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  1. #51
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    Predefinito Rif: Ma è davvero eurasiatista Eurasia?

    Citazione Originariamente Scritto da Manfr Visualizza Messaggio
    Non sarebbero i primi articoli che EURASIA pubblica senza per questo condividerne il contenuto cosa che semmai fa onore alla rivista. Se poi parliamo di collaboratori occasionali, non vedo dove sia il problema.
    Trovo la tua risposta adeguata e corretta!
    ALLAH NON GRAVA ALCUNO OLTRE LE SUE CAPACITÀ:
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  2. #52
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    Predefinito Rif: Ma è davvero eurasiatista Eurasia?

    Citazione Originariamente Scritto da Eraclio Visualizza Messaggio
    Sì, ma bisogna dire anche che i fondamentalismi rappresentano spesso una reazione (sbagliata) al colonialismo occidentale imposto in quelle zone, soprattutto nei confronti del secolarismo da esso esportato.
    Questo sarebbe un discorso lungo da affrontare,mi riferisco alle conseguenze del colonialismo europeo anche e non solo con i paesi islamici,in ogni caso hai ragione anche tu per quanto riguarda la Rivista di Eurasia!
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  3. #53
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    Predefinito Rif: Ma è davvero eurasiatista Eurasia?

    Citazione Originariamente Scritto da Canaglia Visualizza Messaggio
    Nel caso dei Saud però vale l'esatto contrario, furono sostanzialmente installati al potere dai britannici per garantirsi un governo compiacente nel Regno.
    E fra l'altro i Saud sono odiati da quasi tutto il loro popolo, per non parlare poi del resto del mondo arabo.

    Però starei anche attento a non confondere il wahhabismo dei Saud con certi movimenti terroristici islamici dell'Asia Centrale e del Caucaso, che è vero che quasi sempre godono dei finanziamenti inglesi, sauditi, americani e occidentali in genere, ma si basano anche su rivendicazioni storiche plurisecolari.
    Insomma, i Ceceni si ribellano ai Russi da secoli prima che nascesse l'MI6, così come gli Uighuri in Cina, e così via.
    Non sono conflitti inventati dal nulla, sono piuttosto conflitti che esistevano già e che sono stati strumentalizzati in seconda battuta dalle potenze esterne
    La tua analisi è giusta!!!
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  4. #54
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    Predefinito Rif: Ma è davvero eurasiatista Eurasia?

    Citazione Originariamente Scritto da Marco d'Antiochia Visualizza Messaggio
    veramente i saud erano in buona misura padroni dell'arabia già nei primi dell'ottocento quando li fecero sloggiare gli egiziani.

    stà cosa di screditare i wahabiti spacciandoli per creature della perfida albione storicamente non mi pare proprio sia dimostrabile. e poi gl'inglesi s'inserirono nel contesto aperto dall'entrata in guerra dei turchi.
    I SAUD furono una pedina importante per il Sionismo teso a vincere l'Impero Ottomano per mettere le mani sulla Palestina!Questo gioco iniziò gia con la Guerra italiana di Libia e del Dodecaneso!
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  5. #55
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    Predefinito Rif: Ma è davvero eurasiatista Eurasia?

    Citazione Originariamente Scritto da Canaglia Visualizza Messaggio
    Guarda che se c'è un Paese in cui il fondamentalismo religioso ha radici storiche coloniali questo è proprio il Pakistan (caso diverso dall'Arabia Saudita, in quanto in Pakistan l'integralismo è molto più diffuso nella popolazione, e non "calato dall'alto").
    Gli inglesi giocarono sul "divide et impera" contrapponendo tra loro indù e musulmani per disgregare l'impero Moghul e comandarlo meglio.
    La massiccia diffusione del Deobandismo in Pakistan avviene proprio in seguito a ciò
    Altra analisi giusta!Quoto!
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  6. #56
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    Predefinito Rif: Ma è davvero eurasiatista Eurasia?

    Citazione Originariamente Scritto da Marco d'Antiochia Visualizza Messaggio
    l'inghilterra è entrata nel medioriente come conseguenza della decisione turca di scendere in guerra per poi perderla. dai, non mettermi in condizione di dire cose banali.

    la spartizione sykes-picot tra l'altro non ha riguardato i saud, che proprio per quello che avevano fatto prima (e dopo la guerra) hanno potuto imporre l'indipendenza, cosa che ad es. non è riuscito agli hashemiti in siria.

    ps. geopoliticamente, il nemico n. 1 dell'impero turco è stato la russia almeno da pietro il grande in poi. l'inghilterra ha salvato l'impero turco dalla dissoluzione in diverse occasioni. clamorosa quella della revisione della pace di santo stefano.
    La Palestina doveva restare nelle mani dell'Impero che si avviava allo sfacelo,se fosse stato fatto cadere prima della "entità sionista"si sarebbe corso il rischio della formazione di uno stato "storico" che andava dall'Irak alla Palestina e Giordania comprese!La suddivisione coloniale di questa zona non sarebbe stata possibile!
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  7. #57
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    Predefinito Rif: Ma è davvero eurasiatista Eurasia?

    Citazione Originariamente Scritto da Manfr Visualizza Messaggio
    Citazione Originariamente Scritto da carlomartello Visualizza Messaggio
    Secondo Carancini Tremonti è l'uomo che gli Stati Uniti vogliono far subentrare a Berlusconi - praticamente ignorando che Montezemolo ha chiesto a B. di rimuoverlo dall'economia, lo scontro con Draghi, tutte le analisi della fondazione LaRouche... - in quanto Giulio è membro dell'Aspen...
    Basterebbe questo a far notare che come minimo non ci prende sempre.

    carlomartello
    onestamente questa mi sembra la parte più credibile dei suoi deliri

    Se poi tu hai lo stomaco di definire analisi quelle delle Fondazione LaRouche ...

