Dal I capitolo della tesi di laurea in Antropologia Culturale ed Etnologia di Lorenzo Mercurio, dal titolo La catena infrangibile. Storia, simboli e comunicazione politica dell'indipendentismo siciliano.

« Nell’atrio di Palazzo Comitini, sede dell’amministrazione provinciale di Palermo, una sola lapide, collocata dopo mezzo secolo, ricorda i nomi delle ventiquattro vittime, in maggioranza molto giovani, della strage avvenuta a Palermo, nella centralissima via Maqueda, il 19 ottobre 1944 »[1]. Per giungere in maniera appropriata a parlare di tale luttuoso avvenimento è necessario esaminare ciò che le fonti in esame riportano, inerentemente alle condizioni socio-politico-economiche che vennero a delinearsi durante il 1944.
Francesco Musotto fu nominato nuovo prefetto di Palermo nel marzo di quell’anno da Badoglio: un uomo che prima di allora simpatizzò per l’ideale separatista, prendendo da esso debita distanza una volta assunto il ruolo istituzionale. Musotto « godeva dell’appoggio della Commissione alleata di controllo, della simpatia dei partiti politici ed anche del movimento separatista (e, pare, di certi ambienti para-mafiosi delle Madonie) »[2], e il periodo in cui salì in carica coincise con una ricomparsa di prodotti e merci prima introvabili nelle vetrine dei negozi palermitani, sebbene i prezzi restassero comunque proibitivi per la popolazione, stremata dalla guerra, che continuò ad essere costretta a rivolgersi al mercato nero per ottenere beni di prima necessità. I provvedimenti riguardanti gli aumenti degli assegni familiari, dei salari e degli stipendi si rivelarono solo di facciata, poiché nonostante le disposizioni, che eppure vi furono, ben pochi datori di lavoro accettarono di mettere in pratica tali aumenti[3]. Nel maggio dello stesso anno, « il Consiglio dei Ministri approvò le norme per l’attuazione del programma per l’ammasso nei cosiddetti “granai del popolo” del grano prodotto nell’annata. [...] Da parte degli esperti alleati era stato calcolato che, tenuto conto dello stato delle colture e della scarsezza di fertilizzanti, la produzione granaria avrebbe coperto solo il 65% dell’intero fabbisogno delle zone occupate e pertanto ogni sforzo e ogni energia dovevano essere impiegati [...] ad assicurare l’apporto di tutti i produttori alla riuscita dell’ammasso, mentre la necessaria integrazione per la copertura del fabbisogno residuo avrebbero provveduto gli alleati. [...] Per le nove province siciliane fu stabilito il conferimento di una quota complessiva minima di 3.100.000 quintali, dei quali, per potersi assicurare la distribuzione di una razione giornaliera di 200 gr. di pane e di 100 gr. di pasta ai cittadini muniti di tessera annonaria (con esclusione, quindi, dei produttori, coltivatori diretti, ecc.), era necessario, secondo calcoli attendibili, il conferimento di almeno i due terzi »[4]. Purtroppo, però, « il fallimento dei “granai del popolo”, delineatosi già dall’inizio delle operazioni di ammasso, risultò inequivocabile nei primi di settembre, quando la mietitura era stata effettuata. Il 5 di quel mese, infatti, in tutta la Sicilia, a fronte del contingente minimo di ammasso fissato [...] ne erano stati conferiti solo 1.012.000 quintali, appena cioè il 32,6% circa della quota minima di conferimento »[5]. Attanasio aggiunge che « all’irrisolubile problema alimentare s’aggiungeva la gravissima situazione dell’ordine pubblico, [...] che in quel momento aveva raggiunto in Sicilia dimensioni storiche. [...] Nell’estate 1944 l’inflazione nell’Italia ‘liberata’ raggiunse livelli drammatici. Il costo della vita superò indici sconvolgenti »[6], e ciò all’indomani della liberazione di Roma, della successiva nomina del principe Umberto II a luogotenente del Regno e delle dimissioni di Badoglio (giugno 