

Chi sono i filosudici? Quelli che definiscono filoterroristi i difensori dei palestinesi.I MELONOMI, i sudditi della meloniIsraele=Paese Terrorista - Palestina libera dai terroristi dell'IDF


AMNESTY INTERNATIONAL-rapporto 2023-2024
STATO D’ISRAELE
A maggio, Israele ha lanciato un’offensiva di cinque giorni contro la Striscia di Gaza sotto occupazione e blocco illegale, uccidendo 11 civili palestinesi. In seguito a un attacco guidato da Hamas nel sud d’Israele il 7 ottobre, durante il quale sono state uccise più di 1.000 persone, tra le quali 36 minorenni, e circa altre 245 sono state prese in ostaggio o catturate, Israele ha condotto intense operazioni militari che hanno ucciso 21.600 palestinesi a Gaza, un terzo dei quali minori, e raso al suolo il 60 per cento delle case. A ottobre, Israele ha intensificato il suo blocco su Gaza, in vigore da 16 anni, tagliando tutte le forniture, anche di cibo, acqua, elettricità, carburante e medicinali, aggravando la catastrofe umanitaria. In seguito al 7 ottobre, le autorità israeliane hanno incrementato le restrizioni sulla libertà di movimento su tutto il territorio della Cisgiordania occupata. Le autorità israeliane hanno rafforzato il sistema di apartheid che opprime i palestinesi in Israele e nei Territori Palestinesi Occupati, attraverso l’implementazione di leggi e politiche di segregazione, privazione e sfollamento forzato. Solo a Gaza, 1,9 milioni di palestinesi su una popolazione di 2,2 milioni di persone, sono stati sfollati con la forza a causa delle offensive lanciate da Israele. È aumentata la violenza dei coloni sostenuti dallo stato. Nel Negev/Naqab, nel sud d’Israele, le forze israeliane hanno continuato a demolire le case e interi villaggi beduini, incluso un villaggio che è stato demolito per la 222a volta. In Cisgiordania, le operazioni di polizia condotte dalle autorità israeliane si sono dimostrate come le più letali dal 2005, con un bilancio di 110 minori palestinesi uccisi tra le vittime. Le detenzioni dei palestinesi senza accusa o processo hanno raggiunto il numero massimo mai registrato. All’interno di Israele, la polizia ha risposto in alcune occasioni alle proteste antigovernative facendo ricorso all’uso eccessivo della forza ed effettuando arresti arbitrari; ha inoltre imposto un divieto per le proteste contro la guerra nelle comunità palestinesi. Le persone Lgbti hanno continuato a subire discriminazioni nella legge e nella prassi.
CONTESTO
Alcuni politici che incitavano all’odio razziale e proponevano di annettere il territorio palestinese e di espellere forzatamente i palestinesi, sono stati chiamati dal governo di Benjamin Netanyahu a ricoprire incarichi di responsabilità militare e politica. Il ministro delle Finanze Bezalel Smotrich è diventato governatore della Cisgiordania occupata a febbraio e il ministro della Sicurezza Itamar Ben-Gvir ha formato un corpo di volontari della “guardia nazionale” ad aprile. Le loro teorie sul suprematismo ebraico sono diventate la tendenza dominante dopo l’attacco di Hamas del 7 ottobre (cfr. Palestina).
Il 25 luglio, la Corte internazionale di giustizia (International Court of Justice – Icj) ha ricevuto i ricorsi giudiziari riguardanti la legalità dell’occupazione da parte di Israele dei Territori Palestinesi Occupati (Occupied Palestinian Territories – Opt).
A partire da settembre, la Corte suprema israeliana ha esaminato i ricorsi contro un emendamento alla legge di base sulla magistratura. L’emendamento proposto dal governo comprometteva l’indipendenza della magistratura e la sua capacità di preservare i diritti civili dei cittadini ebrei1.
L’opposizione al governo si è manifestata in proteste di massa con frequenza settimanale, che si sono interrotte dopo il 7 ottobre. Il partito di centro di Benny Gantz è entrato a far parte del governo e del gabinetto d’emergenza di guerra l’11 ottobre.