    Ti dico solo che ho sentito con le mie orecchie Monti dire che bisogna abbandonare il modello anglosassone keynesiano per abbracciare il vero liberismo renano. Una frase che non significa nulla a livello storico, ma molto a livello politico italoeuropeo
    Montezemolo poi non è l'uomo degli americani, non dimenticate che Marchionne (e Elkann) hanno piani diversi e confliggenti dai suoi.
    Credibile cosa? Tremonti ha nominato Scaroni all'Eni tanto per fare un esempio.
    Montezemolo non è l'uomo degli americani? E di chi è l'uomo, di Putin? repapelle:
    LaRouche ha ragione: l'Europa del tuo caro Prodi è un colabrodo, mette in ginocchio paesi membri imponendogli politiche di austerity e crescita per salvare gli speculatori. Altro che potenza mondiale.

    carlomartello
    Ultima modifica di carlomartello; 20-11-10 alle 21:59

  8. #58
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    Predefinito Rif: Ma è davvero eurasiatista Eurasia?

    Citazione Originariamente Scritto da Abdulnur Visualizza Messaggio
    I SAUD furono una pedina importante per il Sionismo teso a vincere l'Impero Ottomano per mettere le mani sulla Palestina!Questo gioco iniziò gia con la Guerra italiana di Libia e del Dodecaneso!
    vero. basta retrodatare la nascita del sionismo di un secolo e mezzo. che problema c'è?

    giolitti filosionista? non si smette mai d'imparare...

  9. #59
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    Predefinito Rif: Ma è davvero eurasiatista Eurasia?

    Citazione Originariamente Scritto da Marco d'Antiochia Visualizza Messaggio
    vero. basta retrodatare la nascita del sionismo di un secolo e mezzo. che problema c'è?

    giolitti filosionista? non si smette mai d'imparare...
    Alla fine del secolo XIX nacque il sionismo come movimento nazionale in risposta alla continua oppressione e persecuzione degli ebrei in Europa Orientale e alla crescente disillusione nei confronti di quell'emancipazione formale ottenuta in alcuni paesi dell'Europa Occidentale, la quale non solo non pose termine alle discriminazioni, ma in molti casi non permise nemmeno la piena partecipazione degli ebrei alla vita sociale dei paesi in cui vivevano.

    Nel Primo Congresso Sionista, convocato a Basilea nel 1897 da Theodor Herzl, il movimento sionista fu costituito come un'organizzazione politica che chiama al ritorno del popolo ebraico in Terra d'Israele e alla rinascita della vita nazionale nella sua patria ancestrale.

    Migliaia di ebrei, ispirati dall'ideologia sionista, cominciarono ad arrivare nel paese, allora parte poco popolata e trascurata dell'Impero Ottomano. Questi primi pionieri bonificarono pantani, piantarono alberi sugli aridi versanti delle colline, costruirono industrie e innalzarono case e città. Fondarono istituzioni e servizi sociali. E la lingua ebraica, relegata per secoli al ristretto ambito delle funzioni religiose, ritornò a vivere come lingua di uso quotidiano.
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  10. #60
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    Predefinito Rif: Ma è davvero eurasiatista Eurasia?

    Citazione Originariamente Scritto da Abdulnur Visualizza Messaggio
    Alla fine del secolo XIX nacque il sionismo come movimento nazionale in risposta alla continua oppressione e persecuzione degli ebrei in Europa Orientale e alla crescente disillusione nei confronti di quell'emancipazione formale ottenuta in alcuni paesi dell'Europa Occidentale, la quale non solo non pose termine alle discriminazioni, ma in molti casi non permise nemmeno la piena partecipazione degli ebrei alla vita sociale dei paesi in cui vivevano.

    Nel Primo Congresso Sionista, convocato a Basilea nel 1897 da Theodor Herzl, il movimento sionista fu costituito come un'organizzazione politica che chiama al ritorno del popolo ebraico in Terra d'Israele e alla rinascita della vita nazionale nella sua patria ancestrale.

