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Discussione: Italia: ultimo atto

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    Predefinito Riferimento: Italia: ultimo atto

    Nell'ambito underground il nome Ianva rappresenta ormai la quintessenza musicale: due mini e un album sono bastati a sancire un'affermazione totale, a far aprire gli occhi ad un pubblico forse anche più ampio di quello che lo stesso ensemble genovese pensava di poter attirare. Noi non abbiamo perso l'occasione per porre loro alcune domande, al fine di scoprire il pensiero ianvensis avvolto tra le spire di testi superlativi. Non di meno abbiamo evitato di celebrare la band e di tornare sugli allori passati, con l'intenzione di tralasciare quanto è già stato detto (insomma, la grandezza di Ianva non è cosa nuova!), preferendo dare spazio al nuovo lavoro e a quanto da esso trapela. Come si evince dalla musica e forse ancora di più, Mercy e Stefania D'Alterio dimostrano di saper trasformare in un momento indimenticabile anche un'intervista, grazie a parole che hanno la stessa densità dei loro brani...

    Nel brano "L'Occidente" viene espressa per la prima volta una linea di pensiero assoluta. Se i vostri precedenti brani erano relazionati ad avvenimenti contingenti, a fatti storici o a realtà ben definite, dal pezzo che dà il titolo all'EP sembra emergere il vero spirito 'ianvensis'. Credi che la traccia "L'Occidente" possa essere definita come il vostro manifesto artistico e morale?

    Mercy: "Fin dal primo momento risultò chiaro che un progetto come IANVA doveva necessariamente rispondere a molteplici esigenze. Il fatto di chiamarci così radicalmente fuori da ogni 'parrocchia' contemporanea imponeva, in un certo qual modo, delle precise assunzioni di responsabilità. La scommessa era una, pura e semplice: durare. Cosa per niente scontata in una fase come questa che, al contrario, poggia sull'aleatorio, la fluidità, la revocabilità e, in definitiva, sul pensiero debole. La nostra scommessa andava nella direzione opposta. Per essere più chiari: non credo che la ragione d'essere di un'operazione simile possa limitarsi agli aspetti puramente musicali o lirici. Una piattaforma di pensiero e di condotta è indispensabile. Una coerenza di linguaggio non di meno. La difficoltà consiste nel reggere il passo di un'evoluzione costante pur ruotando attorno a un certo numero di punti fermi. Questo è l'unico vero manifesto che era valido fin dal primo giorno, e lo resterà sempre. Il brano che dà il titolo all'EP rappresenta piuttosto il punto preciso a cui è giunto il disgusto per il tempo presente da parte di chi lo ha scritto. In realtà è un pezzo molto intimo e per nulla ideologico. Tanto è vero che è stato recepito in molti modi diversi da parte degli ascoltatori. Per alcuni è plumbeo e definitivo, una marcia di deportati verso le tenebre. Per altri è addirittura assolato e, per quanto severo, invita alla speranza. In realtà descrive i moti di uno stato d'animo. Anche l'Occidente, quello vero, è stato per i più uno stato d'animo."
    Una delle tante frasi memorabili del brano d'apertura è: "...non ho più alcuna voglia di fare il possibilista...". Sembra che tu voglia finalmente esprimere un'opinione totale e personale su ciò che ci circonda, declinando agli altri le tregue e i compromessi. In cosa si traduce questa netta presa di posizione?

    Mercy: "I compromessi lasciamoli alla vita quotidiana dove, peraltro, svolgono già magnificamente il loro compito di deprivarci progressivamente di ogni integrità e dignità. Al contrario, scrivere canzoni è uno svago, e ogni svago che si rispetti non è tale se non ti solleva dai fardelli del quotidiano. Sarebbe oltremodo cretino andare a mantenere, laddove nessuno ti costringe, la stessa posizione prona che è di rigore oggi nella sfera pubblica. Il verso che tu citi è l'esatta esternazione di ciò che penso e sento. Vi si esprime il rifiuto di investire sul Futuro anche mentalmente. Un rifiuto che non ha molto a che vedere con il libero arbitrio, né tantomeno con le ideologie reazionarie, quanto con la sfera fisiologica. Mi sento 'fisiologicamente' stanco dell'Idea di Progresso. Il solo cenno a obiettivi da raggiungere al di là dell'orizzonte mi dà la nausea. Ogni qualvolta mi capita di sentire le solite, trite ciance sugli annosi problemi la cui risoluzione risiede stabilmente nel mondo a venire, m'incazzo. L'impressione è quella di vivere su una specie di demenziale tavolo verde dove ogni sostanza, valore, capitale, fondamento, senso, significato, testimonianza, Diritto, è diventato un mucchio di fiches che scorrono via e svaniscono come acqua. In un gioco al rilancio dal quale nessuno ha più la facoltà di staccarsi e la cui posta slitta sempre un po' più in là, in un non ben definito avvenire. Oggi perdiamo tutto, ma vuoi mettere quando passeremo all'incasso tra due, dieci, cento generazioni? A questo punto è lecito persino rimpiangere l'illusione del paradiso cristiano che ha confortato le esistenze dei nostri antenati: almeno era più poetica e, fuori dalle speculazioni teologiche, poggiava sui puri sentimenti e sulla facoltà degli umani di provare Amore."
    Cosa secondo voi l'Occidente rappresentava in passato, e quali sono quei valori scomparsi che davano agli usi dei nostri antenati un valore diverso e altro rispetto alla realtà odierna?

    Mercy: "Domanda difficile. In fondo, poco sappiamo della percezione del mondo da parte della gente comune. Non dimentichiamo che il pensiero occidentale fu il multiforme prodotto di élites intellettuali, e di certo i miei antenati non sapevano chi fosse Cartesio, così come non credo che mio nonno avesse mai letto Spengler. Però conosceva a memoria quasi tutto l'Inferno dantesco, interi capitoli omerici, o dell'Orlando Furioso. Sapeva commentare fino alla minuzia cose come il 'De Bello Gallico', 'La Repubblica' di Platone, 'Le Odi Barbare', 'I Viaggi Di Gulliver'... Ma di mestiere faceva il mastro ferraio, e aveva due mani che parevano le zampe di un mulo. Ciò nonostante aveva imparato da solo a suonare il violino benissimo, da ragazzo, in quanto affascinato dal mito di Paganini. Leggeva la musica come io leggo il giornale, a dispetto del fatto che avesse frequentato unicamente la scuola dell'obbligo che era, a quei tempi, la terza elementare. Attraversò due guerre mondiali e si vide morire tra le braccia un gran numero di commilitoni ai quali aveva voluto bene. Costruì con le sue mani e praticamente da solo la casa dove abitò per tutta la vita. Allevò dieci figli e non s'indebitò mai neppure di un centesimo, tanto meno con le banche. Sul letto di morte trovò anche la forza di confortare i presenti e di scherzarci sopra. Ti ho raccontato tutto questo, anche se mi rendo conto di quanto poco possa fregare a chi legge, perché lo trovo esplicativo di una certa 'anima' occidentale. Forse il segreto serbatoio della sua grandezza, ammesso che tale sia stata. Per qualche ragione o, più probabilmente, per un processo multifattoriale le nostre latitudini avevano, nei secoli, selezionato un certo tipo di uomini. Oggi le linee guida della società selezionano altre tipologie. Che, per quanto mi riguarda, al confronto, sono meno che cimici. Sarei curioso di vedere come se la caveranno, anche se ciò comporterebbe stare al mondo ancora a lungo, e non sono poi così certo che lo spettacolo valga il prezzo del biglietto."
    La vostra descrizione del popolo occidentale è estremamente dura: cosa ha portato al declino del pensiero, alla perdita della dignità nel mondo attuale?

    Mercy: "Per rispondere a questa domanda occorrerebbe scrivere un trattato. Ne esistono già molti, e certamente tutti enormemente più autorevoli, documentati e stringenti di qualunque elucubrazione che potrebbe produrre il sottoscritto. Sostanzialmente mi sentirei di dire che il Pensiero ha iniziato a declinare quando, nella Cupola dove risiedono i grandi burattinai, si è presa coscienza che era diventato un intralcio. Domanda: cosa avrebbe finito per intralciare? Risposta: un progetto per ridisegnare il mondo. Che mi dessero pure del complottista, che mi frega? Mica aspiro a scrivere sul Corriere, io! Non farti ingannare dal proliferare di tutti questi neo-illuministi d'accatto, ruffiani e vigliacchi fino al ridicolo, capaci solo di bastonare un cane già affogato da decenni, il senso del Sacro, e di scodinzolare come cagnoni volenterosi dietro a poteri criminali. Questa gente non ha riportato il senso critico, il libero pensiero, il rigore logico al centro del sistema di valori che ci governano. Rappresentano solo una neo-superstizione, un cretinismo scientifico, saccente e intollerante. È gente grama e feroce, in realtà, come tutte le mezze cartucce e le donnicciole nell'armadio, da che mondo è mondo. Il fatto che si viva in una società del tutto deprivata di ogni senso della trascendenza non significa che abbiamo abbracciato la Ragione pura. Al contrario, imperversano l'ignoranza, la brutalità e la diffusione di idee e concetti del tutto assurdi che non hanno nessun aggancio con la realtà. Sono alimentati ad arte. Comunque, se può andare bene un elenco senza ulteriori argomentazioni, i colpevoli sono: il liberal-capitalismo, il sistema bancario, i potentati finanziari, le grandi holding speculative, gli apparati tecnico-scientifici e militari che ne costituiscono l'ossatura, le varie Massonerie che sono le terminazioni nervose e l'industria culturale e della comunicazione che è in gran parte emanazione delle medesime."


