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  1. #151
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    Predefinito Re: Commenti ai pezzi di opinione di Termometro Politico

    Citazione Originariamente Scritto da Vladimir Ilyich Visualizza Messaggio
    Da quel punto di vista, anche io.

    Non amo però il suo atteggiamento trasformista.
    A me è sempre sembrato coerente
    Diritti sociali prima che civili
    Tema del lavoro e dei salari come prima cosa

    Le cose del vecchio PCI insomma non questa merda attuale che non è altro che il vecchio partito di pannella

  2. #152
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    Predefinito Re: Commenti ai pezzi di opinione di Termometro Politico

    Citazione Originariamente Scritto da Gianluca Visualizza Messaggio
    Ti rendi conto che non si congratula con nessuno? Il paracadutista sta per fatti suoi sbrogliando la matassa a terra.
    Ti rendi conto che nessun altro si avvicina a congratulare nessuno?
    Congratularsi per cosa?
    Hanno fatto un salto col paracadute cosa c’è da congratularsi?
    E perché poi quello e non l’altro davanti? (Nessuno si congratula con nessun paracadutista)
    E se era una cosa normale perché la Meloni lo va subito a prendere come se fosse il nonno rincoglionito?

    Ti rendi conto che questi pezzi di Puente servono proprio a gente tifosa per trovare una pezza d’appoggio per continuare a credere?

    La mia meraviglia riguarda invece voi che cercate in tutti i modi di trovare un appiglio per poter insistere, per negare la realtà
    Deve essere molto dura
    In effetti era rivolto al paracadutista che stava ad un paio di metri. Il video tagliato per far pensare che stesse fuori di testa è semplicemente da cialtroni. La Meloni è andato a prenderlo perchè stavano per fare le foto, se non erro, non perchè pensasse che era fuori di testa, come le immagini tendono a far pensare. Ma a queste cose ci siamo abituati dai tempi del primo Berlusconi.
    Cum Feris Ferus

    Chi striscia non inciampa. Cit.

  3. #153
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    Arrow Non ce ne frega un cazzo della maturità


    Disclaimer: questo è un articolo di opinione che riflette l’idea personale dell’autore e che non ha subito alcuna revisione o modifica da parte di Termometro Politico.
    Ci siamo, è arrivato quel periodo dell’anno. I social pullulano di aneddoti non richiesti e di “in bocca al lupo” ai ragazzi; telegiornali e siti trattano un annuale appuntamento del calendario scolastico con la stessa enfasi che si riserverebbe a una nevicata a Pizzo Calabro il 15 di agosto; Antonello Venditti è il più felice di tutti e si frega le mani, perché sa che anche stavolta la Siae lo omaggerà con un bonifico superlativo. Lo avete capito, sto parlando dell’esame di maturità, argomento di cui in Italia non frega niente a nessuno se non a quattro tipologie di persone: gli studenti, gli insegnanti che compongono la commissione d’esame (per loro, la maturità è l’ultimo ostacolo che li separa dal più lungo periodo di ferie al quale un lavoratore italiano possa ambire), i genitori degli esaminandi e i giornalisti che periodicamente si ritrovano a scrivere di questa tematica, spesso loro malgrado. Stop. Non esiste altra categoria umana o professionale, eccezion fatta per i feticisti della materia o gli inguaribili nostalgici, che sia minimamente interessata a scoprire se quest’anno i ragazzi del Classico si cimenteranno nella versione di greco o di latino (se non è zuppa è pan bagnato), se alla prima prova è uscito Ungaretti o Montale, se il problema di matematica era difficile.
    In un Paese ancora pervaso da pulsioni tardo-adolescenziali trova spazio un grande topos del dibattito pubblico nostrano come la maturità, contrariamente a quanto avviene all’estero, dove questo passaggio – anche se svolto con modalità diverse – viene considerato per quello che è, cioè una delle varie tappe che scandiscono il percorso didattico, e per questo priva di quell’aura sacrale che le viene attribuita dal sistema culturale e mediatico italiano. Alla costruzione di questa ridondante mitologia hanno contribuito molti prodotti della cultura di massa, in primis la sempiterna canzone “Notte prima degli esami” del sopracitato Venditti, a cui sono ispirati l’omonimo film di Fausto Brizzi, il suo sequel e una miniserie prodotta da Rai Fiction. Riferimenti alla maturità si possono trovare anche in film come “Ecce Bombo” di Nanni Moretti, “Ovosodo” di Paolo Virzì, “Che ne sarà di noi” di Giovanni Veronesi, il terribile “Tre metri sopra il cielo” di Luca Lucini fino ad arrivare a “Immaturi” di Paolo Genovese, in cui un gruppo di ex studenti è costretto a distanza di anni a ripetere l’esame di maturità, incubo ricorrente – secondo una ricerca realizzata nel 2019 da Guida Psicologi – per 6 italiani su 10, forse tormentati dalla mole di notizie inutili che ciclicamente inondano i loro smartphone.
    Allo stuolo di vip impazienti di aprire il cassetto dei ricordi quest’anno si sono aggiunti, tra gli altri, Cristina D’Avena, Massimo Boldi e Vladimir Luxuria. Le rotative si sono fermate dopo la seguente dichiarazione della conduttrice transgender a proposito del suo esame di maturità: “Devo dire che non ero particolarmente angosciata, perché io non sono una che si riduce all’ultimo, come fanno tanti. Sono molto precisina, forse perché sono ascendente Vergine”. Avrebbe “sorpreso e commosso” gli studenti, secondo alcuni siti, il grafico a forma di cuore nascosto nella prova di matematica: molto cinicamente, mi ritengo abbastanza sicuro del fatto che questa cagata non abbia fatto commuovere un solo maturando. Merita un discorso a parte il tema di italiano, che in questa sessione offriva come opzioni testi di Ungaretti, Pirandello, Rita Levi Montalcini e brani incentrati su argomenti come la bomba atomica, il digitale e il silenzio. Alla fine però la traccia più gettonata dagli studenti è stata quella su selfie e blog, indicazione non trascurabile nel Paese dei Ferragnez e coerente con i gusti della generazione Z dove proliferano tiktoker in erba e aspiranti onlyfanser.
    Due parole andrebbero spese anche sui famosi “collegamenti” chiesti dai professori agli alunni per le loro tesine: se da un lato spronare gli studenti ad avere uno sguardo d’insieme sul percorso di studi e a non ragionare a comparti stagni è un’indicazione utile per sviluppare una mente aperta, d’altra parte una pedissequa applicazione di questa direttiva potrebbe produrre un certo smarrimento nel maturando, qualora quest’ultimo fosse chiamato a trovare un nesso tra le funzioni goniometriche e l’opera di Umberto Saba.
    Se davvero vogliamo parlare di maturità, forse è il caso di mettere al bando digressioni sentimentali e riflettere su qualche dato interessante quanto allarmante. Gli esami dello scorso anno, il 2023, hanno segnato il ritorno alle modalità di svolgimento pre-Covid (due prove scritte e un colloquio orale) ed è indubbio che la pandemia abbia influito in maniera pesantemente negativa sull’apprendimento dei ragazzi. Secondo un’indagine dell’osservatorio “Con i bambini” il 52% degli studenti del quinto superiore nel 2022 ha sviluppato un livello di competenza in italiano almeno adeguato, mentre nel 2019 – l’anno prima del Covid – la percentuale era pari al 64%. I dati peggiori si registrano al Meridione: i 14 capoluoghi dove oltre 1/3 degli studenti dell’ultimo anno ha ottenuto il risultato più basso in italiano sono tutte città del Sud e delle Isole. Il sito dell’osservatorio sottolinea inoltre come nelle prove Invalsi del 2023 siano “risultati evidenti i divari tra gli alunni in termini di competenze acquisite”: si tratta di divari “spesso sovrapponibili alla condizione di partenza e agli squilibri socio-economici, culturali e territoriali che caratterizzano il Paese”, viene spiegato.
    Ma se con il Covid le competenze degli alunni si sono abbassate, i loro voti sono contestualmente saliti. “Pagella Politica” ha rielaborato i dati forniti dal Ministero dell’Istruzione e fa notare che negli ultimi quattro anni è aumentata la percentuale di studenti diplomati con 100 o 100 e lode, mentre è scesa quella con le valutazioni più basse: nel 2023 usciva dalle superiori con 100 o 100 e lode il 10% degli studenti, negli anni pre-Covid erano circa il 7%. Stiamo parlando, in ogni caso, di un esame dove la bocciatura è statisticamente quasi impossibile. Negli ultimi tre anni infatti la percentuale di ragazzi ‘segati’ alla maturità è stata pressoché irrisoria, parliamo dello 0,2% (fonte skuola.net per Il Sole 24 Ore). E darsi da fare per ottenere un buon voto ha senso solo sul piano della gratificazione personale, visto che il punteggio finale della maturità non viene considerato ai fini dell’accesso a un corso di laurea. Per concludere: gli esami non finiscono mai, è vero. Speriamo solo che la finiscano di assillarci con il mito della maturità.
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    Arrow L’irrilevanza di Meloni e i peli della Rackete: cartoline da Bruxelles