    Migliaia di ebrei, ispirati dall'ideologia sionista, cominciarono ad arrivare nel paese, allora parte poco popolata e trascurata dell'Impero Ottomano. Questi primi pionieri bonificarono pantani, piantarono alberi sugli aridi versanti delle colline, costruirono industrie e innalzarono case e città. Fondarono istituzioni e servizi sociali. E la lingua ebraica, relegata per secoli al ristretto ambito delle funzioni religiose, ritornò a vivere come lingua di uso quotidiano.
    "Due fenomeni importanti – scriveva nel suo Réveil de la Nation Arabe Negib Azoury –, della stessa natura, e tuttavia opposti, che non hanno ancora attirato 1’attenzione di nessuno, si manifestano in questo momento nella Turchia asiatica: sono il risveglio della nazione araba e lo sforzo latente degli ebrei di ricostituire su larghissima scala 1’antica monarchia di Israele. Questi due movimenti sono destinati a combattersi continuamente, finché uno di essi non prevarrà sull’altro. Dal risultato finale della lotta tra questi due popoli, che rappresentano due principi contrari, dipenderà la sorte del mondo intero".
    Il nazionalismo arabo e quello ebraico (sionismo) si sono venuti formando e si sono manifestati praticamente nello stesso periodo e, benché siano nati a migliaia di chilometri l’uno dall’altro e in contesti totalmente diversi, erano destinati a incontrarsi e a scontrarsi tra di loro perché avevano in comune la terra sulla quale ritenevano che solo avrebbero potuto affermarsi e svilupparsi. Esiste la tendenza diffusa a far risalire molto indietro nel tempo l’origine dello spirito nazionale arabo ed ebraico. II sionismo affonderebbe le sue radici nientemeno che nell’età dei Profeti di Israele, mentre il nazionalismo arabo le affonderebbe nel califfato arabo-musulmano che si formò subito dopo la morte di Maometto nel VII secolo.
    In realtà, sia il sionismo sia il nazionalismo arabo sono fenomeni recenti sorti e sviluppatisi nel quadro del risveglio delle nazionalità che ha caratterizzato la storia dei popoli a partire dal XIX secolo.
    1. I " precursori " del sionismo
    La nascita del sionismo, cioè del progetto o, più correttamente, dei progetti elaborati nell'ambito ebraico di costruire in Palestina (o anche altrove) prima un rifugio e poi una patria per gli ebrei, per porre fine a secoli di dispersione e di persecuzione, può essere collocata intorno alla metà del XIX secolo. Il termine sionismo è stato coniato da Nathan Birnbaum che lo ha usato per la prima volta nel numero del 1° aprile 1890 del suo giornale "Selbstemanzipation" ("Autoemancipazione"). Lo stesso Birnbaum, in una lettera del 6 novembre 1891, ha spiegato il termine come la "creazione di un’organizzazione del partito sionista nazionale-politico in aggiunta al partito orientato praticamente che è esistito finora".
    Sionismo è termine generico e ambiguo che non indica un solo progetto politico e un’unica ideologia, ma una pluralità di progetti e di ideologie spesso contrastanti e in lotta tra di loro. Questi progetti e ideologie hanno in comune una generica aspirazione a ricostruire un centro nazionale ebraico in Palestina ma anche altrove. Quali poi dovessero essere la natura e gIi obiettivi di questo centro nazionale ebraico era un problema che ogni gruppo e ogni scuola sionista si riprometteva di risolvere con mezzi e con forze diversi.
    E' sotto l'ispirazione delle lotte di liberazione nazionale del popolo italiano e di quelli di altri paesi europei e della recrudescenza della persecuzione anti-ebraica nell’Europa orientale, che alcuni ebrei cominciano a vagheggiare la rinascita nazionale del loro popolo indicando la "Terra di Israele", cioè la Palestina, come sede di questa rinascita.
    Primo "sionista" è in genere considerato Rabbi Yehudah Alkalai (1798-1878), un ebreo di Sarajevo che, dopo aver passato la gioventù a Gerusalemme, dove segui l'insegnamento dei cabbalisti, che rappresentavano un elemento significativo nella vita spirituale della comunità ebraica gerosolimitana, rientrò in patria nel 1825, per servire come rabbino a Semlin, all’epoca capitale della Serbia. Influenzato dal movimento di liberazione nazionale greco e delle altre nazionalità balcaniche, fin dal 1834 cominciò a interessarsi della redenzione degli ebrei, il cui presupposto pratico era per lui la creazione di colonie ebraiche nella Terra Santa. Dopo i tragici fatti di Damasco del 1840, egli scrisse una serie di libri e opuscoli per illustrare il suo programma di "auto-redenzione" degli ebrei che avrebbe dovuto realizzarsi con il ritorno del popolo d’Israele nella "sua terra", e si rivolse a notabili ebrei dei paesi occidentali come Sir Moses Montefiore e Adolph Crémieux, per ottenere il loro appoggio politico e finanziario al suo progetto.
    Da rilevare che, secondo Rabbi Alkalai, non si trattava di creare uno Stato ebraico indipendente in Palestina, ma di creare una vasta comunità ebraica palestinese nel quadro dell’Impero Ottomano.
    "Per noi -scriveva nel 1843- non è impossibile reaIizzare il comandamento di tornare alla Terra Santa. Il sultano non farà obiezioni, perché Sua Maestà sa che gli ebrei sono suoi leali sudditi. La diversità di religione non dovrebbe costituire un ostacolo, dato che ogni nazione adorerà il proprio Dio, e noi obbediremo per sempre al Signore nostro Dio"
    Il progetto "sionista" di Rabbi Alkalai venne ripreso da Rabbi Zvi Hirsch Kalischer (1795-1874), nativo della Poznania, che nel 1862 pubblicò il libro Derishat Zion (Alla ricerca di Sion) in cui sosteneva che la redenzione degli ebrei non sarebbe avvenuta miracolosamente all’improvviso ma nel corso di un lungo e lento processo di cui avrebbero dovuto essere protagonisti gli stessi ebrei.
