Guarda che le nostre carceri rigurgitano di immigrati, islamici e non, autori di furti, rapine, stupri, violenze e omicidi.
Il fatto che esistano persone oneste dappertutto non può servire come pretesto per negare certe realtà, e cioè che gli islamici appartengono a una cultura più difficilmente integrabile con la nostra, e che l’immigrazione clandestina rappresenta una fonte specifica di criminalità.
Stanno cercando di recuperare il terreno in fretta...
Queste sono solo un paio di notizie trovate con una ricerca molto superficiale.
Pensioni gratis agli stranieri, è boom | Gazzetta di Modena
Pensioni sociali a falsi immigrati | Alto Adige
Se mi parli di alcuni preti o vescovi(non so proprio a quali Papi ti riferisci….) posso essere d’accordo: io ad esempio ho il dente avvelenato con Tettamanzi e con alcuni suoi simili, e debbo constatare che, come in Padania ci sono delle infiltrazioni mafiose, nella Chiesa ci sono delle infiltrazioni sinistrorse, filoislamiche e buoniste.
Ma una cosa sono certi preti o certi vescovi indegni, altra cosa è la Chiesa in sé, con il suo Magistero.
Dal punto di vista privato, la Chiesa invita alla carità: ma, appunto, è un invito, una esortazione, che ciascuno è libero di accogliere o non accogliere, senza alcuna costrizione esterna.
Dal punto di vista pubblicistico, la Chiesa promuove la solidarietà, che è ben altra cosa dall’assistenzialismo, o addirittura dal parassitismo. La giustizia è una virtù cardinale, quindi può essere giusto che lo Stato istituisca borse di studio, ma solo per gli studenti veramente indigenti e veramente meritevoli; che lo Stato aiuti gli invalidi, ma solo quelli veri, non quelli falsi; che lo Stato aiuti i terremotati, ma solo quelli veramente bisognosi, ecc.
Sia detto per inciso, è stata la Chiesa a fondare e promuovere storicamente la civiltà del lavoro.
San Paolo, nel Nuovo Testamento, ha posto la regola:"Chi non vuole lavorare, neppure mangi". Questa era una novità enorme e incredibile per la cultura greco-romana di allora. Era una cultura che disprezzava il lavoro, lo riteneva degradante per la persona e tale da essere lasciato agli schiavi e agli incolti.
In Grecia, soprattutto, il lavoro è percepito come un'attività servile che, in quanto tale, è in antagonismo con la libertà, e quindi anche con la cittadinanza.
Lo stesso stato d'animo vige a Roma. A proposito del lavoro pratico, Seneca dice che è "privo d'onore e non potrebbe rivestire neppure la semplice apparenza dell'onestà".
La Bibbia ha una visione molto diversa. Fin dalla prima pagina essa presenta Dio che opera per sei giorni e si riposa nel settimo giorno. L'uomo è definito, sin dal momento della creazione, dall'azione che esercita sulla natura: «Fruttificate, moltiplicatevi, riempite la terra, sottomettetela (Gen., 1, 28). Dio ha collocato l'uomo nel giardino dell'Eden ut operatur, perché lavori» (Gen., 2, 15).
Tutto questo, prima ancora che nella Bibbia si parli del peccato. Il lavoro fa dunque parte della natura originaria dell'uomo, non della colpa e del castigo. Il lavoro manuale è altrettanto dignitoso di quello intellettuale e spirituale. Gesù stesso dedica una ventina d'anni al primo (supposto che abbia incominciato a lavorare verso i tredici anni) e solo un paio di anni al secondo. Gesù e i suoi apostoli furono anche dei lavoratori manuali. Sin dai primi secoli della nostra era, il cristianesimo si è sforzato di lottare contro il disprezzo del lavoro, e in breve tempo non si conteranno più i santi patroni dei diversi mestieri.
