Avvenire
Genova
Fra i carrugi pecorelle e pastori più antichi di quelli di Napoli
DA GENOVA ANGELA CALVINI
Il presepe per eccellenza in Italia è considerato quello napoletano, ma quasi
nessuno sa che il presepe più antico è quello genovese.
«In tutti i Paesi cattolici le figure mobili articolabili ricoperte di abiti
in tessuto si sviluppano intorno ai primi del '600 - spiega il professor
Giulio Sommariva, direttore dell'Accademia Ligustica di Belle Arti
di Genova -. Ma, mentre a Napoli la prima documentazione ufficiale
di un presepe risale al 1627, una cronaca del monastero degli Olivetani
di Pegli certifica già l'esistenza di un presepe a Genova nel 1610».
Inoltre il presepe genovese si distingue per caratteristiche sue proprie:
mentre i personaggi napoletani sono dei manichini di filo di ferro e stoppa
con volto in terracotta, le statuine liguri (alte dai 35 ai 65 centimetri)
sono interamente intagliate nel legno, con tanto di snodi nelle articolazioni
principali per cambiare loro posizione.
«Inoltre - aggiunge il professore - non sono presenti i diversi
mestieri, come è tradizione a Napoli, bensì si punta sul carattere dei
personaggi che si distinguono attraverso il loro abbigliamento».
Un abbigliamento ispirato alla moda contemporanea, realizzato tanto
Con materiali poveri, quanto con magnifiche stoffe e broccati con fili d'oro,
realizzati in apposite sartorie.
«Sono stati trovati documenti relativi a 100 abiti per statuine da
presepe ordinate a Genova dall'Infanta di Spagna nel XVII secolo»
aggiunge il professore.
Oggi se ne è perso l'uso, ma anticamente le scene cambiavano giorno
per giorno, come una sorta di narrazione evangelica. In più a Genova
l'adorazione dei Magi era più popolare di quella dei pastori.
Tra i presepi permanenti, visitabili tutto l'anno, si segnalano
il settecentesco presepe della Madonnetta al Santuario di N.S.
Assunta di Carbonara, raggiungibile in funicolare attraverso
magnifici scenari; la collezione del Luxoro, circa 350 preziose
statuine (XVII secolo) conservata al Museo di Villa Luxoro
a Genova/Nervi*Capolungo; il presepe settecentesco dei Brignole
Sale a Palazzo Rosso.

"Il Presepio è il trionfo dei genovesi"
(Henry Aubert)







Sta arrivando il Natale: dov’è finito il presepe?
di Cristiano Gatti
Quest’anno c’è un’atmosfera irreale: manca la guerra al Bambinello fatta da maestre che vogliono salvaguardare la sensibilità di bimbi induisi o musulmani. Ma viene il dubbio che per non litigare gli scatoloni siano rimasti in cantina
Tira una strana aria, quest’anno. Siamo già al 5 dicembre, ma ancora non si muove niente: cos’è, non facciamo più la guerra del presepe? Evidentemente c’è sotto qualcosa. L’intero armamentario della tradizione natalizia si presenta perfettamente in regola. Tutto a posto, con sincronismo esemplare. I centri commerciali espongono luminarie da dopo Ferragosto, le vie del centro sono addobbate da fine ottobre, le famiglie un po' trafelate hanno comunque ultimato gli allestimenti in tinello. In azione anche quelli che temono di restare indietro con gli auguri: se non ci sentiamo prima, tante buone cose a tutta la famiglia. Inutile specificarlo, perfetta pure la macchina pubblicitaria: gli spot dei panettoni, in un tripudio di bambini dai boccoli d’oro e di nonni euforici, martellano con cadenza scientifica dai teleschermi, quanto meno da quelli che ancora trasmettono qualcosa dopo il nefasto passaggio al digitale terrestre.
Non ci sono dubbi: manca solo il rito più recente e più sentito. Non c’è la guerra del presepe. Dobbiamo stare in pensiero. Nessuna segnalazione di presidi politically correct che emanano la classica circolare nel rispetto delle diversità religiose. Non ci sono maestrine d'asilo col coltello tra i denti, pronte a incatenarsi nell’atrio se appena qualcuno si azzarda a tirare fuori il bue e l'asinello, ovviamente a tutela dei poveri bambini musulmani, induisti e scientologysti, che potrebbero subire dei traumi. Non ci sono genitori che riscoprono l'ardimento del Sessantotto per arrestare le insidie conservatrici e integraliste della natività, fosse pure in gesso e muschio. Non si sentono più quelle solenni motivazioni che scuotono le coscienze, del tipo «è finita l’epoca della scuola confessionale» (e pazienza se il presepe rimane una delle poche cose al mondo che non hanno mai fatto male a nessuno).
In questo strano vuoto, inevitabilmente disinnescati anche gli attori di contorno, sociologi e teologi, sondaggisti e tronisti, lambertisposini e neuropsichiatri, analisti e giuristi, da anni impegnatissimi nelle due trincee, presepe sì e presepe no. Di più: fermi ai box persino gli intrepidi crociati del Bambinello, che quando c'è da menare le mani a difesa delle radici cristiane sono i primi a rimboccarsi le maniche.
Atmosfera irreale.
Basta guardarsi indietro e sfogliare le raccolte di giornale degli ultimi anni: a quest'ora eravamo già in piena bagarre. Al 5 di dicembre la guerra del presepe era tra i primi argomenti in qualsiasi programma tv più o meno serio, del mattino e del pomeriggio. Dove sono finiti tutti quanti? Cos'è questo silenzio? Non possiamo pensare che presidi e maestrine siano tutti distratti dalla riforma Gelmini. Mi guardo in giro e sinceramente mi preoccupo. Sì, c'è sotto qualcosa.
Certo, potrebbe pure darsi che finalmente il buonsenso abbia trovato il modo di riemergere. E' persino bello pensare che l'armonia della ricorrenza, cristiana però universale, in qualche modo sia riuscita finalmente a placare gli animi, ristabilendo un minimo di gerarchia tra le nostre battaglie ideali. Ma temo che queste siano soltanto illusioni. Ottimismo gratuito.
Guardandomi in giro, piuttosto, è forte la sensazione che abbiano «vinto loro». Ho cioè il timore che la guerra del presepe non sia ancora scoppiata, e che mai più scoppierà, semplicemente perché una delle parti in causa ha alzato bandiera bianca. Per ignavia, per accidia, per quieto vivere, i sostenitori del presepe hanno risolto la grana annuale alla radice: lasciando gli scatoloni in cantina. Soffocato in culla il Bambinello. Faccio outing: non sono un bigotto, ma un mondo che considera il presepe un’imbarazzante seccatura non mi piace per niente.
Sta arrivando il Natale: dov’è finito il presepe? - Interni - ilGiornale.it del 05-12-2010