    Molto più di Alkalai, Kalischer era influenzato dalla consapevolezza della grande miseria degli ebrei dell’Europa orientale e predicava il suo "sionismo" come soluzione dei loro problemi. Degno di rilievo è l'accenno di Kalischer alla minaccia rappresentata dalla popolazione araba alla quale gli ebrei avrebbero dovuto far fronte addestrando "guardie nell’esercizio delle armi, per allontanare i predoni beduini dal saccheggio delle vigne e dei campi seminati e per costituire un corpo di polizia capace di sterminarli".
    2. Moses Hess, il " rabbino comunista "
    Lo stesso anno in cui Rabbi Kalischer pubblicava il suo Alla ricerca di Sion, a Lipsia veniva pubblicato in tedesco un libro di Moses Hess, Rom und Jerusalem (Roma e Gerusalemme), che viene di solito considerato come il primo documento del sionismo politico.
    Moses Hess (1812-1875) era stato una figura di rilievo della sinistra hegeliana e, come scrisse Engels, era stato "il primo comunista" tra i giovani hegeliani. Esponente negli anni 40 del "vero socialismo" fu poi lassalliano negli anni 60. Sia pure in posizione isolata e marginale, fino alla morte continuò a militare nelle file del movimento operaio e socialista. Secondo recenti interpreti il "rabbino comunista" si sarebbe avvicinato al sionismo fin dall'inizio degli anni 40 in coincidenza con i "fatti di Damasco". Questa interpretazione, basata su un'affermazíone fatta molti anni dopo dallo stesso Hess, sembra azzardata ed è contraddetta da quanto egli scrisse sulla questione degli ebrei in quel periodo. "Gli ebrei - scriveva ancora nel 1845 -, che nella storia naturale del mondo sociale hanno avuto la vocazione storica mondiale di sviluppare la bestia da preda partendo dall'uomo, hanno finalmente compiuto l'opera alla quale erano stati destinati. Il mistero del giudaismo e del cristianesimo è stato rivelato nel moderno mondo dei bottegai giudeo-cristiani".
    Il passaggio di Hess dall'"universalismo emancipatore al particolarismo nazionalista" (Poliakov) è maturato di pari passo con il suo isolamento politico e intellettuale, solo in parte temperato dalla sua partecipazione al movimento lassalliano. Roma e Gerusalemme (scritto sotto forma di dodici lettere indirizzate a un'immaginaria amica) rappresenta un'eccezione nella produzione letteraria di Hess in quanto è la sua sola opera "sionista". Il "rabbino comunista" è vissuto ancora tredici anni dopo la sua pubblicazione, ma non sembra che la "questione ebraica" abbia assunto in questo periodo una qualche centralità ed esclusività né nella sua vita né nella sua opera, anche se egli collaborò a riviste ebraiche. Appare quindi quanto meno inesatto e discutibile il giudizio che Hess divenne "politicamente un sionista, quando scoprì l'identità dei principi mosaici e socialisti".
    La tanto vantata Roma e Gerusalemme è un'opera minore, mediocre e farraginosa, nella quale non traspare nulla del vigore del brillante pubblicista che Hess è stato. A metà tra lo sfogo personale troppo a lungo represso e la fantasticheria del sognatore, che già Marx ed Engels avevano denunciato nel Manifesto, scritto in un fumoso linguaggio filosofico che spesso sconfina nel mistico, Roma e Gerusalemme si propone l'obiettivo di risolvere "l'ultima questione nazionale", quella ebraica.
    "Ai popoli creduti morti che, nella coscienza del loro compito storico, debbono far valere i loro diritti nazionali, appartiene íncontestabilmente anche il popolo ebraico che non invano ha sfidato, da duemila anni a questa parte, le tempeste della storia universale e che, dovunque l'abbiano portato le onde degli eventi, ha rivolto e tuttora rivolge lo sguardo da tutte le estremità della terra verso Gerusalemme. Col sicuro istinto etnico della sua vocazione storico-culturale, di ricomporre cioè in unità mondo e uomini e di affratellarli nel nome del loro eterno Creatore, dell'Uno assoluto, questo popolo ha conservato la sua religione e la sua nazionalità e le ha ambedue indissolubilmente congiunte nella indimenticabile Terra dei padri. Nessun popolo moderno che aspiri a una patria, può negare il diritto del popolo ebraico alla sua antica terra, senza cadere in una contraddizione mortale, senza finire col dover dubitare di se stesso e commettere un suicidio morale ".
    Particolarmente significativo appare il fatto che Hess ponesse le sorti della rinascita del popolo ebraico tanto nelle mani degli stessi ebrei, quanto, soprattutto, nelle mani delle potenze occidentali, in particolare della Francia, che avrebbero dovuto promuovere e favorire l'insediamento degli ebrei in Palestina vincendo le resistenze dei sultano. Scriveva Hess: "Deve stare a cuore alla Francía che le vie verso l'India e la Cina siano tenute da un popolo che le sia fedele fino alla morte, affinché essa possa adempiere alla missione storica che le è toccata dopo la sua grande rivoluzione. E quale popolo è adatto a questa collaborazione più del popolo ebraico, che fu destinato alla medesima missione fin dall'alba della storia?".
    E' questo un tipo di argomentazione che troveremo ricorrente in un certo discorso sionista fino ai giorni nostri.
    Il compito fondamentale, compito che Hess intendeva assolvere con la sua opera, era "innanzitutto di ridestare il sentimento patriottico nel cuore degli ebrei colti e di liberare le masse popolari ebraiche appunto mediante questo risuscitato patriottismo da un formalismo che uccide lo spirito. Se questo primo passo ci riesce, noi potremo, grazie alla stessa azione pratica, superare le difficoltà che sorgeranno in gran copia nel corso dell'esecuzione".