    "Oggi si attraversa la vita soli e si giunge alla meta nudi e disperati. In compenso avremo lavorato fino a 70 anni, giocato a tennis fino a 78, trombato col Viagra fino a 80, tutto pur di non fermarsi a pensare davvero neppure per un attimo."
    (Mercy)


    Ricollegandomi alla frase "dentro a questo circuito senza ieri o domani", vorrei chiedervi se ritenete che un odierno occidentale non abbia più avvenire e, parimenti, abbia perso il valore e la conoscenza di un Passato che garantiva e ha garantito per secoli la creazione del futuro...

    Mercy: "Nel mondo occidentale l'avvenire è legato ai flussi di dati che intersecano le piazze borsistiche, le banche centrali, le grandi cordate bancarie private, le agenzie di rating, i centri studi geo-strategici, le centrali di intelligence, le varie Logge e le loro interfacce pubbliche come il Fondo Monetario, la Banca Mondiale e il WTO. Punto. Nulla a che vedere con la democrazia. Qualcuno lo dica, per favore, a quei babbei che hanno fatto la fila per votare alle primarie! In quest'ottica, l'idea stessa di Tradizione si auto-relega automaticamente nel novero delle stravaganze museali o, in qualche caso, delle buffonate a uso e consumo di minus habens come la cerimonia dell'ampollina di acqua del Po tanto cara all'onorevole Bossi. Il passato, inteso come retaggio, è perduto, ma, quello che è peggio, è perduto anche il presente. Nessun controllo, nessuna possibilità di intervento è pensabile. Non disponiamo più del tempo, o meglio non abbiamo il tempo di 'pensarlo' e, di conseguenza, di fissare dei caratteri, dei valori, dei capisaldi. Inoltre un complesso intrecciarsi di cause che vanno dal dilagare di una cultura della comunicazione, viziata alla fonte, all'educazione scolastica e al sistema di valori correnti, stanno immettendo sulla scena della Storia una sterminata massa di bestiali idioti quali non se ne erano mai visti dall'alba dei tempi. Arriverà anche per loro la grandine..."
    Sebbene tutto il brano "L'Occidente" sia incentrato sui limiti dell'uomo occidentale, fai riferimento in due casi a realtà 'esterne' o contrarie, quasi pericolose... Il mio pensiero va ai passaggi "Ci ostiniamo a pensarci quali d'arrivo/ Ma il più morto di loro è pur sempre più vivo" e "quella fiaccola d'Atene che tu sai, difendila dal vento che verrà". Mi chiedo chi sono 'loro' (vivi), opposti a noi (evidentemente ormai morti)... E in cosa può concretizzarsi secondo te quel fantomatico "vento che verrà" da cui dobbiamo difendere la fiaccola?

    Mercy: "L'odierna società occidentale è preda di una malattia mentale. Non so trovare termine migliore per definire questa ossessione di rappresentare il punto d'arrivo della Storia. La convinzione di essere il migliore dei mondi possibili, la percezione di sé in luce di eccellenza attraverso concetti del tutto discutibili, i cui presunti benefici sono tutti da dimostrare. Quello che è peggio, intrinsecamente schifoso, è il contrasto grottesco tra i valori mollicci, melliflui e, in definitiva, femminei e anti-cavallereschi che hanno assunto una valenza dogmatica all'interno, e l'estrema aggressività politica, economica e militare verso l'esterno. Grazie al cielo, nel giro delle mie conoscenze, non c'è uno che sia uno che creda ancora alle panzane sull'11 settembre e a tutte le stronzate sul terrorismo globale. Intendiamoci: non sono un pacifista, anzi, per dirla tutta, sono un franco fautore della violenza, quando è necessaria. Senza quella nulla cambia. È il motore della Storia, e senza quella nulla cambia. Il guaio è che nel cosiddetto mondo libero, nelle grandi auto-definite democrazie, gli indecorosi Poteri detengono il 'monopolio della violenza'. Lo esercitano all'interno, verso i cittadini, mediante la schedatura capillare del dissenso, l'impoverimento e il precariato diffuso, la vessazione fiscale, meccanismi giuridici mostruosi, grotteschi e incomprensibili. Quando tutto ciò non basta, scatta la repressione poliziesca che, guarda caso, riguarda solo i sudditi e quasi mai la criminalità. Eppure, questa civiltà capace solo di produrre sperequazione e miseria, cancro e schizofrenia, depressione, caos sociale, usura, sclerosi e morte del Pensiero, dell'Arte e del più elementare senso della Giustizia, continua a pensare a sé stessa come all'unica degna nell'intero cammino umano. Al punto di volersi imporre a suon di bombe, attentati e invasioni nel resto del pianeta. 'Loro' sono quelli che, per il momento, le bombe se le prendono. Ma la loro vitalità, la loro prolificità, il senso comunitario, della famiglia, del clan, della comunità religiosa fa di loro dei guerrieri mentre, da questa parte, c'è una società atomizzata in una miriade di 'individui' sradicati, paurosi, ipocondriaci, sterili e vigliacchi. Che, per giunta, non amano affatto, e con ragione, la società a cui appartengono. Anzi, la subiscono e la temono, fatta eccezione per i ceti privilegiati e gli ignoranti senza speranza. Per questo, se le cose non cambiano, saremo meritatamente sommersi, presto o tardi, da popoli che hanno la forza di lottare per il diritto di restare ciò che sono senza farsi riprogrammare da questi Doktor Faust da strapazzo. Se non si fosse capito, gli uomini occidentali sono di fronte a una responsabilità storica: o si liberano dei loro burattinai e ricostruiscono una Civiltà degna di tal nome, che non esige a diventare 'mondiale', ma neppure aspira a farsi sommergere, oppure il baratro è inevitabile."
    Un tema a cui fai riferimento a più riprese è quello della sacralità, penso al passo "di chi ormai ha di sacro giusto l'osso del culo" o all'intero brano "Santa Luce Dei Macelli". Qual è il concetto di sacro inteso dagli Ianva? Qual è la sacralità che il mondo moderno ha perso e quanto e perché ne sarebbe necessario un recupero, ora più che mai?

    Mercy: "Il senso del Sacro non è un giocattolo che, una volta rotto, si possa aggiustare. Odifreddi, Eco e tutta l'allegra brigata dei razionalisti d'accatto possono mettersi il cuore in pace e cessare di romperci gli attributi con i loro libercoli e le loro (retribuitissime) ciarle. Che dicessero chiaro e tondo, da uomini, che padrone servono e che non se ne parli più. Ma, per favore, la piantassero di atteggiarsi ad angeli custodi dei Lumi, a premurosi custodi del Bene del Raziocinio a fronte di una torpida massa, noi, che senza cotanti tutori riscivoleremmo in un batter d'occhio all'aborrito medioevo. Non è così, non c'è pericolo ragazzi. Missione compiuta: passate alla cassa! D'altronde i monoteismi non rappresentano per noi nulla di particolare. Siamo piuttosto interessati al paganesimo e, più in generale, a un sistema di valori arcaico, vicino alla fonte dell'Uomo. E più precisamente all'Uomo europeo e mediterraneo. Questo siamo e, per quanto scruto in me stesso, non riesco a trovare nulla in comune con il 'tipo' desertico che produsse tutti i monoteismi. D'altro canto non credo sia una soluzione mettersi, di punto in bianco, a onorare Zeus, Wotan, Pan o Janus come si decide di diventare vegetariani o macrobiotici... Non esiste purtroppo una rispondenza con il Mondo, con l'Era corrente, con lo spirito collettivo che informa di sé il tempo presente. Esiste, invece, la possibilità di perseguire con ostinazione la ricostruzione intima di una struttura mentale 'Arcaica'. A quel punto gli Dei potrebbero tornare a parlarci, dapprima sotto forma di larve psichiche, di archetipi ritornanti, e poi chissà..."
    La chiusa de "L'Occidente" ha un taglio moderatamente ottimista ed una richiesta di coraggio (amplificata dalla frase di Pasolini che chiude il libretto allegato): "si può tornare indietro/ si deve tornare indietro". Cosa dobbiamo recuperare e dove dobbiamo risalire per cambiare un declino palese?

    Mercy: "Se ottimismo si può definire una generica esortazione a riappropriarsi di un barlume di dignità, almeno a un passo dalla fine! Comunque, per rispondere a questa domanda, non saprei che soluzione suggerire. Non sta a me e, comunque, non credo che esistano più vie d'uscita percorribili, a questo punto. La classe dirigente che ci ritroviamo meriterebbe, più di ogni altra nella Storia, di essere sterminata senza remore né sensi di colpa, ma il punto di evoluzione a cui è giunto il sistema dei poteri a livello globale rende anacronistica e impensabile qualunque prospettiva rivoluzionaria. Credo che occorra entrare nell'ordine di idee che un crack sistemico planetario è inevitabile. Sono persuaso che i tempi siano ormai relativamente stretti, anche se non necessariamente dietro l'angolo come taluni credono. In ogni caso dovremo essere pronti ad affrontare le conseguenze, catastrofiche, di un collasso di civiltà e sperare di entrare nel novero dei pochi che se la caveranno. A quel punto la ricostruzione di un livello di civiltà accettabile impegnerà parecchie generazioni, e io auspico che qualcuno saprà traghettare in questo scenario valori fondanti in sintonia con le caratteristiche migliori della specie umana e non, come avviene adesso, con le peggiori, seppure con il muso impiastricciato di una patina di buonismo."


