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Discussione: Lo Stato Organico

  1. #1
    Avamposto
    Ospite

    Predefinito Lo Stato Organico

    Lo Stato organico

    …la democrazia non è per noi un principio religioso: è solo un metodo (anzi un’espressione estensibile a tutta una serie di possibili metodi) per designare e legittimare l’aristocrazia politica della Nazione. Registravano, a conclusione del V capitolo, che le realizzazioni corporative nel ventennio si limitarono al campo del lavoro e della produzione, del quale tendevano ad attuare la rappresentanza organica anche nell’organo legislativo (Camera del Fasci e delle Corporazioni). Noi pensiamo che tale limitazione derivasse non da una proprietà del sistema ma da una contingenza storica. Il Fascismo aveva conquistato tutto il potere in due tempi (1922 e 1925 e l’esperienza corporativa era cominciata solo l’anno successivo con la legge sindacale 563. Tutta l’area politica era quindi occupata dal Fascismo e dal suo Capo, che indubbiamente poteva vantare un consenso popolare senza precedenti, non solo in termini numerici (98,33% nelle elezioni 1929 e 99,84% in quelle del 1934), ma soprattutto in intensità e convinzione. Mussolini era certo (e quasi tutti gli italiani di allora con lui) di interpretare ed esprimere rettamente la volontà politica della Nazione, senza che neppure esistesse il problema di come distillarla dalla volontà del popolo (abbiamo visto come i due concetti non si identifichino). La volontà economica, conservando essa, più nella univocità dei fini ultimi, vastissimi margini di opinabilità, era espressa, col sistema organico per funzioni, dagli organi corporativi, peraltro anch’essi sotto sorveglianza. Non comprendiamo – sia detto per inciso – come i liberaldemocratici, di vecchia fede o catecumeni, possono menare tanto scalpore di ciò, dato che loro giunsero al potere in Francia nel 1789, e si ebbero in seguito prima una serie di sanguinose (quelle sì!) dittature, poi l’autocrazia napoleonica e finalmente, dopo la parentesi della Restaurazione, la Francia cominciò a funzionare…liberalmente (e poi democraticamente) solo oltre mezzo secolo dopo la presa della Bastiglia. Il Fascismo, dall’inizio del regime alla sua violenta soppressione ebbe solo, includendovi la R.S.I., vent’anni a disposizione. Ora quelle condizioni storiche sono cessate e la volontà della Nazione è tutta da determinare. La difficoltà che una democrazia deve affrontare e superare è quindi lo studio di un metodo di espressione della volontà popolare e di assunzione di essa come volontà dello Stato che dia le migliori garanzie di sincerità e di efficacia. Per quanto ottiene alle funzioni produttive, il metodo corporativo antiguerra può essere assunto come paradigma con minime varianti, anche per le questioni di inquadramento, e cioè per la fissazione dell’ambito e composizione delle corporazione. Non così per le funzioni non produttive, ma non meno importanti se, attraverso la volontà popolare, si vuole esprimere l’anima della Nazione in metodo completo. Nel sistema tra le due guerre, per i motivi esposti, le valenze prettamente spirituali o politiche erano affidate per l’espressione al Partito Nazionale Fascista e alle sue filiazioni Opera Nazionale Dopolavoro, Opera Nazionale Balilla (poi G.I.L.), Opera Nazionale Combattenti, Opera Nazionale Maternità e Infanzia, Accademia d’Italia, Consiglio Nazionale delle Ricerche, Comitato Olimpico Nazionale Italiano ed altre minori, con una copertura di campo abbastanza completa, la parte, contribuiva alla espressione di valenze nazionali non produttive anche la Confederazione Fascista dei Professionisti e Artisti. Ora, né l’uno né l’altra, esistono più, né esiste un’imposizione politica unitaria già determinata. Noi siamo convinti che il sistema della rappresentanza per funzioni sia il più consigliabile anche per il settore extraeconomico, e abbiamo già accennato e spiegheremo nell’ultimo capitolo il perché. Si tratta di strutturarlo, e il compito non è facile, sia perché si pone per la prima volta, sia perché esistono categorie morali che presentano notevoli difficoltà a volerle inquadrare in corporazioni. Basti por mente a quella fondamentale sia come soggetto che come oggetto di politica che è la funzione delle casalinghe. Anche quelle difficoltà però, con impegno intellettuale e cauta sperimentazione andranno superate. Quel che è certo è che fare della sovranità popolare un sacro principio, dinanzi al quale bruciare incenso a profusione, e poi attuarla col semplicistico e sospetto sistema del suffragio universale indifferenziato e delle liste partitiche, collegi uni-o-plurinominali, presidenzialismo o parlamentarismo, maggioritario e proporzionale, vuol dire screditare la democrazia, non realizzarla, e vuol dire lasciare lo Stato in preda di poteri arbitrari e incontrollati, estranei sia alla volontà popolare che agli interessi nazionali e ai quali la pseudo-democrazia funge soltanto da compiacente paravento. Quando Sorel affermava: La democrazia è il Paese della cicogna dei finanzieri senza scrupoli, non alludeva certo al principio del governo fondato sulla volontà del popolo, ma alla forma partitocratrica a suffragio indifferenziato che aveva sotto gli occhi. E la realtà attuale proclama con terribile evidenza quanto il pensatore di Cherbourg, già quasi un secolo addietro, avesse ragione. Noi, che in fatto di metodi politici non abbiamo religioni ma solo convinzioni, sentiamo in compenso troppo rispetto per il nostro popolo per continuare a propinargli tra inchini e salamelecchi una siffatta patacca. Sta bene la sua volontà e non si vede a quale altra volontà ci si potrebbe riferire, ma che sia autentica volontà, analoga nella sua funzione a quella che guida le azioni di un essere umano e non astrazione cabalistica, e che sia idonea a coprire l’intero campo delle manifestazioni di ogni tipo e livello di cui si compone la vita e in cui si manifesta la validità di una Nazione. Che sia autonoma e non condizionata o estorta; qualificata e non vaga e generica; e infine che la classe politica risultantene sia veramente tenuta ad attuarla e non possa, previe le genuflessioni l’uso, metterla da parte e farsi i propri comodi. Solo da tale punto di vista, il fallimento evidente e rovinoso delle istituzioni introdotte in Italia dalla Liberazione non è un fallimento della democrazia, bensì soltanto di uno di quei metodi, purtroppo tuttora vigente con insignificanti ritocchi. E solo in tale ottica non è necessario abbandonare il principio generale del fondamento popolare del potere per realizzare un sistema politico che sia elemento essenziale di progresso e non causa di degradazione. Senza affrontare la problematica tecnica, ci preme qui almeno fissare i criteri fondamentali che a nostro avviso dovrebbero presiedere all’adozione di una rappresentanza democratica per funzioni:

