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  1. #801
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    Predefinito Re: Thread contenitore generico sugli USA

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    ahahhahahhahahahhahahhahahahahha


    Quello non e' cibo americano. Semmai questo



  2. #802
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    Predefinito Re: Thread contenitore generico sugli USA

    In Italia "diventano americani" con 20 anni di distanza...... il giorno in cui fossero anche solo con un 1 anno di vantaggio l' italia diventerebbe una delle massime potenze mondiali !!!!


    https://www.repubblica.it/salute/202...56806-P1-S1-T1


    L'avanzata dei Pronto soccorso privati, come funzionano e cosa si rischia

    https://quifinanza.it/info-utili/pro...a-fila/741139/

    In Italia il pronto soccorso “per ricchi”: assistenza a pagamento
    In Lombardia si diffonde sempre più il pronto soccorso privato, con possibilità d'accesso rapido dietro pagamento: ecco come funziona

  3. #803
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    Predefinito Re: Thread contenitore generico sugli USA

    ORIENTE | OCCIDENTE, DI FEDERICO RAMPINI


    «Scisma» nella sinistra Usa su Israele e Hamas: i ricchi donatori (traditi dalle università d'élite) se ne vanno
    Federico Rampini | 23 ottobre 2023

    Da Soros, Lauder e Bloomberg, la comunità ebraica, ben rappresentata tra i generosi finanziatori delle università americane, si sente tradita dopo aver sostenuto le battaglie delle altre minoranze


    L’ultima tragedia del Medio Oriente sta provocando un divorzio tra due componenti storiche della sinistra americana: la comunità Jewish progressista, e l’ala radicale pro-Hamas che domina nei campus universitari oltre che in altre fazioni radicali come il movimento dell’estremismo antirazzista Black Lives Matter.

    Una manifestazione di questo scisma coinvolge i grandi donatori, essenziali per il buon funzionamento delle università di élite. Tra i mecenati che finanziano generosamente l’accademia americana, è ben rappresentata la comunità ebrea. Questa, almeno in alcuni suoi esponenti di punta, ora prende le distanze o boicotta apertamente gli atenei che hanno ospitato e avallato manifestazioni pro-Hamas nonché episodi di aperto anti-semitismo.



    La spaccatura oppone alcune delle constituency storiche della sinistra democratica Usa. Il caso dei ricchi mecenati è solo un aspetto. Anche nel mondo della cultura e dello spettacolo la spaccatura è evidente, per esempio con le spietate critiche lanciate da un re della satira televisiva come Bill Maher agli studenti privilegiati che tifano per Hamas e non hanno speso una parola di cordoglio per i bambini israeliani uccisi. Il newyorchese Maher incarna un concentrato di constituency della sinistra storica: di padre cattolico irlandese, e madre ebrea ungherese, nel suo album di famiglie confluiscono due comunità che sono dei pilastri dell’elettorato democratico sulla East Coast. Vista la sua verve comica e la sua popolarità, ha avuto particolare risonanza la requisitoria di Maher contro l’ignoranza di studenti le cui famiglie pagano 70.000 dollari l’anno per ricevere una istruzione molto meno “qualificata” di quanto si creda.

    Tra i filantropi un caso visibile è quello di Ron Lauder, esponente di una famiglia ebrea illustre, erede della dinastia che fondò la multinazionale dei cosmetici Estée Lauder. La famiglia Lauder si è sempre distinta per il suo mecenatismo: dalle grandi università al mondo dell’arte (a New York ha creato la Neue Galerie e una sua collezione occupa un’intera ala del Metropolitan Museum). Ron Lauder ha annunciato un “riesame” del sostegno finanziario che la multinazionale offre da anni alla University of Pennsylvania. Questo ateneo è uno dei tanti in cui le autorità accademiche hanno tollerato manifestazioni di aperto sostegno al terrorismo, e atti di ostilità verso gli studenti ebrei.

    A Harvard, il miliardario israeliano Idan Ofer e il fondatore di Victoria’s Secret Leslie Wesner hanno tagliato i rapporti con l’ateneo, dopo che 34 associazioni studentesche hanno addebitato a Israele il massacro di civili israeliani da parte di Hamas (anche lì, senza incontrare opposizione da parte delle autorità accademiche).