    L’irrilevanza di Meloni e i peli della Rackete: cartoline da Bruxelles
    Disclaimer: questo è un articolo di opinione che riflette l’idea personale dell’autore e che non ha subito alcuna revisione o modifica da parte di Termometro Politico.
    La partita per il rinnovo dei vertici UE si è chiusa nei giorni scorsi con la magra figura rimediata dall’Italia, unico dei 27 Paesi dell’Unione a non votare per nessuna delle tre figure indicate per i cosiddetti top jobs e dunque condannato all’irrilevanza, tra gli strepiti di Giorgia Meloni. Ma la settimana appena trascorsa è anche quella che ha visto il debutto nelle istituzioni europee di alcuni dei personaggi più incredibili e farseschi che la sinistra italiana ed europea abbiano partorito negli ultimi decenni: parliamo della cacciatrice di nazisti Ilaria Salis, del sindaco di Riace e paladino dei migranti Mimmo Lucano e dell’attivista tedesca Carola Rackete, balzata agli onori delle cronache nel 2019 per aver condotto nel porto di Lampedusa 42 migranti a bordo della nave di salvataggio “Sea-Watch 3” forzando il blocco imposto dall’allora ministro dell’Interno Matteo Salvini. La foto che immortala i nuovi Avengers della cultura woke – tre patetiche figurine del progressismo nostrano – nel loro primo giorno di scuola al Parlamento europeo ha scatenato un nutrito dibattito sui social e sulla stampa, soprattutto per ragioni estetiche. Ma di questo parleremo in seguito. 
    Prima, tocca dire un paio di cose sulla performance sfoderata dalla nostra premier in occasione del summit di Bruxelles del 27 e 28 giugno, che aveva all’ordine del giorno l’assegnazione dei tre incarichi apicali della UE. Il pacchetto di nomine partorito dall’accordo tra il Partito popolare europeo – vincitore delle ultime elezioni e quindi titolato a dare le carte -, i socialisti del cancelliere tedesco Scholz e i liberali del presidente francese Macron prevedeva la riconferma di Ursula von der Leyen (PPE) alla guida della Commissione e la designazione del portoghese Antonio Costa (socialista) e della estone Kaja Kallas (liberale) rispettivamente come presidente del Consiglio europeo e Alto rappresentante per la politica estera dell’Unione. Dopo aver tuonato in Parlamento contro i “caminetti” e contro i “gruppi dirigenti” europei colpevoli di aver escluso l’Italia dal grande banchetto e di non aver tenuto in considerazione il responso delle urne, Meloni ha optato per l’astensione su von der Leyen e votato contro Costa e Kallas al termine di un Consiglio europeo che si preannunciava come un braccio di ferro estenuante ma conclusosi di fatto dopo una sola giornata di lavori con il via libera ai tre top jobs. 
    Una chiara e netta manifestazione di impotenza e di irrilevanza quella di Meloni, costretta a registrare defezioni anche all’interno della sua stessa famiglia politica di ECR: il premier ceco Petr Fiala infatti si è sfilato e ha espresso parere favorevole alle tre nomine. E persino il grande “puzzone” sovranista Viktor Orban, trattato come una specie di paria dai colleghi del Consiglio europeo, ha votato a favore di Costa: tra l’altro il primo ministro ungherese ex Ppe dopo aver detto no all’ingresso in ECR è ora in procinto di creare un nuovo gruppo di ultra-destra con i polacchi del PIS, i quali potrebbero presto salutare il gruppo dei Conservatori facendogli perdere la terza posizione come compagine più numerosa all’interno del Parlamento Ue. L’astensione sul bis di Ursula al vertice della Commissione UE – nomina che dovrà passare per un voto dell’Eurocamera – è il tentativo quasi disperato di Meloni di alzare la posta per trattare una vicepresidenza e un commissario con deleghe pesanti per l’Italia. Ma l’esito di questa mossa è tutto da vedere e il rischio dell’ennesimo euro-bidone è dietro l’angolo. 
    Tutto ciò che la premier italiana ha saputo fare una volta calato il sipario sul vertice di Bruxelles è stato urlare al mondo la sua marginalità, in ossequio a quel “molti nemici molto onore” caro a molti membri del suo partito: “Penso che il ruolo dell’Italia non sia quello di aspettare quello che fanno gli altri e accodarsi. La leadership è quando qualcuno si accorge che tu esisti”. Parole intrise di vittimismo e revanscismo di chi non è mai uscita dal ruolo di “underdog” e non ha ancora indossato i panni del presidente del Consiglio della terza economia e seconda manifattura del Continente. I bisticci con Scholz, le occhiate truci rivolte al presidente della Francia durante il G7 sono comportamenti adatti a una militante della sezione MSI di Colle Oppio, non a un capo di governo. Lo stesso livore grondava da Meloni quando, a margine dell’euro-summit, le è stato chiesto di commentare l’inchiesta di Fanpage sulle “svastichelle” che popolano Gioventù nazionale, il movimento giovanile di FdI. E anche in questo caso, chiusa nella sua trincea mentale, la leader di Fratelli d’Italia ha preferito prendersela con i giornalisti chiamando in causa addirittura il presidente della Repubblica Sergio Mattarella per denunciare “metodi da regime” ai danni del suo partito. Uno spettacolo davvero poco edificante.
    All’istantanea di Meloni con lo sguardo torvo alla fine del vertice si aggiunge quella già citata di Salis, Lucano e Rackete in tenuta da villeggiatura al Parlamento UE. Molto si è detto sulle gambe irsute dell’ambientalista tedesca eletta col partito della sinistra radicale Die Linke – e non intendo aggiungere altro per non cadere nel body shaming -, sul vestitino a fiori e i sandali con zeppa indossati dalla Salis (una “cameriera di Catanzaro”, cit. Vittorio Feltri) e sulla polo rossa da benzinaio sfoggiata dal sindaco di Riace. Resta impressa la totale sciatteria di questi tre figuri, sintomo di una sfacciata mancanza di rispetto verso le istituzioni in cui sono chiamati a portare la voce dei loro elettori. Una trasandatezza che è lo specchio della loro imbarazzante offerta politica: e chissà se qualche militante di AVS si è già pentito della preferenza accordata alla Salis dopo aver toccato con mano il vuoto cosmico delle prime dichiarazioni pubbliche rilasciate dall’attivista sarda, che tra denunce per aggressione in Ungheria e presunti debiti nei confronti di Aler per occupazione abusiva di case popolari, sembra interessata a difendere la sua immunità parlamentare dalla revoca chiesta da Budapest più che i diritti delle categorie che dice di voler rappresentare. Meloni & Co dovrebbero accendere un cero a questa gente: sono la loro migliore assicurazione sulla vita.
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    Arrow Il caso delle molestie al Pride spiega la crisi del giornalismo italiano


