche è quindi una difesa dell'unità della nazione o, per meglio dire, di un aspetto che contribuisce a questa unità. Questa difesa non può mai arrivare al punto di violare i diritti fondamentali della persona umana e non può mai tradursi in vessazioni ingiuste, ma nei limiti della legge naturale (e della fede cattolica) non si può disapprovare una politica che voglia prefiggersi questo mirabile scopo, che peraltro porta non pochi vantaggi alla convivenza sociale, se non sfocia nell'odio, nell'orgoglio e nella superbia collettivi.
Proprio perché il mondialismo vuole disarticolare le identità dei popoli e, in particolar modo, dei popoli europei non gli basta attaccare sul piano religioso (fede cattolica) ed etico (legge morale naturale), ma intende portarsi anche sul terreno razziale nella stretta misura in cui il fattore razziale contribuisce all'esistenza di identità locali e nazionali diverse, che nella sua logica perversa deve sminuire o relativizzare (ed in ogni caso: sradicare) per fagocitarle e/o manipolarle.
Siamo di fronte ad un progetto totalitario nel peggior senso che questa espressione può assumere.
Se l'universalismo cristiano del cattolicesimo riconosce e valorizza il "particolare" nell'"universale", attuando una retta
ordinatio ad unum, l'universalismo del mondialismo assorbe, per dissolverlo o svuotarlo di significato, il "particolare" in un "universale" che è un'uniformità monocroma, pur nell'apparenza data da una caotica pluralità: siamo di fronte ad una subdola
reductio ad unum.
Da questo mio ragionamento si comprende perché la figura del missionario cristiano non è inconcepibile nella prospettiva suesposta: il missionario cristiano giunge in terra straniera per conquistare le anime alla fede in nome di Dio, non per impossessarsi di territori o per espandere una nazione (o un razza). È vero che, storicamente, in territori ostili i missionari sono dovuti ricorrere al supporto delle armi del proprio popolo d'appartenenza per poter difendere il proprio diritto-dovere di predicazione del Vangelo, così come è vero che, spesso, la conquista di territori che poi hanno formato gli Imperi coloniali europei ha aperto la strada all'arrivo di missionari che hanno provato a convertire gli indigeni. Ma questo non toglie che il missionario, di per sé, non abbandona la propria patria né per meticciare un'altra stirpe né per sottometterla alla sua né per cambiarne radicalmente la cultura ed i costumi, se non quel tanto che è necessario per eradicarne aspetti incompatibili con la legge naturale e la fede cattolica. Certamente il missionario oltre che insegnare le verità del Vangelo e la dottrina cattolica potrà far mostra anche di quanto c'è di apprezzabile nella propria cultura d'origine e darà un'immagine positiva della sua nazione d'appartenenza, ma sempre nel rispetto dell'identità di colui che si trova di fronte a lui.