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Discussione: Lo Stato in guerra.

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    Predefinito Lo Stato in guerra.

    Lo Stato in guerra
    Note per una lettura della fase imperialista contemporanea

    di Emilio Quadrelli
    “La guerra è sviluppata prima della pace: modo in cui certi rapporti economici come lavoro salariato, macchinismo ecc., sono stati sviluppati dalla guerra e negli eserciti, prima che nell'interno della società borghese. Anche il rapporto tra produttività e rapporti di traffico diviene particolarmente evidente nell'esercito.” (K. Marx, Lineamenti fondamentali della critica dell'economia politica 1857 – 1858, Volume I)

    Forse è ancora presto per dire se il 14 dicembre ha rappresentato un’autentica svolta e le masse sono tornate a essere prepotentemente protagoniste della scena politica. Alcuni indicatori, non solo il non ritiro della “Riforma Gelmini bensì la sua approvazione ma, soprattutto, la decisione con cui Marchionne ha chiuso la “partita Fiat”, porterebbero a dire che i bagliori del 14 dicembre non sono ancora gli incendi di Mosca 1905. Così come, se non è del tutto certo che, la medesima data, possa passare alla storia come il 23 frimaio di Silvio Bonaparte è per lo meno ipotizzabile che le forze della controrivoluzione non sembrano essere state scosse più di tanto dagli avvenimenti di piazza. Resta, ed è un dato politico di grande importanza, che un movimento di massa, non ascrivibile unicamente al mondo dell’Università, ha rotto gli argini della pacificazione sociale. Questo, più che la violenza in sé, è il dato, nuovo e positivo, al contempo che questo movimento spontaneo di massa ha posto, almeno in potenza, all’ordine del giorno. Le esperienze che le masse faranno nei mesi venturi e la capacità delle avanguardie comuniste di agire da partito dentro le insorgenze che si profilano saranno gli unici elementi in grado di raccontare e fare la storia. Non si tratta di assumere una posizione attendista o frenante bensì, più realisticamente, di farsi carico delle responsabilità alle quali, una fase difficile e complessa come l’attuale, rimanda. Ma questo è un compito che, anche nel suo semplice abbozzo, esula dal presente contributo poiché è solo dentro le lotte, nella loro evoluzione e conduzione, che si misura la capacità dell’avanguardia di essere tale. Solo nella prassi il partito dell’insurrezione mostra o meno di essere all’altezza dei tempi. Tutto il resto è cretinismo accademico. Un cretinismo che, oggi, è esattamente speculare al cretinismo parlamentare. Hic Rhodus, hic salta!

    Ciò che invece, da subito, possiamo iniziare a fare è analizzare il tipo di risposta posta in atto dallo Stato nel corso di quella giornata, gli scenari che, un attimo dopo, sono stati prefigurati e cercare di leggerli con una prospettiva a più ampio raggio e non condizionata dall’irrompere delle “contingenze”. Molto genericamente si può parlare di repressione il che rappresenta certamente una verità ma, per l’appunto, si tratta di una spiegazione generica in grado di raccontare poco o nulla delle strategie politiche “concrete” messe in atto oggi dallo stato imperialista. Sotto tale profilo la proposta di “daspizzare” gli studenti è particolarmente indicativa. Ciò che è stato testato sugli Ultra adesso è esteso a un altro corpo sociale ma, così come il problema non erano gli Ultra, con ogni probabilità il problema non sono neppure gli studenti e le masse proletarizzate scese in piazza con questi ma chiunque, in un qualche modo, non si mostri allineato. Quindi atteggiamento repressivo, a tutto tondo, da parte dello stato ma, ed è questo il punto, di fronte a quale tipo di repressione ci stiamo trovando? Di quali scenari, la repressione con la quale abbiamo a che fare (e sempre più avremo), è foriera? Quali sono le indicazioni che i comunisti devono cogliere per saper svolgere al meglio la loro funzione? È facile notare come, immediatamente, la questioni si complichi.