Il ministero della Difesa ha supportato l’evacuazione di 54 comunità nel sud d’Israele e di altre 43 nel nord, dopo gli attacchi lanciati dalla Striscia di Gaza e dal Libano
https://www.amnesty.it/rapporti-annu...nesi-occupati/
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parte 2
VIOLAZIONI DEL DIRITTO INTERNAZIONALE UMANITARIO
Striscia di Gaza
Gli attacchi israeliani condotti tra il 9 e il 13 maggio nella prima offensiva dell’anno contro la Striscia di Gaza occupata e sottoposta a blocco hanno ucciso 11 civili palestinesi, tra cui quattro minori, e distrutto 103 case. Il raid aereo iniziale ha ucciso Khalil al-Bahtini, esponente di spicco delle Brigate Al-Quds, il gruppo armato affiliato alla Jihad islamica, sua moglie e la sua giovane figlia, oltre alle loro vicine di casa Dania e Iman Adas2. Le Brigate Al-Quds hanno lanciato centinaia di razzi indiscriminati verso le città israeliane (cfr. Palestina).
La seconda fase delle ostilità ha avuto conseguenze umanitarie catastrofiche per Gaza, con un bilancio di vittime civili senza precedenti. Il 7 ottobre, sotto il lancio di migliaia di razzi indiscriminati, combattenti inviati da gruppi armati palestinesi hanno attaccato il sud d’Israele, uccidendo più di 1.000 persone e ferendone circa 3.300, e prendendo in ostaggio o catturando circa altre 245 persone (cfr. Palestina). Nelle successive 12 settimane, i bombardamenti aerei e le offensive di terra delle forze israeliane hanno ucciso 21.600 palestinesi, un terzo dei quali minori, secondo i dati forniti dal ministero della Salute di Gaza.
Da un’approfondita indagine sul campo condotta da Amnesty International sull’uccisione di 229 persone in nove raid aerei illegali, è emerso che Israele ha violato il diritto internazionale umanitario, non prendendo tra l’altro precauzioni fattibili per risparmiare i civili o portando a termine attacchi indiscriminati che non hanno fatto distinzione tra obiettivi civili e obiettivi militari o compiendo attacchi che potrebbero essere stati diretti contro obiettivi civili3.
Il 19 ottobre, un attacco aereo israeliano ha distrutto parte del complesso della chiesa greco-ortodossa di San Porfirio, a Gaza City, dove avevano trovato rifugio centinaia di sfollati, uccidendo 18 civili. Nell’attacco, Ramez al-Sury ha perso tre figli e altri 10 familiari, tra i quali c’erano anche neonati4. Il 22 ottobre, le forze israeliane hanno sganciato munizioni guidate di precisione (joint direct attack munitions) di fabbricazione statunitense, uccidendo 19 civili che si trovavano nell’abitazione della famiglia Abu Mu’eileq, nel distretto di Deir al-Balah, a sud di Gaza, un’area che gli ordini di evacuazione israeliani indicavano allora come sicura5.
Secondo i dati dell’Ocha, a fine anno si contavano 65.000 case distrutte, con il conseguente sfollamento forzato di 1,9 milioni di palestinesi. Inoltre, erano state distrutte o danneggiate 76 strutture sanitarie, 370 scuole, 115 moschee e tre chiese.
Sempre il 7 ottobre, il governo israeliano ha bloccato la fornitura dell’elettricità a Gaza. Il 9 ottobre, ha imposto un assedio completo, interrompendo ogni tipo di approvvigionamento: cibo, acqua, carburante e medicinali compresi.
Anche gli operatori dell’informazione sono stati attaccati. Secondo il Comitato per la protezione dei giornalisti, sono stati uccisi 70 giornalisti. Il fotoreporter Roshdi Sarraj è rimasto ucciso il 22 ottobre in un attacco aereo che ha centrato la sua abitazione a Gaza City.
