Le guerre sono intrinsecamente malvagie. Tutte. Alcune, poche, possono essere definite in qualche modo "giuste", se finalizzate a non permettere il trionfo dell'arroganza e dell'aggressione ma anche quelle non sfuggono alla categoria della malvagità.
E tutte debbono essere giudicate a seconda del merito e del metodo. Guai a sottovalutare quest'ultimo. Nel conflitto israelo-palestinese però pare che accada l'esatto contrario. Pare, a leggere le valutazioni della lunga tragedia, esista solo il metodo. Pare che Israele non sia costretto a fronteggiare, sin dalla sua nascita, aggressori con una visione della società radicalmente diverse dalla sua. Una visione della società, per essere eufemistici, meno progredita. Israele è uno stato nato e cresciuto da una terra prima primitiva e incolta, bottino di preda e conquista ottomano e inglese, nato grazie all'immigrazione libera e massiccia di ebrei per realizzare un sogno e sfuggire all'antisemitismo. Già questo non va bene per alcuni che si dicono progressisti e che per l'occasione rivalutano il valore della tradizione in sé, che sia buona o cattiva, del sangue e del suolo. Nonostante gli ebrei abbiano regolarmente acquistato terreni disabitati e da questi abbiano creato tutto ciò di cui adesso possono godere si farfuglia di illegittimità, evidentemente richiamandosi alla teoria dello ius sanguinis. Ecco la prima incompatibilità tra pensiero progressista e antiisraelismo.
La seconda e più profonda incompatibilità è proprio nel merito di cui dicevo.
Il merito del conflitto. E Israele combatte contro chi lapida adultere e omosessuali, contro chi nega i diritti umani e i diritti civili. Contro regimi autoritari, dittature, monarchie assolute, teocrazie.
Israele rappresenta ciò per cui la vera sinistra si è battuta sin dalla sua nascita. Israele rappresenta il Progresso. Israele è uno stato nato come lo stato con più uguaglianza economica, subito sui livelli scandinavi, ben superiore ai livelli dei paesi comunisti. Adesso si è normalizzato, pur rimanendo su livelli migliori di quelli italiani. E la responsabilità dello spostamento del baluardo dei diritti, della democrazia, della libertà e dell'uguaglianza in Medio Oriente verso destra è anche dell'incomprensione della sinistra europea. Una sinistra che, onnubilata dall'antiamericanismo e dalla Guerra Fredda vedeva Israele come nemico e gioiva per i successi del criminale Khomeini, andando contro se stessa, contro i suoi principi.
Adesso non si può non comprendere che isolare Israele adesso non metterà in crisi la destra israeliana ma la aiuterà. Isolare Israele significa isolare anche il campo della pace israeliano.
Ora più che mai tutto il mondo deve attuare quella citazione di Rabin:
"Continueremo il processo di pace come se non ci fosse il terrorismo combatteremo il terrorismo come se non ci fosse il processo di pace"
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