    Anche se oggi è divenuto il più celebre, Roma e Gerusalemme non è certo il miglior libro di Hess come mostra di credere, per esempio, lsaiah Berlin. Né, a suo tempo, il libro "fece sugli ebrei istruiti di Germania l'effetto di una bomba", come con eccessivo ottimismo e benevolenza sostiene lo stesso autore, il quale è costretto ad ammettere d'altra parte che esso "restò al di fuori delle grandi correnti della sua epoca" e che Hess rimase "un profeta senza molto onore nel suo tempo, certamente non nel suo stesso paese".
    In effetti, in un anno vennero vendute solo 160 copie del libro e l'editore si affrettò a offrire all'autore le altre copie a un prezzo di occasione. Quando, oltre trent'anni dopo, Herzl scrisse Lo Stato degli ebrei non ne aveva nemmeno sentito parlare. Lo lesse solo successivamente restandone entusiasta al punto da notare: "Tutto ciò che abbiamo tentato di fare si trova già in questo libro".
    3. Jehudab Leib Pinsker e l'autoemancipazione
    Il sionismo, nonostante tutti i tentativi di cercarne precursori in questo o quel pensatore del passato, non è nato dalle fantasticherie di qualche visionario alla Hess, ma dalla e nella realtà concreta degli shtetl della "Zona di residenza". Il suo vero fondatore è, a nostro parere, Jehudah Leib Pinsker (1821-1891) che per primo ha saputo dar voce alle aspirazioni concrete degli ebrei russo-polacchi sforzandosi di dare corpo e gambe a queste aspirazioni e al suo progetto politico: la creazione di uno Stato ebraico indipendente che Pinsker è stato il primo a rivendicare.
    Convinto assertore della russificazione degli ebrei (era presidente della Società per la diffusione della cultura tra gli ebrei della Russia), dopo gli spaventosi pogrom antiebraici del 1881 egli modifícò radicalmente le proprie posizioni, sostenendo che bisognava trovare "nuovi rimedi, nuove vie" diversi dall'assimilazione, e divenendo convinto sostenitore della necessità di creare uno Stato ebraico nel quale gli ebrei avrebbero potuto vivere al riparo delle persecuzioni, sottraendosi all'alternativa, ugualmente umiliante, di "essere saccheggiati perché si è ebrei o dover esser protetti come ebrei".
    A differenza di altri che sognavano la restaurazione di una patria ebraica per realizzare un sogno messianico, Pinsker si è battuto per una soluzione concreta della questione ebraica comunque e dovunque fosse effettivamente possibile. Il suo progetto politico non era nutrito di astratte reminiscenze bibliche, ma di una concreta sollecitudine per le masse ebraicbe oppresse e perseguitate.
    Nel 1882 egli pubblicò in tedesco a Berlino un opuscolo anonimo in cui affrontava in termini realistici, politici, il problema della condizione degli ebrei e delle vie da seguire per emanciparli. "Se vogliamo avere una sede sicura -scriveva- per cessare l'eterna vita di vagabondaggio, per risollevare la nostra dignità nazionale agli occhi nostri e a quelli del mondo, non sogniamo la restaurazione dell'antica Giudea. Non torniamo ad attaccarci a quei luoghi da cui la nostra vita politica fu una volta violentemente interrotta e distrutta. Per arrivare entro un certo tempo alla soluzione del nostro problema, dobbiamo cercare di non abbracciar troppo. La cosa è già per sé abbastanza difficile. La meta delle nostre aspirazioni attuali non deve essere la "Terra Santa", ma una terra nostra. Non abbiamo bisogno di altro che di una vasta estensione di terreno per i nostri poveri fratelli, una terra che sia sempre nostra e da cui nessun dominatore straniero possa cacciarci. Là porteremo con noi le nostre cose più sacre che abbiamo salvato dal naufragio della nostra patria antica, l'idea di Dio e la Bibbia. Perché son queste cose che fecero sacra la nostra patria antica, non Gerusalemme o il Giordano. Forse la Terra Santa potrà ridiventare anche la nostra terra. Se sarà così, tanto meglio! Ma prima di tutto dobbiamo decidere -e questo è il punto essenziale- quale è il paese che possiamo ottenere e che al tempo stesso sia capace d'offrire agli ebrei di tutti i paesi, che saran costretti ad abbandonare le loro case, un rifugio sicuro e incontrastato, un luogo in cui possano trovare un lavoro produttivo".
    Non considerando pregiudizialmente la Palestina come la sede della "patria ebraica", Pinsker dava prova di spirito pratico e di realismo e poneva la questione degli ebrei, degli ebrei reali e non dell'ebreo astratto, in termini concreti, che rivelavano la formazione scientifica dell'autore (Pinsker, figlio di un noto studioso e archeologo ebreo di Odessa, si era laureato in medicina all'università di Mosca e aveva esercitato con successo la professione. Per i servizi resi durante la guerra di Crímea era stato ricompensato dal governo russo). La sua principale preoccupazione non era la nostalgia nazionale e religiosa della Palestina, ma il problema politico immediato che si poneva agli ebrei dell'Impero Russo. Tuttavia, e questo era un gravissimo limite, Pinsker non si poneva il problema della popolazione vivente nel territorio che avrebbe dovuto divenire lo Stato ebraico e si poneva nella prospettiva del colonialismo europeo quando parlava di "una collettività coloniale prettamente ebraica che divenga un giorno la nostra casa inalienabile, la nostra patria".