    Definiamo, intanto, dentro quale scenario la repressione si collochi. Questo scenario è la crisi strutturale che attraversa il modo di produzione capitalista e le linee di condotta che lo stato attiva, a tutto campo, per fronteggiarla. L’operazione che, da un punto di vista comunista, occorre tentare non è diversa da quella portata a termine da Lenin dentro la crisi e la guerra che fanno da sfondo al Primo conflitto mondiale: leggere le trasformazioni politiche proprie della fase imperialista nella quale si è immessi e tutti i balzi che questa comporta. Per farlo, pur in maniera molto sintetica, cominciamo con il mettere a confronto il modo in cui gli stati imperialisti hanno affrontato le ricadute del giovedì nero del 1929 e quello messo a regime dopo il settembre – ottobre 2008. Nel primo caso lo stato è intervenuto pesantemente nell’economia attraverso investimenti pubblici al fine di rimettere in moto la macchina produttiva. Al contempo ha iniziato a dare vita a sostanziosi programmi sociali finalizzati a neutralizzare gli effetti più devastanti che la crisi stava riversando sulle masse subalterne. Intervento nell’economia e intervento nella società, in che modo? Gli Stati Uniti e la Germania ne rappresentano l’elemento paradigmatico per eccellenza. In entrambi i Paesi la fuoriuscita,almeno momentanea, dalla crisi avviene attraverso massicci investimenti statuali nella produzione bellica. Gli Stati Uniti gettano le basi per la loro supremazia aero – navale mentre la Germania inizia a sviluppare quell’esercito che metterà a ferro e fuoco l’Europa e non solo. Si preparano le armi e si allevano al meglio quelle masse che, da lì a poco, saranno chiamate a vestire la divisa e a ottimizzare al meglio l’apparato produttivo. A fare argine alla crisi non è altro che la preparazione alla guerra il cui paradigma industriale obbliga a catturare, almeno in parte, anche il consenso delle masse. Gli anni Trenta del secolo scorso vedono, al contempo, svilupparsi gli interventi statali nell’economia e nel sociale al fine di preparare la guerra. La centralità che le condizioni di vita delle masse rappresentano è sotto agli occhi di tutti. La richiesta di un intervento statale, finalizzato a risolvere la loro indigenza, viene sollecitata, in prima persona, dai circoli esclusivi della borghesia imperialista. La nota affermazione del Presidente degli Stati Uniti Frank Delano Roosevelt: Il New Deal ha salvato il capitalismo da se stesso, ne rappresenta qualcosa di più di una battuta di spirito. Tutto ciò non deve stupire. Le risposte che gli stati danno alla crisi sono tutte interne a quella tendenza alla guerra, egemonizzata dal paradigma industriale, a cui quella determinata fase imperialista obbliga. Sullo sfondo di tali politiche è difficile non vedere quanto peso giochi la forma guerra.

    Veniamo al presente. Le risposte statuali all’irrompere della crisi non sono state certo di poco peso. L’indebitamento degli stati ha raggiunto cifre stratosferiche ma con limitati effetti sulla ripresa della produzione industriale e ricadute pressoché nulle sulle condizioni materiali delle classi sociali subalterne le quali, dentro la crisi, precipitano ogni giorno che passa sempre più in basso. La miriade di fondi pubblici è stata utilizzata per ridare fiato all’economia finanziaria, saldare e parare i suoi debiti e i suoi guasti, rimettere in circolazione una massa di denaro attraverso la quale far ripartire le transazioni finanziare il tutto, questo è il punto, mirando a contenere, ridurre e se possibile azzerare la spesa sociale. In poche parole, per le masse, non ci sono né Euro, né, dollari, né altro. Negli Anni Trenta, al contrario, anche andando contro e senza mezze misure a corpose quote di borghesia che, in virtù della loro miopia, si opponevano alla realizzazione dei programmi propri dello stato sociale il cervello della borghesia imperialista non si faceva problema a lottare anche contro la propria classe al fine di porre delle solide basi alla sua politica di potenza. Questo scenario è oggi riproponibile? Assolutamente no anzi, come chiunque può facilmente constatare osservando con un minimo di realismo il mondo che ci circonda, il presente racconta qualcosa di diametralmente opposto. Forse perché viviamo dentro il sogno kantiano della pace perpetua? Evidentemente no ma la guerra, la sua forma, la sua conduzione e i suoi obiettivi si sono radicalmente modificati rispetto a quel paradigma che ha a lungo imperversato lungo gran parte del Novecento. Questo il nodo che occorre sciogliere.