Anche il personale medico ha subìto attacchi nell’area. A dicembre erano 23 su un totale di 36 gli ospedali costretti a chiudere a causa dei danni subiti e della mancanza di elettricità. Secondo i dati dell’Oms, negli attacchi compiuti contro le strutture sanitarie, comprese 76 ambulanze, sono rimaste uccise 600 persone, tra pazienti e personale medico. A nord di Gaza, gli ospedali al-Ahli e al-Shifa stavano funzionando al 5 per cento della loro capacità, mentre venivano sommersi di persone ferite e malate. L’occupazione dei posti letto negli ospedali era al 310 per cento, secondo la Mezzaluna rossa palestinese. Il suo ospedale al-Amal, a Khan Yunis, è stato obiettivo di un attacco compiuto con un drone il 24 dicembre, in cui è rimasto ucciso un ragazzo di 13 anni.
Libano
Hezbollah, un partito politico con un’ala armata, e altri gruppi armati in Libano hanno lanciato razzi verso il nord d’Israele (cfr. Libano). Il 16 ottobre, l’artiglieria israeliana ha usato munizioni contenenti fosforo bianco per bombardare Dhayra, una località nel sud del Libano. Gli attacchi transfrontalieri hanno ucciso circa 120 persone in Libano e più di 10 in Israele. Nei raid israeliani contro un gruppo di sette giornalisti nel sud del Libano è rimasto ucciso il 13 ottobre il giornalista della Reuters Issam Abdallah.
APARTHEID
Le autorità israeliane hanno consolidato il loro sistema di apartheid, attraverso l’approvazione di leggi che hanno rafforzato la segregazione dei palestinesi dagli israeliani e isolato i palestinesi in località deprivate, e l’implementazione di politiche che hanno incentivato la sistematica espropriazione di terreni e proprietà dei palestinesi. Una distruzione sfrenata, le demolizioni delle case, il diniego d’accesso ai mezzi di sostentamento e la violenza dei coloni appoggiati dallo stato, hanno nell’insieme intensificato lo sfollamento forzato.
Un emendamento alla legge sulla cittadinanza e l’ingresso in Israele, approvato il 15 febbraio, ha semplificato la revoca della cittadinanza e del permesso di residenza permanente dei palestinesi, rendendo potenzialmente alcuni palestinesi apolidi. Il 25 luglio, la Knesset ha approvato un emendamento all’ordinanza sulle cooperative sociali, che ha ampliato i comitati di ammissione in 437 comunità cooperative ebraiche, con poteri di escludere i palestinesi in base al vago pretesto di una “incompatibilità sociale”, secondo Adalah, un’organizzazione legale che tutela i diritti dei palestinesi cittadini di Israele.
Sfollamento forzato
L’Ocha ha registrato le demolizioni senza una giustificazione militare di 1.128 edifici, che hanno causato lo sfollamento forzato di 2.249 palestinesi in Cisgiordania, compresa Gerusalemme Est. Oltre a queste, l’Alta corte di giustizia israeliana ha approvato la demolizione di sei abitazioni di familiari di sospetti attentatori, nonostante l’obiezione sollevata dall’organizzazione per i diritti civili israeliana HaMoked, secondo la quale ciò costituiva una forma di punizione collettiva. Contemporaneamente, le autorità israeliane hanno approvato solo a Gerusalemme Est la
costruzione di 18.500 unità abitative per i coloni israeliani, secondo quanto riferito dall’Ong israeliana di progettisti urbani Ir Amim. Gli insediamenti dei coloni, illegali ai sensi del diritto internazionale, hanno continuato a espandersi anche nel resto della Cisgiordania.
La violenza dei coloni si è diffusa con l’ascesa al potere di politici che incitavano alla violenza razziale ed è significativamente aumentata dopo il 7 ottobre. I coloni israeliani hanno ucciso 18 palestinesi e ne hanno feriti 367, mentre gli aggressori palestinesi hanno ucciso 18 coloni e ne hanno feriti 107, secondo dati forniti dall’Ocha.
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Parte 3
Le azioni dei militari e dei coloni hanno creato ambienti coercitivi che hanno costretto allo sfollamento di tutti i 1.009 abitanti di 16 comunità pastorizie, secondo l’organizzazione per i diritti umani B’Tselem. L’11 ottobre, coloni israeliani hanno ucciso tre palestinesi nell’abitazione di una famiglia a Qusra, vicino a Huwara. Un quarto palestinese è stato ucciso a colpi d’arma da fuoco quando i soldati israeliani sono arrivati sul luogo per proteggere i coloni. Il 30 ottobre, decine di coloni hanno dato fuoco a due abitazioni a Isfay al-Tahta, uno dei villaggi di Masafer Yatta, nel sud della Cisgiordania. Molti dei coloni erano armati, alcuni vestivano l’uniforme dell’esercito e la maggior parte dei coloni ha goduto dell’impunità per i crimini commessi6.