    "Noi, nonostante tutto, siamo Italiani e non possiamo distogliere gli occhi dallo spettacolo indegno che oggi ci viene offerto, dal totale sfascio in cui hanno sprofondato il luogo in cui siamo nati: non possiamo restare indifferenti al cospetto di un Paese in ginocchio."
    (Stefania D'Alterio)


    Quanto il "coraggio" espresso nella frase di Pasolini può essere relazionato alle scelte estreme che caratterizzano le vicende del maggiore Renzi narrate in "Disobbedisco!"?

    Mercy: "Tutto ciò che posso dirti è che Pasolini, pur rimanendo risolutamente schierato a Sinistra, aveva compreso e denunciato con decenni di anticipo l'evidenza di un processo involutivo che già da allora aveva iniziato a corrodere il comparto sociale che si definisce 'progressista'. Egli, circondato dalla sostanziale disapprovazione dei suoi compagni, e via via sempre più isolato, denunciò con parole di fuoco la crescente contiguità, che oggi è diventata sovrapposizione, tra le aspettative del liberal-capitalismo rampante e le istanze di rivolgimento sociale di cui si era fatta interprete la Sinistra, specie dal '68 in poi. Indebolimento del senso e dell'identità nazionali, abbattimento dei confini, messa al bando di tutti i valori ereditati dalle generazioni precedenti, scollamento della famiglia tradizionale, femminismo, liberazione dei costumi, giovanilismo, politiche finalizzate a quello che allora si chiamava 'accesso' che, di fatto, si risolsero nel dilagare di una mentalità consumistica, avvinta all'effimero, al superfluo. La conflittualità di quegli anni, se si eccettuano le lotte operaie, sacrosante anche se fortemente strumentalizzate, fu, in realtà, un regolamento di conti generazionale all'interno della grande borghesia, e Pasolini aveva capito fin da subito dove questi squaletti sarebbero andati a parare una volta che fossero riusciti ad arrivare alle leve di comando. Come dargli torto? Guardali ora, i protagonisti di quella stagione 'formidabile'! Per questo credo che egli iniziò a provare un'acuta nostalgia per una tipologia di uomo italiano che gli eventi succeduti all'8 settembre '43 avevano letteralmente cancellato dalla faccia della terra. Uomini con poche certezze ideologiche in tasca, senza arroganza dottrinale, senza l'infinita boria degli aventi ragione per designazione divina come i tanti lugubri sbirretti rossi che, al momento opportuno, abbandonarono Pasolini al suo destino. Uomini legati alla propria terra, alla propria gente, al proprio orizzonte e persino, come ebbe a scrivere in una sua poesia, "alle ossa dei loro morti". Armati di un senso della giustizia semplice e chiaro, e disposti anche all'estremo sacrificio pur di scongiurare il disonore loro e della comunità. Renzi era, secondo ogni evidenza, un tipico rappresentante di questa categoria."
    Passando all'aspetto musicale, vorrei chiederti come viene assemblato un brano degli Ianva: avete una strumentazione ricchissima e riuscite a toccare allo stesso tempo generi e stili diversi. Come viene gettata la 'pietra angolare' e come cresce e si sviluppa il pezzo fino a raggiungere quell'intreccio di suoni che contraddistingue ormai la vostra zampata artistica?

    Mercy: "Ti dirò, anche per noi vale la solita vecchia regola: quando un pezzo è buono eseguito anche solo con voce e chitarra o con voce e pianoforte si può stare certi che, a meno di fare delle fesserie colossali in sede d'arrangiamento, il risultato sarà sempre onorevole. Di solito l'idea viene sviluppata in coppia (Fabio Gremo, Fabio Carfagna, Stefania o uno dei ragazzi propone un canovaccio su cui io comincio a lavorare; ma vi sono anche casi in cui il brano nasce direttamente da una mia melodia di voce) e prima 'rodata' con questo sistema molto semplice. Talvolta, invece, l'idea parte da una melodia più strutturata, e allora si rende necessario ricorrere a una registrazione multitraccia con una simulazione alla buona dei vari strumenti e su una prima base ritmica di Francesco. Su questa, poi, ognuno è chiamato a ragionare, anche se, lo dico francamente, mi riservo il diritto di vagliare il tutto. In linea generale non esiste un metodo specifico, ma una sorta di 'navigazione a vista'. Amiamo la strumentazione ricca, il piglio potente, la fierezza sonora, ma di certo non vogliamo correre il rischio di diventare barocchi, per cui, man mano che gli strati aumentano, procediamo con sempre maggiore cautela. In ogni caso la costruzione di un brano di IANVA è un lavoro lungo e complesso, specie per chi, come noi, nella vita fa tutt'altro per campare e si ritrova alla sera stanco morto. Per questo non partecipiamo mai alle varie compilation che ci vengono proposte. Non è per superbia o per cattiveria, ma per noi un brano inedito significa settimane di lavoro, e non ha né senso né valore muoversi nel novero di progetti a cui basta una seduta di un paio d'orette al PC per consegnare al compilatore la loro track. Auguriamo a queste iniziative un sempre crescente interesse e successo, ma noi dobbiamo necessariamente agire per altre vie."
    Manifestazioni sacrali come quella descritta in "Santa Luce Dei Macelli" vengono prese in considerazione dai mass-media molto di rado e solo come eventi curiosi, quasi ci si trovasse davanti ad un fenomeno da baraccone. Quale importanza racchiude ancora per Ianva un'espressione culturale di siffatto genere?

    Mercy: "Personalmente sono stato per lunghi anni un assoluto agnostico. Per temperamento e formazione culturale, però, mi sono ritrovato sostanzialmente indenne dalla necrosi etica indotta dall'influenza del materialismo dialettico, dallo scientismo e, in definitiva, dallo stesso laicismo liberale. Si può essere perfettamente scettici e mantenere una posizione critica nei confronti di ogni categoria finalistica senza per questo essere intaccati in nulla e per nulla dalle 'muffe' moderniste o progressiste. Da questo punto di vista mi ritengo, rispetto alle vulgate del mio tempo, in una posizione di dissenso estremo. E tieni presente che, ormai, anche la cosiddetta Cultura Alta non fa che produrre vulgate, accodarsi alla fabbrica del consenso o, in molti casi, produrre anatemi, scomuniche, fornire complesse giustificazioni all'esigenza di negare la libertà di parola a chi non si adegua, sempre 'democraticamente', beninteso. Sotto questa prospettiva non possiamo non guardare con simpatia a certe manifestazioni di caparbio attaccamento a un 'ethos' che dovrebbe essere, secondo l'imperativo del nuovo ordine globale, sradicato del tutto. Non fosse altro perché laddove sopravvive un senso di religiosità così 'corporeo', così antitetico rispetto a quella certa algida compostezza che contraddistingue il bigottismo protestante, esiste la fondata speranza che qualche semenza di antichi archetipi mediterranei stia dormendo negli strati più bassi delle coscienze. E che, diciamolo, abbia qualche possibilità di germinare spontaneamente nei frangenti favorevoli, nello scenario estremo del collasso sistemico occidentale che, ripeto, è assolutamente certo. Va detto con chiarezza, però, che non abbiamo in casa gadget di Padre Pio né riponiamo alcuna fiducia nella Chiesa Cattolica né, tanto meno, negli altri monoteismi."

    Stefania: "Avendo personalmente assistito a molte di quelle manifestazioni (in primis i 'Vattienti' di Nocera Terinese citati nel brano, uno spettacolo terribile, splendido e impressionante insieme, ma potrei citarne molti altri...), ritengo che lo schernire faccia parte di una più profonda paura, uno sgomento nel trovarsi al confronto di certe sacrosante risurgenze; non a caso si tratta di rituali avversati tanto dai seguaci puri della pseudo-ragione quanto dai 'moderati' delle principali religioni monoteiste. A lungo hanno tentato di coprirli con uno spesso strato di cristianesimo che, per quanto mi riguarda, è assolutamente posticcio e ha il preciso dovere di 'imbrigliare' quella che è la vera natura dell'uomo: politeista e pagana, nelle accezioni più positive dei termini. Al contrario di Mercy, invece, io ho una fede profonda e solare. Una fede antica, che non ha nulla a che vedere con alcun monoteismo (sebbene trovi affascinanti certe iconografie del cattolicesimo più flamboyant e meno 'corretto') e che mi ha portato al rispettoso tributo di 'Santa Luce Dei Macelli', per ricondurre l'ago della bilancia dov'è giusto che sia, dopo secoli di oblio immeritato. Ciò che è eterno non può essere soffocato/dimenticato/negato: è stato, è, e sarà. Il senso di quel pezzo, a diverse chiavi di lettura, sta tutto nella frase finale. E la cosa che lascia più pensare è che a comprendere e apprezzare maggiormente il brano nella sua pienezza siano soprattutto ascoltatori stranieri, immuni da snobismi nonostante l'handicap della lingua (cosa a cui abbiamo sopperito con delle traduzioni inglesi di ogni nostro testo)..."
    Perché, secondo voi, riescono ancora a sopravvivere nel mondo moderno certe manifestazioni devozionali? Con cosa noi occidentali stiamo sostituendo quel concetto di sacro che caratterizza da sempre l'uomo?