1944). Inoltre, in quel periodo, « gli uomini del CNL [(Comitato di Liberazione Nazionale)] si battevano per sostituire nelle cariche coloro che erano stati nominati dall’AMGOT. Il CLN di Palermo aspirava all’assunzione del potere politico su tutta la Sicilia, ma veniva avversato dai CLN di Catania e degli altri capoluoghi isolani »[7], finendo per scontrarsi anche con il prefetto Musotto, accusato ingiustamente di incapacità e di nutrire ancora sentimenti separatisti. Nel frattempo, nello scenario di una tale caotica situazione, nel luglio successivo « il Consiglio dei ministri [italiano] [...] approvava a maggioranza [...] la nomina di Salvatore Aldisio ad Alto commissario della Sicilia, [la cui nomina] significò la ferma presa di posizione del Governo e del CLN romano contro il pericoloso movimento eversivo dell’indipendentismo siciliano »[8]. Aldisio non deluse le aspettative di chi lo elesse: « cominciò ad allontanare dalle cariche i separatisti o coloro che erano sospettati di esserlo »[9], ad iniziare dal sindaco palermitano Lucio Tasca. Ad agosto, anche il Partito Comunista « iniziò una seria opera di organizzazione in tutta la Sicilia »[10] nell’intento principale di contrastare il separatismo, nonostante vi fu, nell’allora recente passato, una certa simpatia reciproca tra Andrea Finocchiaro Aprile e Palmiro Togliatti, capo del PCI, il quale affermò, durante una seduta del Consiglio dei ministri, che « la propaganda separatista aveva successo perché si collegava “a tradizioni storiche di lotta per la libertà del popolo siciliano [...] tutt’altro che sparite e tutt’altro che da disprezzare”, e sfruttava il vastissimo elenco dei torti che veramente sono stati fatti in Sicilia nel sistema dello Stato italiano” »[11].
Il 16 settembre avvennero i tragici ‘fatti di Villalba’, in cui i comunisti di Girolamo Li Causi (organizzatore del PCI per la Sicilia) e i democristiani, appoggiati dal noto capomafia ‘don’ Calogero Vizzini – facilmente distratto da ogni aspirazione separatista, una volta capito da che parte iniziò a ‘tirare il vento’ – e dal nipote Beniamino Farina, allora sindaco del paese, ebbero uno violento scontro a fuoco[12]. Nel frattempo, un rapporto al Ministero degli interni rese ufficialmente nota la consistenza dei tesserati di ogni partito presente sull’Isola, attribuendo al MIS circa 480.000 iscritti, ovvero la maggioranza assoluta di preferenze[13]. « I separatisti, forti della loro consistenza numerica e del successo che la loro causa riscuoteva fra la popolazione, si apprestavano ad organizzare il loro primo Congresso nazionale, [con l’intento di riorganizzare il movimento, di superare le] divergenze ideologiche esistenti fra i vari partiti siciliani aderenti, [di confermare il] principio democratico per l’elezione delle cariche, l’autonomia della Lega Giovanile, [con il] rifiuto d’accettare pregiudiziali istituzionali [e la lotta contro i] CLN spuntati in Sicilia un anno dopo la sua liberazione dal fascismo »[14]. Il Congresso fu ufficialmente aperto a Taormina (ME) il giorno del 20 ottobre, quando iniziarono a giungere notizie su non meglio precisati incidenti avvenuti a Palermo il giorno prima. Quando le notizie diventarono più nitide e dettagliate, il congresso fu prematuramente chiuso e i dirigenti e i congressisti lasciarono Taormina per correre a Palermo, dove si consumò quella che molti giudicano la prima strage di Stato dell’Italia post-fascista: una folla di cittadini si riunì sotto Palazzo Comitini, in via Maqueda, per chiedere che gli agevolamenti economici già in vigore per i dipendenti degli enti pubblici statali fossero applicati anche ai dipendenti privati e a quelli comunali, ma « il commissario prefettizio barone Merlo aveva respinto tali richieste, adducendo motivi di bilancio che non consentivano nuovi aggravi finanziari all’amministrazione comunale »[15], con la conseguenza della messa in atto di uno sciopero che doveva aver luogo il 18 del mese, poi rientrato per le sommarie promesse riguardo a un’indennità di carovita, e ripreso proprio il giorno successivo, il 19 ottobre, in cui avvenne l’eccidio che contò ufficialmente 24 morti e 158 feriti.