    Nelle epoche passate la messa in forma della guerra presupponeva la costituzione di un blocco statuale il più unito e compatto possibile, assolutamente pacificato e a vari gradi consenziente. Lo Stato di guerra presupponeva una sostanziale condizione di pace interna. La guerra doveva essere sempre al di fuori dei confini politici dello stato. Gli eventuali rovesci militari, con la conseguente occupazione di territori nazionali, non inficiavano la rigida separazione tra interno ed esterno, semmai il contrario. Lo Stato di guerra, anche in ripiegamento e ritirata, doveva ancor più contare sul carattere granitico e monolitico della sua legittimità politica e militare. Le sorti della guerra potevano ridurre lo spazio geografico di uno stato non il suo peso politico. Quando la guerra entrava dentro i confini politici dello stato non poteva che assumere immediatamente i tratti della guerra civile rivoluzionaria. Tutte le politiche sociali degli stati imperialisti avevano come obiettivo scongiurare tale evento. Perdere il controllo delle masse significava non avere più soldati e quindi non riuscire più a condurre la guerra imperialista; non avere più operai e quindi essere deprivati di quella indispensabile produzione finalizzata ad alimentare e sostenere i combattimenti; infine, ma non per ultimo, correre il concreto rischio di essere spodestati dalla classe operaia e dal proletariato a cui la stessa guerra imperialista ha dovuto consegnare le armi e, in qualche modo, le fabbriche. Per le classi dominanti era assolutamente necessario che alla guerra esterna corrispondesse la più solida pace interna. Oggi, al contrario, la forma guerra si dispiega, pur con intensità diverse, sia all’interno che all’esterno. Non vi è più, da un punto di vista statuale, un interno e un esterno ma un unico campo di battaglia dove si giocano gradi e modalità di un medesimo conflitto. Il paradigma contemporaneo assunto dalla forma guerra è quello della guerra nelle città o guerra tra la gente un contesto che non ha alcun metro di paragone col Novecentesco paradigma industriale. Ma tutto ciò cosa significa? Quale tipo di guerra si sta oggi combattendo? L’unico modello che sembra avvicinarsi agli scenari bellici in corso ha molto a che vedere con le guerre coloniali. Ciò che le potenze imperialiste stanno attuando in gran parte del mondo, dall’Iraq, all’Africa, dai Balcani all’Afghanistan ricorda assai da vicini la politica della “porta aperta” attraverso la quale gli imperialismi cercarono di spartirsi la Cina. In queste guerre non si combatte contro un esercito ma contro la popolazione. Non vi sono campi di battaglia ma, il più delle volte, lo scenario bellico è rappresentato dalle città o da alcune sue zone. A combattere per l’imperialismo sono o truppe di volontari o mercenari veri e propri mentre, contro l’imperialismo si mobilitano forze partigiane la cui strategia è riconducibile alla guerra asimmetrica. A cosa mira, l’imperialismo, attraverso queste guerre? Oltre agli obiettivi come dire classici che hanno fatto da sfondo a ogni epopea coloniale oggi queste guerre puntano a porre sotto controllo quote non secondarie di popolazione al fine di metterle al lavoro, in condizioni non distanti dal lavoro servile e coatto, alle dirette dipendenze delle imprese multinazionali e degli stati che queste controllano. Quella che comunemente è chiamata delocalizzazione della produzione non è altro che l’impianto di enormi comparti industriali all’interno di territori dove, il capitalismo, al “patto sociale” preferisce di gran lunga la frusta e le baionette. Un modello che, per le borghesie imperialiste, ha valenza universale e che, una volta sperimentato fuori dai propri confini metropolitani, in questi viene reimportato. Se, come ricorda Marx, è dall’uomo che si ricava la scimmia allora è dove più alto è l’estrazione di plusvalore che occorre partire per comprendere in quale modello politico e sociale siamo precipitati. A tracciare la storia, sempre come ricorda Marx, è sempre il suo lato cattivo. Sono le fabbriche rumene, albanesi, irachene, le enclavi israeliane destinate ad ospitare la forza lavoro arabo palestinese e così via a tracciare le vie dell’attuale fase imperialista e, a partire da ciò, a modellare per intero la formazione economica e sociale dell’attuale ciclo capitalista. Ma se questo è il modello trainante della produzione, e conseguentemente il “cuore politico” della fase imperialista, che cosa ne è della forza – lavoro insidiata nelle aree metropolitane imperialiste? Se non c’è più un “dentro” e un “fuori” perché, in contemporanea, “dentro” e “fuori” convivono fianco a fianco in ogni contesto, è possibile una politica “inclusiva” da parte degli stati imperialisti nei confronti delle proprie masse? Anche il più modesto degli indicatori sembra in grado di dare una risposta negativa. Se, a partire dal 1914 sino al 1989, per le stesse forze imperialiste dare un volto politico e sociale alle masse rappresentava una strettoia obbligata oggi, al contrario, le pratiche in atto sembrano raccontare qualcosa di decisamente rovesciato: la condizione delle masse è sempre più quella della massa senza volto. Anche in questo caso, un breve confronto con quanto accaduto dopo il fatidico giovedì nero, è quanto mai utile. Combattendo le non secondarie resistenze di una parte delle forze borghesi il New Deal, nel 1933, tenne a battesimo il National Industrial Recovery Act il cui punto di svolta dal punto di vista politico e sociale era rappresentato dal paragrafo (A) della sezione 7 dove si sanciva, per legge, il diritto dei lavoratori alla contrattazione collettiva. Un passaggio quanto mai esplicativo. Di fronte all’irrompere della crisi il Paese che si pone come il punto più alto dello sviluppo, e delle contraddizioni, del capitalismo, risponde dando un volto giuridico – formale alle masse proletarie. In questo modo ne riconosce e ne formalizza l’esistenza. Per l’imperialismo è essenziale mettere a regime tutte le condizioni perché il “fronte interno” o “fronte industriale” sia pronto a sostenere la propria politica di potenza. Quelle masse dovranno combattere per lui e non contro di lui. Il modello che si esplicita, quindi, è quello della pace interna in funzione della guerra esterna. Al contrario, oggi, l’imperialismo non sembra avere alcuna necessità di un qualche “fronte interno” anzi all’interno, nei confronti delle masse, a prevalere sono le “politiche di guerra” non certo quelle di pace. È a questa esigenza che si piega l’involucro politico contemporaneo.