    Mercy: "Domanda complessa! Azzardo un'ipotesi. La nostra è l'unica civiltà mai apparsa sulla terra che non ha sviluppato una sua Kultur per quanto concerne la più ineludibile delle realtà: la morte. Sottopelle alla nostra società scorre, perfettamente percepibile, un terrore abbietto che si traduce nella più spettacolare e, al contempo, penosa manifestazione di 'struzzismo' che si sia mai vista. Anche l'invecchiamento fisiologico viene considerato alla stregua di una malattia. Si disserta sui suoi costi sociali, ci si affanna a creare sempre nuove categorie merceologiche che consentano al vecchio di restare un consumatore fino al penultimo giorno... Sarebbe giunto il momento di chiedersi come una civiltà possa reggersi su simili parametri senza porsi il minimo problema sulle risposte da dare al carico di angoscia 'genetica' che il genere umano si porta dietro da appena un milioncino di anni. Una quisquilia come si vede, ma che riguarda il senso finale del suo vivere e il suo destino ultimo. L'idea di eludere questa domanda e di fingere che tutto ciò non costituisca un problema mi pare ancora più assurda e improbabile della più strampalata delle religioni. Ma cosa pensa questa gente? Davvero sono persuasi che basterà quest'ultima mandata di Illuminismo, quello fecaloide, l'Uomo come tubo digerente, per tenere cucito assieme questo idiotissimo Frankenstein che hanno assemblato? Oggi si attraversa la vita soli e si giunge alla meta nudi e disperati. In compenso avremo lavorato fino a 70 anni, giocato a tennis fino a 78, trombato col Viagra fino a 80, tutto pur di non fermarsi a pensare davvero neppure per un attimo. C'è anche l'alternativa della 'bella morte' da giovani: una magnifica uscita di strada all'alba, imbottiti di cocaina e pasticche. Edificante ed estetico. Si può, per un salario da accattone per giunta revocabile in qualsiasi momento, volare giù da un'impalcatura o finire sotto una pressa. Ci si può guadagnare un bel carcinoma da 'uranio impoverito' mentre si portano la Democrazia e il Libero Mercato in giro per il mondo. Il paradosso è che dovremmo pure essere felici di vivere in un simile manicomio e dovremmo considerare la 'morte di Dio' come un prezzo ragionevole per aver avuto il privilegio di accedere a un simile Eden della Ragione! Dato tale scenario, posso affermare con una certa sicurezza che non solo le manifestazioni di religiosità poco ortodossa non verranno sopraffatte, ma ne sorgeranno di nuove, anche del tutto arbitrarie e, forse, pericolose. In ogni caso ne vedremo delle belle."
    Gli Arya seggono ancora al picco dell'avvoltoio.

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    Predefinito Riferimento: Italia: ultimo atto

    Stefania: "Io mi limito a confidare nei Cuori Gentili..."
    In che modo è nata l'idea di coverizzare "The Battle" degli Strawbs e come avete lavorato per trasformare il brano originale?

    Mercy: "Sono un appassionato di acid-folk, folk progressivo-psichedelico anni '70, weird-acoustic etc... È uno di quei generi di cui sono pressoché un completista, anche se bado a farmene influenzare in misura modesta in fase di composizione. Certe cose sono talmente fascinose e auto-risolte nel loro contesto storico che troverei azzardato e controproducente gettarmi a corpo morto su di esse come, purtroppo, attualmente stanno facendo in molti. Chiedo scusa se riesco a essere polemico anche in questo frangente, ma sono pervenuto alla conclusione che l'auto-censura, oltre a non fare per me, neppure paga più di tanto. È evidente che la dedizione di una vita a determinati generi, la consapevolezza di avere a che fare con materiale fragile e sfuggente, della stessa natura del sogno, della poesia e della memoria, la cura e il rispetto che sono indispensabili per entrare in punta di piedi in quei mondi, non sono roba per tutti. Sarò antipatico, ma è così che la penso. Specie quando a decretare il valore di questo o di quell'epigono sono certi isterici idiotini under 30 cresciuti a pane e Smashing Pumpkins... Avremmo potuto coverizzare ben altre stranezze e rarità, forse più fascinose, incantate, misteriche degli Strawbs (dal cui fans club ufficiale abbiamo avuto il piacere di essere stati citati). Magari anche far finta di nulla e farle passare per nostre, come fanno certi inarrivabili artistoni tanto più raccomandabili di noi. Gente che prende una misconosciuta perla e ne ricava uno scialbo e maldestro plagio, sicuri che l'amichetto che scrive sulla rivista non li sputtanerà ed evocherà per loro onori e glorie. Invece abbiamo ragionato nell'unico modo che ci è congeniale: da musicisti. Rispetto ad altri, gli Strawbs sono meno 'orfici', ma più solidi e immediati. Vivono meno sulla magia dell'arazzo onirico (che è sempre pericolosa a volerla inseguire a ogni costo) e puntano forte sulla melodia piena e leggermente 'svaccata', un po'... all'italiana, insomma, sia pure in un contesto anglo-celtico. Inoltre sentiamo una forte empatia anche di ordine, per così dire, ideologico. Dave Cousins (il leader e autore negli Strawbs) riusciva a essere epico, ma mai tronfio. Descriveva con dolente sarcasmo la condizione dell''uomo in armi', ma rifuggiva dai luoghi comuni del pacifismo tout-court. Scandagliava con semplicità chirurgica la psiche 'eroica', ma si guardava bene dal farne apologia o, al contrario, dal formulare giudizi morali un tanto al chilo... qualità da grande autore. Inoltre, la struttura circolare del pezzo e lo svolgimento drammatico in crescendo di 'The Battle' risultavano particolarmente idonei per dare modo a Fabio Gremo di saggiare tutto il suo talento di arrangiatore, e a me di riportare in un contesto italiano la particolare scansione narrativa del testo. In pratica abbiamo 'italianizzato' questo classico del folk britannico, con un occhio a Morricone e nello spirito di quanto fatto da De André alle prese con un altro classico: 'Geordie'."
    Il testo ripercorre le fasi della battaglia del Monte S. Gabriele del 1917: perché avete scelto proprio questo evento storico?

    Mercy: "Questa domanda mi dà la possibilità di chiarire un altro punto che riguarda, non sembri strano, il nostro rapporto con il pubblico di IANVA. Abbiamo notato che molta gente si era talmente affezionata ai personaggi di 'Disobbedisco!' da non rassegnarsi alla loro fine nel breve volgere di un singolo e di un CD. Va da sé che noi vogliamo bene a quei personaggi più di chiunque altro, ma riteniamo anche che il loro senso finale risieda principalmente nel loro destino tronco, nell'enormità di un amore rimasto inespresso. Se fossimo caduti nella tentazione di inventare per loro un 'futuro alternativo' non solo non avremmo neppure sfiorato l'ispirazione del primo lavoro, ma avremmo probabilmente disinnescato la magia che, stando a quanto ci viene riferito, 'Disobbedisco!' continua a esercitare a distanza di quasi due anni. Però un modo per dare ai nostri fedelissimi ancora uno scampolo di quella vicenda c'era: un episodio antecedente o, come si dice oggi, un 'prequel'. Il pezzo, infatti, prende le mosse da quelle che sono le primissime pagine del memoriale e descrive il preciso momento in cui nella vita di Laurago irrompe l'uomo che più ricorderà nel corso della sua lunga esistenza, il Maggiore Renzi, per l'appunto. E lo scenario è proprio quello del mattatoio del Monte S. Gabriele, una specie di ciclopico tritacarne... Forse Dio morì proprio allora, sui campi della Grande Guerra! Quell'evento bellico fu storicamente il primo in cui vennero lanciati al momento decisivo i reparti d'assalto Arditi che, per l'occasione, capovolsero da soli l'esito di una battaglia titanica la quale, fino a quel punto, stava volgendo decisamente al peggio per noi. Laurago, tenentino di fresca nomina, ne resta impressionato, anche perché salva la pelle grazie a loro (un giovanissimo ardito, un muratore abruzzese come apprenderà poi, gli si para davanti e prende una moschettata in pieno petto al suo posto), al punto di volerli seguire. Curiosamente le fasi dell'evento ricordano in modo impressionante quello a cui fanno riferimento gli Strawbs, anche se retrodatato nell'Inghilterra dei 'Bishops'. Anche lì le operazioni si dispiegano dall'alba al tramonto, anche lì c'è uno spettacolare capovolgimento di fortune sul far della sera e anche lì, infine, c'è la consapevolezza amara di una carneficina orrenda servita unicamente a riconfermare le posizioni pre-esistenti, unici testimoni i corvi. Decine di migliaia di morti per nulla!"
    Il finale di "In Battaglia" sembra sottolineare la provvisorietà dell'uomo, e forse questo brano servirà un po' anche a far ricordare i tanti ignoti soldati morti in quello scontro... Credi che "In Battaglia" possa avere una correlazione con la realtà attuale o un significato assoluto, al di là dell'evento storico narrato?

