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  1. #161
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    Predefinito Re: Commenti ai pezzi di opinione di Termometro Politico

    È una trollata da allievo delle scuole medie.

  2. #162
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    Arrow La bava al posto dell’inchiostro


    Pretendere, fino a ottenerle, le dimissioni. Di questo, quello, quell’altro. Prima della condanna? No, prima ancora del dibattimento di primo grado.
    Invocare il passo indietro e il passo di lato. Al primo sospetto. Evocare la galera. Le pene esemplari, un po’ per tutti (che però, se per tutti, non sarebbero più esemplari). Intercettare, diffondere, pubblicare i brogliacci. Anche se capiti a metà e copiati male. Nel caso di papà Turetta, metterlo alla gogna. Subito, prima di ascoltarne i motivi, di esaminare le dinamiche. Auspicarne il licenziamento, la rovina.
    Che cosa siamo diventati, noi giornalisti? Vendiamo poco. Contiamo zero. E allora vendichiamo il nostro decadimento esortando il mondo al bagno di sangue rigeneratore, alle manette generali, alla berlina universale. Facciamo strame dello stato di diritto, dei principi etici e costituzionali, della correttezza professionale minima.
    Questa nostra professione va nobilitata. Ripresa per i capelli e rimessa in piedi. I cattivi maestri vanno sanzionati, e se ci fosse coraggio: allontanati. Dovremmo fare tutti un esame di coscienza. E poi forse anche di deontologia, prima di continuare a esercitare.
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  3. #163
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    Predefinito Re: La bava al posto dell’inchiostro

    Citazione Originariamente Scritto da POL Visualizza Messaggio

    Pretendere, fino a ottenerle, le dimissioni. Di questo, quello, quell’altro. Prima della condanna? No, prima ancora del dibattimento di primo grado.
    Invocare il passo indietro e il passo di lato. Al primo sospetto. Evocare la galera. Le pene esemplari, un po’ per tutti (che però, se per tutti, non sarebbero più esemplari). Intercettare, diffondere, pubblicare i brogliacci. Anche se capiti a metà e copiati male. Nel caso di papà Turetta, metterlo alla gogna. Subito, prima di ascoltarne i motivi, di esaminare le dinamiche. Auspicarne il licenziamento, la rovina.
    Che cosa siamo diventati, noi giornalisti? Vendiamo poco. Contiamo zero. E allora vendichiamo il nostro decadimento esortando il mondo al bagno di sangue rigeneratore, alle manette generali, alla berlina universale. Facciamo strame dello stato di diritto, dei principi etici e costituzionali, della correttezza professionale minima.
    Questa nostra professione va nobilitata. Ripresa per i capelli e rimessa in piedi. I cattivi maestri vanno sanzionati, e se ci fosse coraggio: allontanati. Dovremmo fare tutti un esame di coscienza. E poi forse anche di deontologia, prima di continuare a esercitare.
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    Non commento le tue considerazioni sui giornalisti, in quanto non essendolo non mi ritengo in grado di farlo.

    Per quanto riguarda i politici in generale, ebbene si, i sospetti corroborati da intercettazioni e registrazioni dovrebbero portare subito, per questioni di onestà intellettuale, alle dimissioni. Perchè a parte il diritto alla difesa, il politico sa benissimo cosa c'è dietro a quelle comunicazioni, a prescindere poi dal risultato del tribunale. Io pretendo che i politici che gestiscono il mio denaro siano al di sopra di ogni sospetto. Altrove i politici onesti si dimettono di fronte al semplice sospetto di aver copiato un paragrafo della loro tesi di laurea. Cominciamo a pretenderlo anche in Italia, grazie.
    Cum Feris Ferus

    Chi striscia non inciampa. Cit.

  4. #164
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    Arrow Questi il complotto ce l’hanno in mezzo alle gambe


    Disclaimer: questo è un articolo di opinione che riflette l’idea personale dell’autore e che non ha subito alcuna revisione o modifica da parte di Termometro Politico.


