Risultati da 1 a 6 di 6

Discussione: Calasso, L'ardore

  1. #1
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    Predefinito Calasso, L'ardore

    Qualcosa di immensamente remoto dal l’oggi apparve più di tremila anni fa nell’India del Nord: il Veda, un «sapere» che comprendeva in sé tutto, dai granelli di sabbia sino ai confini dell’universo. Distanza che si avverte nel modo di vivere o gni gesto, ogni parola, ogni im presa. Gli uomini vedici prestavano un’attenzione adamantina alla mente che li reggeva, mai disgiungibile da quell’«ardore» da cui ritenevano si fosse sviluppato il mondo. L’at timo acquistava senso in rapporto a un invisibile traboc cante di presenze divine. Fu un esperi mento del pensiero così estremo che sarebbe potuto scomparire senza lasciare traccia del suo passaggio nella «terra dove vaga in libertà l’antilope nera» (così veniva definito il luogo della legge). Eppure quel pensiero – groviglio com posto da inni enigmatici, atti rituali, storie di dèi e folgorazioni metafisiche – ha l’indubita bile capacità di illuminare con luce radente, diversa da ogni altra, gli eventi elementari che appartengono all’esperienza di chiunque, oggi e dappertutto, a cominciare dal puro fatto di es sere coscienti. Così collidendo con molte di quelle che vengono ormai considerate ferme acquisizioni. Que sto libro raccon ta come attraverso i «cento cammini» a cui allude il titolo di un’o pe ra smisurata e capitale del Veda, lo Śatapatha Brāh maņa, si può raggiungere ciò che sta davanti ai nostri occhi passando attra verso ciò che da noi è più lontano.



    http://www.adelphi.it/novita/244/444...sbn=8845925218
    Ultima modifica di Malaparte; 05-11-10 alle 23:44
    Gli Arya seggono ancora al picco dell'avvoltoio.

  2. #2
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    Predefinito Rif: Calasso, L'ardore

    non conoscevo ancora questo autore e devo dire che è una piacevole scoperta

    l'esposizione della visione vedica in una prosa dotta (anche troppo per i miei mezzi... ) ma mai pedante o pedissequa

  3. #3
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    Ultima modifica di Cecil Rhodes; 24-11-10 alle 22:20

  4. #4
    mai, eh...
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    Predefinito Rif: Calasso, L'ardore

    Calasso mi è sempre parso un pallone gonfiato sopravvalutato, un segaiolo di una noia mortale. ma definirlo "l'iniziato adelphiano","portavoce dei poteri forti", "antimetafisico bla bla bla" è dare a questo innocuo intellettuale da salotto buono, che viene invitato perchè fà fico (benché a nessuno poi gli regga la pompa di starlo a sentire), un'importanza, e attribuirgli un'influenza, che oggettivamente non ha. ma si sà, gli intellettuali primedonne hanno degli odi feroci e implacabili, peggio delle missitalie, e Vassalo, vedendo Calasso intervistato dall'uomo più irritante e vacuo del mondo, Alain Elkann, non c'ha visto più...
    Ultima modifica di sugarbabe; 26-11-10 alle 18:46

    "I don't make any rules, Nick, I go with the flow."

  5. #5
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    Predefinito Rif: Calasso, L'ardore

    Un fiume di storie porta nell’India vedica - Corriere della Sera



    Un fiume di storie porta nell’India vedica
    Il viaggio di Calasso nell’antico mondo della parola.
    Testi piombati da galassie remote: inni e orazioni in versi



    Shiva fa discendere sul suo capo le acque del Gange (XVIII secolo d.C.)L’ardoredi Roberto Calasso ha la natura del classico. E come tutti i classici si offre a una lettura che si muove e oscilla su un duplice registro: il registro della prossimità e quello della distanza. Quando nella lettura prevale la prossimità, la pagina ci chiama in causa, e ci parla di noi. L’effetto è allora quello del nostro trasformarci, del nostro scoprirci mutati o mutate, del nostro vederci o forse intravederci in altri modi che non coincidono con quelli abituali e ordinari, quelli su cui ha cogenza la falsa o la pigra necessità. O più semplicemente, del nostro arricchirci di un corteo di possibilità alternative e congetturali nei modi di guardare e dar senso e valutare e lodare o biasimare noi stessi e il mondo. L’ardore non è necessariamente contagioso. Ma può esserlo. E se lo è, nel corso dei ventuno capitoli di questo straordinario viaggio nel mondo della parola e dei testi del sapere, del remoto Veda, può accadere che alla fine il lettore o la lettrice provino l’esperienza perturbante, propriamente unheimlich, dell’incertezza e dell’incompletezza o della precarietà vedica che investe e intacca e mette sotto pressione le credenze ereditate, disciplinate e congelate della nostra modernità.
    Ma, ed ecco all’opera il secondo registro della distanza, l’invito al viaggio muove dal commento, dall’analisi, dall’interpretazione di una sequenza di testi che se ne sta lì, a una distanza siderale da noi, dalle nostre credenze e dalle loro familiari genealogie, anche quelle con il più arcaico pedigree. L’incipit di Roberto Calasso è paradigmatico, in proposito: «Erano esseri remoti, non solo dai moderni ma dai loro contemporanei antichi. Distanti non già come un’altra cultura, ma come un altro corpo celeste. Così distanti che il punto da cui vengono osservati diventa pressoché indifferente». L’India vedica, come un meteorite piombato da qualche parte da galassie remote, è fatta di testi. Testi che sono inni e invocazioni in versi; testi che sono prescrizioni e formule rituali in prosa.