    Mercy: "Forse qualche riflessione del tipo: se già allora avessimo avuto le bombe 'intelligenti' come oggi, tutto ciò non sarebbe accaduto; avremmo direttamente sterminato i famigliari dei nemici nelle loro case di Vienna, Graz e Budapest, e a loro sarebbe passata ogni velleità di battersi! Per 'fortuna' che c'è il progresso! Un progresso che consente di avere una categoria professionale per ammazzare pulitamente, come in un video-game. Di avere, di per contro, una generazione di ventenni che vivono in una delle società più aggressive e imperialiste della Storia, ma possono permettersi di fare i vitelloni drogati che, se ammazzano, lo fanno a casetta, per noia, per ghiribizzo figoso! Rileggi certi eventi di allora e ti rendi conto di quali prove terribili abbiano dovuto affrontare le generazioni che ci hanno preceduto. C'è un senso del tragico, in senso Greco, che sgomenta, ma anche meraviglia nelle parole vergate da tanti ragazzi al fronte, in tutte le lingue della vecchia Europa. Oggi, di tutto ciò, non è rimasto niente. Abbiamo dei laureandi che non solo non sanno nulla della storia di quel periodo, ma non sono neppure in grado di collocarla geograficamente. Abbiamo dei neo-maggiorenni che non sanno neppure nulla del muro di Berlino. Stasera in TV ho visto delle interviste ad alcuni di questi 'virgulti' che mi hanno fatto desiderare di vederli tutti al fronte... C'era una deficiente con decine di piercing che chiedeva se il muro di Berlino si trovasse in Germania, un'altra bestia con dreadlocks, barbetta caprina e felpa guevarista che affermava che il muro divideva il Fascismo dal Comunismo, un cinghiale cotto ai raggi UVA, tutto firmato, che grugniva in 'coattese' che il muro l'avevano costruito i cinesi (!)... Ci aspetta un'epoca terribile."
    Come si è sviluppata l'idea per la bellissima cover del mini? Esattamente a quale periodo ci riconduce la copertina e perché? Inoltre le immagini usate sembra siano strettamente legate al brano strumentale "Il Sereno E La Tempesta", quasi fossero un canto elaborato attraverso una raffigurazione...

    Stefania: "L'artwork dell'EP (come anche quello di 'Disobbedisco!', del resto, e dei flyer e di qualsiasi cosa riguardi IANVA) è opera dell'insostituibile Massimo Bellucci, il nostro factotum: è infatti la persona che si occupa di IANVA, che cura gli spazi online, tiene gran parte dei contatti, coordina l'Antica Fonografia Il Levriero assieme a noi e sta a capo del nostro management. E, come sempre, il buon Massimo si è dimostrato all'altezza del compito affidatogli. Tutto è nato da un'idea di fondo che Mercy ed io avevamo sin dal principio ben chiara, un'immagine forte che riecheggiasse le metafore marinare di un paio di brani (soprattutto 'L'Occidente' più che 'Il Sereno E La Tempesta', a dire il vero...): un transatlantico all'apparenza inaffondabile, che prende il largo verso una meta sconosciuta fra l'euforia di gente ignara, mentre già all'orizzonte si addensano nubi che non presagiscono nulla di buono. Una sorta di 'nave dei folli' che ritroveremo nel retro del libretto ridotta ormai a relitto, dopo un disastroso naufragio. Da lì a sviluppare l'intero progetto, il passo è stato breve. Rintracciato del materiale d'epoca per l'ispirazione e una rigorosa linea stilistica da seguire, Massimo ha quindi considerato l'intero booklet alla stregua di un libro di bordo: il retrocopertina come una cartolina spedita da uno dei tanti passeggeri della nave, e poi fortunosamente ritrovata; e infine la copertina in sé, come via di mezzo fra l'istantanea del momento della partenza e l'ipotetica pubblicità, dall'atmosfera inizio secolo, di una raffinata crociera... Quasi ad accentuare il senso di sobrietà composta e di air du temps, abbiamo poi avuto la fortuna e il piacere di avere a nostra disposizione per la photosession de 'L'Occidente' la boiserie di Villa Serra, una magnifica palazzina in stile Tudor che fa da dépendance a una villa ottocentesca dal parco splendido situata nell'hinterland di Genova."


    "Se non si fosse capito, gli uomini occidentali sono di fronte a una responsabilità storica: o si liberano dei loro burattinai e ricostruiscono una Civiltà degna di tal nome, che non esige a diventare 'mondiale', ma neppure aspira a farsi sommergere, oppure il baratro è inevitabile."
    (Mercy)


    Nonostante il titolo dell'EP sia "L'Occidente", nella copertina appaiono chiari riferimenti all'Italia: dall'immagine dell'Andrea Doria al tricolore che campeggia in alto. Perché questa scelta? Sembra quasi che l'unica vera culla dell'Occidente sia l'Italia...

    Stefania: "Perchè, al contrario, l'Italia è il luogo d'Europa ove, al momento, sono più visibili i segnali dell'abbrutimento, della decadenza e della catastrofe incombente, il vero punto di non ritorno (e l'Andrea Doria da solo basterebbe a spiegare l'intera allegoria). Quel tricolore che campeggia in copertina sta a significare che noi, nonostante tutto, siamo Italiani (e sottolineo Italiani, categoria in via d'estinzione che non ha colore politico, e non italioti, ai quali invece basta tirare a campare fra partite di calcio, primimaggio, mariedefilippi, cocaina e sospiri d'invidia per uno come Briatore...) e non possiamo distogliere gli occhi dallo spettacolo indegno che oggi ci viene offerto, dal totale sfascio in cui hanno sprofondato il luogo in cui siamo nati; non possiamo restare indifferenti al cospetto di un Paese in ginocchio, dove i pochi Italiani coscienti, di valore e ancora in grado di pensare vengono derisi, presi in giro, oppure sedati, isolati, ricattati e messi a tacere nei modi più schifosi e vili..."

    Mercy: "In Italia non cambierà mai nulla. Non riusciremo mai a liberarci dalle ignobili mignatte che ci dissanguano perché questo paese è da sempre, e con l'eccezione parziale di un breve periodo, nella mani della Massoneria, delle Consorterie Occulte e delle Mafie. Anzi, queste ultime si sono incistate e corrotte proprio a contatto con le prime. Al confronto di quanto accade attualmente, la Mafia originaria appare quasi un'associazione filantropica. E comunque, anche oggi, un Cutolo mi fa sempre enormemente meno schifo di un politicante qualsiasi. Non si salva nulla: Istituzioni, figure e organi di 'Garanzia', Magistratura (a parte alcuni casi isolati), Industria e Finanza, Banche, Stampa, ceto intellettuale, Università, Forze Armate, Servizi di Informazione e Sicurezza, autorità scientifiche... Tutti ascari tremebondi al cospetto del Padrone Atlantico, ma spietatissimi e brutali verso i loro sudditi, cioè noi, come ogni despota bananaro che si rispetti. Mi fa ridere che si continui a cianciare di 'Misteri D'Italia', mentre fuori dai patri confini anche i sassi sanno cosa accade nel Belpaese. Solo il maledetto individualismo italiota, l'orizzonte mentale ristretto al perimetro della propria pancia, tipico dei popoli da sempre servi, fa sì che questo cancro, questi cialtroni farabutti dalle mani lorde e dall'anima nera, possano continuare a svillaneggiarci e a calpestarci il capo, a negarci speranza e futuro, a succhiarci anche la forza di vivere senza che nessuno si alzi a dire basta. Inoltre, siccome cotanti padroni non ci bastavano, qualcuno ha deciso per noi che ne occorrevano di ulteriori, cioè quelli 'europei': un caravanserraglio di parassiti, speculatori, pedofili, lobbisti di ogni risma e via edificando. Con noi chiunque si sente autorizzato a fare la voce grossa: da quanti siedono sugli scranni di Bruxelles all'ultimo tagliagole che arriva qui e si accomoda a farsi i cazzi propri. Siamo un paese di merda e, come tale, gli altri ci percepiscono e ci trattano."
    Alla malinconia della copertina e dei colori morti usati nel libretto allegato risponde un'immagine forte che caratterizza il CD: i pugni che spezzano la catena, con una fiamma sullo sfondo, il tutto segnato da colori accesi e vivi. Visto che nulla nei vostri lavori è casuale, vorrei chiedervi il valore di questa scelta iconografica dura e tutt'altro che dimessa...

    Stefania: "Tralasciando l'invito chiaramente implicito nell'immagine, è uno dei vari 'rimandi nascosti' che ci siamo divertiti a disseminare per l'intero EP, sia nelle grafiche che nei brani e negli scritti... A indagare bene e condurre piccole ricerche, si potrebbero avere delle sorprese..."
    Ormai siete attivi da qualche anno, ma non avete mai partecipato ad alcuna compilation: fatto strano, visto che le compilation sono ad oggi uno dei massimi veicoli di promozione per i gruppi più giovani. Come mai questa scelta?