    Nel 2010 il comico Corrado Guzzanti portava in scena nei teatri lo spettacolo “Recital” dove spiccava don Florestano Pizarro, uno dei personaggi più riusciti di quello show. Erano gli anni del governo Berlusconi quater e delle tensioni tra la Chiesa e l’allora premier dopo il caso D’Addario-Olgettine. Alla domanda se anche il Vaticano facesse parte del “grande complotto” contro Silvio Berlusconi denunciato da politici e stampa di centrodestra, il controverso prete interpretato da Guzzanti rispondeva lapidario: “Ma quello il complotto ce l’ha in mezzo alle gambe!”. Quella battuta geniale, che esprimeva perfettamente lo spirito del tempo, potrebbe tranquillamente essere rispolverata e calata nella realtà attuale, alla luce delle vicende boccaccesche che hanno visto protagonista l’ormai ex ministro della Cultura Gennaro Sangiuliano.
    Tutto o quasi tutto (forse) è stato detto e scritto sull’ingloriosa uscita di scena dell’ex direttore del Tg2, fortemente voluto da Giorgia Meloni per “rilanciare” il patrimonio culturale nazionale. Perciò eviterò di rimarcare la sfacciata inadeguatezza di un giornalista prestato alla politica che pensava di poter piazzare nello staff del ministero con estremo candore la sua (presunta) amante Maria Rosaria Boccia, nomina poi stoppata dagli stessi burocrati del MIC. E non intendo soffermarmi sulla penosa sceneggiata davanti alle telecamere del TG1, disperata mossa di Sangiuliano per salvare la poltrona a scapito della dignità seppellita da una valanga di meme e prese per il culo sui social. Ciò che va evidenziato, e anche con una certa dose di allarme, è il costante, ridicolo tentativo da parte del centrodestra e in particolare di Fratelli d’Italia di adombrare complotti, ipotizzare ‘manine’ o mandanti pur di giustificare ogni passo falso della sua scadente classe politica.
    Come da prassi, anche questa volta Meloni ha puntato il dito contro la stampa cattiva, ‘rea’ di aver acceso troppo i riflettori sul caso Sangiuliano. Ospite del Forum Ambrosetti a Cernobbio, la presidente del Consiglio ha spiegato che in questa storia “non ci sono illeciti” ma solo “una forte attenzione mediatica che ha trasformato una vicenda privata in una cosa pubblica. Un gioco al quale non mi intendo prestare – ha scandito Meloni – ed è la ragione per la quale non ho accettato inizialmente le dimissioni del ministro”. Dunque, per la leader di FDI un ministro che briga per far assumere come consulente la donna con cui ha iniziato una liaison rappresenta una questione privata e non pubblica (forse sarebbe il caso di dire “pubica”). E se Genny ha dovuto gettare la spugna è solo a causa della “forte attenzione” dei media, che invece di farsi gli affari propri e campare cent’anni osano addirittura fare domande e chiamare i potenti a rispondere delle loro azioni. Dove andremo a finire, signora mia. Da incorniciare è il passaggio della lettera di dimissioni nella quale il non rimpianto Sangiuliano annuncia la presentazione di un esposto in Procura “per verificare se alla vicenda abbiano concorso interessi diversi”. Parla di “interessi diversi”, ‘o direttore, ma non si è accorto dei suoi, in palese conflitto, quando provava a collocare madama Boccia al ministero come “consigliera ai grandi eventi”.
    La tesi secondo la quale Maria Rosaria da Pompei non sarebbe che una novella Contessa di Castiglione, agente segreto al servizio di chissà quali oscure macchinazioni, è assai suggestiva e chissà quanto peregrina. Assumiamo per un istante che le cose stiano effettivamente così: le carte in tavola cambierebbero? La condotta di Sangiuliano sarebbe più giustificabile? Penso proprio di no. Da che mondo è mondo politici, personaggi dello spettacolo o dello sport – in buona sostanza, i Vip – vengono avvicinati da approfittatori, mitomani, scalatori o scalatrici sociali alla ricerca di un posto al sole, che vedono in loro delle prede succulente, dei limoni da spremere per ottenere soldi, incarichi o semplicemente per carpire informazioni. Magari su input di nemici o finti amici intenzionati a fare le scarpe. La differenza tra un uomo delle istituzioni e un cialtrone sprovveduto sta anche nella capacità di comprendere la caratura morale delle persone di cui è circondato e di erigere un muro per tenere a debita distanza gli opportunisti, evitando così di infilare la testa nel cappio che potrebbe strangolarlo.
    “Mai avrei immaginato un disprezzo tanto forte”, piange Sangiuliano all’indomani delle sue dimissioni. E nelle storie di Instagram posta il video degli applausi con cui i dipendenti del MIC, disposti in una ordinata fila, lo salutano mentre si accinge a varcare per l’ultima volta la porta del Collegio Romano. Quello che i cellulari della comunicazione di Sangiuliano non possono riprendere sono i boccali di birra sollevati da alcuni giornalisti a pochi metri da lì, in un pub irlandese situato proprio di fronte alla sede dei Beni Culturali per brindare al passo indietro dell’ex militante del Movimento sociale italiano, del ministro gaffeur a cui piaceva impartire lezione di giornalismo durante i punti stampa e che strappava il microfono dalle mani dei videomaker per chiedere loro se si sentissero anticomunisti. Genny Sangiuliano, la prima pedina sacrificata dal governo che vede mandanti e complotti ovunque. A partire da quello contro Arianna Meloni, sorella della premier, denunciato da Alessandro Sallusti sul Giornale a caratteri cubitali: suprema puttanata che ci ha costretti a parlare per settimane di un’indagine che forse nemmeno esiste. Parafrasando Altan, ci piacerebbe sapere chi è il mandante di tutte le cazzate che questa gente combina.
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  5. #165
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    Arrow Questo governo è diventato una puntata dei Soprano