Le autorità hanno continuato a non riconoscere i 35 villaggi beduini nel Negev/Naqab, nel sud di Israele, abitati da palestinesi cittadini di Israele, dando il via libera a nuove demolizioni di case nella zona. A luglio, i tribunali hanno approvato lo sgombero forzato di tutti i 500 residenti di Ras Jrabah. Questi avevano chiesto di essere incorporati come quartiere della vicina città ebraica di Dimona, ma le autorità locali avevano rifiutato la richiesta senza la dovuta consultazione. Il 27 settembre, le forze israeliane hanno demolito il villaggio di al-‘Araqib per la 222a volta.
A Gaza, il 12 ottobre, l’esercito israeliano ha emanato un vago “ordine di evacuazione” collettivo per tutti gli 1,1 milioni di residenti della zona nord di Gaza. A novembre e dicembre, le forze israeliane hanno ordinato lo sfollamento dei civili verso sud, comprese le città di Deir al-Balah e Khan Younis. Agli inizi di dicembre, i palestinesi sfollati con la forza a Gaza erano 1,9 milioni.
UCCISIONI ILLEGALI
Cisgiordania, compresa Gerusalemme Est
Il 2023 è stato l’anno con il maggior numero di morti dal 2005 per i palestinesi della Cisgiordania, mentre le operazioni di polizia israeliane diventavano sempre più letali, in un contesto caratterizzato dall’impunità per le uccisioni compiute dalla polizia e dall’istigazione alla violenza da parte dei leader.
Secondo l’Ocha, le forze israeliane hanno ucciso 493 palestinesi, in maggioranza civili, durante le operazioni condotte contro i gruppi armati a Jenin e Nablus. Le persone ferite sono state oltre 12.500.
L’Ong Defence for Children International-Palestine ha riportato che, nel 2023, le forze israeliane hanno ucciso 110 minori in Cisgiordania, compresa Gerusalemme Est. Il 5 giugno, Mohammed al-Tamimi, di tre anni, è morto per le ferite riportate dopo essere stato colpito dai proiettili esplosi dalle forze israeliane a Nabi Saleh, a nord di Ramallah, mentre il padre lo accompagnava in auto a una festa di compleanno. Sull’episodio non è stata avviata alcuna indagine penale.
Per tutto l’anno, il campo per rifugiati di Jenin, nel nord, è stato oggetto di operazioni di polizia condotte dalle autorità israeliane, in cui sono stati uccisi almeno 23 palestinesi, nel periodo compreso tra gennaio e luglio. Negli attacchi lanciati per vendetta dai gruppi armati palestinesi contro i civili israeliani sono state uccise quattro persone vicino all’insediamento di Eli, il 20 giugno. Il giorno dopo, centinaia di coloni hanno attaccato il villaggio palestinese di Turmusayya, a sud di Eli, uccidendo un residente e incendiando 15 case. Da ottobre, le forze israeliane hanno effettuato ripetute incursioni a Jenin, uccidendo almeno 116 persone, secondo il ministero della Salute palestinese, colpendo anche la moschea di Al-Ansar con un raid aereo il 22 ottobre.
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parte 4
DIRITTO A VERITÀ, GIUSTIZIA E RIPARAZIONE
Le autorità israeliane non hanno provveduto a indagare in maniera tempestiva, approfondita e indipendente sui crimini e le violazioni da parte dell’esercito israeliano, tra cui le uccisioni illegali compiute in Cisgiordania e i crimini di guerra commessi a Gaza. Israele ha continuato a rifiutarsi di collaborare con la Commissione d’inchiesta delle Nazioni Unite e a negare l’ingresso in Israele alla Relatrice speciale delle Nazioni Unite sugli Opt. A fine ottobre, il procuratore dell’Icc ha visitato Israele, la Cisgiordania e il valico di Rafah, al confine tra l’Egitto e Gaza. Il 29 dicembre, il Sudafrica ha fatto ricorso all’Icj, chiedendo l’apertura di un procedimento contro Israele relativamente alle violazioni dei suoi obblighi ai sensi della Convenzione delle Nazioni Unite sul genocidio del 1948, compiute a Gaza.