    1) Non si tratta di una rappresentanza di interessi. Ogni membro del parlamento delle Funzioni, anche se tale diviene di diritto per l’elezione alla sua carica da parte della corporazione di appartenenza rappresenta tutta la Nazione, analogamente a quanto dispone l’art. 67 della Costituzione vigente; solo egli apporta all’attività legislativa l’opinione qualificata e l’esperienza specifica della funzione che lo ha espresso, e ciò noto nell’interesse di quella categoria ma della Nazione intera.

    2) La designazione del proprio presidente nazionale (o come altro sarà denominato) e degli altri suoi rappresentanti al vertice da parte di ogni corporazione avverrà secondo le regole, nelle ipotesi ed eventualmente secondo le cadenze previste nello Statuto liberamente datosi dal corpus medesimo, che dovrà al massimo rispettare alcuni requisiti generali da fissarsi per legge.(**) La stessa elezione da parte della corporazione farà acquistare però automaticamente all’eletto la qualifica di membro del parlamento. Ogni corporazione potrà sostituirne uno o più a norma del proprio Statuto, in ogni momento.

    3) La quantità dei deputati (si chiamino così o altrimenti) assegnati ad ogni corporazioni non potrà ovviamente essere commisurata al numero dei rispettivi iscritti, dato questo del tutto rilevante per chi abbia afferrato lo spirito della riforma proposta, bensì all’importanza della funzione relativa nella vita della Nazione.

    4) Siamo contrari all’ipotesi di due camere, l’una economica e l’altra politica, sia per la dipendenza gerarchica dell’economia rispetto alla politica, sia perché la valenza politica, e cioè quella di ragionare uti cives e parte integrante della personalità di ognuno, anche se espresso da una corporazione produttiva. Il nostro sistema punta a valorizzare la polivalenza dell’uomo, non le sue specializzazioni deformanti.

