...da fonte
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Si infilò una spada nel ventre davanti a una folla che lo derideva.
Per cinque minuti aveva gridato da un balcone, cercando di convincere i soldati giapponesi a ribellarsi al governo e a restituire l’onore all’Imperatore. Ma nessuno lo seguì. Lo fischiarono. Lo insultarono. Qualcuno gli urlò di scendere. E lui scese davvero.
Rientrò nell’ufficio. Si inginocchiò. E mantenne la promessa che aveva preparato da una vita.
Aveva quarantacinque anni.
Quella mattina aveva consegnato all’editore il manoscritto finale del suo ultimo romanzo. Era anche passato in auto davanti alla scuola di sua figlia, che aveva undici anni, ma non era entrato. Aveva proseguito senza fermarsi.
Era il 25 novembre 1970.
E per capire come uno degli scrittori più importanti del Novecento arrivò a quella fine, bisogna tornare indietro di quarantacinque anni, a una culla da cui fu strappato senza permesso.
Yukio Mishima era nato a Tokyo il 14 gennaio 1925 con il nome di Kimitake Hiraoka. Quando aveva appena quarantanove giorni, sua nonna Natsuko lo prese dalla culla e lo portò via con sé, nella propria stanza. Da quel momento, per anni, il bambino crebbe quasi isolato: lontano dal sole, dai giochi, dagli altri bambini, e perfino dalla madre, che poteva vederlo solo in momenti stabiliti.
Natsuko proveniva da una famiglia samurai. Gli trasmise un mondo antico, quasi scomparso: il culto dell’onore, il sacrificio, l’idea che una morte nobile potesse valere più di una vita qualunque. Gli raccontò storie di uomini che avevano scelto di morire piuttosto che arrendersi. E quel bambino assorbì tutto ciò.
Quando tornò a vivere con la famiglia, trovò un padre severo, autoritario, che disprezzava la letteratura. Ogni volta che scopriva i suoi scritti, glieli strappava via. La madre, invece, divenne la sua complice silenziosa: gli passava carta e inchiostro di nascosto, mentre lui scriveva di notte.
A sedici anni pubblicò il suo primo racconto con uno pseudonimo: Yukio Mishima. Non era solo un nome d’arte. Era la prima identità che aveva scelto da solo.
Poi arrivò la guerra.
Nel 1944 fu convocato per la visita militare, ma un medico interpretò male il suo stato di salute e lo dichiarò non idoneo. Fu rimandato a casa. Poco dopo, molti dei ragazzi della sua unità partirono per il fronte e morirono. Quell’errore lo segnò profondamente per sempre. Da allora si portò dentro un senso di colpa feroce: la sensazione di essere sopravvissuto quando non avrebbe dovuto.
Il 15 agosto 1945 ascoltò alla radio la voce dell’Imperatore che annunciava la resa del Giappone. Aveva vent’anni. E in quel momento, dentro di lui, morì anche il Giappone che sua nonna gli aveva insegnato ad amare.
Ma Mishima continuò a scrivere.
Nel 1949 pubblicò Confessioni di una maschera, un romanzo autobiografico e sconvolgente, in cui raccontava il disagio, il desiderio, l’impossibilità di appartenere davvero al mondo. Fu uno scandalo. E fu un trionfo.
Da lì in poi costruì un’opera immensa: romanzi, drammi, saggi, successi internazionali, candidature al Nobel. Eppure, accanto allo scrittore, cresceva un’altra ossessione: il corpo.
Era sempre stato fragile, esile, quasi malaticcio. E quella debolezza, per lui, era una ferita. Così, a trent’anni, iniziò ad allenarsi in modo feroce. Sollevò pesi, trasformò il fisico, scolpì se stesso come se stesse cercando di costruire il corpo che sentiva di non aver mai avuto. Non gli bastavano più le parole. Voleva diventare ciò che aveva immaginato.
Nel 1967 si arruolò nelle Forze di Autodifesa giapponesi come semplice soldato. L’anno dopo fondò la Tatenokai, una milizia privata composta da giovani studenti, addestrati per difendere l’Imperatore e restaurare l’onore militare del Giappone.
Ma il Giappone che lui aveva in testa non esisteva più.
Era ormai un paese moderno, ricco, proiettato verso il benessere, i consumi, l’Occidente. Per molti giovani, il vecchio codice samurai era ormai solo un’ombra lontana. Per Mishima, invece, quella perdita era intollerabile. Credeva che il Giappone avesse venduto la propria anima in cambio della comodità.
E così arrivò l’ultimo atto.
La mattina del 25 novembre 1970 si presentò al quartier generale delle Forze di Autodifesa a Ichigaya, a Tokyo, con quattro membri della Tatenokai. Entrarono con una scusa, immobilizzarono il generale e presero il controllo del suo ufficio. Mishima ordinò che i soldati venissero radunati nel cortile. Voleva parlare.
A mezzogiorno uscì sul balcone.
Aveva preparato quel discorso per settimane. Voleva chiamare i soldati alla rivolta, abbattere la costituzione del dopoguerra, restituire all’Imperatore il suo potere simbolico e militare. Ma le sue parole si persero tra il rumore degli elicotteri, tra gli insulti, tra le risate. Nessuno lo prese sul serio.
Dopo appena cinque minuti, smise.
Rientrò.
Chiese scusa al generale.
Si inginocchiò rivolto verso il Palazzo Imperiale e si trafisse il ventre secondo il rito del seppuku. Il piano prevedeva che un compagno lo decapitasse subito dopo, per evitargli una lunga agonia. Ma il giovane incaricato fallì. Due volte. Dovette intervenire un altro membro del gruppo per portare a termine il gesto.
Poco dopo, anche quel ragazzo si uccise.
Nello stesso giorno, nelle librerie giapponesi, usciva l’ultimo volume della sua grande tetralogia, Il mare della fertilità, l’opera che aveva appena terminato. Come se avesse voluto chiudere tutto nello stesso momento: il libro, il corpo, il personaggio, il destino.
Da allora, biografi e lettori si chiedono la stessa cosa: Mishima credeva davvero che i soldati lo avrebbero seguito? O sapeva fin dall’inizio che sarebbe finita così, e che quel discorso era solo l’ultima scena di una tragedia che aveva cominciato a scrivere da bambino?
Forse entrambe le cose.
Per tutta la vita aveva costruito se stesso attorno a un’idea assoluta: che una morte bella potesse dare senso a tutto. Ma quando arrivò il momento, quella morte non fu bella. Fu goffa, dolorosa, solitaria. E avvenne mentre, fuori, la gente rideva.
Eppure lo fece lo stesso.
Forse è proprio questo il punto più duro da accettare: non il genio, non la follia, non la provocazione. Ma il fatto che Mishima, davanti alla prova definitiva della sua identità, scelse di non tirarsi indietro.
E in quella scelta lasciò una domanda scomoda, che ancora oggi brucia:
che cosa succede quando passi tutta la vita a costruire un’immagine di te stesso, e poi arriva il giorno in cui devi dimostrare di crederci davvero?
Mishima, nel bene e nel male, diede la sua risposta.





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