

Ultima modifica di brunik; 16-11-10 alle 01:35


Come già detto, era una storiella che girava tempo fa per mettere in cattiva luce (???) Prodi agli occhi di qualche menodotato che comunque aveva diritto al voto.
Ti ho dato lo spunto visto che con riferimento al problema (si fa per dire) costituzionale dello scioglimento di un solo ramo del Parlamento hai tirato fuori la vicenda Fini-Montecarlo. Giusto per parlare di attinenza al 3d ....
Per quanto riguarda la mia opinione, mi pare di averla già espressa. Comunque anche se tecnicamente possibile, politicamente è un'eresia in quanto il presupposto per la sua efficacia è che il nuovo ramo del parlamento debba avere la maggioranza allineata con quella del ramo superstite. In difetto si dovrebbe tornare a nuove elezioni (e di quale ramo? o di tutto il parlamento?) con 2 (due)potenziali campagne elettorali in un periodo molto critico dal punto di vista socio-economico.






Teniamoci stretti, che c'è vento forte.
Io sono per la chirurgia etica: bisogna rifarsi il senno.
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e perché non si potrebbe sciogliere solo il senato, visto che alla camera c'è una maggioranza?


Gustavo Zagrebelsky su Repubblica
La Costituzione privatizzata - Repubblica.it
IL COMMENTO
La Costituzione privatizzata
di GUSTAVO ZAGREBELSKY
ALCUNI "fantasisti della Costituzione" immaginano e auspicano che, dalla situazione d'impasse politica che potrebbe nascere da un voto contraddittorio sulla fiducia al Governo espresso dalla Camera e dal Senato, si possa uscire semplicemente e immediatamente con lo scioglimento di quel ramo del Parlamento (nel nostro caso, la Camera dei Deputati) che ha votato la sfiducia. Ma la Costituzione dice tutt'altro. Purtroppo per il lettore, occorrono riferimenti tecnici. I seguenti.
Secondo l'articolo 94, "il Governo deve avere la fiducia delle due Camere". Se la fiducia viene meno, anche solo in una delle due, deve dimettersi. L'obbligo è tassativo. Solo nell'immaginazione di qualche fantasista della costituzione, si può pensare che nel Governo vi sia chi ragiona così: questa Camera, in questa composizione, mi è ostile, ma forse, in un'altra composizione, non lo sarebbe: dunque non mi dimetto (o mi dimetto solo pro forma, restando per l'intanto in carica), ne chiedo lo scioglimento e mi dimetterò effettivamente, se mai, solo dopo le nuove elezioni, nel caso in cui l'esito non mi sia favorevole. Avremmo così un Governo (non dimissionario) che resta in carica con la fiducia di una sola Camera.
Dopo un esplicito voto di sfiducia di una Camera (irrilevante è che l'altra abbia, prima o dopo, votato la fiducia), il Governo deve dunque "rassegnare" le dimissioni nella mani del Presidente della Repubblica: dimissioni che quest'ultimo non può respingere. Un Governo che restasse in carica contro la volontà del Parlamento (anche solo di una sola Camera), sostenuto dalla volontà del Presidente (quello che nella storia costituzionale si chiama "governo di lotta" antiparlamentare) sarebbe un sovvertimento della Costituzione e della democrazia. Nel solo caso di crisi di governo "extraparlamentare", cioè in assenza di un voto, il Presidente può (o forse deve) rinviare il Governo alle Camere perché si pronuncino sulla fiducia con un voto. Ma se vi è un voto è negativo, le dimissioni non possono essere respinte.
Una volta date le dimissioni, entra in gioco il Presidente della Repubblica, il cui compito non è quello di favorire o di ostacolare i disegni di questo o di quel raggruppamento politico, ma di garantire l'integrità e la funzionalità del sistema. Qui si aprono diverse possibilità. Non c'è una strada obbligata. La scelta non è dettata dall'arbitrio o dal capriccio, ma dipende dal fine costituzionale che è - si ripete - l'integrità e la funzionalità del sistema.
La prima possibilità è la formazione di un nuovo governo che disponga del sostegno della maggioranza in entrambe le Camere. "Prima possibilità" sia in senso temporale, sia in senso logico. Se esiste questa possibilità, da verificare per prima, non deve potersi passare alla seconda, lo scioglimento delle Camere. Sarebbe una prevaricazione politica anticostituzionale sciogliere Camere che siano in condizione d'esprimere maggioranze a sostegno di un governo. La legislatura ha una durata prefissata costituzionalmente, che non può essere accorciata se non quando siano le Camere stesse a darne motivo.