    5) Le elezioni nei singoli settori corporativi dovrebbero avvenire per gradi territoriali, preferibilmente che per sub-categorie. Per esempio, gli agricoltori della provincia di Pesaro parteciperebbero tutti, nella loro pubblica funzione di elettori primari, all’elezione del loro direttivo corporativo, che a sua volta eleggerà il suo rappresentante all’assemblea regionale di settore. A questa spetterebbe, tra le altre mansioni, l’elezione del proprio rappresentante dell’organo direttivo della corporazione nazionale, che dovrebbe a sua volta eleggere nel proprio senso i deputati degli agricoltori al parlamento nazionale.

    Elezioni primarie potrebbero essere previsti dagli Statuti di corporazioni molto numerose anche per subcategorie produttive.

    6) Sarebbe, con tale sistema, con i capi delle assemblee nazionali di corporazione e non con i segretari dei partiti che il Capo dello Stato o il Presidente del Consiglio designato dovrebbero consultarsi per la scelta dell’esecutivo.

    7) I sindacati, finché permanesse la struttura dualistica dell’impresa, conserverebbero la loro funzione di parte nelle controversie collettive di lavoro e tenderebbero probabilmente alla unificazione, una volta vanificato il loro collegamento colle diverse parti politiche, e cioè i partiti. Cessata, infatti, per questi ultimi ogni presunzione rappresentativa, essi si ridurrebbero a circoli per la diffusione di idee e orientamenti, e potrebbero perfino diventare utili.