    Stefania: "Non ci crederai, ma le richieste di partecipazione a compilation sono state e continuano a essere tantissime: ne riceviamo almeno un paio a settimana. Sfortunatamente si accompagnano quasi sempre a pretese piuttosto 'strane', tanto per usare un eufemismo: c'è chi ci chiede la cessione complessiva di eventuali diritti d'autore (cioè l'appropriazione totale del brano) per ristampe o edizioni piuttosto 'nebulose', chi 'suggerisce' addirittura una linea di testo da seguire, quasi scrivessimo pezzi su commissione (!), e altre proposte del medesimo tono che siamo costretti a declinare. Tutte senza un minimo di considerazione o rispetto per la mole di lavoro che il processo di composizione e incisione richiedono... Come già detto da Mercy, siamo una band che impiega un bel po' di tempo a comporre e registrare un singolo brano. Se a questo aggiungi che il suddetto tempo è sempre piuttosto tiranno (dato che lavoriamo tutti, e quel che ci rimane lo impieghiamo per le nostre release ufficiali) e che siamo degli inguaribili pignoli che curano ogni minimo dettaglio (e il nostro Francesco ne sa qualcosa, con le interminabili sessioni di mixaggio a cui viene sottoposto), capirai da te, Michele, che nella maggioranza dei casi il gioco non vale la candela. Pensiamo inoltre che il presenzialismo e la sovraesposizione non giovino; preferiamo tenere una linea piuttosto semplice e defilata. Siamo molto più favorevoli alle collaborazioni, cosa che troviamo assai più stimolante dell'inserire brani in compilation, specie quando alla base c'è stima, amicizia, e reciproco rispetto."
    Potete anticipare qualcosa riguardo al nuovo album? Quale argomento tratterà? Il sound sarà diverso da quello dei vostri lavori precedenti?

    Mercy: "Chi può dirlo? Un suono si progetta, è vero, ma poi le variabili dovute alle esigenze sorte nel frangente, il mood che attraverserà le nostre esistenze in quella fase, faranno il loro 'sporco lavoro'. Come ti dicevo poc'anzi, vedo in molti un attaccamento profondo a quanto abbiamo fatto prima, ma la gente deve capire che non è possibile 'saccheggiare' indiscriminatamente un tema che ha fornito già una volta un'ispirazione così potente. Poi c'è un aspetto che, forse, molti non hanno colto: anche se questa ispirazione scaturisce dalla suggestione di eventi lontani, l'esigenza di trarne un'opera nasce, invece, da problematiche ben presenti qui e ora. Di fatto, 'Disobbedisco!' nasce da una cosa che oggi, in Italia, è diventata qualcosa di alieno: la passione civile. Tradita, vilipesa, resa anacronistica e financo comica, ma, alla fine, il vero nerbo di quanto andiamo facendo è questo. Anzi, paradossalmente è l'aspetto più 'estremo' e caratterizzante che, come tale, non verrà mai a mancare, né oggi, né mai. Credo anche che molti siano rimasti toccati dalla grande storia d'amore che abbiamo narrato per il semplice fatto che oggi viviamo in un'epoca dove l'amore, in quei termini, non è neppure pensabile. Sfido chiunque a immaginare una storia d'amore simile e ambientarla nell'epoca attuale: roba da morire dal ridere! Ma, fortunatamente, l'immaginario che nutre IANVA è molto più vasto di quanto si possa immaginare, anche se, lo dico già, il '900 italiano resterà centrale nel nostro lavoro. Sarà un lavoro cupo e incazzato, almeno a giudicare da come si va configurando, ma la passionalità sarà identica e, di sicuro, verranno introdotti gradualmente nuovi elementi sonori e stilistici, ma sempre del tutto compatibili con una coerenza di fondo che non tradiremmo per nulla al mondo. Saremmo davvero sprovveduti a stravolgere un suono che, piaccia o no, è personale e non deve nulla a nessuno che sia circolante attualmente. Come diceva il Comandante: "Non Ducor, Duco"."

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    Predefinito Riferimento: Italia: ultimo atto

    IANVA rappresenta ormai una sorta di “vessillo artistico dell’Italianità”. Numerosi i riscontri positivi, moltissimi gli apprezzamenti in rete ed anche i passaggi su Radio Bandiera Nera, e tuttavia (nonostante la malafede di alcuni) non vi ponete assolutamente come una realtà “politica” o schierata. Cosa volete comunicare attraverso i vostri dischi e come concepite la politica ed il concetto sopra esposto di Italianità?

    IANVA non è un’entità politicamente schierata per la semplice ragione che rivolge la sua proposta indifferentemente a tutti. E’ anche vero, però, che l’immaginario e lo spirito che evochiamo è accolto con maggiore naturalezza laddove certi valori, una particolare declinazione del codice etico e persino alcuni attributi temperamentali non sono mai stati, almeno nella forma, rottamati. Ma, e qui sta la sostanziale novità, siamo riusciti nel nostro piccolo ad aprire una significativa breccia anche in altri ambiti. Cosa non da poco visto che, sul piano della mentalità corrente, emergiamo da un quarantennio di conformismo di massa. IANVA si è rivelato da subito un esperimento molto interessante. Vuoi per le alchimie sonore che se ne vanno a spasso nel tempo senza la benché minima osservanza verso convenzioni odierne. Vuoi per la relativa facilità con cui siamo riusciti a rendere “presentabile” ciò che non lo era. Con questo non voglio avvocare per noi il ruolo di “fuoriclasse”, ma semplicemente dimostrare come gli anatemi, assordanti in quanto corali, una volta oltrapassato il “muro del suono”, non hanno più nessun serio aggancio con il sentire collettivo. Al contrario mi pare di poter affermare che, al di là degli automatismi incistati, cresce la richiesta per una radicale rimessa in discussione degli “immaginari guida” del nostro tempo. Personalmente mi sono concentrato su pochi e semplici punti ma, come si dice, me li sto lavorando al fegato incessantemente. Mi interessa il recupero “antropologico” di un certo tipo umano e sono persuaso che l’unico modo per rivitalizzarlo passi attraverso l’emozione e il sentimento. Mi colpì molto, per esempio, una discussione da forum tra alcuni “compagni”. Essi, in buona sostanza, confessavano l’un l’altro di amare “Disobbedisco!” con toni quasi angosciati! Sembrava una di quelle sedute di autocoscienza stile “Ecce Bombo”: “Aiuto! Non riesco più a staccarmi da questo disco! Che devo fare?”. Una ragazza, in particolare, era quasi commovente. La si intuiva turbata come un’educanda ottocentesca che avesse sbirciato un pamphlet “licenzioso”, come si diceva allora. Ora, dico io: cosa c’è in quel disco di tanto pericolosamente conturbante? Un grande amore, romantico e passionale con il suo corollario di febbre di conquista e possesso. Una bruciante passione civile. Il senso dell’onore davanti a sé stessi e al Mondo. Il dolore e l’ira a fronte di un’infamità. Il rifiuto del sotterfugio e l’elogio dell’insurrezione laddove chi ci rappresenta si dispone a schiacciarci il capo per servilismo a forze esterne che ci disprezzano. Un eloquente ritratto di una Italia che avrebbe potuto essere e non è stata. Tutto ciò, su questi ragazzi, sortiva quasi l’effetto di un’eccitante pornografia, con senso di colpa annesso. Di per contro, su un forum di “camerati”, si plaudiva al nostro lavoro, ma si stigmatizzava la nostra amicizia con una crew hip hop romana; su di un altro si biasimava il nostro “essere pro-froci” (ipse dixit), dato che citiamo spesso Pasolini e, in generale, soprattutto il fatto che non nascondiamo affatto l’irritazione per certi tic beceri e segregazionisti ancora diffusi in quell’ambiente. Lascio a voi le riflessioni del caso, se vi va di farle. Io mi limito a suggerire uno spunto. Anche se porto ancora un certo rispetto ai militanti di qualunque frazione politica antagonista, sono convinto che il nuovo terreno di scontro sia di ordine “psicologico” e antropologico. Le ideologie invecchiano e tutta la potenza annichilente del Sistema si sta concentrando sul rimodellamento delle mentalità e delle condotte individuali. A questo punto non sento neppure più la mancanza delle idee, ma di uomini e di donne ben costruiti, capaci di azioni e reazioni sane. Dovremmo essere tutti in grado di concorrere alla creazione di “anticorpi psichici”. La libertà e la consapevolezza civile delle quali si è smarrito persino il ricordo, più che riconseguite, oggi necessitano di essere “re-immaginate”. L’Italia non si caverà dalla proprie magagne se persisterà in una data forma mentis, sostanzialmente trasversale tra i gruppi politici, sia pur differentemente declinata. Questo è un Paese da deprogrammare e noi, nel nostro piccolo, anzi infimo, abbiamo iniziato a inserire qualche “file” di disturbo.


    Il nuovo e.p. di IANVA è significativamente intitolato “L’Occidente”. Che cosa è “L’Occidente”, cosa è stato e che cosa può ancora essere e dare?