    L'opuscolo di Pinsker venne accolto con indignazione negli ambienti ebraici, tanto ortodossi quanto liberali. I primi lo accusarono di essere privo di spirito religioso, i secondi, soprattutto quelli dell'Europa occidentale, lo considerarono un traditore della fede nella definitiva vittoria dell'umanità sul pregiudizio e sull'odio. Da più parti gli venne rimproverato di aver abbandonato il sogno del ritorno a Sion, perché aveva indicato la Palestina solo come uno degli sbocchi possibili e non come lo sbocco esclusivo.
    Egli ebbe però un influsso incalcolabile sullo sviluppo del sionismo dato che, se è vero che la sua opera convertì solo un piccolo gruppo di ebrei russi, è altrettanto vero che i suoi seguaci.formarono il nucleo dei movimenti sionisti dell'Europa orientale degli anni 90, senza l'apporto dei quali il progetto sionista avrebbe finito con l'inaridirsi, molto prima che altre cause esterne finissero col farlo trionfare.
    Così, per uno di quei paradossi di cui è tanto ricca la storia, in particolare quella del sionismo, saranno proprio gli ebrei russi, seguaci del "territorialista" Pinsker, che al VI congresso sionista del 1903 insorgeranno violentemente contro la proposta del "sionista" Herzl di accettare l'Uganda, offerta dalla Gran Bretagna, come sede dello Stato ebraico.
    Sul piano pratico Pinsker si impegnerà nell'opera di promozione di una colonizzazione ebraica su piccola scala in Palestina e sarà il primo presidente della società Hovevei Zion (la federazione dei gruppi degli "amanti di Sion"). Questa attività ha fatto sostenere da alcuni studiosi che negli ultimi anni della sua vita Pinsker si sarebbe convertito dal "territorialismo" al "sionismo". Tuttavia, la mancanza di una qualsiasi relazione tra il vasto disegno politico dell'Autoemancipazione, in cui aveva caldeggiato la creazione di uno Stato ebraico, e i limitati sforzi della società da lui presieduta per promuovere la colonizzazione ebraica della Palestina, sta a confermare che egli ha considerato fino all'ultimo questa colonizzazione non come il nucleo dello Stato ebraico, ma come il presupposto della creazione in Palestina di un "centro spirituale nazionale".
    Come ha testimoniato Ahad Ha-am, che del sionismo spirituale sarebbe stato il massimo esponente, "negli ultimi giorni della sua vita egli (Pinsker) giunse, è vero, alla convinzione, e lo disse chiaramente ad alcuni dei suoi conoscenti (e fra gli altri allo scrittore di queste note), che la Palestina non era "il paese adatto per divenire il nostro asilo sicuro", che la sua situazione politica e i rapporti dei popoli verso quella terra sarebbero stati per noi un continuo ostacolo. Ciò nonostante, non invano eran passati i suoi otto anni di attività nella colonizzazione palestinese; e perfino allorquando affermava che quella terra non era la terra ideale per un asilo sicuro, non consigliò più, come aveva fatto prima, di abbandonarla completamente e di trasportare le nostre "cose più sacre" in qualunque altro paese su cui fosse caduta la scelta. La colonizzazione in Palestina -soggiunse-, dobbiamo, malgrado tutto, sostenerla e allargarla con tutte le forze. In Palestina possiamo, dobbiamo crearci un centro nazionale spirituale. La colonizzazione della Palestina non nel nome dell' "Autoemancipazione" ma nel nome di un centro nazionale spirituale".
    4. Theodor Herzl
    Come aveva previsto e auspicato Pinsker, il maggior contributo al risveglio nazionale ebraico non venne dagli shtetl della "zona di residenza", ma proprio dagli ambienti di quell'ebraismo dell'Europa occidentale che con tanta ostilità avevano inizialmente accolto il suo appello. Il maggior artefice della rinascita ebraica e il maggior esponente del sionismo è stato infatti un giornalista e scrittore nativo di Budapest, totalmente assimilato quando aveva cominciato a occuparsi della questione degli ebrei: Theodor Herzl (1860-1904).
    Solo dieci anni della sua breve vita furono dedicati alla causa sionista, ma in questi dieci anni egli seppe dispiegare un'attività così intensa e appassionata da dar corpo, da trasformare in un organismo politico moderno, con un preciso indirizzo teorico e pratico, quello che fino al suo irrompere sulla scena era stato piuttosto uno stato d'animo diffuso ma indistinto e un pullulare di gruppuscoli atomizzati e privi di un punto di riferimento preciso che non fosse una vaga attesa messianica.
    Quali possano essere stati i suoi limiti personali, per esempio l'ambizione, la vanità e la megalomania, e quale che sia il giudizio storico e politico sulla sua opera e sul sionismo è innegabile che, come ha scritto David Ben Gurion, Herzl è stato I'"architetto" che ha saputo trasformare "il popolo ebraico, per la prima volta dal tempo del suo esilio, in una forza politica" portandolo "a svolgere un ruolo come fattore nazionale attivo nella politica internazionale"
    Più di chiunque altro, egli ha saputo dare ai ristretti gruppi militanti di ebrei la coscienza di essere un popolo, una nazione; ha saputo porre i presupposti della creazione in Palestina di una "sede nazionale" per gli ebrei e, quindi, di uno Stato ebraico. Anche se in ultima analisi la creazione dello Stato di Israele è essenzialmente il frutto dell'immane tragedia che si è consumata in Europa dal 1933 al 1945, senza l'azione svolta da Herzl e dai suoi successori sarebbe mancato il presupposto della soluzione che si rivelò come l'unica praticabile nel 1946-48.