    Nel momento in cui, dopo l’89, si è potuto appieno dispiegare quel fenomeno comunemente noto come capitalismo globale il mondo si è fatto veramente uno nel senso che, il rapporto tra capitale e lavoro – salariato, non ha più dovuto essere mediato da un insieme di esigenze politiche e miliari come negli anni precedenti. Molto prosaicamente l’era del capitalismo globale non ha fatto altro che universalizzare in basso, almeno in tendenza, le condizioni delle masse proletarie. Per molti versi, oggi, assistiamo alla definitiva cesura storica con l’epoca di Weimar. Se, in quello svolto storico, la formalizzazione giuridica del lavoro – salariato (nazionale) era al centro degli interessi imperialistici oggi si assiste al suo esatto rovesciamento. Le trasformazioni intervenute nel mondo del lavoro sono in grado di parlare da sole. La nuova era non universalizza i diritti del Welfare State ma la condizione di “massa senza volto” a cui l’imperialismo aveva deputato i subalterni del cosiddetto Terzo mondo. Un processo che gradualmente ma inesorabilmente ha marciato a pieno ritmo.

    Un paio di decenni addietro, quando i migranti cominciavano a fare capolino nei nostri mondi a nessuno poteva venire in mente che quelle figure “povere” e disposte ad accettare un lavoro a qualunque condizione prefigurassero, anche solo alla lontana, lo specchio di un destino possibile per una parte considerevole delle masse salariate europee. Erroneamente considerati “lavoratori marginali” appetibili solo per attività residuali e di poco conto, ben difficilmente facevano immaginare che quella condizione, attraverso un processo a cascata, avrebbe funzionato da apripista per cospicue quote del lavoro subordinato locale. Le stesse retoriche sulle ricadute apportate dall’avvento del capitalismo globale apparivano, nel comune sentire, la semplice omologazione a modelli e “stili di vita” condizionati da mode e gusti sovranazionali. In poche parole la globalizzazione sembrava andare non molto oltre un’eccessiva presenza di hamburger e patatine fritte cotte con lo strutto sulle nostre tavole oltre a qualche cappellino da baseball di troppo. Nella peggiore delle ipotesi il massimo effetto nefasto che ci si potesse aspettare era l’andare incontro a una sorta di “imperialismo culturale”. Prospettive che, a molti, più che criticabili si mostravano appetibili. Sia come sia, oltre all’hamburger e ai cappellini le ricadute che il capitalismo globale ci avrebbe riservato non sembravano essere molte di più. In tutto questo la figura del migrante c’entrava poco o nulla. Anzi, per molti, quella presenza culturalmente così diversa e in fondo, ma in realtà solo in apparenza, pre – globale non faceva altro che rendere più appetibile la globalizzazione. Era su di loro, infatti, che si sarebbero riversati i lavori e le mansioni tipiche di quella che veniva chiamata tarda modernità alludendo con ciò alla residualità del lavoro materiale a fronte di un mondo, secondo retoriche particolarmente in voga in quegli anni, in piena corsa verso la dimensione immateriale del lavoro, che, in qualche modo, continuavano a essere fastidiosamente presenti nei nostri mondi. Mentre le nostre società entravano nell’era del post – lavoro i suoi residui e cascami potevano essere tranquillamente appaltati alle popolazioni che, loro malgrado, continuavano a essere qualche passo indietro al “progresso”. Una visione fiabesca e idilliaca, repentinamente tramontata.