    Questo governo è diventato una puntata dei Soprano


    Mai ci saremmo aspettati che questo governo si sarebbe trasformato in una stagione de “I Soprano”, fortunatissima serie Tv americana trasmessa dal canale HBO dal 1999 al 2007 ed eletta dalla critica come una delle opere più geniali e innovative che siano mai state create per il piccolo schermo. La serie ruota attorno alle vicende di Tony Soprano, boss di una famiglia malavitosa del New Jersey in piena crisi di mezza età e alle prese con problemi di varia natura: familiari, coniugali, ‘lavorativi’ e quindi giudiziari.
    Ne “I Soprano” la mafia è soltanto un pretesto per raccontare temi universali che da secoli vengono scandagliati dalla letteratura e dal teatro come l’amicizia, il tradimento, il valore della fiducia o la solitudine del potere. Uno dei tratti distintivi di Tony Soprano, protagonista della serie superbamente interpretato da James Gandolfini, è la costante paranoia che permea le sue azioni e che caratterizza il suo modo di rapportarsi a membri della famiglia, scagnozzi e boss rivali. Dietro il sorriso di un amico di vecchia data potrebbe celarsi il ghigno di un “infame” pronto a “venderlo” ai nemici, se non alla polizia: basta un sospetto e Tony è pronto a perquisire il suo interlocutore, per scoprire se nasconde un microfono dentro la giacca. E all’occorrenza eliminarlo, scongiurando ogni pericolo. C’è il rischio che l’FBI stia intercettando la sua abitazione? Allora Tony porta tutti nel seminterrato, che grazie ai rumori della lavatrice diventa un luogo sicuro per parlare di affari con i sodali, in piena libertà.
    Quando ho letto sulla Stampa la notizia che Giorgia Meloni avrebbe chiesto l’allontanamento degli agenti di polizia che avevano il compito di sorvegliare, in borghese, l’entrata del suo ufficio a Palazzo Chigi, per un istante ho pensato a “I Soprano” e alle ossessioni del suo protagonista, vittima di attacchi di panico che lo portano a frequentare lo studio di una psicanalista. Ma il perenne stato d’assedio in cui vive Tony Soprano è giustificato dal contesto criminale nel quale egli opera e dai rischi connessi allo svolgimento della sua ‘professione’. Il bunker mentale nel quale sembra essersi trincerata Meloni, invece, assume una dimensione inquietante se la presidente del Consiglio arriva addirittura a sospettare della forza pubblica deputata a garantire la sua sicurezza: un atteggiamento che tradisce una visione ‘clanica’ della politica e una sempre più traballante fiducia verso le persone che la circondano, a partire da una classe dirigente rivelatasi per quello che è, goffa e impresentabile.
    Per Giorgia, nessuno meglio di sua sorella Arianna avrebbe potuto ricoprire il ruolo di responsabile della segreteria di Fratelli d’Italia; nessun capo scorta sarebbe stato più efficiente di Giuseppe Napoli, marito della sua assistente storica Patrizia Scurti, ovvero l’uomo che qualche giorno fa avrebbe chiesto agli agenti di polizia che stazionavano fuori all’ufficio della premier di togliere il disturbo; e chi mai avrebbe potuto occupare la poltrona di ministro dell’Agricoltura se non Francesco Lollobrigida, che per anni è stato il compagno della sorella (tra l’altro le quotazioni di ‘Lollo’, nel governo così come in FDI, sarebbero in picchiata dopo la separazione annunciata da Arianna lo scorso agosto poco prima che deflagrasse lo scandalo Sangiuliano…). Dio, patria, ma soprattutto famiglia.