    Oggi è semplicemente ciò che i grandi apparati vogliono che sia. Non esiste in quanto tale, ma in quanto rappresentazione. Un’entità infarcita di libertà formali che esitono solo sulla carta. Una disarmonia di egoismi individuali sulla soglia del caos. Un ibrido grottesco di valori giacobini, sessantottardi, velleitaristici fino alla contorsione del linguaggio e alla perversione del Diritto Naturale da un lato, e neo-dogmatici, neo-intolleranti dall’altro. Un sistema basato su automatismi speculativi parossistici, del tutto demenziali e, ormai, fuori controllo. L’Occidente contemporaneo è una bolla che è uscita dalla Storia e galleggia su un abisso. E’ la culla della Democrazia che ha reintrodotto la schiavitù, ma nessuno schiavo moderno può legittimamente sperare di diventare, un giorno o l’altro, un “liberto”. Una buco nero del tempo dove il divenire è pensabile solo come accelerazione del tempo presente. Una società dominata da valori mollicci, femminei, untuosi e vagamente ripugnanti al suo interno; e armato, aggressivo, ma senza una vera forza, che nasce dall’autorevolezza non dalle testate nucleari multiple, verso l’esterno. L’Occidente, infine, è quella civiltà che ha scientificamente progettato, messo a punto e avviato il cancro che la divorerà. Un ciclope idiota, gradasso, ma impaurito perché non ha più una “casa del padre” dove tornare, ma solo una landa saccheggiata su cui lascerà i suoi ossami a calcinarsi al sole. Siamo alla fine di un ciclo: inutile aspettarsi miracoli. Sarebbe utile, invece, cominciare a ricreare un’intensa circolazione di idee e relazioni che ricostruiscano una rete comunitaria via via sempre meno virtuale. Dò per scontato che il collasso sistemico sia un fatto assodato e inevitabile per cui converrebbe farci trovare preparati ad affrontare il dopo, i pochi che se la caveranno intendo. Forse sfugge la portata degli eventi a cui abbiamo forte probabilità di assistere e soprattutto non risulta immaginabile il grado di azzeramento e di caos che il collasso di una civiltà con simili caratteristiche comporterebbe. E’ bello essere qui a scambiarci idee via Rete, ma non dobbiamo dimenticare che tutto questo potrebbe zittirsi da un giorno all’altro e allora ci renderemmo tutti conto di essere uno sciame di insetti impazziti. Ripeto: inutile pensare di poter ancora influire sugli eventi, la chiave è creare una rete trasversale comunitaria oggi per poter affrontare il momento del dunque.

    “Deleghiamo ogni cosa, anche l’esser violenti, / ma la guerra dei ventri ci scopre impotenti. / Sempre sotto tutela di un corretto pensare / che ci castra quel tanto da tirare a campare”: parole molto forti, che evidenziano una stasi tutta attuale, peculiare di un contesto sociale annichilito e raggrumato come una specie di fanghiglia, apparentemente incapace di slancio vitale e di orgoglio comunitario. È una visione radicalmente pessimista la vostra o riuscite a concepire nonostante tutto una rinascita, a medio o lungo termine, della comunità nazionale?


    Bella domanda. Siamo in parecchi a farcela. E con qualche inquietudine, aggiungo. Come SFS che si chiede in “Richiamo Delle Masse” come, dove e quando arriverà, che faccia avrà, sotto quale simbolo chiamerà a raccolta un nuovo, ipotetico catalizzatore di una lotta di popolo. E soprattutto se, accertata la sua valenza “di massa”, non produrrà istintiva repulsa in individualità da sempre attestate, come tratto temperamentale, sull’essere “contro” sempre e comunque. Io propendo per uno scenario, se possibile, ancora più frustrante. Il punto è che bisogna chiedersi fino a che punto l’ingegneria sociale dei grandi apparati ha, nel corso dei decenni, modificato la percezione comunitaria nella gente comune. Stiamo assistendo a un fenomeno epocale, del tutto inedito nella Storia, e mi pare che nessuno si stia attrezzando, anche solo psicologicamente, per cercare di concepire qualche disperata contro-mossa. Da un lato abbiamo il rapido passaggio di fasce sempre più larghe della società a uno stadio di proletarizzazione, quando non di miseria autentica. Dall’altro permane negli individui la forma mentis dell’Occidente “avanzato” in base alla quale non esiste una coscienza, un sentire comunitario, un senso dell’onorabilità collettiva. Esiste un darwinismo da due centesimi, una percezione della realtà come eterna competizione tra singoli individui, una disponibiltà, nei fatti se non nelle intenzioni conclamate, alla lotta senza esclusione di colpi di tutti contro tutti. Nel nostro Paese poi, che nelle anomalie ci sguazza da sempre, la cosa assume connotazioni ad un tempo drammatiche e grottesche. Alleviamo pochi figli, belluinamente ignoranti, narcisisti, arroganti, vili e smidollati. Li proteggiamo dall’insegnante “autoritario” che contemplerebbe la possibiltà di assegnare un’insufficienza o di svolgere il proprio lavoro, se non nel rispetto, almeno non in un casino. Dal questurino che li rimprovera perché, magari, pestano un disabile o taglieggiano un compagno “sfigato”. Li lasciamo in balìa di mode atroci. Ricordiamoci che viviamo TUTTI in un Paese dove chi dispone di quattro soldi mena gran vanto dell’insegnare ai propri rampolli il disprezzo del “morto di fame”, fosse pure un luminare della Cultura, un genio dell’Arte, un uomo dalla coscienza civile esemplare. Siamo un Paese di CAFONI che tiene in gran conto i gadget e gli status-symbol esattamente come certe tribù della Papuasia adoravano le merci che vedevano sbarcare dai carghi aerei. Stiamo perdendo a ritmo vertiginoso capacità tecniche, estro, competenze, senso estetico, capacità di provare amore per quello straordinario patrimonio ereditario che abbiamo ricevuto dai nostri predecessori. Da qui il degrado dell’ambiente, la dipendenza dilagante, come sorci e parassiti, da lobby, caste e logge che, di quando in quando, si degnano di gettare qualche briciola ai loro manutengoli. Questo Paese avrebbe bisogno di una rieducazione di massa, da attuare a partire dalla scuola, impostata secondo criteri che sono diametralmente opposti alla pedagogia vigente. La vedo dura.



    “Santa Luce dei Macelli”, brano in un certo senso innovativo per IANVA, spira Sud da tutti i pori: l’appello ideale alla tradizione musicale del Sud Italia è palese ma ancor più manifesto è il richiamo al Sacro, così come declinato specialmente dalla Campania in giù. Colpisce un’immagine su tutte: la serenità olimpica dell’oplite morente nel sacrificio impersonale contrapposta al dolore e allo psicodramma inscenato dal vattiènte. Cosa possiamo dire in proposito, sono a vostro avviso due visioni del mondo nettamente separate da uno spartiacque o ipoteticamente conciliabili?


    Trovo che siano conciliabilissime. Esse affondano nel medesimo humus arcaico e la sovrapposizione cristiana avvenuta in tempi relativamente recenti, si parla di qualche secolo, non intacca la sostanza del cerimoniale che è, ricordiamolo, una metaforizzazione della disponibilità al sacrificio. Chiunque abbia conosciuto qualcuno di questi “vattienti” nella vita di tutti i giorni può testimoniare che essi sono tutt’altro che dei beghini fanatizzati come sostiene la vulgata progressista, compresa quella della Chiesa post-conciliare che tollera, obtorto collo, questa manifestazione, ma di certo non la considera un fiore all’occhiello. Il rito dell’offerta del proprio sangue, da effondersi ostentando tranquillità interiore, noncuranza della pena fisica, in remissione del malato, del carcerato, del dolore della vedova dei quali vengono segnati gli stipiti delle porte, rimanda a una manifestazione rituale di coesione comunitaria che si stringe attorno ai propri membri in difficoltà. La metaforizzazione del sacrificio di Cristo è una componente di origine medievale, ma la pratica affonda con ogni probabilità alla prisca Magna Grecia. Un modo per rassicurare la comunità sul fluire incessante di sangue fresco, vigoroso e sulla disponibilità dei suoi giovani uomini ad offrirlo serenamente.



    “Santa Luce dei Macelli” si chiude con la frase: “di nuovo è tempo che gli Dei si onorino in piedi”. È una constatazione o una esortazione?



    E’ un pio desiderio. Ma chi lo esprime lo formula osservando delle anziane donne che si trascinano ginocchioni e, a seguito di qualche strana associazione istintiva, la mano gli corre a sincerarsi della rassicurante presenza di un revolver occultato in qualche tasca. Come dire che chi vorrà guadagnarsi il previlegio di parlare con gli Dei a testa alta dovrà prima essere disposto a battersi contro tutti gli uomini che vogliono fargliela chinare. Fuori dalla suggestione “romanzesca”, la nostra posizione è un po’ più articolata. E’ curioso che anche il più rigido materialista non può non non ammettere un dato fondamentale: se è vero che il Tutto è formato da Materia ed Energia, l’Uomo è la sola componente di queste attraverso la quale il Tutto ha preso coscienza di sé. Questo indurrebbe una serie di riflessioni che ci porterebbero troppo lontano, ma resta in bella evidenza l’aspetto che qui ci interessa. Ossia che la forma mentis pagana e più specificatemente indoeropea doveva essere naturalmente orientata a questo consapevole “stare in mezzo alle cose”. L’idea stessa, fondamento dei monoteismi, della remissione del peccato, della contrizione o della sottomissione ad una volontà trascendente, finisce per svilire quello che è il vero fondamento della auto-regolamentazione umana e, dunque, di ogni effettiva libertà: l’assunzione di responsabilità. Nel momento stesso in cui l’uomo arcaico si rivolge ai suoi Dei da pari, lo fa nella piena consapevolezza di occupare un ruolo decisivo nel creato in quanto soggetto attraverso il quale il creato “si pensa”. Ma è consapevole di non esserne il culmine né, tantomeno, il fine. Che la responsabilità del suo agire non riguarda solo il destino individuale della sua anima quanto il Tutto. Per contro l’egotismo contemporaneo va di pari passo con una sempre crescente de-responsabilizzazione, degli individui come delle società. Laddove si radica la convinzione che tutto inizi e termini con la nostra esistenza individuale non solo non è possibile alcun senso del Sacro, ma, a breve termine, si arriva all’infantilizzazione collettiva e all’uscita dallo status di civiltà. Credo che tra breve toccheremo il culmine di questo processo.