    Disclaimer: questo è un articolo di opinione che riflette l’idea personale dell’autore e che non ha subito alcuna revisione o modifica da parte di Termometro Politico.
    Nel mondo del giornalismo spesso e volentieri gli addetti ai lavori si arrovellano sulla famigerata crisi dell’editoria e sulle possibili soluzioni per arrestare l’inesorabile declino che investe tutto il settore, in primis quello della carta stampata. Dibattiti, festival, tavoli tematici e pensose articolesse si moltiplicano nel disperato tentativo di elaborare proposte utili a tenere in piedi una baracca che senza sovvenzioni statali sarebbe già crollata da un pezzo.
    Personalmente, non so quale possa essere la ricetta giusta per rilanciare il giornalismo italiano e i sempre più illeggibili quotidiani: credo però di essermi fatto una certa idea sulle cause che determinano la fuga dei lettori e sulle dinamiche tossiche che avvelenano il racconto dei fatti. C’è un episodio in particolare, risalente ad alcuni giorni fa, che ha catturato la mia attenzione per due ragioni, ovvero per come è stato raccontato da alcuni organi di informazione e per come NON è stato affatto menzionato da altri. Un caso-scuola che la dice lunga sul modo in cui il contesto è in grado di condizionare la narrazione delle vicende che in esso si svolgono o di determinare la coltre di silenzio che talvolta viene fatta calare sui medesimi fatti.
    La settimana scorsa ad alcuni di voi sarà capitato di leggere delle molestie denunciate da un gruppo di giornalisti al Pride di Milano. Se non avete mai sentito parlare di questa notizia, non fatevene un cruccio. Partiamo dalla nuda cronaca: per farla breve, lo scorso 29 giugno durante il Pride di Milano uno sconosciuto si infiltra a un punto stampa tenuto dalla segretaria del Partito Democratico Elly Schlein davanti al carro dei dem in Via Vittor Pisani e inizia a palpeggiare alcuni giornalisti impegnati a raccogliere dichiarazioni audio e video, toccandoli più volte nelle parti intime. Del fattaccio si viene a sapere il giorno seguente, ovvero domenica 30 giugno, quando le agenzie di stampa iniziano a rendere conto di quanto accaduto, seguite da alcuni siti web.
    Uno di questi è Fanpage, che pubblica un’intervista alla sua cronista Chiara Daffini, l’unica delle vittime a esporsi con nome e cognome (sono in tutto quattro i giornalisti che hanno raccontato di aver subito molestie). Il PD è la prima forza politica a esprimere tempestivamente solidarietà ai malcapitati: in una nota i dem stigmatizzano la vicenda “vergognosa e inaccettabile” sottolineando che il presunto molestatore “non ha nulla a che fare” con il partito. Il comunicato è firmato dalla segretaria regionale del PD Lombardia Silvia Roggiani e dal segretario del PD di Milano Alessandro Capelli: la leader Elly Schlein, nonostante i fatti si siano consumati a pochi metri da lei, non si esprime pubblicamente sulla vicenda.
    Si tuffano a capofitto sul caso, invece, quelli di Fratelli d’Italia: un gruppo di giornalisti palpeggiati alla manifestazione dell’orgoglio omosessuale sotto gli ‘occhi’ del PD è un’occasione troppo ghiotta da lasciarsi sfuggire per il partito di Giorgia Meloni, scottato dall’inchiesta di Fanpage su Gioventù nazionale e alla disperata ricerca di un diversivo per allentare la pressione mediatica su di sé. Questa storia, va da sé, è una manna dal cielo anche per la stampa di destra vicina al governo (da Libero al Giornale) che ovviamente cavalca l’onda senza tanti complimenti.
    E i cosiddetti giornaloni? Qui viene il bello. Il Corriere della Sera parla del caso, fornendo una cronaca dei fatti molto asciutta. Chi invece ha cercato sulla Repubblica un resoconto di questo sgradevole episodio è rimasto molto deluso, perché sulla testata diretta da Maurizio Molinari, come nella migliore tradizione sovietica o nord-coreana, l’argomento viene scientificamente insabbiato.
    Insomma, per Repubblica e per le altre principali testate del Gruppo Gedi, da sempre sensibili alle istanze del “me too” (ricordate il filone di interviste ad attrici semisconosciute che denunciavano molestie subite anni e anni prima, per non parlare della campagna contro gli Alpini?), il caso dei palpeggiamenti al Gay Pride semplicemente non è mai esistito. Forte era il timore negli ambienti milanesi della stampa progressista che questo fattaccio potesse gettare una cattiva luce sulla comunità Lgbt e macchiare il buon nome del Pride.
    Sarebbero bastate anche poche righe, se non altro per mettere in fila i fatti e precisare come non vi fosse alcuna prova di un legame tra il molestatore e gli organizzatori dell’evento. Ma forse è chiedere troppo a un giornale che da sempre si pone come alfiere di grandi battaglie ideologiche sentendosi investito di un afflato messianico più che del compito di informare i lettori senza imboccarli con opinioni faziose. L’idea che alla giornata dell’orgoglio Lgbt potessero verificarsi molestie ai danni di persone che erano lì per lavorare probabilmente rappresentava un cortocircuito, una circostanza troppo complessa da schematizzare all’interno del binomio manicheo di Rep “buoni” contro “cattivi”, “progressisti” contro “fascisti & omofobi”, “noi” contro “loro”.
    C’è da capirla, Repubblica, che con il Pride intrattiene un rapporto solidissimo: basti pensare che nel 2022 il direttore Molinari annunciò con una lettera ai dipendenti che la testata avrebbe partecipato con un proprio striscione alla sfilata gay di Roma: “In questi anni abbiamo cercato di connotare sempre più Repubblica come il giornale dei diritti”, scriveva l’ex numero uno della Stampa. Diritti che evidentemente non contemplano quello di lavorare al Pride in santa pace senza che qualcuno ti metta una mano in mezzo alle gambe.
    Quello di Rep non è l’unico imbarazzante silenzio in questa faccenda. Muto come un pesce è rimasto anche il sindaco di Milano Beppe Sala, l’uomo coi calzini arcobaleno che forse temeva di inimicarsi una fetta importante del suo elettorato. Non una parola di solidarietà è arrivata dagli organizzatori del Gay Pride, l’ineffabile Cig Arcigay, sempre così solerte a manifestare sostegno agli esponenti della comunità omosessuale quando sono vittime di soprusi (evidentemente gli operatori dell’informazione coinvolti nella vicenda non erano della ‘scuderia’ e quindi non meritevoli del loro esclusivo e autoreferenziale supporto). Silenzio di tomba anche da parte dell’inutile Ordine dei Giornalisti, organismo che si manifesta ai suoi iscritti solo quando è il momento di reclamare i soldi della quota annuale.
    Se il mondo della sinistra esce male da questa storia, la stampa di destra non può certo dirsi assolta. Ci si chiede, su alcune testate come Libero: cosa avrebbe fatto Rep se quelle stesse molestie si fossero verificate a un evento di Fratelli d’Italia o del centrodestra? Giustissimo, ma un quesito del genere è lo specchio dell’ipocrisia dell’informazione filogovernativa, i cui direttori difficilmente si sarebbero fiondati su una simile notizia in circostanze sfavorevoli all’esecutivo. Secondo l’Osservatorio sulle comunicazioni di Agcom lo scorso anno, in media, sono state vendute ogni giorno 1,41 milioni di copie di quotidiani, in calo su base annua dell’8,8%. Incredibile, penso tra me e me leggendo questo dato. Incredibile come questa gente riesca a vendere ancora così tanto.
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    Arrow 5 (s)punti sul risultato delle elezioni in Francia