    Stato organico

  2. #2
    Avamposto
    Ospite

    Predefinito Rif: Lo Stato Organico

    Capitolo IV

    “Corpora” sociali: ORGANI DELLA NAZIONE

    … è concretamente possibile e in che modo far emergere una volontà popolare degna di tal nome? C’è secondo noi un preciso motivo per cui il Liberalismo, come figlio del Socialismo, non è riuscito a realizzare alcuna democrazia che tale sia effettivamente. Ed il motivo risiede nel suo astratto individualismo, fratello siamese dell’egualitarismo. Le persone reali, infatti, non sono affatto uguali, mentre, gli individui astratti si. La grossolana concezione di un popolo, come somma aritmetica di tante unità fungibili, doveva inevitabilmente arrivare alla realizzazione della democrazia attraverso il suffragio universale periodico indifferenziato, che è la parodia della democrazia. Una massa ingente di siffatti individui, presupposti senza qualità o qualificazione di sorta, è chiamata ad esprimere la sua volontà che dovrebbe essere vincolante, uno actu, su tutti gli orientamenti che lo Stato dovrà assumere fino alla successiva consultazione. E’ chiaro che non è neppure pensabile sottoporre ad ogni elettore un voluminoso questionario – redatto poi da chi? – dai milioni di risposte dal quale estrarre, poi, magari con un computer, gli indirizzi politici del Paese. E allora ci si limita a sottoporre, all’individuo, nomi o liste di nomi, compilati da incontrollate organizzazioni private che non hanno altro requisito che quello di riuscire a compilare e presentare dette liste, chiedendogli di delegare a qualcuno di quei nomi la scelta degli indirizzi medesimi. Le persone corrispondenti ai nomi sono del tutto sconosciute all’individuo in cabina elettorale se non per vago e generico sentito dire o per le intenzioni da loro dichiarate nelle rispettive propagande, restando ben chiaro che esse non sono appunto obbligate ad attenersi ai programmi esposti, bensì sono legittimate a fare – conseguito il potere – esattamente il contrario. Tutti sanno, anche se fingono di ignorarlo, che, con un meccanismo del genere, non si esprime nulla che possa seriamente qualificarsi volontà popolare e che la democrazia concretantesi nel sistema vigente, per quanto la si stiracchi e rappezzi, non è che una mera convenzione verbale. Consideriamo la cosa evitando accuratamente le astrazioni e le presunzioni legali di cui si pascono i liberaldemocratici. E’ oggettivamente impossibile – dicevamo – che il popolo, nel suo complesso, possa esprimere una articolata volontà politica. Tutto ciò che si può richiedere ad ogni cittadino è che concorra alla designazione delle persone, che tale funzione dovranno esercitare, facendo quello che in antico faceva l’Aristocrazia, con la sola variante che, anziché nominata dall’alto – semplicemente perché non esiste più nessun alto – essa è espressa dalla base. Cambia l’origine della designazione, ma il fine di essa è sempre lo stesso: scegliere i migliori per quella funzione. Bene può dirsi che una democrazia deve avere un obiettivo aristocratico. Se bene impostata, e strutturata, essa conseguirà lo scopo, altrimenti, ne scaturirà una classe politica disastrosa come quella che imperversa, in Italia, da cinquant’ani in qua. Non se ne può accusare l’avversa sorte: è rigorosamente consequenziale. E pretendere che essa sia legittimata dalla volontà popolare, come oggi è estratta, è solo una mistificazione.Se non che qualsiasi attività organizzata, come è o dovrebbe essere quella dello Stato, è giocoforza che sia attuazione di una volontà o, almeno, di un compromesso tra volontà diverse. Essendo quella popolare, come visto, soltanto un alibi, occorre chiedersi quale altra, o quali altre, volontà siano effettivamente realizzate. La domanda, s’intende, è del tutto retorica, dato che lo sappiamo tutti benissimo, a cominciare dai politicanti democratici di successo. Chi, malgrado tutto, aspira sinceramente ad una democrazia che sia veramente tale, ed anche efficiente, deve porsi invece altra domanda tutt’altro che retorica: è concretamente possibile, ed in che modo, far emergere una volontà popolare degna di tal nome? E’ almeno singolare che, a porsi sul serio tale quesito, siamo tacciati, soltanto noi, di antidemocrazia! Cercheremo qui, compatibilmente col nostro proposito di concisione, di dipanare il filo del nostro ragionamento, attenendoci al metodo scientifico di risalire dal noto all’ignoto. La volontà è, in natura, un attributo esclusivo della persona umana. Quando si parla di volontà di qualcosa di diverso da una persona, si ricorre i realtà ad una similitudine, o meglio ad una metonimia, usando come parametro la volontà individuale. E’, quindi, sano criterio cominciare con l’osservare come, n una persona, si forma una volontà. Sul piano fisiologico, essa è certamente elaborata dal cervello, ma, è altrettanto certo che un cervello, da solo, non avrebbe nulla da elaborare. Il cervello è un collettore continuo di tutti gli stimoli, le richieste, gli allarmi, le sensazioni di benessere e di malessere che gli pervengono non solo dagli organi di senso ma da tutti gli organi del corpo. Dagli organi ed i tessuti che li compongono, si badi, non dalle singole cellule. Ed ogni organo ha una o più funzioni, le quali interagiscono e possono influire, anche in modo determinante, sullo stesso funzionamento del cervello. Ecco che la volontà può, a ragione, ritenersi un prodotto dell’intero organismo, ed il principio, trasposto in politica, richiama democrazia. Non si ignora affatto che, nella formazione della volontà delle persone, influenza, e nei migliori prevalente, abbia l’attività dello spirito, e cioè considerazioni attinenti a valori ed impulsi che trascendono le esigenze materiali dell’organismo pensante. Ma tale verità, tutt’altro che sconsigliare l’applicazione alla politica del paradigma organico, la rende, anzi, come vedremo, ancor più appropriata e feconda. La trasposizione