    Questo plumbeo, crepuscolare clima di veleni che accompagna la fine dell’estate del governo Meloni è stato segnato essenzialmente da due vicende, in un certo senso collegate tra loro. La prima è la denuncia del fantomatico complotto giudiziario contro Arianna Meloni dalle colonne del Giornale di Alessandro Sallusti, maxi bufala che la premier e i suoi hanno cavalcato alla grande (o addirittura ispirato, a detta di qualcuno); la seconda, l’affaire Boccia con le tragicomiche dimissioni del Ministro della Cultura. In un caso si è parlato di un’inchiesta sulla sorella della presidente del Consiglio che nei fatti ancora non esiste ma sulla quale FDI ha già potuto costruire una massiccia campagna vittimistica; nell’altro, si è provato ugualmente a paventare lo spettro di un disegno cospirativo contro il governo, ma qui le uniche manine da incolpare sono due: quella di Gennaro Sangiuliano che ha provato a inserire nello staff la sua presunta amante, esponendo l’esecutivo alla buriana che ben conosciamo, e quella di Meloni che nel 2022 piazzò l’ex direttore del TG2 a capo del MIC.
    Il risultato di questa straordinaria pagina di lungimiranza politica è che da settimane gli italiani scrollano Instagram per vedere come una signorina di Pompei si diverte a sfidare le istituzioni a suon di pizzini e ultimatum stile Osama Bin Laden. Intanto i siti continuano a rilanciare ogni sospiro della Boccia, comprese le ‘stories’, al limite dello stalking, in cui l’imprenditrice campana viene immortalata nel santuario francescano di Greccio, lo stesso in cui si è recato Sangiuliano con la moglie. E per rimanere in tema di “amichettismo”, è già leggendaria l’intervista a ‘Piazzapulita’ di Fabio Tagliaferri, ex vicesindaco di Frosinone nominato a febbraio a capo di Ales (società partecipata del Ministero della Cultura), in cui l’ex gestore di autonoleggio dichiara in estasi: “Io ho il mito di Giorgia Meloni. Mi passo le giornate a vedere i suoi video perché imparo. A me Giorgia insegna”. Per fortuna che alla Cultura è arrivato l’ex presidente del Maxxi Alessandro Giuli, volto noto del giornalismo di destra e – per rimanere in tema – fratello di Antonella, storica addetta stampa di Fratelli d’Italia vicinissima ad Arianna Meloni (per rimanere sempre in tema). A Giuli l’ingrato compito di rivedere le nomine last minute disposte da Sangiuliano nelle ore precedenti alla “caduta”, sulla falsariga delle volontà dettate dal Führer nel bunker prima dell’arrivo dell’Armata Rossa.
    Molti si sono stupiti della velocità con cui Meloni ha proceduto con la nomina di Giuli dopo il passo indietro di ‘Genny’. Ma la rapidità della scelta è figlia della scarsità di alternative. Oltre a Giuli, nella ‘short list’ di Meloni c’erano Pino Insegno, Osho e Tolkien, tutti e tre indisponibili. L’attore e doppiatore è impegnato in Rai con “Reazione a catena”, mentre il ‘memista’ filo-governativo è entrato nel comitato scientifico della mostra sul Futurismo. Il terzo, invece, pare sia morto.
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  6. #166
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    Arrow Grillo e Conte come Fedez e Tony Effe, che goduria


