(Tratto da "Civiltà Fascista", Marzo 1942; qui la prima parte, se interessa a qualcuno domani posto anche la seconda)
LIBERTA' INTERIORE ED ESTERIORE
di Alfred Rosenberg
Quando si parla della libertà, sorgono davanti al nostro occhio interiore le più grandi dispute della storia. Con l'idea della libertà sono connesse tutte le grandi rivoluzioni, ma ugualmente hanno fatto con essa la loro apparizione i più grandi fenomeni tirannici della storia. Libertà invocarono gli antichi tirrannicidi, libertà gridarono gli schiavi nell'antica Roma quando infersero il colpo di grazia ad un vetusto organismo. Per la libertà di coscienza lottarono sempre gli innovatori religiosi contro vecchi dogmi. La libertà della scienza venne difesa erompendo da mille stanze d'indagatori contro la chiesa medioevale. Ed infine il problema, se dopo tutto esista una libertà dell'uomo, una libera volontà, divenne oggetto delle indagini di grandi filosofi. In qualunque luogo quindi ove si manifestò un grande movimneto nella vita religiosa, scientifica o politica, esso fu quasi sempre collegato all'idea della libertà, ed il fatto che sempre milioni di uomini marciarono dietro una tale idea, ed entrarono in lotta per essa in ogni campo, la rende per noi, nonostante le scorie che sì spesso l'accompagnano, venerabile in tutti i tempi. Nessuno di noi osa una dogmatica decisione sulla questione, se la volontà dell'uomo sia libera o meno. L'una e l'altra tesi sono state difese dai loro rispettivi sostenitori con uguale accanimento e con l'impiego di tutte le forze persuasive. Segnatamente sin dal fiorire delle scienze esatte il tentativo di totalmente immettere l'uomo nel processo della natura è stato in misura ognor crescente accompagnato dalla considerazione, che l'immagine di una volontà libera è una illusione e che perciò tutte le pretese su di essa fondate sono errate e sorpassate.
Vi sono stati soltanto pochi intelletti che, onesti verso ambo le parti ed ammettendo tutte le conseguenze, lasciarono intravvedere almeno la possibilità di una soluzione. Kant, primo di tutti, è stato colui che permise tutte le prove delle scienze naturali esatte, e che immise l'uomo, come essere naturale, nel complesso delle leggi dell'universo come ogni altro essere della natura e della vita. Dopo che Kant proprio qui ebbe tratte, come indagatore della natura, fedele alla verità, tutte le conclusioni naturali e fisiche, esaminò con altrettanta coscienza l'indole interiore dell'uomo, le manifestazioni dell'uomo nella realtà della sua storia, e giunse al risultato, apparentemente paradossale, che da una parte l'uomo è assolutamente non libero e d'altra parte è pur libero. Egli vide in lui, come lo vide Goethe, una compartecipazione a due mondi, tra di loro in reciproca azione, ma pur d'origine differente, origine non spiegabile fino all'ultima radice, ma forse pur formante una unità. E senza voler comunque esprimerci dommaticamente, possiamo ben soffermarci per ora su questa base kantiana e fissar enegli occhi, con altrettanta fedeltà al vero, il fatto che la vita umana dipende da tante circostanze del mondo e dell'ambiente, e che nel giuoco della vita, che non ci è dato di abbracciare con lo sguardo, essa non altro rappresenta che un centro di passaggio di forza, al pari di altre vite. Viceversa dobbiamo anche riconoscere che quella forza interiore, che rende l'uomo capace di vivere con piena coscienza per un'idea e di morire per essa, significa la dimostrazione altrettanto sicura di un'altra forza, la quale si contrappone agli altri prencipi della esistenza e lascia superstite il presagio di un'altra potenza non più afferrabile con il concetto di spazio, tempo e causalità. Quando specialmente i biologi oggi argomentano che, se l'uomo è una combinazione di forza e di materia come espressione di leggi ereditarie, la pretesa libertà della volontà significhi quindi una peritura illusione, e quando poi gli stessi uomini in pari tempo ci chiamano ad immolarci nella lotta per una idea, essi manifestano così una non ancora superata profonda crepa nel loro proprio pensare. Poichè, se l'uomo è immesso nell'inevitabile giuoco delle sole forze, allora non si deve rivorgergli l'appello di immolarsi per un ideale, che pur presuppone che una volontà interiore sia in grado di rispondere a tale appello mediante una decisione propria od almeno conforme al suo sentire. Certo, la libertà in ogni caso non è mai assoluta, anche se vogliamo riconoscere con profondo rispetto questa libera volontà come tale. Essa dipende da possibilità esteriori e dall'essere interiore, ma appunto perchè essa è così, sembrami questa, se mai, l'unica raffigurazione della libertà. Per cui la libertà, nella vita dello Stato, non è la possibilità di fare tutto, ed essa per l'individuo significa non possibilità di tutto creare, inventare, formare, ma libertà è sempre forma, cioè essa risalta essenzialmente nella cornice di una legge creativa, come l'opposto della tirannia, cioè schema rigido, ed altrettanto come l'opposto dell'arbitrio, cioè l'amorfo e il caos.