Solo dopo avere constatato l'impossibilità per le Camere di portare a termine la legislatura tramite la formazione d'un nuovo governo, dopo quello dimissionario - constatazione che spetta al Presidente della Repubblica sulla base delle indicazioni dei gruppi politici presenti in Parlamento - si apre lo scenario dello scioglimento anticipato e delle nuove elezioni. Solo a questo punto, ove vi si arrivi e non prima, si può porre la questione dello scioglimento di entrambe le Camere o di una sola. Potrà piacere o non piacere, ma è la logica del governo parlamentare che è previsto dalla Costituzione.
Lo scioglimento "anche di una sola Camera", invece che di entrambe, è espressamente previsto dall'art. 88 della Costituzione. Anche qui, dunque, si aprono possibilità, ma anche qui la scelta tra l'una e l'altra non dipende dall'arbitrio o dal desiderio di favorire o danneggiare questa o quella forza politica: deve dipendere, ancora una volta, dall'obbiettivo di garantire imparzialmente l'integrità del sistema. Ora, lo scioglimento della sola Camera che abbia espresso la sfiducia al Governo sarebbe un atto palesemente partigiano, che discrimina tra le due Camere, cioè tra le eventuali diverse maggioranze che esistano nell'una o nell'altra. Sarebbe una sorta di abnorme sanzione costituzionale contro la Camera indocile al Governo e, all'opposto, di avallo politico della Camera docile. Ma la docilità parlamentare non è un valore costituzionale. In effetti, quando tra le due Camere si manifesti un così radicale conflitto politico, non si saprebbe quale delle due sciogliere. Il fatto che vi sia un Governo sostenuto dalla fiducia di una non è un motivo per sciogliere l'altra, se questa è in condizione di sostenerne uno diverso. Una scelta del Presidente tra questa o quella sarebbe palesemente una discriminazione, in un sistema in cui il "bicameralismo" è "paritario".
Inoltre, lo scioglimento di una sola Camera, nelle condizioni date, rischia di contraddire la finalità dello scioglimento, finalità che - si ripete ancora una volta - è l'integrità e la funzionalità del sistema. Che succederebbe se la Camera nella nuova composizione fosse disomogenea rispetto all'altra? Bisognerebbe ricorrere ancora alla scioglimento, ma di quale delle due? O forse di tutte due? Ci si potrebbe permettere di entrare in questo percorso da incubo? Ma, anche l'ipotesi fortunata che le elezioni ristabilissero l'omogeneità non sarebbe senza insolubili problemi. La nuova Camera dovrebbe durare cinque anni, ricreandosi quella sfasatura nel tempo rispetto all'altra, che la riforma costituzionale del 1963 ha inteso eliminare per prevenire i rischi d'instabilità politica - cioè di disintegrazione e d'inefficienza - insiti nell'elezione distanziata nel tempo. Oppure, si dovrebbe pensare che la Camera sciolta una prima volta anticipatamente nasca col destino segnato d'essere sciolta una seconda volta prima della scadenza naturale, in concomitanza con la scadenza dell'altra. Un'evidente aberrazione, contraria alla pari posizione costituzionale delle due Camere.
Eppure, si dirà, la possibilità dello scioglimento d'una Camera e non dell'altra è ben prevista dalla Costituzione. Si, ma è stata pensata quando era stabilita una durata diversa delle due Camere e se ne è sempre e solo fatto uso (nel 1953, nel 1958 e nel 1963; mai dopo l'equiparazione delle durate) per rendere contemporaneo il rinnovo dei due rami del Parlamento, non per il contrario. Cioè, se ne è fatto sempre uso per equipararne, non per differenziarne le durate. Nel contesto originario, lo scioglimento "anche di una sola Camera" serviva dunque alla coerenza del sistema; oggi, servirebbe all'incoerenza.
Si diceva all'inizio dei fantasisti della Costituzione. Sono coloro che fondano le loro richieste su una costituzione che, per ora, non c'è: una costituzione nella quale un capo eletto direttamente dal popolo sia autorizzato a passare sopra le prerogative degli altri organi costituzionali per assicurarsi a ogni costo la perduranza del potere. La costituzione che hanno in mente è anch'essa ad personam. La bizzarria della richiesta di scioglimento d'una sola Camera, oltretutto senza passare attraverso vere dimissioni e senza l'esplorazione delle possibilità di formare un diverso governo, si spiega con la speciale e triste condizione costituzionale materiale del nostro Paese. Siamo un Paese dove al governo c'è gente che altrove sarebbe politicamente nulla; dove il Governo è tenuto insieme da un uomo solo e dove questa persona è uno che, per ragioni di natura giudiziaria, per non perdere la protezione di cui gode non può permettersi di allontanarsene nemmeno per un pò, facendosi da parte quando le condizioni politiche generali lo richiederebbero. Come l'ostrica allo scoglio. Gran parte delle perturbazioni istituzionali di questi tempi dipende da questa semplice, abnorme e disonorevole per tutti, condizione in cui viviamo.
(16 novembre 2010)