    Disclaimer: questo è un articolo di opinione che riflette l’idea personale dell’autore e che non ha subito alcuna revisione o modifica da parte di Termometro Politico.


    Le premesse per un fragoroso disastro c’erano tutte. L’iceberg era lì, bello visibile dalla tolda di comando. Eppure, assistere al naufragio della nave 5 Stelle desta stupore per le modalità con cui il redde rationem si sta consumando. Oltre a regalare momenti di assoluta ilarità. Per chi non fosse aggiornato sulla telenovela che vede protagonisti Beppe Grillo e Giuseppe Conte, alle prese da mesi con una ‘scazzottata’ senza esclusione di colpi, riassumo brevemente la questione. Dopo il flop delle ultime elezioni europee, il leader 5 Stelle ha lanciato una “assemblea costituente” per ridare smalto al Movimento e provare a frenare l’emorragia di consensi, visto che ormai il M5S non lo votano più nemmeno i parenti dei parlamentari pentastellati. Piccola parentesi: il regolamento architettato per questa pantomima è una delle masturbazioni più cervellotiche mai concepite dalla mente umana; se non ci credete, FATEVI UN GIRO QUI muniti di un analgesico.


    Nell’idea di Conte, l’assemblea degli iscritti potrà esprimersi su temi decisivi per il futuro del Movimento (come la collocazione politica) e su questioni fondamentali come il cambio del simbolo e l’abolizione della regola dei due mandati, chiesta a gran voce da una classe dirigente di miracolati che spera di continuare a occupare gli scranni di Montecitorio e Palazzo Madama senza l’assillo di doversi misurare col mondo del lavoro.
    Dal canto suo Grillo, che in quanto “garante” (qualunque cosa ciò voglia dire) si ritiene interprete insindacabile dei dettami statutari e “custode dei valori fondamentali dell’azione politica” del Movimento, non ha alcuna intenzione di vedersi strappare il giocattolo dalle mani e si oppone strenuamente alla rifondazione targata Conte, diffidando l’ex presidente del Consiglio dal mettere in votazione sulla piattaforma la modifica del logo M5S e l’abrogazione della norma che vieta agli eletti di fare più di due mandati. Regola che, peraltro, è stata già parzialmente rivista quando sotto la guida di Luigi Di Maio fu introdotto il famigerato “mandato zero”, ovvero la possibilità di non conteggiare il mandato svolto come consigliere comunale. Perché nella storia del Movimento 5 Stelle è andata quasi sempre così: i totem “inscalfibili”, le regole auree diventano un po’ meno granitiche quando si tratta di adattarle alla convenienza del momento. Lo abbiamo visto anche con la questione del finanziamento pubblico, una delle tante bandiere grilline ammainate.
    Uno dei tratti distintivi del M5S è stato per anni il rifiuto sistematico del tanto vituperato denaro pubblico: “Noi ci finanziamo con le micro-donazioni dei nostri militanti!” il mantra di Grillo e Gianroberto Casaleggio. Addirittura nel 2013 i grillini votano contro la legge sull’abolizione del finanziamento pubblico ai partiti – voluta dall’allora governo Letta per inseguire il M5S sul suo stesso terreno ed erodere consenso a Grillo – considerandola poco incisiva. A un certo punto della loro storia però i 5 Stelle scoprono che per fare politica servono i soldi. Tanti soldi. Sicuramente più di quei quattro spicci incassati grazie alle donazioni dei simpatizzanti e alle restituzioni dei parlamentari, sempre più restii a mettere mano al portafogli. Così nel 2021, con Giuseppe Conte capo politico, optano per la svolta dicendo sì all’iscrizione nel registro dei partiti politici per usufruire del 2×1000.