Se guardiamo da questo punto di vista le lotte spirituali e politiche, allora troviamo che la libertà in niun luogo si presenta in forma eguale e che il diritto alla libertà, cioè alla possibilità di far legge, non tutti lo hanno e non tutti lo debbono avere, ma che tanto la forza biologica quanto anche il carattere e la posibilità creativa spirituale accompagnano sempre l'idea della vera libertà come esigenza e possibilità. Vi sono personalità-individuo e personalità-popolo, alle quali una troppo larga estensione delle possibilità di libertà non può essere concessa, ossia porre un freno è una benefica necessità per tutti. Azione e destino di un più fanatico filosofo e demagogico tribuno di popolo dimostrano come la mancanza di determinate forze di resistenza esteriori possa condurre ad un fatale spostamento delle forze a causa di una istintiva ambizione e di un volere smisurato. L'esempio dei Grachi, del Rienzi, del Mirabeau e di tante figura della politica odierna mostra all'evidenza quanto libertà e legge vanno congiunte, secondo la più profonda convinzione di Goethe: "La legge sola può darci la libertà"; soltanto vincoli esteriori possono dare forma alla creazione interiore. Qui ricompare l'antico concetto germanico della libertà, riabbracciato dal nazionalsocialismo, concetto che nettamente si divide dalla libertà della rivoluzione francese e dall'infuriare della distruzione marxista-bolscevica.
Gli altri popoli non hanno mai del tutto compreso questo concetto germanico della libertà, perchè non hanno del tutto capito la parte interiore dell'idea della personalità. Lo storico francese Guizot un giorno disse una parola che Goethe amava particolarmente: essere stati proprio i popoli Germanici coloro che avevano dato ai popoli europei il concetto della personalità, cioè il concetto di una figura umana in luogo della norma livellatrice e della non-regolata costruzione politica; il concetto della personalità, la quale difende coscientemente quanto più le è proprio, e la quale, attorno ad un fisso solido nocciolo interno, pone anello ad anello la sua azione creativa, ad agisce, con ciò, eccentricamente, pur restando legata ad un centro. Quest'era quell'idea germanica della libertà, che Martino Lutero professò quando parlò della libertà spirituale-religiosa e ad essa dedicò la sua vita; ma nello stesso tempo esigeva un severo regime politico, capace di proteggere questa libertà interiore contro l'arbitrio dei vicini ed anche contro l'arbitrio del singolo stesso.
Quest'è precisamente la stessa convinzione che Goethe espresse sull'esigenza del rispetto (Ehrfurcht); del rispetto in particolare davanti a se stessi, e non nel senso di una superficiale presuntuosa sopravvalutazione di se stessi, bensì nel riconoscere un indistruttibile nocciolo metafisico in base al quale soltanto si possono comprendere le veramente grandi creazioni dell'arte, della scienza e della costruzioni statali. Questo, in sostanza, è anche quel concetto della libertà il quale si manifesta, forse non sempre filosoficamente conscio ma con sempre maggiore chiarezza, in un nesso che oggi denominiamo personalità-collettiva. Noi miriamo ad una collettività dei milioni di tutti i germanici, in forma e governo forti, e nello stesso tempo domandiamo spazio per grandi personalità creative. Noi riteniamo queste due pretese non contrastanti, come fanno alcuni altri popoli che conoscono o la tirannide o il caos come alternativa, e perciò siamo convinti che il movimento nazionalsocialista, il quale anch'esso lottando per una libertà entrò a suo tempo nella vita, giunse proprio - proprio perchè guidato da Germanici - per interno istinto per la via politica allo stesso risultato dei grandi condottieri religiosi del popolo germanico, dei suoi pensatori e dei suoi grandi poeti.
(fine prima parte)




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