    Abbastanza velocemente il capitalismo globale, senza rinunciare a invadere le mense con prodotti

    al limite della decenza, ha mostrato il suo vero volto, quello del mercato globale. Un mercato che, ancor prima che le merci, deve produrre i produttori e le condizioni in cui questi sono messi al lavoro. Si è così drammaticamente “scoperto” che, il capitalismo globale, per essere tale non può far altro che, in tendenza, trovare di fronte a sé una forza – lavoro indifferenziata, malleabile, flessibile e continuamente sotto ricatto. Una condizione che, se nel lavoratore migrante ha trovato la sua migliore esemplificazione, ha finito con il modellare tempo ed esistenza di una parte considerevole delle popolazioni locali ascrivibili al mondo del lavoro subordinato. Nel grande gioco del capitalismo globale una delle poste in palio decisive, come si è appena ricordato, è la continua produzione di produttori a basso costo posti nella condizione di non nuocere il che, per il management del capitalismo globale, molto prosaicamente significa scongiurare il manifestarsi di qualunque forma di resistenza organizzata da parte dei subordinati. È all’interno di tale obiettivo strategico che, allora, diventa facile comprendere le attuali trasformazioni della forma stato.

    Il problema, per l’attuale forma stato, non è portare le masse dentro la cornice statuale semmai buttarle fuori. In questo passaggio è condensata l’intera eclissi del Welfare State. Forma stato e forma guerra continuano a vivere in unità dialettica ma questa dialettica, adesso, sposta il centro del discorso dallo Stato di guerra, tipico del conflitto interimperialistico novecentesco, allo Stato in guerra e questa guerra non ha più confini perché, in prima istanza, è una guerra che deve essere combattuta contro le masse. In questo senso, allora, si può rimettere in gioco il modello della guerra coloniale come contenitore contemporaneo della forma guerra con una differenza, rispetto al passato, non secondaria perché, oggi, le “colonie”, sono anche, e la banlieue e le sue vicende ne sono forse tra le sue migliori esemplificazioni, entro i territori metropolitani dei Paesi imperialisti. Il fatto che, oggi, una struttura come quella della NATO dedichi gran parte del suo tempo e delle sue risorse a mettere a punto le strategie più idonee per condurre la “guerra tra la gente” racconta esattamente il tipo di scenario politico – militare con cui ci troviamo ad interagire e quale forma stato è legittimo aspettarsi. Certo, queste modeste note non possono pretendere di aver esaurito il lavoro che la scienza comunista, sulla lettura del presente, è obbligata a compiere ma, più modestamente, mettere al centro del dibattito alcuni elementi di analisi in grado di non limitarsi ad osservare l’albero (il fare repressivo dello stato) senza cogliere la foresta (le forme statuali dell’attuale fase imperialista). A partire da queste considerazioni, allora, il dibattito su 14 dicembre e dintorni diventa l’occasione non semplicemente per registrare la repressione di Stato ma per affinare le armi della critica in vista del forma “concreta” assunta dal conflitto di classe nell’attuale fase imperialista.

    CONTROPIANO

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    Predefinito Rif: Lo Stato in guerra.

    Caro vita . Nel 2011 ci saranno rincari per ogni famiglia di oltre 1000 euro

    È in arrivo una stangata di oltre 1.000 euro sulle tasche delle famiglie italiane. Secondo i calcoli di Adusbef e Federconsumatori, tra rincari di alimentari, benzina, tariffe, assicurazioni e servizi bancari, il 2011 sarà «un anno infelice», con un impatto di 1.016 euro annui a famiglia. La voce più consistente che peserà sulle famiglie sarà quella alimentare, con aumenti annui di 267 euro, ovvero del 6%. A seguire i carburanti, per i quali, sulla scia dei previsti incrementi del petrolio (si dà ormai per scontato un rally fino a 100 dollari al barile) la spesa aumenterà di ben 131 euro l'anno. Oltre 120 euro in più saranno spesi per il trasporto ferroviario, comprese le tratte dei pendolari, mentre i prezzi dell'rc auto cresceranno, secondo Adusbef e Federconsumatori, di 105 euro (+10-12%). Aumenti sono previsti anche per le tariffe autostradali (+2%), per quelle del gas (+7-8%) e della luce (+4-5%), per quelle dei rifiuti (+7-8%) e per l'acqua (+5-6%).


    CONTROPIANO

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    Predefinito Rif: Lo Stato in guerra.