    Il 2023 è il primo anno in cui il Movimento partecipa alla raccolta di questa forma di finanziamento e il partito di Conte si porta a casa un bel gruzzolo, 1,8 milioni di euro. Fondi che, in parte, servono a onorare la consulenza da 300mila euro l’anno che il M5S ha affidato a Beppe Grillo nel 2022. Questo ricco contratto in teoria impegna il comico genovese a fornire “attività di supporto nella comunicazione con l’ideazione di campagne, promozione di strategie digitali, produzione video, organizzazione eventi, produzione di materiali audiovisivi per attività didattica della scuola di formazione del Movimento, campagne elettorali e varie iniziative politiche”. Dico ‘in teoria’, perché nella pratica non sono pochi all’interno del M5S a chiedersi se Grillo stia effettivamente adempiendo ai suoi obblighi contrattuali o se la cospicua somma riconosciuta al garante non sia, in realtà, un ‘premio alla carriera’ del fondatore: un bacio alla pantofola dell’Elevato, che dopo aver sacrificato una parte della propria vita per il Movimento vuole garantirsi una pensione più che dignitosa.
    Di certo, con le sue bordate contro la leadership di Conte adesso Grillo rischia di mettere a repentaglio anche il suo pingue assegno: l’ex inquilino di Palazzo Chigi ha già minacciato di cancellargli il maxi contratto se lo stillicidio di dichiarazioni dovesse proseguire. E sarebbe un bel contrappasso per Beppe l’epuratore – mandante di decine e decine di espulsioni di dissidenti, veri o presunti – venire epurato a sua volta dall’uomo che più di tre anni orsono fu chiamato a guidare il M5S con i crismi del salvatore della patria. Il Movimento che faceva la morale a tutti e rompeva le palle sui finanziamenti e su quanto fosse indispensabile introdurre un tetto ai mandati elettivi rischia dunque di implodere proprio a causa di una lite su soldi e poltrone, mentre imperversa il “dissing” tra Conte e Grillo, i Fedez e Tony Effe della politica. I popcorn sono pronti, non resta che goderci lo spettacolo.
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  7. #167
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    Predefinito Re: Commenti ai pezzi di opinione di Termometro Politico

    Citazione Originariamente Scritto da CARLO NORD ITALIA Visualizza Messaggio
    Perfetto.
    Nulla da commentare .
    Rimane solo la pocheria sinistra, la loro ipocrisia la bassezza di idee, la loro pochezza e il loro sentire antidemocratico.
    Speriamo che gli italiani, per la loro salvezza, rendano questa stupida sinistra a minimi termini e riappaia una forza diversa.
    Le ricordo che la costituzione vieta la ricostituzione del partito fascista per cui ogni simpatia e rigurgito che può ricostituirlo è passibile di reato per cui ogni "fascista" è a rischio reato.
    Questo vale in Italia come all'estero. Il fatto che ci siano fascisti in Ungheria di fatto li accomuna a dei delinquenti pericolosi.
    D'altronde non esiste uno straccio di prova che una donna come la Salis abbia potuto colpire un energumeno fascista.
    Di fatto l'accusa è soprattutto sull'adesione al gruppo che ha partecipato al pestaggio del pericoloso fascista.

    Tutto il resto sono dissertazioni FAZIOSE DI PARTE di chi si identifica nelle idee fasciste di un dittatore imbecille che ha condotto il paese alla distruzione ed all'invasione del nostro paese e che è stato fucilato dopo essere stato sorpreso in fuga nascosto tra le truppe tedesche vigliaccamente come il peggior coniglio!!!
    Senza un minimo di orgoglio con tutto l'oro che era riuscito a racimolare come l'ultimo dei ladri!