    La comunità Jewish negli Stati Uniti annovera alcuni campioni di cause progressiste, tra i più ricchi e i più noti ci sono George Soros e Michael Bloomberg. Soros finanzia movimenti per i diritti umani e le libertà nel mondo intero; negli Stati Uniti ha sostenuto alcune delle frange più radicali, per esempio ha donato alle campagne elettorali di magistrati dell’ultrasinistra, quelli che sistematicamente scagionano e mettono in libertà i colpevoli di reati se appartengono a minoranze di colore. L’ex sindaco di New York Bloomberg nasce repubblicano, ma ha finito per candidarsi come democratico alla nomination per la Casa Bianca; finanzia molte campagne ambientaliste. Ambedue figurano tra i mecenati più generosi per le università. Ora una parte di questa comunità di Jewish-American scopre di essersi coltivata una serpe in seno. L’antisemitismo dilagante nei campus ha colto di sorpresa molti donatori illustri. Come si spiega questo fenomeno? Forse non avevano prestato attenzione a quel che stava accadendo nel corpo docente, nella burocrazia accademica, nei programmi d’insegnamento.

    Ecco il sottotitolo di un corso offerto agli studenti di Harvard sul tema “Etnìe, Migrazioni, Diritti”: “Rivolta globale: razza, solidarietà, de-colonizzazione: come ribellarsi contro la supremazia bianca”. Le letture assegnate agli studenti sono un concentrato di quel vetero-marxismo-leninismo dominante nei campus, con punte di terzomondismo anti-occidentale, appelli alla lotta contro l’Occidente e contro il nemico sionista che non sfigurerebbero in un volantino di Hamas. Berkeley, Stanford, Yale e Princeton hanno corsi simili. È obbligatorio in quel mondo descrivere Gaza come una prigione a cielo aperto o un campo di concentramento dove avviene un genocidio ad opera di Israele, ignorando il fatto che dal 2007 l’unica autorità nella Striscia è Hamas.

    Un altro dogma nei campus americani identifica Israele con il capitalismo occidentale – feroce, oppressivo, predatorio – mentre Gaza è il simbolo del proletariato marxianamente sfruttato.

    La relativa prosperità dello Stato d’Israele viene vista da molti studenti americani come la conseguenza dello sfruttamento abietto dei poveri palestinesi. In realtà lo Stato d’Israele alla sua nascita, e per diversi decenni, fu povero e laburista-socialista. L’esperimento dei kibbuz era l’equivalente delle “comuni”. Il miracolo economico israeliano ha inizio solo negli anni Ottanta con una serie di riforme di mercato, che hanno consentito ai talenti imprenditoriali di manifestarsi. Oggi il reddito pro capite israeliano è il decuplo rispetto agli abitanti di Gaza, ma non per effetto dello sfruttamento di questi ultimi (che vengono impoveriti da Hamas). Dall’inizio del millennio altre riforme fiscali e bancarie hanno favorito il boom del venture capital, fino a creare la nuova metafora d’Israele come “Start-up Nation”.

    Già agli albori del millennio Israele annoverava nella sua forza lavoro 140 scienziati ogni diecimila occupati, più degli Stati Uniti e della Germania in proporzione alla popolazione. Il miracolo economico, scientifico e tecnologico di cui Israele è stato protagonista – che non ha nulla a che vedere con la condizione del popolo palestinese – si è avvalso anche di un flusso di talenti in arrivo, per esempio neolaureati, ricercatori e scienziati ebrei in fuga dalla Russia. Questo miracolo ha attirato l’attenzione di alcune classi dirigenti arabe, da Dubai a Riad. Emiratini e sauditi hanno cominciato a vedere Israele non più come un nemico bensì come un modello da emulare. È questa una delle spiegazioni dietro gli accordi di Abramo a cui doveva seguire il riconoscimento d’Israele da parte dell’Arabia saudita.

    Nei campus americani, soprattutto delle università di élite, diverse indagini demoscopiche hanno rivelato che la maggioranza degli studenti considera il socialismo un sistema molto superiore al capitalismo. Per non subire i disagi della “dissonanza cognitiva” – che si verifica quando le informazioni dal mondo reale divergono dai nostri preconcetti – questi studenti con l’aiuto dei docenti devono trasformare Israele in un mostro, i cui successi sono esclusivamente il frutto di atrocità. Che questo generi anche rigurgiti di antisemitismo, ha colto impreparati i Bloomberg, Soros, Lauder eccetera.

    Non è la prima volta che la comunità ebrea americana si sente “tradita” dai suoi compagni di strada. La componente più progressista dei Jewish-American da tempo ha sostenuto le battaglie degli afroamericani, incluse le frange estremiste come Black Lives Matter.