    5 (s)punti sul risultato delle elezioni in Francia
    Disclaimer: questo è un articolo di opinione che riflette l’idea personale dell’autore e che non ha subito alcuna revisione o modifica da parte di Termometro Politico.
    Anche nell’analisi a posteriori e col senno di poi, c’è sempre margine per l’incertezza e per l’interpretazione. Il secondo turno delle legislative francesi è stata una sconfitta di Marine Le Pen? Una vittoria di Macron? Della sinistra agglutinata attorno a Mélenchon? E chi ci guadagna di più da questo nuovo scenario? Sono tante le variabili, tante le domande. Proviamo, più che a dare risposte, a offrire qualche spunto di riflessione.
    1. La strategia dell’isolamento funziona (ancora) ma solo dove c’è il pieno riconoscimento della nuova destra

    Partiamo dal dato più difficile da controbattere: il secondo turno delle legislative francesi ha visto la sconfitta di Marine Le Pen. Lo straordinario tesoretto accumulato l’8 e 9 giugno e con la prima tornata delle legislative, si è disciolto proprio sul più bello, relegando il Rassemblement National in terza posizione, dietro al Fronte Popolare (182 deputati) e Ensemble (168 deputati) pur essendo arrivata prima nel computo dei voti assoluti (oltre 9 milioni di preferenze). Si tratterà, comunque, della seconda forza – al netto delle coalizioni – del Parlamento francese. Ma questo è un po’ troppo poco, considerate le premesse.
    Il dato che sembra abbia spinto verso il basso l’ultradestra guidata da Marine Le Pen è la forte attivazione dell’elettorato, messo in moto dalla coalizione di sinistra e dallo stesso Emmanuel Macron. La paura della deriva fascista – a torto o ragione – sembra attecchire fortemente in un Paese con alta presenza di migranti e milioni di figli di Francia di seconda generazione. Il partito di Marine Le Pen viene riconosciuto come ultradestra e accettato come tale. In questo quadro, il richiamo alla deriva antidemocratica si fa più forte e convincente. Si tratta, questa, di una differenza sostanziale rispetto al contesto italiano, dove Fratelli d’Italia e Lega vengono ancora inseriti nell’alveo del centrodestra. La tonica è diversa: la neofascista Le Pen è un’altra cosa rispetto alla conservatrice Meloni e al nazionalista Salvini* (anche se quest’ultimo appartiene alla stessa famiglia europea della leader di RN).
    *Si sono usati i termini utilizzati più frequentemente per descrivere i leader sopracitati.
    2. Renzi come Fassino