    Quello che non si spiega è Infatti questo orgoglio fascista quando c'è solo a vergognarsi ripensando a quegli anni governati da un dittatore pagliaccio tronfio in costume nero e con i pugni sui fianchi.

    Ridicolo anche solo vederlo od ascoltarlo oggi!!

    Saluti

  8. #168
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    Predefinito Re: Grillo e Conte come Fedez e Tony Effe, che goduria

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    Non ho indagato sulla posizione politica dell'autore dell'articolo ma di qualsiasi tendenza sia si dovrebbe vergognare a fronte di una classe politica vergognosa composta da soggetti interessati solo a far soldi per se e oer i propri amici e parenti.
    Nell'attuale governo poi è meglio non parlare di nepotismo di cui ne hanno fatto una bandiera giustificati dalla logica delinquenziale per cui "voi non avreste fatto altrettanto?".
    Retro pensiero di una classe politica e dirigenziale che dovrebbe essere in galera per interessi personali in arti d'ufficio ed appropriazione indebita. Reati presenti in tutti i paesi civili per i quali quelle categorie subiscono pesanti sanzioni e pene e che da noi vorrebbero depenalizzare!

    Cosa che accomuna la destra e la sinistra che con Renzi ha raggiunto i vertici dell'ipocrisia tanto che ancora oggi nel PD esistono correnti di renziani con pesanti influenze sul partito.

    Sparare addosso ad un movimento di protesta contro tutto ciò è semplicemente ridicolo e vergognoso da chi vota, sostiene e difende questa classe politica di cui ci si può solo vergognare!

    Certo non ha decenni di costituzione come molti partiti politici ma ha voglia di cresce e discutere sul cone evolversi e continuare a rappresentare DAVVERO il popolo e non stare lì solo a fare soldi come sono diventati i nostri partiti politici!

    Saluti

  9. #169
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    Arrow Regionali Liguria 2024: quando e candidati. Cosa dicono i sondaggi


    Regionali Liguria 2024: quando e candidati. Cosa dicono i sondaggi


    Regionali Liguria 2024: niente accorpamento con le elezioni in Umbria ed Emilia Romagna, il voto previsto per fine ottobre. Fuori dalla partita l’ex Presidente Toti travolto da un’inchiesta giudiziaria, in corsa ben 9 candidati. Per i sondaggi però l’esito della tornata sarà deciso del più classico duello della nostra politica, quello tra centrodestra e centrosinistra.
    Regionali Liguria 2024: quando si terranno e chi sono i candidati

    Regionali Liguria 2024: alla fine niente accorpamento con le elezioni in Umbria ed Emilia Romagna (dove si voterà domenica 17 e lunedì 17 novembre). Per il nuovo governatore si vota domenica 27 (dalle 7 alle 23) e lunedì 28 ottobre 2024 (dalle 7 alle 15). Fuori dalla partita Giovanni Toti travolto da un’inchiesta giudiziaria – ha patteggiato una condanna a due anni – ormai al termine del suo secondo mandato.
    Referendum cittadinanza: raggiunta soglia firme. Cosa propone?
    Sono ben 9 i candidati in corsa per sostituirlo anche se sono in particolare 3 quelli che accentreranno la maggior parte dei voti. Il centrodestra unito sostiene il sindaco di Genova Marco Bucci, il centrosinistra (Pd-M5S-AVS senza centristi) l’ex ministro del Lavoro Andrea Orlando. L’ex pentastellato Nicola Morra con la sua lista Uniti per la Costituzione vorrebbe giocare il ruolo di terzo incomodo tra i due.
    Cosa dicono i sondaggi?