che proponiamo e anch’essa, beninteso, una similitudine. Ma prende a paradigma l’ordine naturale, che ha nella persona umana uno dei più splendidi esempi, e siamo fermamente convinti che i riferimenti all’ordine naturale siano assai più fecondi di spunti, allorché si tratta di costruire un ordine artificiale, che non intere biblioteche di opinabili filosofie. Ebbene, la nostra osservazione in umiltà dell’ordine naturale come è espresso nel nostro organismo, manifestazione e specchio di quello sovrannaturale, ci porta a trarre altre precise conseguenze riguardo il nostro problema di dare senso ed articolazione alla volontà collettiva. Comincia col farci giudicare ridicola la pretesa di considerare il soggetto di quella volontà, cioè il popolo, come una somma di individui indifferenziati che possono suddividersi con un qualsiasi criterio convenzionale. Il raggruppamento secondo funzioni e organi diversi è, per le nostre cellule conditio sine qua non per fare dell’insieme di esse un’unità vitale ed armonica che possa possedere una volontà, e, analogamente, che la complessa vita di una Nazione si articola in funzioni. Tali funzioni sono svolte da pluralità di persone, unite nei corpora sociali. Ve ne sono di molti generi, qualificati dalla loro attività che può essere morale, culturale, produttiva, di autodifesa, di educazione intellettuale e fisica, etc. E’ un corpus, una scuola come una fabbrica di stoffe, u sindacato come una società sportiva, la polizia come la magistratura; persino le attività criminali tendono, come è noto, a costituirsi in corpora. E corpora di uno stesso gemere possono, non solo concettualmente ma effettivamente, formare aggregazioni funzionali più ampie, che chiamiamo corporazioni. Ci sembra invero che tali corporazioni effettive ed operanti, equivalenti per la Nazione a quelli che per la persona sono gli organi, si prestino molto meglio ad esprimere la volontà dei loro appartenenti destinata a comporre organicamente la volontà generale del popolo, che non gli attuali partiti, voluti e strutturati solo da una esigua parte dei cittadini, in base a bandiere ideologiche sempre più confuse ed indefinite, di cui il generico corpo elettorale non ha che un’idea vaga e fluttuante. Anche a dimostrazione che non ci lasciamo assorbire troppo dalla metafora di Menenio Agrippa, dobbiamo evidenziare alcune rilevanti differenze tra persone che costituiscono un popolo e le cellule che compongono un organismo vitale. Ne abbiamo, del resto, già accennato a proposito della nostra concezione enunciata al capitolo II, numeri uno e due in particolare. La prima è che un uomo che si dedica ad una delle funzioni sociali, pur acquisendo in essa particolari abilità e sviluppando talune abitudini piuttosto che altre, è sempre, fortunatamente, molto meno specializzato che le cellule di un particolare organo, onde un filosofo somiglia molto più ad un carpentiere che non ad una fibra muscolare o ad un leucocito. La seconda è che, per l’indivisibilità dell’uomo integrale, anche per svolgere la funzione più limitata e specifica un uomo impiega la sua intera personalità, compresi gli aspetti e le valenze di essa che nulla hanno a che fare con la funzione stessa. La terza è che un uomo può svolgere contemporaneamente diverse funzioni, e, quindi, appartenere di pieno diritto a più corporazioni, anzi, questo costituisce il caso più frequente.Un chirurgo che insegni all’Università e pubblichi libri, saggi ed articoli appartiene, evidentemente, a pieno titolo, alla funzione ei sanitari, a quella dell’insegnamento ed a quella pubblicistica; Ma anche un modesto operaio che pratica il calcio agonistico sarà legittimato a far valere la propria volontà consolo nella formazione degli organi rappresentativi della propria categoria produttiva, ma, anche in quelli della propria disciplina sportiva. Ci sembra, però, e meglio lo vedremo in seguito, che differenze del tipo di quelle brevemente accennate, non solo non siano affatto controindicative all’applicazione alla Comunità nazionale del paradigma organismo e cioè della rappresentanza per funzioni, ma ne aumentino anzi considerevolmente i pregi. Soprattutto la prima e la seconda delle differenze sopra elencate recano a loro volta ad altra differenza molto positiva, che costituisce addirittura, per chi ne comprenda lo spirito, uno dei caratteri peculiari e pregnanti del sistema polito organico. Osservavamo prima che, nella formazione della volontà di una persona, oltre alle richieste e stimoli provenienti dagli organi e tessuti, gioca un ruolo pervalente il suo spirito, la cui forza determinante dei processi cerebrali si esercita al di fuori del sistema sensoriale e cenestetico, con modalità che la filosofia positiva non potrà mai comprendere e neppure descrivere ma la cui realtà è al di sopra di ogni dubbio. La trasposizione dello schema organico alla politica non implica però affatto ne ignorare quella fondamentale verità ne escogitarne sostitutivi istituzionali. Se cellule, tessuti ed organi non hanno attività spirituale e quindi il loro concorso alla formazione della volontà deve ritenersi soltanto parziale, gli uomini che compongono i corpora sociali, quali che ne siano le funzioni, tale attività posseggono tutti, se pur in gradi diversi. Quindi il flusso di messaggi che, nell’ordinamento organico da noi proposto, confluirebbe dagli organi, funzioni ai centri decisionali a formare la volontà unitaria dello Stato contiene già in se la componente spirituale. Non solo, ma, essendo i prodotti dello spirito umano molto più omogenei che la miriade di diversi interessi materiali e di punti di vista particolari, in sede di sintesi la loro influenza tenderà necessariamente ad aumentare ancora, con gli auspicati effetti analogici in vista di quel concetto superiore di bene pubblico già prospettato.





    Stato organico (un altro estratto)

 

 

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