    Per gli ebrei di sinistra, che sono la maggioranza della loro comunità in una metropoli come New York (con leader politici quali il senatore Chuck Schumer) è obbligatorio proteggere le altre minoranze etniche, in memoria di quella che fu alle origini la condizione disagiata e discriminata della prima migrazione ebrea negli Stati Uniti. Questa solidarietà non è stata ricambiata dalla militanza più radicale dei movimenti anti-razzisti, dove è d’obbligo identificarsi con tutte le forme di lotta dei palestinesi, anche le più violente.

    I recenti rigurgiti di antisemitismo, comprese alcune aggressioni contro ebrei americani, hanno spesso avuto come protagonisti dei Black. Lo scisma avrà ripercussioni anche sul comportamento elettorale e gli equilibri politici? È presto per dirlo ma ho segnalato la candidatura alle presidenziali come indipendente di Cornel West, intellettuale dell’estrema sinistra Black pro-palestinese che potrebbe sottrarre consensi giovanili al partito democratico.
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  4. #804
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    Predefinito Re: Thread contenitore generico sugli USA

    ORIENTE | OCCIDENTE, DI FEDERICO RAMPINI



    Il commercio e i suoi addetti alla mercé dei ladri: il virus Usa contagia Londra


    L’affinità linguistica e storico-culturale dell’Inghilterra con gli Stati Uniti ne ha sempre fatto un canale di trasmissione delle nuove tendenze americane verso l’Europa. Oggi questo vale anche per l’epidemia di furti nei negozi, largamente tollerati, che stanno diventando una piaga sociale. Il danno ai bilanci della distribuzione grande e piccola è sostanziale. Le ferite – fisiche o psicologiche – inferte agli addetti al commercio sono serie. Il dilagare di questa delinquenza, e la sua quasi totale impunità, alimentano un senso di dissoluzione dell’ordine sociale, che ha conseguenze in molti altri campi. È una delle spiegazioni del paradosso americano: abbiamo un’economia in ottima salute, e un diffuso malcontento tra i cittadini. Lo spettacolo quotidiano di uno sgretolamento della legalità alimenta sensi d’insicurezza che la vigorosa crescita del Pil (+4,9%) non può curare.

    L’Inghilterra, sempre permeabile all’esempio americano, rileva un aumento dei furti nei negozi del +25% in un anno secondo le statistiche della polizia. È più elevato nei dati di una catena di supermercati come la Co-op, che parla invece di un balzo del +35%, con alcuni dei suoi punti vendita che ormai subiscono tre rapine al giorno. Un reportage del New York Times dalla Gran Bretagna evoca un clima da Far West, cita addetti ai negozi picchiati e feriti se osano resistere ai furti.

    Termini come «rapina» o «razzìa» o «saccheggio» sono più adatti a descrivere quel che accade, anziché «furto» o «taccheggio». Anzitutto perché i ladri agiscono sempre più spesso in bande, alla luce del sole, fanno incetta di prodotti, terrorizzano o aggrediscono il personale e talvolta gli altri clienti se qualcuno di questi osa reagire, infine escono col bottino indisturbati. Commessi e commesse sono in prima linea, per i danni fisici e psicologici; i vigilantes delle ditte private di sicurezza sono ancora più esposti. Anche nel Regno Unito, come avviene da tempo in America, questa forma di criminalità è sempre più organizzata ed è tollerata dalle autorità che dovrebbero reprimerla: magistratura, forze dell’ordine, potere legislativo, amministratori locali.

    Chi reagisce ai furti rischia un processo

    Negli Stati Uniti il degrado è in atto ormai da alcuni anni e contribuisce a un’atmosfera nuova: quella che un tempo era una nazione «Law and Order» oggi soprattutto in alcune aree metropolitane assomiglia piuttosto a una giungla. I social media traboccano di video ripresi dalle telecamere di sicurezza di negozi, supermercati e drugstore, sempre con le stesse scene: bande di giovani che fanno irruzioni nei supermercati drusgtore e grandi magazzini, riempiono sacchi di merce, partono con il bottino sbeffeggiando il personale o la clientela. Poche ore dopo questa merce è già in vendita su Ebay o altri siti del commercio online. L’escalation di queste rapine ha molte conseguenze nefaste. Le città più colpite, come San Francisco, hanno visto fallimenti e chiusure di negozi (anche franchising di aziende celebri come Whole Foods, Walgreens, Nordstrom, Target, Starbucks). In quelle metropoli dove è noto che la polizia e la magistratura non intervengono – New York, Washington, Philadelphia, Chicago, Los Angeles – i top manager del commercio impongono al personale di non reagire: visto l’ultra-garantismo vigente, e visto che le gang possono pagarsi ottimi avvocati, se un commesso o un guardiano dovesse far del male a un ladro metterebbe nei guai se stesso e il proprio datore di lavoro. Di conseguenza quello dei vigilantes e dei commessi nella piccola e grande distribuzione è diventato un mestiere ad alto stress, esposto a traumi psicologici, e il settore del commercio subisce carenze di manodopera. Oltre ai danni diretti che subiscono le aziende e i lavoratori del settore, il conto finale lo pagano tutti i consumatori: per compensare le perdite sulla merce rubata, i supermercati ovviamente alzano i prezzi pagati dai clienti onesti. Compresi tanti lavoratori e americani poveri, che così finiscono per essere anche loro vittime dell’illegalità.