    Regionali Liguria 2024: la regione è stata considerata a lungo una roccaforte del centrosinistra. Ciò fino al 2015 quando Giovanni Toti riuscì a portarla in quota centrodestra, grazie anche all’exploit del Movimento 5 Stelle che prese il 24%, risultato che di fatto tagliò le gambe al Pd. Nel 2020, invece, molto diverso il risultato di Toti che venne confermato con un’affermazione nettissima.
    Piano strutturale di bilancio in Manovra. Di cosa si tratta
    Con Toti fuori dai giochi l’esito del voto sembra ad oggi abbastanza incerto. Posto che Morra non dovrebbe riuscire a strappare più del 2-3%, secondo i sondaggi disponibili si annuncia un testa a testa tra centrodestra e centrosinistra, con il primo schieramento leggermente in vantaggio (circa mezzo punto di percentuale) secondo le rilevazioni della vigilia.
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    Arrow Legge di Bilancio 2025: a che punto siamo? I punti chiave


    Legge di Bilancio 2025: a che punto siamo? I punti chiave
    Approvata dal Consiglio dei Ministri la prima bozza della Legge di Bilancio 2025. Adesso il testo può essere esaminato da Bruxelles, quindi, passare al vaglio del Parlamento. Verranno sicuramente apportate modifiche e aggiustamenti durante questo iter. D’altra parte, l’impianto complessivo dovrebbe rimanere quello attuale. Quali sono i punti chiave della Finanziaria per l’anno prossimo? Un elenco veloce.
    Sondaggi TP: italiani critici verso Israele in attacco a postazioni ONU
    Legge di Bilancio 2025: pronta la prima “bozza”

    Legge di Bilancio 2025: il quadro generale approvato dal Consiglio dei Ministri. Adesso il testo della manovra potrà passare all’esame delle autorità europee. Bruxelles in particolare si concentrerà sul Piano strutturale di bilancio. Novità di quest’anno, si tratta di una sorta di programma a medio-lungo termine di riduzione del debito pubblico che il Governo deve inserire nel documento che precisa che le spese e le entrate dello Stato. Dunque, il testo potrebbe subire ancora diverse modifiche. Ciò appare molto probabile anche considerando che poi affronterà un lungo passaggio in Parlamento. L’approvazione definitiva dovrebbe comunque avvenire senza particolari problemi entro la scadenza stabilita a fine anno.
    I punti chiave della manovra per il prossimo anno

    Legge di Bilancio 2025: nonostante le modifiche che potrebbe subire, la manovra dovrebbe mantenere in ogni caso l’impianto delineato in Cdm. Quali sono i punti salienti del testo?
    Confermata la riduzione a tre scaglioni già in vigore nel 2024 per quanto riguarda l’Irpef. Dovrebbe essere prevista anche una riduzione dell’aliquota al 35% per i redditi tra 28mila e 50mila euro ma è ancora aperta la questione copertura finanziaria. Confermato anche il taglio del cuneo fiscale. Quindi, si conferma la riduzione del carico di contributi sulla busta paga dei lavoratori con retribuzione medio-bassa. In Legge di Bilancio 2025 compare anche un lieve potenziamento della progressività della misura (non si perderà l’agevolazione se si sfora il limite per pochi euro in pratica) e un ampliamento anche alla quota di imposte che pesano sui lavoratori dipendenti.
    Queste due iniziative da sole impiegano già circa 17 miliardi di euro. Più della metà delle risorse complessive stanziate per la Legge di Bilancio 2025. Il resto delle risorse servirà, innanzitutto, ad aumentare il budget della Sanità e per rinnovare i contratti dei dipendenti pubblici (e incrementarne lo stipendio).  In secondo luogo, anche se non si conoscono molti dettagli sull’operazione, si impiegheranno per l’introduzione del quoziente familiare, rinnovare l’attuale assetto delle misure di pensionamento anticipato e del sistema di fringe benefit. In Legge di bilancio anche il rinnovo del Bonus ristrutturazioni nella versione al 50%. Non compare, invece, la tassa sugli extraprofitti (solo la sospensione di alcuni benefici fiscali per le banche) così come non compare l’aumento delle accise sul diesel (anche se Giorgetti ha preannunciato un intervento in un provvedimento a parte).  
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