    L'incontro di Herzl con il sionismo avvenne casualmente nel 1894. Fino a quel momento il brillante giornalista e scrittore ungherese era perfettamente assimilato e non nutriva alcun interesse per i problemi degli ebrei. Egli era uno dei redattori in capo dell'autorevole "Neue Freie Presse", uno dei maggiori giornali europei del tempo, e si trovava a Parigi come corrispondente del suo giornale quando esplose I'"affaire Dreyfus" che assunse rapidamente un carattere violentemente antisemita. Profondamente scosso dalla constatazione che l'ostilità antiebraica fosse tanto profondamente diffusa in Europa, Herzl maturò la convinzione che l'assimilazione degli ebrei fosse impossibile e che, quindi, l'unica soluzione concreta della questione che li riguardava fosse la creazione di uno Stato ebraico indipendente.
    Convertitosi agli ideali sionisti, il 14 febbraio 1896 Herzl faceva uscire a Vienna, in tedesco, 3000 copie di un libretto intitolato Der judenstaat. Versuch einer moderner Losung der judenfrage (Lo Stato degli Ebrei. Saggio di una soluzione moderna della questione degli ebrei).
    Anche il libretto di Herzl è stato oggetto,come tante opere sioniste, di una sopravvalutazione postuma. Quando uscì ebbe una diffusione limitata e venne accolto con scetticismo e diffidenza quando non addirittura con ostilità negli ambienti ebraici. Il suo successo non ha nessuna relazione con il libro in sé, ma è stato dovuto esclusivamente all'azione pratica, soprattutto diplomatica, del suo autore e agli sforzi da lui spesi per creare un'organizzazione ebraica centralizzata ma diffusa in tutti i paesi.
    Lo Stato degli ebrei, nonostante la sua esiguità non è un'opera che inviti alla lettura. La parte veramente sostanziale si riduce a poche pagine, il resto è una prolissa divagazione sugli aspetti tecnici del suo progetto. Con insopportabile pedanteria, Herzl scende nei più minuti e inutili dettagli, fino a dilungarsi su come avrebbero dovuto essere le case degli operai (tutte uniformi per motivi di economia) e dei borghesi (di un centinaio di tipi diversi per soddisfare le esigenze della classe media), e la bandiera (sette stelle d'oro su un drappo bianco).
    Né Herzl risparmia al lettore le sue elucubrazioni sulla natura dello Stato, liquidando sommariamente tutte le altre dottrine. Memore dei suoi studi universitari di diritto romano, egli considera il rapporto tra governati e governanti come una "negotiorum gestio" in cui l'insieme dei cittadini sarebbe il "dominus negotiorum" e il governo il "gestor".
    L'ideale politico di Herzl quale emerge dal suo scritto è l'ideale classista e antidemocratico di un piccolo-borghese mitteleuropeo amante dell'ordine (la polizia dello Stato degli ebrei avrebbe dovuto esser formata dal 10 per cento della popolazione maschile). E' estremamente indicativo il fatto che Herzl si rivolgerà alle masse dei diseredati ebrei dell'Europa orientale, per assicurare un seguito di massa al suo progetto, solo dopo che sarà fallito il tentativo di interessare al progetto sionista gli ebrei ricchi dell'Europa occidentale, con i quali egli si identificava profondamente.
    Lo Stato degli ebrei avrebbe dovuto essere uno Stato borghese fondato sulla proprietà e sull'illimitata iniziativa privata in cui i lavoratori dipendenti sarebbero stati inquadrati militarmente. Sostenitore convinto delle istituzioni monarchiche, Herzl propendeva per una repubblica aristocratica e oligarchica del tipo di quella di Venezia. Ma questa scelta "repubblicana" era dovuta solo al fatto che gli appariva irreale restaurare dopo tanti secoli di vacanza una monarchia ebraica. Nemico del parlamentarismo e dei politici di professione, Herzl considerava assurdo l'istituto del referendum e disprezzava profondamento le masse che, come scriveva, "sono ancora peggiori dei Parlamenti, accessibili a tutte le credenze irrazionali e sempre ben disposte nei confronti di tutti quelli che sbraitano. Davanti a un popolo riunito, non è possibile fare politica estera né interna. La politica deve essere fatta dall'alto [...]. Il nostro popolo, al quale la Società (la "Society of Jews", che Herzl aveva ideato come governo degli ebrei prima della creazione dello Stato) avrà apportato il nuovo paese, accetterà anche con riconoscenza la Costituzione che essa gli darà. Ma li dove si produrranno resistenze, la Società le spezzerà. Essa non può lasciarsi distrarre dalla sua opera da individui limitati o mal intenzionati".
    Non sorprende che un'opera del genere non abbia mai incontrato fortuna presso gli studiosi di scienze politiche. Essa sarebbe stata giustamente consegnata al meritato e pietoso oblio al quale sono condannate le opere di tanti autori di nuove fantasiose quanto innocue teorie sull'organizzazione perfetta dello Stato e della società o sull'origine dell'universo, se non fosse stato per le poche pagine in cui Herzl affronta la questione ebraica indicandone precisa soluzione.
    Per Herzl la questione degli ebrei non era né sociale né religiosa, ma era una questione nazionale, perché gli ebrei, nonostante tutti gli sforzi di assimilarsi non vi riuscivano sia perché avevano perso l'assimilabilità sia perché continuavano a essere considerati stranieri da tutti i popoli in mezzo ai quali vivevano. L'unica soluzione possibile della questione ebraica era dunque la creazione di uno Stato degli ebrei. Per la realizzazione di questo progetto Herzl contava suIl'appoggio delle potenze europee, in particolare di quelle dove più diffuso era l'antisemitismo, alle quali faceva intravvedere i vantaggi economici e sociali che avrebbero tratto dall'esodo massiccio degli ebrei.
