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Un 2022 da funambolo, quello di Recep Erdogan, alle prese con mosse da silfide ai quattro angoli della Terra. La grave crisi interna e il fantasma delle elezioni nel 2023 sono faglie profondissime alle quali si cerca di rispondere con una ricucitura con la NATO ed uno sbandierato ruolo di mediazione nel conflitto russo-ucraino (per ora al palo). Ma c’è un secondo, disperato, tentativo con il quale Erdogan è alle prese: quello di riconquistare uno status e una credibilità a livello regionale. E per farlo, Ankara non può non dialogare con Israele. Questo spiega perché, di fronte all’isolamento diplomatico e alla pressione economica, Erdogan è così ansioso di incontrare Naftali Bennett. Il ministro degli Esteri turco, Mevlut Cavusoglu, ha fatto sapere che incontrerà presto i colleghi di Israele ed Egitto, annunciando che si recherà a Tel Aviv a metà maggio, insieme al titolare del dicastero turco dell’Energia Fatih Donmez. A complicare il riavvicinamento però, in queste ore, le tensioni a Gerusalemme: il presidente turco ha condannato l’intervento israeliano nella moschea Al-Aqsa e le minacce al suo “status o spirito”.
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