A parte questo, Giovanni Paolo II nella Enciclica Centesimus annus aveva già denunciato i danni dello Stato assistenziale, e promosso il principio di sussidiarietà, che responsabilizza e mobilita anzitutto i corpi intermedi e le comunità locali:
“Si è assistito negli ultimi anni ad un vasto ampliamento di tale sfera di intervento, che ha portato a costituire, in qualche modo, uno Stato di tipo nuovo: lo «Stato del benessere». Questi sviluppi si sono avuti in alcuni Stati per rispondere in modo più adeguato a molte necessità e bisogni, ponendo rimedio a forme di povertà e di privazione indegne della persona umana. Non sono, però, mancati eccessi ed abusi che hanno provocato, specialmente negli anni più recenti, dure critiche allo Stato del benessere, qualificato come «Stato assistenziale». Disfunzioni e difetti nello Stato assistenziale derivano da un'inadeguata comprensione dei compiti propri dello Stato. Anche in questo ambito deve essere rispettato il principio di sussidiarietà: una società di ordine superiore non deve interferire nella vita interna di una società di ordine inferiore, privandola delle sue competenze, ma deve piuttosto sostenerla in caso di necessità ed aiutarla a coordinare la sua azione con quella delle altre componenti sociali, in vista del bene comune.
Intervenendo direttamente e deresponsabilizzando la società, lo Stato assistenziale provoca la perdita di energie umane e l'aumento esagerato degli apparati pubblici, dominati da logiche burocratiche più che dalla preoccupazione di servire gli utenti, con enorme crescita delle spese.”
Benedetto XVI nell’Enciclica Caritas in veritate ha affermato:
“Manifestazione particolare della carità e criterio guida per la collaborazione fraterna di credenti e non credenti è senz'altro il principio di sussidiarietà, espressione dell'inalienabile libertà umana. La sussidiarietà è prima di tutto un aiuto alla persona, attraverso l'autonomia dei corpi intermedi. Riconoscendo nella reciprocità l'intima costituzione dell'essere umano, la sussidiarietà è l'antidoto più efficace contro ogni forma di assistenzialismo paternalista. Essa può dar conto sia della molteplice articolazione dei piani e quindi della pluralità dei soggetti, sia di un loro coordinamento. Si tratta quindi di un principio particolarmente adatto a governare la globalizzazione e a orientarla verso un vero sviluppo umano. Per non dar vita a un pericoloso potere universale di tipo monocratico, il governo della globalizzazione deve essere di tipo sussidiario, articolato su più livelli e su piani diversi, che collaborino reciprocamente. La globalizzazione ha certo bisogno di autorità, in quanto pone il problema di un bene comune globale da perseguire; tale autorità, però, dovrà essere organizzata in modo sussidiario e poliarchico, sia per non ledere la libertà, sia per risultare concretamente efficace.”
Lo stesso Benedetto XVI, in visita a Brindisi, ha affermato chiaramente:“La compassione cristiana non ha niente a che vedere col pietismo e l'assistenzialismo”.
E l’arcivescovo di Napoli cardinale Crescenzio Sepe ha detto ai suoi “parrocchiani”:
"I rapporti di potere politico, soprattutto nei confronti dello Stato, considerato solo come erogatore di risorse, da un lato ha enfatizzato la politica dell'intervento pubblico straordinario, bloccando la crescita autopropulsiva del Mezzogiorno, dall'altro ha finito col generare una rete di piccolo e grande clientelismo".
"Per mettere in moto la macchina dello sviluppo bisogna che tutti si rimbocchino le maniche, senza aspettare aiuti che cadono dal cielo. Dobbiamo recuperare la fiducia in noi stessi: abbiamo le potenzialità e le capacità per farlo. A volte ci facciamo prendere da un senso di stanchezza, dal pessimismo o peggio ancora pensiamo che siano gli altri a dover intervenire al posto nostro, forse perchè non ci sentiamo completamente coinvolti in quello che c'è da fare. Invece dobbiamo dire basta all'assistenzialismo e prendere in mano le redini per guidare le nostre imprese e portare avanti i nostri progetti".
Ripeto: ci sono pure dei disgraziati come Tettamanzi, ma Tettamanzi non è la Chiesa, né il Magistero della Chiesa.