"Due cose hanno soddisfatto la mia mente con nuova e crescente ammirazione e soggezione e hanno occupato persistentemente il mio pensiero: il cielo stellato sopra di me e la legge morale dentro di me" (Immanuel Kant)


Teniamoci stretti, che c'è vento forte.
Io sono per la chirurgia etica: bisogna rifarsi il senno.
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Evidentemente non hai letto quanto ho già affermato altrove.
"Ed è proprio pechè sono stati "nominati" dal Popolo che hanno tradito il senso di quel voto che il popolo ha loro assegnato.
Se il Popolo ha votato Berlusconi perchè Berlusconi ha dichiarato, prima delle elezioni, che ove governasse, la prima iniziativa che il suo Governo consegnerà al popolo è l'abolizione dell'ICI, e poi, una volta al Governo, Berlusconi non mantiene la promessa, Egli si espone al serio e probabile rischio di vedere diminuito il consenso appena manifestato con il voto.
Dunque, sebbene in questo caso, una tale inadempienza nei confronti del Popolo, non esporrebbe Berlusconi ad una formale crisi di governo, certamente lo consegnerebbe alla certezza di perdere sul piano della credibilità.
Questa ipotesi non è lontana dal tradimento dell'elettorato che avrebbe visto "carpita" la propria buona fede per scopi di potere.
Il Popolo elefante, ha buona memoria ed alla prossima tornata non affiderà a Berlusconi alcun mandato a Governare.
Fini si è presentato alle urne dell'aprile 2008 con il simbolo del PDL.
Ha sottoscritto un programma di governo.
Poco dopo l'inizio dei lavori di Governo, ha promosso iniziative come la costituzione di un gruppo parlamentare autonomo rispetto a quello in cui è stato eletto e nonostante i numerosi episodi che riguardano le esternazioni contro il Governo ed il Premier, ha votato la fiducia al Governo PDL-LEGA il 29 settembre u.s. .
Si è precostituito un alibi sulla scorta dell'errato convincimento che l'avere costituito un gruppo autonomo lo avrebbe strappato al pericolo di essere classificato traditore.
Non è così.
Ha tradito gli elettori del PDL che hanno votato la coalizione di Governo in un momento in cui, la formazione di un gruppo autonomo da parte di Fini non era prevedibile. Gli elettori, persuasi della unità del PDL hanno confidato, in perfetta buona fede, nella garanzia che non vi sarebbero state defezioni che potesssero impedire alla maggioranza di Governo di portare quel programma alla sua realizzazione integrale.
Persuasi dunque dalla certezza che quel programma sarebbe stato realizzato, gli elettori del PDL hanno assegnato a quel partito lo stratosferico consenso che ha ottenuto. Includendo in quel successo anche il beneficiario Fini.
Soltanto dopo circa due anni (luglio 2010) gli elettori hanno preso atto che, una porzione del PDL (area finiana) non era più affidabile perchè aveva abbandonato la realizzazione del programma per il quale il PDL aveva ottenuto la maggioranza relativa.
Ora, il discorso si sposta sopra il piano istituzionale.
Il PDL unito alla Lega, da ciò che si evince, otterrebbe la maggioranza al Senato nonostante la defezione finana.
Alla Camera potrebbe verificarsi l'ipotesi che tale maggioranza non sussista per le ragioni anzidette, cioè perchè una parte modesta ma numericamente determinante, farebbe oggi mancare il sostegno al Governo di cui ha costituito parte integrante.
Oggi, quella porzione, quella minutaglia capitanata da Fini, non persegue più lo scopo di portare a compimento il programma per cui è stata votata.
Si schiera con l'opposizione.
L'eccezionalità del caso impone la valutazione attenta del ricorso alle urne ai sensi dell'art. 88 della Costituzione anche del solo ramo del Parlamento in cui si verifica compiutamente il "danno da defezione".
A casa mia questa condotta è definita TRADIMENTO DELL'ELETTORATO!
Ma capisco che voi, internauti del potere forte, questo concetto non potete comprenderlo. E' lontano dalla democrazia alla quale certo non siete avvezzi. Il Popolo per Voi non è Sovrano: e' Supino.
Si chiama oligarchia.
http://forum.politicainrete.net/foru...ml#post1635030
"Due cose hanno soddisfatto la mia mente con nuova e crescente ammirazione e soggezione e hanno occupato persistentemente il mio pensiero: il cielo stellato sopra di me e la legge morale dentro di me" (Immanuel Kant)