A me pare che la fallacia sia di chi cerca di assolutizzare concetti come quello di felicità che per loro stessa natura sono soggettivi.
Stavamo parlando di fine e mezzi per co seguire il fine.
Avere un fine significa porsi un obbiettivo e raggiungerlo, ma la discussione è scaduta mi pare in tristi considerazioni su ciò che tutti "devono" perseguire per essere felici pena l'infelicità o assenza di "vera" felicità. Stiamo sconfinando in una teologia da parroco di campagna un po svilente se mi permettete. Non possiamo ritenere sul piano della teologia naturale?
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