LIBERTÀ DI MOVIMENTO
Le restrizioni arbitrarie alla libertà di movimento dei palestinesi sono state rafforzate dopo il 7 ottobre, fino a costituire in alcuni casi una punizione collettiva. Le chiusure hanno impedito il trasferimento dei pazienti negli ospedali.
In Cisgiordania, compresa Gerusalemme Est, l’Ocha ha documentato 645 posti di blocco, blocchi stradali e barriere, 80 dei quali a Hebron, nel sud, dove circa 600 coloni vivevano illegalmente incuneati nella più popolosa città della Cisgiordania. Dopo il 7 ottobre, l’esercito israeliano ha imposto un coprifuoco totale di 14 giorni su circa 750 famiglie residenti in 11 quartieri della zona centrale di Hebron, secondo B’Tselem. Il sistema di riconoscimento facciale installato al posto di blocco n. 54 di Hebron automatizzava l’esclusione dei palestinesi dall’area. Un analogo sistema di sorveglianza biometrica limitava l’accesso dei palestinesi anche a Gerusalemme Est7. L’esercito ha imposto la chiusura dei villaggi e dei campi per rifugiati, e limitato l’accesso ai terreni agricoli.
Migliaia di lavoratori di Gaza, che per lavorare dovevano spostarsi in Israele e in Cisgiordania, si sono visti revocare i permessi di lavoro senza preavviso l’11 ottobre, quando sono stati arrestati dalle forze israeliane. Sono stati trattenuti in incommunicado per almeno tre settimane presso basi militari israeliane, dove due sono deceduti; le morti non sono state opportunamente indagate. Le forze israeliane hanno sparato ad almeno otto pescatori palestinesi in mare, causando lesioni permanenti. Più del 90 per cento delle famiglie di pescatori viveva in condizioni di povertà, secondo il sindacato dei pescatori di Gaza, a causa delle restrizioni imposte alle zone di pesca e alle esportazioni.
DIRITTO ALLA SALUTE
I servizi sanitari negli Opt sono peggiorati a partire da gennaio, quando Israele ha bloccato il trasferimento delle imposte riscosse per conto delle autorità palestinesi, causando una grave carenza di farmaci. A causa del blocco imposto da Israele, nella prima metà dell’anno quasi 400 bambini di Gaza sono stati privati dell’accesso a cure mediche vitali, secondo i dati diffusi da Save the Children.
Le strutture sanitarie di Gaza sono state gravemente danneggiate a causa degli attacchi lanciati a partire da ottobre e le scorte di materiale medico erano state utilizzate per trattare circa 55.000 feriti. Poiché le frontiere erano sigillate, non era possibile trasportare fuori Gaza neppure i feriti più gravi per curarli. Il livello di sovraffollamento nei rifugi improvvisati dotati di un unico bagno per 486 persone, senza acqua pulita o igiene, ha causato la rapida diffusione di infezioni respiratorie, gastrointestinali e cutanee. Secondo l’Unicef, un migliaio di minori avevano subìto l’amputazione di una o entrambe le gambe in condizioni igieniche inadeguate, in seguito a un ferimento. Secondo l’Oms, a metà dicembre, il 93 per cento della popolazione di Gaza versava in una condizione di malnutrizione grave, con conseguente alto rischio di morte per malattie in altre circostanze curabili; le donne in gravidanza e in allattamento erano particolarmente a rischio.
DETENZIONE ARBITRARIA
Le forze israeliane hanno arrestato 2.200 palestinesi nel mese successivo al 7 ottobre, secondo l’Ong Palestinian Prisoners’ Club8. Le autorità israeliane hanno invocato la legge “sui combattenti illegali”, una categoria che non esiste nel diritto internazionale, per trattenere senza accusa o processo 661 palestinesi di Gaza. Secondo l’Ong HaMoked, circa 3.291 palestinesi erano in stato di detenzione amministrativa, senza accusa né processo.