    Sappiamo benissimo che la sibilla cumana italica e “scherzosa” (in quanto predice l’esatto opposto di ciò che avverrà) è senza dubbio alcuno Piero Fassino. La più celebre profezia riguarda l’irrisorietà di un eventuale partito di un noto comico italiano. Beppe Grillo lo starà ancora ringraziando. Ma se l’ex sindaco di Torino ci ha largamente abituato a queste sue previsioni al contrario, si fa largo il nuovo che avanza: Matteo Renzi. Il leader di Italia Viva, ultimamente superato nei sondaggi anche da Michele Santoro (senza che questi abbia nemmeno messo su un vero e proprio partito) aveva assicurato che la sinistra, per vincere, dovesse sfondare al centro. Solo due giorni dopo, un’onda rossa e verde travolge in Francia e, al netto delle possibilità di governare, si mostra come prima forza del Paese. E lo fa con Mélenchon alla testa, ostracizzato e demonizzato dai centristi di tutta Europa e che nella giornata di ieri ha, di fatto, provocato più di una fibrillazione ai commentatori di destra.
    È vero che Ensemble ha tenuto botta e Macron è riuscito, ancora una volta, a salvarsi, ma pensare che il centro e la sinistra possano davvero sommare mostra una capacità di analisi decisamente limitata.
    Aggiungiamo: chiunque accetti dei compromessi da un lato (sinistra) e dall’altro (centro liberale) per giungere alla formazione di un nuovo governo, potrebbe essere presto penalizzato. Un mexican stand-off di difficile risoluzione.
    3. La sinistra ha margine, ma….

    Il risultato delle elezioni francesi, con la vittoria della coalizione di sinistra trainata prevalentemente da Mélenchon, mostra quanto margine ci sia per insistere in quell’area. Il motivo principale risiede nell’urgenza di alcune tematiche da affrontare, che sono decisamente favorevoli per l’area progressista e socialista. Abbiamo il ripudio della guerra (sui due fronti, ucraino e palestinese) e il sostegno maggioritario (ma silenziato) alla Palestina contro il genocidio perpetrato da Israele. C’è una questione economica estremamente urgente, con l’inflazione che finalmente rallenta ma che ha lasciato strascichi enormi dietro di sé. E questo succede in tutta Europa, al di là delle dinamiche nazionali. La lotta alla povertà si perpetra con l’aumento dei salari e la garanzia di diritti lesi sempre di più, come quello all’abitazione. Infine, la crisi climatica è percepita come tale dalla stragrande maggioranza della popolazione. Ancor di più, tra i più giovani. Tutte tematiche che guardano al futuro e a cui la sinistra può rispondere con maggior convinzione rispetto alla controparte conservatrice. Aggiungo, rifacendomi al punto precedente, che l’unione di sinistra e centro liberale altera la visione, l’orizzonte a cui si aspira come società. A quel punto, perché rovinare il quadro buttandoci della vernice sopra? Sì, ci saranno più colori, ma il risultato sarà di gran lunga peggiore. C’è da dire, però, che fin quando la sinistra non avrà fatto quel passo, quel salto necessario…
    4. … Le nuove destre avranno sempre maggior peso e maggior consenso, fintanto che non ci sarà un cambio di rotta

    Ancora una volta, Marine Le Pen si è avvicinata notevolmente al traguardo, pur cadendo sul finale. Eppure, è evidente come la spinta che viene da destra sia tanto più forte quante sono le criticità percepite a livello nazionale ed europeo. Cosa significa? Che le nuove destre, negli ultimi anni, hanno capitalizzato molto meglio le istanze sociali, facendo leva sull’indignazione e sulla rabbia. La sapiente gestione e canalizzazione di questa emozione primaria ha funzionato, allo stesso modo, come una spia di tutto ciò che non va e su cui bisognerebbe lavorare. Alle europee, sono stati castigati i partiti maggiormente a favore dell’intervento militare o del sostegno attivo all’Ucraina. In parte, anche per chi non condanna il genocidio in palestinese. Guerre che hanno attivato e sostenuto dei forti meccanismi inflattivi e che hanno peggiorato la condizione di vita di tante persone, che hanno visto ridotto il loro potere d’acquisto nel giro di pochissimi anni.
    La risposta data da destra è relativamente semplice e organica. È vista come una soluzione coerente, quella di tornare alle sovranità nazionali come panacea di tutti i mali. Sovranità nazionale e della nazione, esplicitata spesso con una determinata connotazione etnica. Il ritorno al passato di quando si stava meglio, un’epoca dorata.
    5. I francesi sono un esempio di cittadini democratici

    Che possa piacere o meno per la sua storia, la sua politica interna o estera, queste elezioni hanno confermato per l’ennesima volta quanto il popolo transalpino sia realmente interessato e pienamente coinvolto nelle dinamiche politiche del Paese. La storia rivoluzionaria si è trasformata nel tempo ma ha mantenuto un carattere essenziale: quello della vitalità, della ribellione, che ricorda che il patto tra Governo e cittadini va rinnovato ogni giorno e non solo ogni quattro o cinque anni. Al di là di chi vinca o perda, i cittadini francesi impongono ai loro politici di rendere conto del loro operato, più spesso e più in profondità. E al maggior interesse dei cittadini deve così corrispondere, necessariamente, un maggior interesse e solerzia da parte dei governanti nel rispondere. E questo favorisce la cittadinanza, tutta.
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    Scritto da: Alessandro Faggiano
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    Arrow L’attentato a Trump e i complotti dei coglioni (che non indignano)