    IL COLPO DI STATO NATALIZIO DI MARCHIONNE/PHILIP MORRIS
    Di comidad (del 30/12/2010 @ 01:299, in Commentario 2010, linkato 121 volte)
    Meno male che ci sono rimasti i pacchi bomba, altrimenti il governo non avrebbe più nulla con cui trastullarsi e di cui chiacchierare. Poco prima di natale infatti Sergio Marchionne, "director" di Philip Morris ed anche Amministratore Delegato della FIAT, ha siglato un "accordo", insieme con le organizzazioni sindacali alle sue dipendenze, per attuare una nuova disciplina delle relazioni industriali in Italia, il tutto su base extra-legale, anzi illegale: in pratica un colpo di stato. L'estromissione della FIOM dalla rappresentanza sindacale rappresenta l'effetto più vistoso del cosiddetto accordo, ma le conseguenze più rilevanti riguardano la totale delegittimazione sia del governo come istituzione, sia del ruolo dell'associazionismo imprenditoriale, a cominciare da Confindustria.
    Grazie al precedente di questo "accordo" di Mirafiori, in futuro potrebbe persino considerarsi depenalizzato il racket delle estorsioni sulle piccole/medie imprese, dato che, senza contratto collettivo e senza criteri di rappresentatività sindacale, nulla più impedirà che le organizzazioni criminali possano agire sotto la copertura di sigle sindacali di comodo per ricattare i piccoli/medi imprenditori, i quali saranno così ancora più facile preda delle sirene che gli prospettano l'approdo nel "paradiso" delle delocalizzazioni.
    Nel mondo della piccola/media impresa italiana già la gran parte dei lavoratori si trova praticamente senza garanzie e senza diritti, con imprese che nascono e muoiono in brevi archi di tempo, spesso lasciando i dipendenti con mesi di salario non percepiti. Non si trattava quindi di colpire diritti del lavoro che ormai non esistono più, ma di cancellare il quadro delle relazioni industriali della piccola/media impresa, per attuare più agevolmente le delocalizzazioni, cioè la rapina coloniale del patrimonio di impianti e tecnologie, oltre che di immobili, che la piccola/media impresa italiana detiene.
    Che il business delle delocalizzazioni nell'Europa dell'Est sia gestito proprio dalla cordata guidata dalla multinazionale Philip Morris, di cui Marchionne è "director", costituisce ovviamente una pura coincidenza. Quel propagandista ufficiale degli interessi delle multinazionali che è il senatore del PD Pietro "Inchino", ci aveva spiegato che i lavoratori di Pomigliano dovevano scegliere fra Marchionne e la camorra, ma non ci aveva detto che Marchionne e camorra erano la stessa cosa. Del resto i rapporti stabili ed organici della Philip Morris con le organizzazioni malavitose sono documentati, ed agli atti del Parlamento italiano, nella Relazione della Commissione Antimafia del marzo 2001.
    http://www.publicintegrity.org/inves...March%2001.pdf
    Il "paradiso" delle delocalizzazioni quindi è tale solo per la Philip Morris, dato che per i piccoli/medi imprenditori si tratta di trovarsi completamente legati mani e piedi al carro controllato da questa multinazionale del crimine organizzato.
    Il ministro del Welfare (?) Sacconi si è trovato ovviamente scavalcato e delegittimato dal cosiddetto accordo di Mirafiori, dato che doveva presentare lui un DDL sulla questione. Dopo alcuni giorni di imbarazzato silenzio, Sacconi si è accodato al plauso di Berlusconi all'accordo, aggiungendosi anche lui alla claque entusiastica che accompagna Marchionne nelle sue gesta. Insomma, Sacconi si è adeguato in pieno al punto di vista delle multinazionali.