Il Cicr ha confermato che dopo il 7 ottobre ai prigionieri palestinesi è stato negato qualsiasi contatto con le loro famiglie e avvocati, ai sensi delle ordinanze che hanno ripetutamente rinnovato lo “stato d’emergenza” dal 31 ottobre fino a fine anno.
Le autorità israeliane si sono rifiutate di condividere gli atti del processo e le motivazioni della sentenza a carico del prigioniero di coscienza Mohammed al-Halabi, un operatore umanitario di Gaza.
TORTURA E ALTRO MALTRATTAMENTO
Il 5 e 6 aprile, le forze israeliane hanno picchiato uomini, donne e bambini che pregavano nella moschea di Al-Aqsa a Gerusalemme, alimentando le già alte tensioni religiose. Hanno arrestato almeno 450 palestinesi sulla spianata delle moschee, rilasciandoli successivamente scalzi e in pessime condizioni per le percosse.
Dopo il 7 ottobre sono aumentati gli episodi di tortura e altro maltrattamento, con almeno sette prigionieri morti in circostanze mai chiarite, secondo il comitato pubblico contro la tortura. I soldati israeliani hanno percosso i palestinesi mentre li arrestavano per le strade di Gaza, tenendoli bendati, senza vestiti e con le mani legate in due occasioni9.
A marzo, un tribunale ha prorogato di quattro mesi il regime di isolamento di Ahmad Manasra, il quale soffriva di gravi e ripetute problematiche di salute mentale10. A maggio, Khader Adnan è morto in carcere dopo tre mesi di sciopero della fame, durante i quali non aveva ricevuto cure mediche adeguate; il suo era il primo caso in 30 anni di un prigioniero palestinese morto in seguito a uno sciopero della fame.
LIBERTÀ DI RIUNIONE ED ESPRESSIONE
In seguito all’annuncio fatto dal governo a gennaio, riguardante i suoi progetti di riforma giudiziaria, centinaia di migliaia di israeliani hanno manifestato in segno di protesta. La polizia ha in alcuni casi risposto con un uso eccessivo della forza e ha eseguito decine di arresti arbitrari.
L’ordine militare 101 ha continuato a reprimere il diritto dei palestinesi di protestare pacificamente e di riunirsi in Cisgiordania. A settembre, le forze israeliane hanno vandalizzato l’edificio che ospita il consiglio studentesco dell’università di Birzeit. L’8 novembre, l’Alta corte di giustizia ha respinto un ricorso contro l’obbligo di ottenere il permesso della polizia per manifestare contro la guerra nelle città palestinesi del nord di Israele. Le manifestazioni dei cittadini ebrei di Israele erano permesse.
DIRITTO A UN AMBIENTE SALUBRE
A settembre, il governo ha approvato un disegno di legge sul cambiamento climatico, che lo impegnava a ridurre del 30 per cento le emissioni entro il 2030, senza tuttavia stabilire meccanismi per la sua implementazione.
Israele, un paese ad alto reddito, non ha intrapreso iniziative volte a eliminare gradualmente i combustibili fossili. Al contrario, il 29 ottobre, il ministero dell’Energia ha deciso di riprendere le operazioni di prospezione per la ricerca di nuovi giacimenti di gas naturale.
Il pesante bombardamento su Gaza ha emesso gas inquinanti e a effetto serra destinati a nuocere all’ambiente e alla salute umana per gli anni a venire, secondo il Relatore speciale delle Nazioni Unite sui diritti umani e l’ambiente.
DIRITTI DELLE PERSONE LESBICHE, GAY, BISESSUALI, TRANSGENDER E INTERSESSUATE
I ministri del governo hanno incitato alla discriminazione contro le persone Lgbti e le donne, il cui status personale continuava a essere disciplinato dalla legge religiosa. Il 28 dicembre, l’Alta corte israeliana ha stabilito che lo stato non poteva più discriminare le coppie omosessuali che intendevano adottare dei figli.
OBIETTORI DI COSCIENZA
Otto reclute, cittadini di Israele sia ebrei che arabi, sono finite in carcere per essersi rifiutate di prestare il servizio militare obbligatorio, dichiarando che i loro princìpi vietavano l’oppressione dei palestinesi. Yuval Dag è stato incarcerato quattro volte tra marzo e giugno.