    Disclaimer: questo è un articolo di opinione che riflette l’idea personale dell’autore e che non ha subito alcuna revisione o modifica da parte di Termometro Politico.
    Facciamo finta che le cose siano andate in questo modo. Il candidato democratico alle presidenziali degli Stati Uniti viene ferito in un attentato nel bel mezzo di un comizio. Il servizio di sicurezza, di cui è responsabile una persona nominata dal presidente repubblicano in carica, mostra delle evidenti falle, tant’è vero che lo sparatore riesce inspiegabilmente a raggiungere il tetto di un edificio molto vicino al raduno, dal quale può colpire indisturbato. In tutto questo un’orda di commentatori di destra si scatena sui social: parte della ‘fan base’ conservatrice si dispera perché l’azione omicida non ha ottenuto il risultato sperato, cioè la morte del candidato progressista; molti altri elettori del Grand Old Party invece gridano al complotto e accusano il politico dem di aver orchestrato tutto per accrescere il proprio consenso in vista del voto di novembre.
    Ecco, chiudiamo gli occhi e immaginiamo che i fatti si siano svolti esattamente così: davanti a un simile scenario, di cosa starebbero parlando in questo momento i media mainstream? Strali apocalittici gronderebbero dalla stampa liberal, sempre molto solerte nell’additare fake news e nello smascherare complotti di ogni risma. Ma visto che a scampare all’attentato a Butler in Pennsylvania è stato il frontman dei repubblicani Donald Trump, contestatissimo ex presidente Usa, e non un democratico, rischia di passare come normale ciò che non lo è affatto.
    Ho dato uno sguardo ai post social di alcune testate – tra queste CNN, New York Times e Time – inerenti al folle comizio americano: in molti, moltissimi commenti, accompagnati da migliaia di like, compare la parola “staged” (“messa in scena”, in italiano). Le opinioni più gettonate confutano in maniera secca e perentoria la versione ufficiale dell’accaduto: c’è chi parla apertamente di “false flag operation”, cioè di un’azione pianificata con l’intento di simulare un attacco, un auto-attentato in buona sostanza; chi si chiede come mai il tycoon, dopo lo sparo che gli ha sfregiato l’orecchio, non sia stato subito condotto giù dal palco ma abbia avuto il tempo di restare lì, fiero, a mostrare alle telecamere il suo volto sporco di sangue, mentre sulla sua testa campeggiava la bandiera Usa (un’immagine che è già storia e che possiamo già decretare come foto dell’anno); e non manca chi accusa polizia e servizi di non essere subito intervenuti per neutralizzare l’attentatore Thomas Matthew Crooks nonostante le segnalazioni di alcuni testimoni che avevano indicato alle forze dell’ordine il cecchino appostato sul tetto prima degli spari.
    Che qualcosa nel dispositivo di sicurezza non abbia funzionato è evidente. Tant’è che il presidente Joe Biden, sfidante di Trump per la Casa Bianca, ha ordinato un’indagine indipendente sull’operato del Secret Service annunciando il rafforzamento delle misure di sicurezza a protezione del candidato repubblicano. È semplicemente ridicola e offensiva, invece, la tesi che accredita la teoria della messinscena da parte di Trump: evidentemente i geni che avallano questa follia considerano il sostenitore di Trump morto nella sparatoria una sorta di stuntman e forse magari pensano che anche il cecchino – ucciso dai servizi – sia un attore, volato poi su un’isola deserta per nascondersi agli occhi del mondo assieme a Elvis Presley e a Micheal Jackson. Quando erano i seguaci del gruppo politico di estrema destra QAnon a ipotizzare oscure trame del Deep State contro Trump, le vestali del pensiero dominante hanno sbeffeggiato questo movimento politico denunciandone la pericolosità per la tenuta della società americana soprattutto dopo il 6 gennaio 2021, quando i supporter di Trump assaltarono il Congresso per contestare il risultato delle ultime presidenziali. Ora che è una cospicua fetta dell’elettorato democratico ad abbracciare le teorie del complotto dopo un tentativo di omicidio del leader dello schieramento avverso, la cosa non indigna più di tanto (caro Leonardo Bianchi, dove sei finito? Se ci sei batti un colpo).
    Molti degli eventi più tragici verificatisi nel corso della storia, soprattutto in terra statunitense, sono stati accompagnati da arzigogolate tesi cospirazioniste: basti pensare agli attentati dell’11 settembre, che secondo una parte dell’opinione pubblica più vasta di quanto si pensi sarebbero il risultato di un ‘inside job’ orchestrato dalla CIA per fornire a Geroge Bush Jr. un pretesto per le sue guerre (come se fosse stato necessario offrire a Bush motivazioni per attaccare Stati inermi). Il clima tossico in cui si sta svolgendo la campagna elettorale americana riflette il disordine che regna in molte democrazie occidentali e non da ora, vedi Brexit nel Regno Unito e gilet gialli in Francia. Elettorati sempre più polarizzati; dibattito regredito a rissa da pollaio sui social; totale delegittimazione dell’avversario politico e negazione della sua dignità: sono solo alcuni dei frutti velenosi dei nostri tempi malati. E il futuro non lascia ben sperare.
    Invece di cercare in esso gli strumenti per una migliore lettura dei fatti e del mondo che ci circonda, sempre più persone utilizzano il web come una putrida fogna per intorbidire le acque e mistificare la realtà. Non sappiamo più distinguere il vero dal falso e anche quando ci troviamo di fronte a fatti conclamati, sentiamo il bisogno di confutarli o violentarli per renderli conformi alla nostra ideologia e giustificare le nostre credenze. Non sono esenti da questo modus operandi quei sostenitori di Biden che negano lo stato pietoso della sua salute e si ostinano, contro ogni logica e contro ogni evidenza, a non rendersi conto che il loro candidato semplicemente non riesce a reggersi in piedi. Come se non bastasse, lo sviluppo delle tecniche di intelligenza artificiale rischia seriamente di inserirsi in questo processo e di giocare un ruolo tragico.
    Tornando all’attentato ai danni di Trump, le scene del comizio in Pennsylvania mi sono sembrate una sorta di prequel del bellissimo film “Civil War” di Alex Garland, uscito nelle sale italiane qualche mese fa: la pellicola è ambientata in un futuro distopico ma molto prossimo, in cui una guerra civile sconvolge gli Stati Uniti divisi tra Stati fedeli al presidente e Stati secessionisti tra cui Texas e California. C’è chi sostiene che se il proiettile sparato da Crooks avesse colpito Trump due centimetri più in là, a quest’ora gli Usa sarebbero sull’orlo di un conflitto civile. Mi sento di condividere quest’opinione, anche se ritengo che una sorta di guerra civile sia già in corso, a livello subliminale, nelle nostre democrazie. Ps: Donald Trump ha già vinto le elezioni di novembre. Da qui al voto presidenziale potrebbe succedere ancora di tutto, ma la Casa Bianca può solo perderla il tycoon.
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    Scritto da: Carlo Terzo
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  8. #158
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    Arrow Recensione a “Il Figlio peggiore” di Peter D’Angelo e Fabio Valle