    Ai limiti incerti e sfumati di un universo parallelo, ci muoviamo in silenzio in un mondo in cui si è pensato il nostro essere animali umani, in cui si è pensato il rapporto cruciale fra sacerdoti e guerrieri, fra auctoritas e potestas, in cui si è pensato il sacrificio, in cui si è ossessivamente fissata una tassonomia rituale di opulenza smisurata e acribia ossessiva, in cui si è pensato il confine mobile fra visibile e invisibile, in cui si è pensato il male e si è pensata la sofferenza, in cui si è pensata la natura del mondo e dei mondi, l’eros, la verità e la non verità, l’io e il sé, la mente e il cosmo in persistente deformazione.

    Così accade che ci aggiriamo in un Partenone di parole: la lingua sanscrita, e «samskrta» - ci ricorda Calasso con René Daumal - vuol dire «perfetto». Il viaggio nello sterminato sapere del Partenone vedico ha il sapore dell’incertezza e conosce l’ardore delle metamorfosi. Ma vi sono pagine in cui l’autore opera una sorta di condensazione del commento e della riflessione a partire dal commento ai testi strani e sideralmente remoti. Nella mia prospettiva filosofica, in quelle pagine ritrovo il persistente tentativo di esplorare una varietà di risposte alla questione di che cosa si provi, di che effetto ci faccia, di che senso abbia per noi essere esseri umani. What is to be like a human being?, per parafrasare con blanda infedeltà il titolo di un classico saggio di Thomas Nagel. E qui la tensione con la prossimità torna a operare, nell’oscillazione essenziale dell’opera.

    Calasso pensa a Parmenide o a Platone, all’antico Testamento, a Cristo, a Schopenhauer, a Kierkegaard o al suo Kafka, a Goethe o a Goedel, al suo Baudelaire, a Descartes e a Proust, a Girard, a Durkheim e, soprattutto, al grande Marcel Mauss. Alla fine del viaggio, incontriamo un «certo coefficiente di verità».

    Roberto Calasso ci dice che qualcosa del tipo di un certo coefficiente di verità è quanto «permette di capire e di usare storie appartenenti ai luoghi e ai tempi più lontani. Ciò che quelle storie offrono è qualcosa che, una volta accertato, rimane inattaccabile da ogni ulteriore indagine o scoperta. Chi sia entrato nella corrente delle storie mitiche potrà lasciarsi trascinare ovunque, sapendo che un giorno quella stessa corrente lo ricondurrà al paesaggio da cui è partito. E da cui potrà, in ogni istante, partire di nuovo». Così il cerchio è completato, e il mio elogio de L’ardore può, almeno precariamente e per così dire con ironia vedica, concludersi.

    Salvatore Veca
    06 dicembre 2010(ultima modifica: 10 dicembre 2010)
    © RIPRODUZIONE RISERVATA


    Roberto Calasso
    Nato a Firenze nel 1941, Roberto Calasso è presidente e consigliere delegato della casa editrice Adelphi. È autore di un «work in progress» di cui fanno parte «La rovina di Kasch» (1983), «Le nozze di Cadmo e Armonia» (1988), «Ka» (1996), «K.» (2002) «Rosa Tiepolo» (2006), e «La folie Baudelaire» (2008). «L’ardore», uscito da poco (pp. 250, € 35) è il settimo pannello di questa grande opera. Ha pubblicato inoltre il romanzo «L’impuro folle» (1974) e i saggi «I quarantanove gradini» (1991), «La letteratura e gli dèi» (2001), «La follia che viene dalle Ninfe» (2005), tutti editi da Adelphi.
    Gli Arya seggono ancora al picco dell'avvoltoio.

  6. #6
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    Predefinito Rif: Calasso, L'ardore

    Lo sto leggendo...abbastanza "pesante" ma con spunti interessanti.

    Suggestive le evocazioni delle gesta quotidiane del popolo dei veda.

    Fuoco, rituali e sacrificio...gesta atte a non lasciare nulla di materialmente duraturo...



    p.s. altri acquisti "natalizi":
    - Autobiografia di uno yogi di Paramhansa Yogananda (edizione originale del 1946)
    - Mantra e meditazione di Swami Vishudevananda
    -I falsificatori di Antoine Bello
    -La saggezza dello Yoga di Stephen Cope
    Ultima modifica di RAYO; 02-01-11 alle 16:26
    Gioia e dolore hanno il confine incerto...

 

 

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