Fine
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quindi il servizio militare obbligatorio non deve essere obbligatorio.Otto reclute, cittadini di Israele sia ebrei che arabi, sono finite in carcere per essersi rifiutate di prestare il servizio militare obbligatorio, dichiarando che i loro princìpi vietavano l’oppressione dei palestinesi. Yuval Dag è stato incarcerato quattro volte tra marzo e giugno.
cosi ragiona amnesty international (come se ce ne dovesse fregare qualcosa).
riguardo ai bimbi yemeniti ancora nessuna novità, nessuna marcia di protesta all'orizzonte?
If we are honest - and scientists have to be - we must admit that religion is a jumble of false assertions. P. Dirac


quaquaraqua leggi
Profughi palestinesi e profughi ebrei. Nel corso del 1948 oltre 450 villaggi palestinesi furono depopolati (e sovente, in seguito, rasi al suolo) dalle forze israeliane e circa 770 mila persone – inclusi 20 mila ebrei espulsi dalle milizie arabe da Hebron, Gerusalemme, Jenin e Gaza – vennero sgomberate nell’arco di poche settimane e, in seguito, private della possibilità di rientrare nelle loro case. Alcune di esse fuggirono per cause legate alla paura, sovente dopo aver assistito al tragico destino toccato a loro amici e parenti. Un esempio significativo è rintracciabile nelle espulsioni di massa registrate nel luglio 1948 a Lydda e Ramla: interessarono poco meno di un decimo dell’intero esodo palestinese. La larga maggioranza delle circa 60 mila persone espulse dalle due città venne allontanata a seguito di un ordine firmato dall’allora comandante della brigata Harel, Yitzhak Rabin: “Gli abitanti di Lydda”, chiarì Rabin, “devono essere espulsi rapidamente senza badare all’età” (cit. in M. Gilbert, Israel: A History, Doubleday, 1998, p. 218). Diverse centinaia morirono durante l’esodo a causa della disidratazione o per sfinimento.
https://www.rivistailmulino.it/a/a-7...ella-palestina
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Spiegacelo con parole tue...
Quanti ebrei vivevano sul territorio (ora) di Israele nel 1940? E quanti ce ne sono ora?
Esodo palestinese del 1948
"L'esodo palestinese del 1948 (in arabo الهجرة الفلسطينية?, al-Hijra al-Filasṭīniyya),[1] conosciuto soprattutto nel mondo arabo, e fra i palestinesi in particolare, come nakba (in arabo النكبة?, al-Nakba, letteralmente "disastro", "catastrofe", o "cataclisma"), è l'esodo forzato[2] della popolazione araba palestinese durante la guerra civile del 1947-48, al termine del mandato britannico, e durante la guerra arabo-israeliana del 1948, dopo la fondazione dello Stato di Israele. Nakba è il nome assegnato a questo evento dalla storiografia, non solo araba. Durante tale conflitto, più di 700.000[3] arabi palestinesi abbandonarono città e villaggi o ne furono espulsi, e, successivamente, si videro rifiutare ogni loro diritto al ritorno nelle proprie terre, sia durante sia al termine del conflitto. La proporzione fra i palestinesi che erano fuggiti o che furono cacciati, le cause e le responsabilità dell'esodo, il suo carattere accidentale o intenzionale, come pure il diniego, dopo la cessazione dei combattimenti, del diritto al ritorno degli abitanti arabo-palestinesi (musulmani e cristiani), sono un soggetto fortemente dibattuto sia da parte degli studiosi della questione israelo-palestinese, sia da parte degli storici specialisti degli eventi di tale periodo. Questo esodo è anche all'origine del successivo problema dei rifugiati palestinesi, che costituisce uno dei contenziosi più difficili da risolvere del più ampio conflitto arabo-israeliano e del conflitto israelo-palestinese. I rifugiati palestinesi e i loro discendenti registrati dall'UNRWA erano 5.149.742 nel 2015, distribuiti in Giordania, Striscia di Gaza, Cisgiordania, Siria e Libano; di questi molti risiedevano nei campi-profughi palestinesi.[4]"
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