    Ma Berlusconi è giustificato dal fatto di essere fuori di testa, mentre Sacconi ha dovuto fare sfacciatamente finta di ignorare che il Prodotto Interno Lordo in Italia non lo fa la FIAT, ma le imprese piccole e medie, che ora si trovano polverizzate nei loro rispettivi territori a dover affrontare pericoli ignoti. Chi governa sulle relazioni industriali, governa anche sul PIL, quindi sull'economia e, in definitiva, sul Paese. Il vero governo oggi in Italia è Marchionne, o meglio, la Philip Morris.
    La Philip Morris già dominava su Roma, tramite il "sindaco" Gianni Alemanno, il quale, all'epoca in cui era stato ministro dell'Agricoltura, aveva svolto il ruolo di uomo di fiducia della multinazionale, al punto che la Coldiretti è stata vincolata, per pochi spiccioli, ad una serie di accordi-capestro con la stessa Philip Morris; accordi che sono diventati anche il pretesto per il governo per elargire favori alla multinazionale sul prezzo delle sigarette.
    Alemanno «Coglione»? Aurelio Regina, il grande tessitore di Roma. Il personaggio - Affaritaliani.it
    Dopo l'agricoltura italiana e dopo la Capitale, adesso l'ultimo regalo di natale per Philip Morris è stato il controllo sulla piccola/media impresa italiana. Il solito Pietro "Inchino" ci aveva anche raccontato che le multinazionali non vengono ad "investire" in Italia per colpa dei troppi diritti del lavoro. Invece le multinazionali come la Philip Morris si sono già insediate in Italia da parecchi anni, ovviamente non per "investire" (cosa che non fanno mai da nessuna parte), ma per rapinare.
    Per dimostrare di avere ancora uno scopo nella vita, Sacconi è andato a prendersela con i genitori italiani, colpevoli secondo lui di voler far laureare i figli, invece di fargli imparare un mestiere. Anche Sacconi vorrebbe "liquidare il '68", come la Gelmini; ma in realtà l'Università semi-gratuita e di massa era già stata congedata silenziosamente venti anni fa, quindi questi sono i soliti slogan che dimostrano che l'intero governo ufficiale è diventato solo una sorta di sotto-ministero della Provocazione/Confusione, un'agenzia che ha l'esclusivo compito di produrre fumo mediatico, mentre il governo vero, quello delle multinazionali, pensa ad organizzare il business.
    In silenzio invece è rimasto per lungo tempo il Partito Democratico, che aveva accondisceso al diktat di Marchionne a Pomigliano, a patto che non costituisse un "modello", ed invece l'accordo-Mirafiori ha superato di gran lunga il cosiddetto "modello". Il segretario del PD, Bersani, non è completamente ottenebrato come i Veltroni e i Fassino, e probabilmente si rende conto delle conseguenze che l'accordo di Mirafiori comporterà per le sue dilette piccole/medie imprese, se non altro perché glielo ha in parte spiegato il sociologo Luciano Gallino sulle colonne de "La Repubblica".
    L'America a Torino - Repubblica.it
    Bersani ha paventato un effetto a valanga e la prospettiva di una disarticolazione di tutto il sistema delle relazioni industriali in Italia, ma poi non ha trovato di meglio che invocare la solita "riforma". Una "riforma" per rispondere ad un colpo di Stato? Bah!
    L'aspetto paradossale della vicenda è che oggi la FIOM si trova oggettivamente a svolgere un ruolo nazionale di difesa del sistema industriale italiano nel suo complesso contro la rapina coloniale; e ciò senza che la Confindustria, e neppure la Confapi, se ne dimostrino consapevoli, guidate come sono sempre e soltanto dall'odio di classe contro il lavoro. Sarebbe quindi ingenuo da parte di Cremaschi e della Camusso continuare a fare appello alla dignità, al senso di responsabilità nazionale, al rispetto della legalità da parte delle associazioni imprenditoriali, dato che quelli sono tutti concetti che il padronato non può neanche sapere dove stiano. La destra intende il concetto di "ordine" in senso del tutto pre-legale e addirittura pre-civile: "ordine" solo nel senso che i padroni devono fare i padroni ed i servi devono rimanere servi.