    Quando gli Stati Uniti erano più sicuri

    Come siamo arrivati a questo disastro? Chi frequenta l’America da una vita, come me, ricorda quei decenni virtuosi che videro un forte calo della criminalità e un miglioramento della sicurezza a tutti i livelli. A New York c’è chi tende a dare il merito a Rudolph Giuliani, che dopo essere stato un efficace procuratore anti-mafia (amico e alleato di Falcone e Borsellino per le indagini internazionali su Cosa Nostra) fu il sindaco-sceriffo della Grande Mela dal 1994 al 2001, promotore di una politica detta «tolleranza zero». In realtà la svolta virtuosa era cominciata molto prima di lui. Dodici anni prima della «tolleranza zero» di Giuliani, era nata la dottrina della «finestra rotta», esposta dagli studiosi James Wilson dell’università di Harvard e George Kelling di Rutgers in un celebre articolo apparso sulla rivista The Atlantic nel 1982. La metafora della finestra rotta era questa: se in un caseggiato popolare una finestra rimane frantumata a lungo, prima o poi tutte le altre finestre saranno rotte. L’incuria attira incuria, il degrado suscita emuli, lo stato di abbandono è una calamita verso comportamenti devianti. Quelle «piccole» illegalità che sono vagabondaggio, accattonaggio aggressivo, urinare in pubblico, insozzare di graffiti, usare i trasporti pubblici senza pagare il biglietto, commettere furtarelli, se vengono tollerate e rimangono impunite fanno metastasi, diffondono la sensazione che lo Stato è assente, incoraggiano a spostare sempre più in là la soglia della trasgressione. Dalla dottrina della finestra rotta a quella della tolleranza zero il passaggio era logico: non bisogna chiudere un occhio sui cosiddetti reati minori perché spesso sono il «tirocinio» attraverso cui i delinquenti si addestrano a commetterne di più gravi. Il passeggero abusivo che scavalca il tornello e viaggia senza pagare biglietto, ha più probabilità di essere lo stesso che commetterà uno scippo sul vagone della metropolitana.

    La teoria dominante: il criminale come vittima

    Gli anni d’oro sono ormai un lontano ricordo. Sulle due coste degli Stati Uniti, e in qualche zona centrale come Chicago, ha preso il potere nell’amministrazione locale, nell’accademia, nei media, e nella magistratura elettiva, una sinistra molto radicale armata di alcune certezze ideologiche: tra queste il dogma secondo cui i delinquenti sono vittime di una società ingiusta, soprattutto se sono di colore. La depenalizzazione (di diritto o di fatto) di molti reati cosiddetti minori è la conseguenza di questo indottrinamento, ultra-egualitario solo in teoria. Ignora la realtà sul terreno: a rubare sono soprattutto gang giovanili organizzate, tutt’altro che povere; tra le loro vittime ci sono tanti piccoli commercianti che appartengono a minoranze etniche e vengono rovinati; il fallimento di negozi impoverisce i quartieri dove abitano afroamericani e ispanici; inoltre nei giovani appartenenti a queste minoranze etniche si distrugge l’etica della responsabilità, sostituita dalla cultura dell’illegalità come vendetta contro il «sistema», del rancore, della richiesta permanente di risarcimenti. Il delinquente trasformato idealmente in un Robin Hood è una caricatura grottesca, senza aderenza con la realtà, ma con una presa inquietante sui giovani Black e ispanici. Questa perversione ideologica possiamo capirla noi italiani: il culto fanatico della violenza come strumento di giustizia a noi diede le Brigate Rosse; l’idea che «la proprietà è un furto» giustificò derive delinquenziali come le «spese proletarie» dei centri sociali. L’ideologia è molto più forte del principio di realtà. Un esempio è stata, in California, la depenalizzazione di tutti i furti sotto i 900 dollari di valore: un aperto incentivo al crimine, una certezza d’impunità.