Subito dopo i gravi avvenimenti di Palermo furono divulgate a mezzo stampa diverse versioni riguardanti le dinamiche dei fatti, in particolare una ‘ufficiale’ ed una ‘ufficiosa’: « secondo la prima, “la forza pubblica, dopo essere riuscita a sciogliere pacificamente un primo assembramento di dimostranti [...] era stata costretta a mobilitare un automezzo carico di quaranta soldati appartenenti alla divisione Sabauda” per prevenire eventuali intemperanze di “una colonna che si ricostituiva e si ingrossava di elementi estranei provenienti dai bassi strati della popolazione”. Quando poi “dalla folla venne lanciata una bomba a mano” che ferì nove soldati, “i superstiti risposero facendo uso dei moschetti e delle bombe a mano di cui erano armati” »[16]; l’altra versione, riportata da altri quotidiani dell’epoca, parlò « [di] soldati [che] avrebbero fatto uso delle armi senza nessun preavviso, e per di più senza essere stati fatti oggetto del lancio della bomba. I nove soldati sarebbero stati feriti da una delle bombe a mano lanciate dal bordo dello stesso autocarro, la quale essendo caduta a breve distanza dal camion, e precisamente sul lato sinistro, ne avrebbe determinato il danneggiamento »[17]. In un modo o nell’altro, accusato di voler provocare una ‘rivolta siciliana’ sfruttando le più che precarie condizioni economiche di allora, si provò a far ricadere la colpa dell’eccidio sul MIS di Finocchiaro Aprile, e fu per questo che da allora, da parte dei separatisti, si temettero arresti in massa: « Aldisio accusava i separatisti di preparare un “colpo di mano” contro le autorità dello Stato. Aveva dato ordine di perquisire la sede palermitana del MIS, dove – com’era del tutto prevedibile e naturale – furono rinvenuti dei “documenti antistatali” (cioè di propaganda indipendentistica) ai quali fu attribuita grande importanza. Otto individui che si trovavano nei locali furono fermati. Fu contestualmente disposta, a tempo indeterminato, “la chiusura della sede dei separatisti” »[18]. La conseguenziale risposta di Finocchiaro Aprile fu determinata a voler sfruttare le opportunità propagandistiche offertegli dalla stessa ambiguità dei fatti riguardanti la strage: « la responsabilità [di essa], una delle più terribili e infami che siano mai avvenute, grava tutta sul governo italiano, il quale impiegò truppe note per la loro dedizione alla monarchia sabauda, che non riscuote più la fiducia del popolo, e per il loro odio contro noi siciliani, manifestato in più occasioni. L’intervento di queste truppe quando la dimostrazione era al suo termine e l’uso dei mezzi bellici più micidiali contro una folla inerme sono rilevatori di un sistema che le leggi più elementari della civiltà non possono non condannare »[19].


[1] Scianò G., Una strage per soffocare la voce del popolo siciliano, 2007

[2] Attanasio S., Gli anni della rabbia, Mursia, 1984, Milano, p. 113

[3] Cfr. ivi, pp. 114-115

[4] Di Matteo S., Anni roventi. La Sicilia dal 1943 al 1947, G. Denaro ed., 1967, Palermo, p. 229

[5] Ivi, p. 231

[6] Attanasio S., 1984, pp. 117-118

[7] Ibidem

[8] Ivi, p. 119

[9] Ivi, p. 120

[10] Ibidem

[11] Ibidem

[12] Cfr. ivi, pp. 122-124

[13] Cfr. ivi, p.124

[14] Ibidem

[15] Ivi, p. 125

[16] Carruba L., Antonio Canepa e il separatismo siciliano, Armando Rieri ed., 2008, San Cataldo (CL), pp. 84-85

[17] Ibidem

[18] Ivi, o. 87

[19] Finocchiaro Aprile A., in ivi, p. 89