Tra le tante identità reali o inventate che compongono l’universo mondo di noi sardi ve ne sono anche di nefaste. Nel 1938 il sardo Lino Businco, firmatario del Manifesto della Razza, docente di anatomopatologia all’Università di Roma, pubblicò nella rivista “la Difesa della Razza” un articolo dal titolo significativo di “Sardegna ariana”.Esponente del razzismo biologico, Lino Businco partecipò allo studio di scheletri provenienti da scavi archeologici in Sardegna. Dall’alto della sua autorità medica cercò di portare l’assunto della purezza razziale dei sardi sul terreno scientifico: “i Sardi vanno considerati come un gruppo purissimo di quegli ariani mediterranei che trovano la migliore espressione entro la razza italiana”. La giustificazione di ciò stava nel “lapalissiano” assunto che “non potevano appartenere a opachi aggruppamenti razziali africani quegli uomini i cui antenati avevano dato origine alla luminosa civiltà dei Nuraghi”. Continuava affermando “che tra i protosardi e la popolazione attuale vi era una singolare continuità di caratteri che attestava una mirabile conservazione del sangue attraverso i millenni”. La rivista razzista dedicherà al tema vari articoli nelle sue annate. Il problema era, ovviamente, quello di dare sostanza storica all’assunto razziale e di questo si incarica Paolo Rubiu, nel 1939, il quale sgombra subito il campo di “quegli strati in genere marginali” delle zone costiere “che hanno dovuto sottostare a contatti esterni” e all’impoverimento “del sangue della stirpe”, a differenza del centro dell’isola dove, invece, “caratteri costumi e tradizioni sono rimasti pressoché immutati superando i secoli”. Per concludere perentorio “niente razza di pigmei mediterranei, i sardi, nè spirito mercantile di fenici semiti. […] Razza autoctona, quella di Sardegna, insediata nell’isola prima delle migrazioni dell’oriente semitico”. Ma c’è, evidentemente, un problema in questo crescente esaltante: i sardi si ribellano ai romani e vengono conquistati. La risposta è di Paolo Rubiu, nell’articolo citato; i Sardi vengono conquistati ma non spariscono, si assimilano al punto che “ben può la Sardegna chiamarsi di razza ellenica romana “ Non mancano, ovviamente, gli Shardana di cui si occupa Claudio Calosso sempre nel 1939 per il quale “I Sardi dovevano coi Siculi e forse coi Liguri occupare la Libia, prima di passare nelle isole mediterranee, e della loro esistenza possiamo essere certi […] Scirtani o Sciardani, truppe mercenarie. In sostanza, come dice Claudio Calosso “una civiltà grandiosa e muta che ci dice di una Sardegna non estranea a tanto movimento di un popolo forse navigatore e certamente guerriero, audace, forte, già conosciuto centinaia d’anni prima della caduta di Troja”. Non va dimenticata, per non farci mancare niente, l’immancabile Atlantide. Per Aldo Capasso, che scrive nel 1943, gli Iperborei, razza prenordica, dopo lo spostamento dell’asse terrestre trasferiscono la propria sede ad Atlantide e da qui con una serie di ondate si diffondono, da una parte verso il Danubio e il Mar Nero, dall’altra verso le grandi isole del Mediterraneo, compresa la Sardegna, sino a Troia e alla Palestina filistea, in ultimo verso la Libia e l’Egitto, dando origine alle dinastie Faraoniche sino ai Sumeri, Cina e Oceania. Nell’Età del Bronzo un’ultima ondata è quella dei Thuata de Danaan, che chiude il ciclo. A qualcuno sicuramente darà la sensazione di aver già sentito tutto questo, perché sono elementi che attraversano l’immagine della storia della Sardegna secondo i più vieti luoghi comuni, ancora duri da morire: la continuità e immodificabilità dei caratteri attraverso i millenni, il secolare isolamento dell’isola e l’arcaicità dei costumi, la luminosa civiltà dei Nuraghi superiore a qualsiasi altra come elemento costitutivo unico dell’identità sarda, Atlantide e gli Shardana come elementi costitutivi della rivendicazione del primato sardo contro la volontà occultatrice dell’archeologia ufficiale. Tutti temi oggi di nuovo alla ribalta in molta pubblicistica, ma su questo torneremo un’altra volta. Va detto che queste elucubrazioni ebbero un immediato e grave effetto sull’archeologia sarda. Nel 1938 a seguito dell’approvazione delle leggi razziali venne radiato, in quanto ebreo il prof. Doro Levi, docente di archeologia presso l’Università di Cagliari e soprintendente archeologo per la Sardegna. Un’infamia che ancora pesa. Fortunatamente, però, nell’ambito della ricerca scientifica archeologica, negli anni ’30 e ’40, i vaneggiamenti razziali non hanno peso nell’indagine e nelle interpretazioni e questo va a onore dell’archeologia ufficiale che, sebbene composta, di persone qualcuna anche sinceramente fascista, come Antonio Taramelli, non persero mai di vista il dato scientifico. Per cui, accanto agli scavi e analisi del mondo nuragico, si pubblicano le necropoli fenicie prova dell’influenza che questa civiltà ebbe sulla Sardegna. L’antisemitismo seppure presente in superficie, come quando Taramelli parla delle “flaccide e bottegaie”, città puniche non si sovrappone al dato scientifico. Antonio Taramelli, che pure verrà nominato, anche per meriti fascisti, senatore del Regno, sottopone la sua azione archeologica solo ed esclusivamente al dato scientifico: “Con tutto il rispetto alle fonti ed ai loro sagaci commenti, sia permesso a me archeologo, di avere fede, speranza ed amore principalmente nell’indagine archeologica. Nell’indagine del passato tenebroso, lontano ed incerto la mia luce è quella della punta luminosa del mio piccone”. Voglio chiudere con una nota di contrappunto, ricordando uno scritto di quegli stessi anni, a riprova che di sardi coraggiosi ve ne erano anche nel pieno della repressione fascista. Emilio Lussu, sulla rivista Giustizia e Libertà del 21 ottobre 1938, mette alla berlina i comandamenti razziali e Mussolini, facendo notare che la Sardegna è un’isola e, quindi, e non può rientrare nell’asserita arianità della penisola italiana. Ma non si ferma lì e con feroce ironia proclama “È tempo che anche noi sardi ci proclamiamo francamente razzisti” e reclama “il diritto di chiamarci semitici, allo stesso modo con cui gli italiani della Penisola si dichiarano ariani”, portando a testimoni gli archeologi, in primo luogo il fascista Taramelli e mobilitando infine, “a difesa della razza sarda […] le impavide zanzare, di pura razza semitica” che avevano fermato le orde ariane mandate dai fascisti a popolare la Sardegna. Con questa immagine delle impavide zanzare semitiche baluardo contro ogni forma di razzismo possiamo congedarci dalla infame identità ariana che hanno tentato di appiopparci. Vi confesso che, dopo aver letto l’articolo di Emilio Lussu, ogni volta che ammazzo una zanzara mi vengono i sensi di colpa. P. S. Lino Businco mai è stato chiamato a rispondere dell’infamia razziale, né mai, mi risulta, ha fatto ammenda; anzi, nel 1964 è stato pure nominato “commendatore dell’ordine al merito della Repubblica”.
Manifesto Sardo




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