    Recensione a “Il Figlio peggiore” di Peter D’Angelo e Fabio Valle
    “Il Figlio peggiore”, edito da Fandango, è un romanzo ma non è solo un romanzo. Il libro, infatti, si muove tra la finzione e l’inchiesta, approfondendo uno dei lati più oscuri degli anni 70 in Italia. La narrazione assume i tratti del noir seguendo l’indagine di Carlo Nisticò. Giovane e talentuoso ma anche ruvido e arrogante giornalista che, come nella migliore tradizione hard-boiled, non si farà scrupoli per raggiungere il suo scopo, per portare a termine la sua indagine. Sacrificherà tutto, metterà a rischio la sua stessa vita, conoscerà i lati più empi dell’umanità, per seguire fino in fondo la pista scottante che ha fiutato.
    Cosa si nasconde dietro l’arrivo dell’eroina nella Roma degli Anni di Piombo? La diffusione nefasta della “roba” nella Capitale scossa dalla violenza politica non sembra essere un caso. Dietro sembra esserci un piano prestabilito, una volontà cosciente che punta ad avvelenare le menti di un’intera generazione. Per trovare la verità, Nisticò si destreggerà tra colleghi superficiali e opportunisti, gruppi di estrema destra, uomini dei servizi segreti.

    Nella sua ricerca della verità, tenta di assumere le fattezze dell’eroe senza macchie che ha sempre desiderato essere ma finisce per cadere esso stesso nel vortice della tossicodipendenza. Ad accompagnarlo nella sua personale discesa negli inferi: rozzi membri della malavita, professori e medici impegnati a fermare l’avanzata della terribile sostanza, poliziotti assetati di vendetta e di giustizia e, soprattutto, la tormentata fotografa Silvia che alla fine, per salvarsi, sceglierà una strada diversa da quella di Carlo.
    Il personaggio di Nisticò, prisma di emozioni estreme e sentimenti contraddittori, ha sullo sfondo la scoperta dell’Operazione Blue Moon, cioè la sistematica introduzione dell’eroina tra i movimenti di contestazione nei primi anni Settanta. Ormai storia quel tentativo (più che riuscito) di manipolare la società italiana e non solo. La vicenda inventata dai due autori Peter D’Angelo e Fabio Valle per raccontare quel contesto sociale non manca di strizzare l’occhio all’ attualità. Gli oppiodi sono tornati a suscitare allarme con una crisi che dagli Usa, ad oggi, non sta mancando di far sentire i suoi effetti anche nel nostro paese. All’epoca come adesso, bassezze di ogni sorta, sensi di colpa ma anche coraggio e rinascita tornano a scuotere il giornalismo, la politica e la cultura.
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    Scritto da: Guglielmo Sano
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  9. #159
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    Arrow Renzi fa pace con Conte? C’è speranza anche per Gaza


    Disclaimer: questo è un articolo di opinione che riflette l’idea personale dell’autore e che non ha subito alcuna revisione o modifica da parte di Termometro Politico.