    La storia appassionata di Elettra Stavros e del Maggiore Renzi ha come scenario Fiume, bella come il cristallo e martoriata dai cannoni del Natale di Sangue. “Orion” si è occupata spesso, in passato, del “fenomeno Fiume”, dedicandovi analisi approfondite e monografie: come giudica IANVA l’impresa dannunziana, e come si può valutare un anno di Poesia al potere?


    Il nostro giudizio è molto netto. L’Impresa, non solo fu una straordinaria esperienza insurrezionale nazional-comunitaria, lirica, struggente e incomparabile. Fu un’irripetibile occasione perduta. In primis di uscire con enorme anticipo sui tempi dal fetido dualismo Destra-Sinistra che ancora ci attanaglia e, di fatto, disarma psicologicamente un popolo già storicamente avezzo alla faziosità, alle logiche manichee, alle semplificazioni amorali. Dopo decenni in cui la storiografia ufficiale ha relegato ottusamente l’esperienza fiumana nelle pagine da esorcizzare in quanto pienamente inseribile in una logica nazionalista, pre-fascista (D’Annunzio come il Battista di Mussolini!), oggi si è fatta strada un’interpretazione che va franando verso lidi opposti. Veniamo così a sapere che Fiume sarebbe stata quasi unicamente un gran cancan di promiscuità e vizi assortiti. Che non v’era alcuna seria analisi politica a monte delle improvvisazioni “a braccio” del Comandante. Che la prospettiva esistenziale dei giovani che si affollarono nel movimento legionario non era molto più che l’eterna baldoria, con cornice di sporcizia, caos e irresponsabilità a vita. Ci mancano solo bonghi, piercing e dread così siamo a posto! Dato che, come dici, vi siete occupati a lungo e diffusamente di questo tema non è il caso che ritorniamo ad analizzare i fatti punto per punto. Ma è curioso che questi sdoganatori nuovi di zecca insistano tanto sull’aspetto della liberazione degli istinti, dei diritti delle “minoranze”, della comunità “psichedelica”, mentre sorvolano del tutto, o quasi, su altri aspetti ben più pregnanti. Per esempio sulla componente di analisi socio-economica, estremamente aguzza e profetica, che, debitamente svestita dai voli lirici, emerge in tutta evidenza dalla “Carta Del Carnaro”. In essa, con estrema chiarezza, si denuncia una logica in divenire di un certo liberal-capitalismo, se ne indica la precisa origine, se ne prevedono tempi, modi, scopi. Soprattutto vi si prevede l’esito a lungo termine dell’azione di queste “forze” e vi si suggeriscono possibili strategie di contrasto. Ancora oggi, anzi, oggi più che mai, sono pagine che potrebbero tornare di grande utilità. Non lo sostengo dall’altro ieri, ma già da svariati anni. Purtroppo il permanere di tic ideologici, sedimenti comportamentali correlati al ripugnante dualismo sopracitato, la preponderanza di interessi consolidati e di appetibili rendite di posizione che dipendono dallo status quo “antropologico” più ancora che politico ed economico, ci condannano al ripetersi dell’eternamente uguale. Sul ciglio del precipizio.



    Alcuni testi di “Disobbedisco” esprimono giudizi molto netti nei confronti della politica di viltà che portò in definitiva all’onta di Versailles (la “mano che ordisce in sicurezza e con decoro, e strangola i popoli con catene d’oro”…): è una valutazione estendibile anche alla attuale situazione di dominio dei poteri forti dell’alta finanza apolide?

    Questa è l’epoca che verrà ricordata, ammesso che resterà qualcuno per farlo, per quella in cui chi guidava le cose pubbliche perse ogni senso di responsabilità, ogni traccia di senno, ogni attributo etico. Un potere puramente criminale, teso unicamente a scremare profitti dal sangue di centinaia di milioni di lavoratori, di deboli, di non rappresentati. L’iper-liberismo ha significato anzitutto l’abbandono di ogni senso del dovere da parte delle classi dirigenti che si ritrovano, in un sistema di farsesca “democrazia”, a gestire unicamente i loro provilegi di casta, mentre le leve del meccanismo restano saldamente in mano a poteri sovranazionali, non eletti da nessuno. I quali non riconoscono altra autorità e altro interesse che i loro. Altro scopo che la retribuzione massima del capitale a spese della retribuzione del lavoro. Questo è il sistema che noi europei abbiamo voluto adottare alla fine del ventesimo secolo e non ricordo nessuna resistenza contro la globalizzazione ultra-liberista da parte della “Sinistra” e dei sindacati. Appurato questo, non sorprende che certi “recuperatori a sinistra” del Fiumanesimo fingano che tutto ciò non abbia una sua centralità nella vicenda. Infatti, a parte il riconoscere una sorta di Guevarismo ante-litteram, di per sé non disprezzabile, si troverebbero a dover smontare un tassello decisivo della loro impalcatura ideologica. E siamo arrivati al cuore del problema. Ovvero la pregiudiziale “antifascista”. Essa cozza contro un dato di fatto incontestabile che proprio i giorni che stiamo vivendo provvedono a sbattere sotto il muso di tutti. Ossia che il nemico naturale, il solo antidoto alla peste liberista è uno e uno solo: la lotta di popolo. Da qui ad arrivare al “populismo” e da lì al fascismo, nel cerebro di questi signori, il passo è breve. Essi insistono nel gabellare il caleidoscopio dell’internazionalismo proletario, della lotta di classe (quando non stanno al governo o non ricoprono cariche istituzionali). In realtà sono perfettamente consapevoli di essere del tutto impotenti a fronte di questi poteri e si accontentano di contrattare piccole concessioni “di costume” che non intaccano in nulla il monolito. Ma devono almeno fingere di mantenere un nucleo di pensiero forte, ed ecco l’antifascismo, possibilmente “militante”. Fingono di non sapere che il fascismo fu un movimento reducistico e combattentistico, esito della Grande Guerra, che si basò su milioni di uomini reduci delle trincee e avezzi alle armi, giovanilistico, interclassista e, a suo modo, ancora post-risorgimentale. Esattamente tutto ciò che non è più neppur lontanamente rintracciabile nella società italiana, manco con il microscopio. Una simile mancanza di serietà d’argomenti meriterebbe di essere liquidata con una risata, non fosse che fa ancora presa sulla buaggine di molti. Per quanto mi riguarda mi accontenterei che, in primo luogo, si trovassero le forme per indurre tre semplici e “rivoluzionarissime” cose, cioè:

    “1) Una cultura nazionale dell’etica del lavoro, che significa precisamente la convinzione che qualunque cosa si faccia in seno alla collettività, dalla cosa più banale a quella più complessa, si ha il dovere di farla al meglio di sé sempre;

    2) Sufficiente autostima nel singolo cittadino per sentirsi detentore di diritti inalienabili che nessuno può permettersi di calpestargli;

    3) La capacità dei singoli di fare massa unita e solidale a fronte del sopruso subito da un qualunque membro della collettività”.

    Aggiungo: anche e soprattutto ai soprusi che arrivano dall’esterno. I nemici dell’umanità, oggi, sono “esterni” a tutto. Ma all’“interno” abbiamo tanti di quei lacché, scherani, sgherri e mignatte che il solo fare un po’ di pulizia occuperebbe probabilmente lo spazio di più generazioni.
    Gli Arya seggono ancora al picco dell'avvoltoio.

  4. #14
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    Me li devo ascoltare. Ma si tratta di rock duro o di musica abbastanza tranquilla?

  5. #15
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    Me li devo ascoltare. Ma si tratta di rock duro o di musica abbastanza tranquilla?
    Tranquilla e particolare.

  6. #16
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    Si trova nei negozi? Io una volta trovai un cd degli IANVA in un negozio FNAC

  7. #17
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    Me li devo ascoltare. Ma si tratta di rock duro o di musica abbastanza tranquilla?
    Si definiscono "Vecchia musica italiana".
    Sentite qualcosa su MySpace
    "Collectively, Eurasia's potential power overshadows even America's".
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  8. #18
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    Tra tutte quelle che ho sentito degli Ianva questa la ritengo la più bella insieme a ''La ballata dell'ardito'':
    http://www.youtube.com/watch?v=7Lfy2gL66ME

    Se a qualcuno può interessare, Mercy ha anche un gruppo chiamato Il Segno Del Comando, più metal e legato a tematiche occulte, ma veramente valido.

  9. #19
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    Citazione Originariamente Scritto da DuxLupus Visualizza Messaggio
    Se a qualcuno può interessare, Mercy ha anche un gruppo chiamato Il Segno Del Comando, più metal e legato a tematiche occulte, ma veramente valido.
    Concordo, sono davvero ottimi. C'è anche l'altro suo gruppo (il principale dopotutto), i Malombra, solito genere dark-prog appesantito ma in inglese. Poi per gli amanti del filone ci sarebbe anche il vecchio gruppetto doomeggiante degli esordi, gli Zess..
    "Collectively, Eurasia's potential power overshadows even America's".
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  10. #20
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    Citazione Originariamente Scritto da DharmaRaja Visualizza Messaggio
    Concordo, sono davvero ottimi. C'è anche l'altro suo gruppo (il principale dopotutto), i Malombra, solito genere dark-prog appesantito ma in inglese. Poi per gli amanti del filone ci sarebbe anche il vecchio gruppetto doomeggiante degli esordi, gli Zess..
    Dei Malombra avevo scaricato qualcosa e mi ricordo che mi erano piaciuti parecchio.
    Degli Zess avevo comprato il cd, ma mi aveva deluso abbastanza.

 

 
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