    Il ruolo di Black Lives Matter

    Su questo lassismo dilagante si è poi inserita, durante la pandemia, la tragedia di George Floyd (25 maggio 2020). L’atroce uccisione di quell’afroamericano da parte di un poliziotto bianco razzista a Minneapolis, ha scatenato un movimento come Black Lives Matter con degli eccessi gravi: molte proteste si sono trasformate in assalti allo Stato e saccheggi organizzati; le forze dell’ordine sono state accusate indiscriminatamente di razzismo e delegittimate; diversi sindaci di sinistra hanno tagliato fondi alla polizia con effetti disastrosi come un boom degli omicidi. Interi quartieri sono stati «restituiti» alle gang. Non sfugge il significato di quanto è accaduto l’8 ottobre di fronte al massacro di civili israeliani: i militanti di Black Lives Matter e frange affini si sono subito schierati a favore dei terroristi di Hamas. La violenza come strumento per “riparare ingiustizie” è l’impostura che hanno in comune.

    Modello Florida, le ragioni di chi vota a destra, lo sguardo da Oriente

    Si è accentuata la divisione tra due Americhe. Nella California governata dal democratico Gavin Newsom i crimini violenti sono superiori del 13% rispetto al 2019, nella Florida governata dal repubblicano Ron DeSantis sono inferiori del 31%. In proporzione alla popolazione residente, i reati di sangue commessi in California sono quasi il doppio che in Florida. E questo nonostante la normativa sulle armi sia molto più severa in California. Visto da lontano, lo scenario di una rielezione di Donald Trump tra un anno sembra assurdo, pazzesco, inspiegabile. Come può quasi metà degli americani pensare di votare per un uomo che ha attentato alla democrazia, ed è incriminato per una lunga serie di reati? Nella quotidianità di molti americani però la grande politica è meno importante della qualità della vita. L’impressione di vivere in una società dove per alcune minoranze le regole sono diventate un optional, dove l’antirazzismo è un alibi per garantire l’impunità ai criminali, è uno dei fattori che spiegano l’impopolarità di Joe Biden nei sondaggi.Una democrazia che non garantisce più quel bene essenziale che è la sicurezza, spiana la strada a fautori di modelli autoritari. In Europa, se si segue il modello americano come sta facendo il Regno Unito, le stesse cause produrranno gli stessi risultati: un rafforzamento dell’estrema destra (se è questa la parte politica più attenta al tema dell’ordine pubblico). Segnalo che in Germania è appena nato un nuovo partito della sinistra che tenta di recuperare voti “d’ordine”. Cioè quei voti di lavoratori che fino a ieri venivano attirati dall’estrema destra dell’AfD. In un altro mondo, l’Oriente, questi fenomeni sembrano confermare il declino terminale della nostra civiltà. Lo spettacolo delle rapine sistematiche e impunite nei nostri supermercati è un sintomo di anarchia tipico di una decadenza estrema, se guardato dalla Cina o dall’Arabia saudita, dagli Emirati o da Singapore; ma anche da paesi democratici come il Giappone, la Corea del Sud, Taiwan. Questi ultimi ci ricordano una verità che un tempo valeva anche a casa nostra: l’ordine può regnare insieme alla libertà.

    30 ottobre 2023, 09:22 - modifica il 30 ottobre 2023 | 09:22

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  5. #805
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    Citazione Originariamente Scritto da occidentale Visualizza Messaggio
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    Federico Rampini | 23 ottobre 2023

    Da Soros, Lauder e Bloomberg, la comunità ebraica, ben rappresentata tra i generosi finanziatori delle università americane, si sente tradita dopo aver sostenuto le battaglie delle altre minoranze
    [...]

  6. #806
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    Citazione Originariamente Scritto da Halberdier Visualizza Messaggio
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  7. #807
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    Citazione Originariamente Scritto da occidentale Visualizza Messaggio
    Stai a vedere che la guerra a Gaza qualcosa di buono potrebbe portarlo...

  8. #808
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    The $109 Trillion Global Stock Market in One Chart


    https://www.visualcapitalist.com/the...-in-one-chart/

    Non vedo la Ruzzzziaaaaaaa






  9. #809
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    clash bankrobber

  10. #810
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