    Come territori dove creare lo Stato degli ebrei, Herzl prendeva in considerazione l'Argentina e la Palestina. L'Argentina era uno dei paesi naturalmente più ricchi della terra, molto esteso, scarsamente popolato e con un clima temperato.
    Quanto alla Palestina, scriveva Herzl, "è la nostra indimenticabile patria storica. Questo solo nome sarebbe un grido di raccolta potentemente avvincente per il nostro popolo. Se Sua Maestà il sultano ci desse la Palestina, noi potremmo incaricarci di mettere completamente a posto le finanze della Turchia. Per l'Europa noi costituiremmo laggiù un pezzo del bastione contro l'Asia, noi saremmo la sentinella avanzata della civiltà contro la barbarie. Noi resteremmo, in quanto Stato neutrale, in rapporti costanti con tutta l'Europa, che dovrebbe garantire la nostra esistenza. Per quanto concerne i Luoghi Santi della cristianità, si potrebbe trovare una forma di extraterritorialità in armonia con il diritto internazionale".
    Dopo aver così definito gli obiettivi del sionismo, nella sua opera Herzl si addentrava nei particolari del suo progetto ai quali si è accennato sopra. A parte i dettagli, il libretto di Herzl non era per nulla originale (e del resto egli non aveva preteso di scrivere un'opera originale). Quando in seguito conobbe i libri di Hess e di Pinsker dichiarò che se li avesse conosciuti prima non avrebbe scritto il suo. In particolare, Lo Stato degli ebrei e Autoemancipazione convergono sostanzialmente in modo sorprendente nelle loro linee essenziali. Pinsker ed Herzl, muovendo da un punto di partenza molto simile, erano giunti a conclusioni praticamente identiche: identica l'analisi delle cause dell'antisemitismo e la concezione del sionismo come unica possibile risposta alla persecuzione degli ebrei; identica la scelta del territorio sul quale creare lo Stato ebraico: un vasto territorio americano o la Palestina; identica la convinzione che il progetto di creare uno Stato ebraico lontano dall'Europa avrebbe incontrato la comprensione e l'appoggio dei governi europei, felici di sbarazzarsi dei loro ebrei, e dei circoli antisemiti; identica la prospettiva colonialista; e, soprattutto, identica la sottovalutazione del fatto che la Palestina non era un paese vuoto ma era già abitata da un altro popolo.
    Come già Pinsker, Herzl non si poneva nemmeno il problema dell'esistenza di altri abitanti nei territori scelti per crearvi lo Stato degli ebrei. Come gli altri sionisti, a parte alcune rare e perciò tanto più lodevoli eccezioni, Herzl condivideva in pieno il pregiudizio eurocentrico secondo cui al di fuori dell'Europa ogni territorio poteva essere occupato dagli europei senza tenere alcun conto dei diritti e delle aspirazioni degli abitanti. E' questo il peccato d'origine del sionismo che, sorto come movimento di liberazione nazionale del popolo ebraico, era costretto a cercarsi, in una prospettiva colonialistica, un territorio fuori d'Europa perché nel Vecchio continente non c'era un territorio che potesse essere rivendicato come proprio dagli ebrei. La realizzazione degli obiettivi del sionismo era quindi condannata a compiersi a danno dei diritti nazionali di un altro popolo senza che, peraltro, la creazione di uno Stato degli ebrei portasse alla soluzione sionista della questione ebraica. Di ciò si resero pienamente conto i teorici e i sostenitori del "sionismo spirituale", primo fra tutti Asher Ginzberg (Ahad Ha-am), il più lucido e profondo pensatore ebraico dei tempi moderni.
    5. Il "Programma di Basilea"
    Lo Stato degli ebrei venne accolto con aspre critiche e ostilità negli ambienti ebraici. Alcuni critici lo considerarono un chimerico ritorno al messianismo medievale. Altri, come il gran rabbino di Vienna Moritz Gudemann, contestarono "l'elucubrazione del nazionalismo ebraico", sostenendo che gli ebrei non costituivano una nazione e che in comune avevano solo la fede nello stesso Dio, e che il sionismo era incompatibile con l'insegnamento del giudaismo.
    L'accoglienza fu fredda anche negli ambienti sionisti, in particolare in quelli dell'Europa orientale per i quali era essenziale la rinascita culturale degli ebrei.
    La critica più severa e più pertinente fu quella di Ahad Ha-am, il maggior esponente del sionismo spirituale, il quale giudicò Lo Stato degli ebrei uno scritto di carattere giornalistico superficiale che non reggeva il confronto con Autoemancipazione di Pinsker. Secondo Ahad Ha-am nello Stato progettato da Herzl non era dato riscontrare nessuno di quei caratteri specificamente ebraici, di quei grandi principi morali per i quali gli ebrei avevano vissuto e sofferto e per i quali ritenevano valesse la pena di operare per divenire di nuovo un popolo.
    Nonostante il poco incoraggiante esito del suo esordio sulla scena sionista nelle vesti di re-messia venuto a salvare e redimere il popolo ebraico, Herzl si dedicò totalmente alla causa sionista facendosi instancabile ambasciatore del progetto di creazione di uno Stato degli ebrei presso il sultano, l'imperatore tedesco, il re d'Italia, il papa, i governanti britannici, e Plehve e Witte, i potentissimi ministri che nell'impero zarista guidavano il movimento antisemita. Egli diede anche vita alla "Jewish Society" che aveva progettato nel suo libro, creando l'organizzazione sionista mondiale che guidò con mano ferma fino alla morte, e fondò il giornale "Die Welt" (4 giugno 1897) che fino allo scoppio della prima guerra mondiale fu l'organo centrale del movimento sionista.
    ALLAH NON GRAVA ALCUNO OLTRE LE SUE CAPACITÀ:
    CORANO 2;286

 

 
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