    Gli ultimi avvenimenti politici aprono uno spiraglio positivo sul futuro della stabilità internazionale e lasciano sperare in una risoluzione pacifica dei conflitti che in questo momento infiammano il mondo. Matteo Renzi ha infatti dichiarato conclusa “la stagione dei veti” aprendo a un’alleanza con tutte le forze progressiste, dal PD di Elly Schlein all’Alleanza Verdi-Sinistra di Bonelli e Fratoianni, passando per il Movimento 5 Stelle targato Giuseppe Conte.
    L’obiettivo è alto e nobile: mandare a casa il governo di Giorgia Meloni, che secondo il leader di Italia Viva potrebbe cadere prima del termine di questa legislatura. A questo punto non è più tabù ipotizzare la fine delle tensioni tra Russia e Ucraina o una distensione nei rapporti tra israeliani e palestinesi. Se Renzi ha deciso di seppellire i rancori e di sedersi al tavolo con l’odiatissimo Conte, allora vuol dire che c’è speranza anche per i teatri di guerra più sanguinosi. I fraseggi col pallone e gli assist al bacio del senatore di Rignano per Schlein durante la Partita del Cuore, conditi da sorrisi e abbracci a favore di telecamere, agli occhi degli elettori progressisti rappresentano il viatico per la costruzione di una coalizione che possa finalmente competere con il centrodestra e mettere fine al regno di Meloni e soci. Per carità, nella vita tutto può succedere: chi siamo noi per impedire ai nostalgici del centrosinistra unito di sognare ad occhi aperti.
    Resta però difficile immaginare come un’allegra brigata così eterogenea possa evitare di soccombere sotto il peso delle proprie divisioni e scongiurare il remake delle fallimentari esperienze de L’Ulivo e L’Unione con Romano Prodi. Nel 1996 e nel 2006 il Professore riuscì a battere Silvio Berlusconi alle urne, ma entrambe le esperienze di governo ebbero vita breve a causa dei capricci dei suoi alleati e del fuoco ‘amico’: basti pensare a Fausto Bertinotti, che scendeva in piazza per protestare contro il governo di cui faceva parte; o a Clemente Mastella, responsabile della crisi che nel 2008 portò alla caduta del secondo governo Prodi.
    Gli attuali alfieri del cosiddetto campo progressista potrebbero anche vincere le prossime elezioni politiche, accomunati dall’obiettivo di sconfiggere Meloni. Governare, però, è un’altra cosa. E la nuova armata Brancaleone che va profilandosi appare priva delle più basilari condizioni per impostare una civile coabitazione. Come si comporteranno i protagonisti del campo largo quando, per esempio, arriverà il momento di adottare una posizione unitaria sull’invasione russa dell’Ucraina e sul sostegno a Kiev? Prevarrà la linea di Conte – accusato più volte da Renzi di essere filo-putiniano – sullo stop all’invio di aiuti militari a Zelensky o quella del fondatore di IV, improntata a un atlantismo convinto? E sui temi relativi alla giustizia cosa decideranno di fare i due ex presidenti del Consiglio? Il giustizialismo dei grillini come si concilierà con il garantismo dei renziani di fronte a questioni sensibili come intercettazioni e separazione delle carriere?
    Un primo antipasto di questa sarabanda lo abbiamo avuto pochi giorni fa con la manifestazione di Genova, che ha visto Schlein e Conte chiedere a gran voce le dimissioni del governatore Giovanni Toti, agli arresti domiciliari da maggio nell’ambito della maxi inchiesta che sta terremotando la politica ligure. Una piazza a cui Italia Viva ha scelto di non prendere parte. “Non ho mai chiesto le dimissioni di un politico perché indagato. Non inizierò adesso. Puoi chiedere le dimissioni per ragioni politiche, cosa che abbiamo fatto anche con Toti. Ma mai abbiamo chiesto dimissioni per una indagine”, ha dichiarato Renzi.
    Per non parlare poi di tematiche come lavoro e politiche sociali: a tal proposito, il referendum contro l’autonomia differenziata – al quale Italia Viva ha aderito insieme a PD, M5S e AVS – potrebbe tenersi insieme a quello sul Jobs Act, la riforma del lavoro approvata dal governo Renzi e osteggiata da pentastellati e sinistra. “Difendo e difenderò sempre il Jobs Act”, assicura Renzi. Non è dello stesso avviso il Movimento 5 Stelle, che ha sempre visto come fumo negli occhi il provvedimento simbolo della stagione di governo renziana.
    Tutto questo senza considerare le forti acredini (eufemismo) che si sono accumulate negli anni tra Renzi e Conte, entrambi leader dall’ego ipertrofico. Il rapporto tra i due ex inquilini di Palazzo Chigi è stato burrascoso sin da subito ed è proseguito negli anni in un crescendo di attacchi reciproci, battute al veleno o addirittura insulti. L’unica, breve parentesi amichevole nell’agosto del 2019, quando Renzi – all’epoca ancora esponente del PD – grazie alla sua ‘mossa del cavallo’ impedì il voto anticipato e la quasi certa vittoria della Lega di Matteo Salvini, mantenendo Conte alla guida del nuovo governo giallorosso.
    Il machiavellico disegno del senatore di IV (imbattibile quando si tratta di distruggere, meno efficace quando arriva il momento di costruire un progetto politico a lungo termine) aveva un fine molto più ambizioso. La scissione dal PD con la nascita di Italia Viva fu il preludio di una manovra di ampio respiro che, attraverso uno stillicidio quotidiano, portò alla defenestrazione di Conte nel gennaio 2021 e alla sua sostituzione con Mario Draghi. Un piano che si sarebbe concretizzato molto prima se non fosse stato per la pandemia di Covid-19 scoppiata all’inizio del 2020.
    Con la perfidia che gli è propria, Renzi ha rivendicato ogni volta che ha potuto la bontà della decisione di licenziare Conte, vantandosi in ogni intervista di aver di aver sottratto l’avvocato del popolo alle responsabilità di governo per restituirlo alle diatribe con Di Maio e Toninelli. Da allora sono volati solo schiaffi tra i due. Troppi gli esempi da citare, mi limito a ricordarne un paio. Nell’ottobre 2022 l’ex sindaco di Firenze bollò il reddito di cittadinanza come “voto di scambio” scatenando le ire di Conte. “Venga a parlare di reddito di cittadinanza tra la gente senza scorta”, la risposta del capo M5S nel corso di un comizio a Palermo. “Un linguaggio da mafioso della politica”, tuonò Renzi.
    Altra puntata della hate story nel gennaio del 2023, quando Conte venne paparazzato in un hotel di lusso a Cortina. Renzi colse subito la palla al balzo per affondare il colpo: “Legittimo andare negli hotel 5 stelle. Quello che non è legittimo è giocare sulla rabbia della gente aizzando il popolo del reddito di cittadinanza contro gli altri politici che vanno negli hotel 5 stelle. Questo è moralismo senza morale”. Non si contano, poi, le polemiche sull’attività di conferenziere di Renzi, che per Conte rappresenterebbero un caso macroscopico di conflitto di interessi. “Mi deve aver scambiato con uno dei colleghi del suo studio legale che durante la pandemia si occupavano di mascherine. A proposito: a quando la commissione di inchiesta sul Covid?”, la replica piccata dell’ex segretario PD a ‘Giuseppi’ che lo accusava di badare ai suoi “affari personali”.
    Che tutto questo possa essere cancellato con un colpo di spugna è pura utopia. L’apertura di Renzi a Conte sta infatti creando divisioni all’interno della stessa IV. E anche Conte non sembra proprio entusiasta di questo abbraccio (chissà come mai): “Renzi fino ad ora si è vantato di aver mandato a casa il governo Conte in piena pandemia, e oggi dice che Conte è assolutamente un suo interlocutore privilegiato? Beh, la politica per noi è una cosa seria”. Ma se ci fosse ancora qualche dubbio sulla solidità delle future relazioni tra Conte e Renzi nel segno di questa nuova santa alleanza, a fugare ogni perplessità ci pensa Goffredo Bettini, nume tutelare del campo largo: “Bene l’apertura di Renzi – dice al Foglio il grande suggeritore dei dem – ora tentiamo un nuovo centrosinistra”. Per gli appassionati del genere, di solito la benedizione del vate Goffredo equivale a una sentenza: finirà a schifio.
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    Predefinito Re: Commenti ai pezzi di opinione di Termometro Politico

    Non si capisce dall'articolo perché un governo di centro-sinistra dovrebbe avere ripercussioni tali da influenzare la guerra in Ucraina o in Israele. Il PD ha dimostrato recentemente la sua incapacità anche solo di biasimare autori di dichiarazioni antisemite al suo interno, non certo il migliore biglietto da visita per porsi come intermediario tra palestinesi e israeliani. Insomma sembra si tratta più di pii desideri che di un'analisi seria. Peccato perché avevo apprezzato precedenti articoli dell'autore.

 

 
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