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    Predefinito Rif: Lo Stato in guerra.

    POVERO MARCHIONNE, RIDOTTO A FARE LA VITTIMA DEL TERRORISMO
    Di comidad...... e così anche Marchionne è stato costretto a ricorrere all'espediente vittimistico della minaccia terroristica nella speranza di riguadagnare legittimazione, esattamente come un qualsiasi esponente del ceto politico italiano. Si tratta di un gravissimo segnale di debolezza, che segue intere settimane in cui, mentre l'informazione ufficiale e gli esponenti dei principali partiti osannavano Marchionne, è andato invece crescendo il sostegno verso la FIOM.
    Gli appelli che numerosi intellettuali hanno scritto e firmato in segno di solidarietà alla FIOM, si sono basati su argomenti reali ma insufficienti, come la difesa dei diritti del lavoro e della rappresentatività sindacale, senza che venisse posto in evidenza il contesto, cioè lo strangolamento coloniale a cui l'Italia è attualmente sottoposta da parte del Fondo Monetario Internazionale e delle multinazionali. Ciononostante la mobilitazione degli intellettuali, promossa dalla rivista "Micromega", non può essere considerata con disprezzo o sufficienza, poiché risulta indicativa del potenziale di coinvolgimento sociale che può suscitare un sindacato non appena esca dalle ambiguità e dai cedimenti. Non a caso la CGIL ed il suo segretario Camusso, dopo settimane in cui sembravano sprofondare nelle sabbie mobili del Partito Democratico, hanno dovuto rompere gli indugi e accettare di sostenere lo sciopero generale indetto dalla FIOM per il 28 gennaio.
    Paradossalmente il tramonto del fascino divistico di Marchionne, è stato messo in evidenza proprio dagli ultimi interventi di opinionisti al suo seguito, come quello dell'ex commissario europeo Mario Monti sul "Corriere della Sera". Per esaltare le virtù di riformatore dell'Amministratore Delegato della FIAT, Monti gli ha fatto addirittura l'onore di paragonarlo alla ... Gelmini!
    L'abbraccio di un personaggio come la Gelmini, in termini di immagine, risulta più mortale di una sventagliata di mitra. Durante i giorni del ricatto di Pomigliano, Marchionne si esibì in ridicole imitazioni del ministro Brunetta, lanciando inconsistenti e pretestuose accuse di assenteismo ai lavoratori della FIAT del Meridione d'Italia. Nessuno però nell'informazione ufficiale si sognò allora di osare un accostamento fra Marchionne e Brunetta, sebbene lo stesso Brunetta in quel periodo si desse da fare per rivendicare il copyright di quello stile comunicativo a base di insulti gratuiti. Oggi invece a Marchionne tocca persino di essere appaiato col ministro Gelmini, e questo capita in un articolo apologetico sul "Corriere della Sera". La caduta degli dei!
    Da segnalare il tentativo dell'ex segretario del Partito Democratico, Walter Veltroni, di rilanciare l'asse con Marchionne, un asse che nel giugno ultimo scorso appariva in auge. Il tentativo però si è arenato in un documento, del quale anche i più affezionati supporter di Veltroni hanno dovuto confessare di non aver capito quasi nulla. Le sole due cose comprensibili del documento sono risultate di una puerilità sconcertante. C'è il solito slogan che non bisognerebbe difendere, ma "cambiare", come se il cambiamento fosse un valore in sé. In tal caso anche l'essere ammazzati sarebbe meglio che rimanere vivi, dato che comunque la morte rappresenterebbe un "cambiamento".
    Del resto "cambiare" le regole del mercato del lavoro non ha portato bene: le statistiche ufficiali ci hanno appena rivelato che, a sette anni dalla Legge 30/2003 (la cosiddetta Legge Biagi), la disoccupazione giovanile ha toccato il livello record. Quindi lo slogan "meglio un lavoro precario che nessun lavoro" costituiva l'ennesima falsa alternativa. La precarizzazione non ha aumentato i posti di lavoro, però ha determinato un crollo degli investimenti in innovazione tecnologica e formazione del personale, con il risultato di far regredire tutto il sistema industriale. Nel centrosinistra Veltroni è stato il maggiore difensore della Legge 30, anzi proprio colui che ne ha impedito l'abolizione da parte dell'ultimo governo Prodi. "Cambiamento" è diventato in effetti sinonimo di colonizzazione, perciò Veltroni avrebbe bisogno di cambiare vocabolario.
    Altrettanto puerile è che Veltroni rinfacci alla FIOM il fatto che Marchionne la stia escludendo dalla rappresentanza di fabbrica in base alle stesse norme che la FIOM aveva voluto per tagliare fuori il sindacalismo di base. In realtà questa esigenza di salvare a tutti i costi la rappresentanza di fabbrica sta ossessionando la Camusso, ma non Landini. Il problema non riguarda la rappresentanza a Mirafiori o di riuscire ad arraffare il prelievo della quota sindacale sulle buste-paga, ma la rappresentatività in generale. Non si tratta di tutelare le minoranze, come minimizza D'Alema, ma di tutelare le maggioranze. In base al diktat di Mirafiori nulla più impedirà che un padrone possa firmarsi gli accordi che vuole con il suo sindacato d'azienda, anche se questo sindacato non avesse nessun iscritto, per poi imporre ai lavoratori un sì, con il ricatto del "se no, me ne vado". A questo punto neanche più niente impedirebbe al padrone di imporre l'iscrizione al sindacato aziendale ai lavoratori per poter loro estorcere anche la quota dalla busta-paga; ciò in base al ricatto velato che chi non si iscrivesse diventerebbe automaticamente sospetto di velleità ribellistiche.
    Tra l'altro il sindacalismo di base non si è dimostrato affatto vincolato a puntigli di ripicca e rivalsa sulla FIOM, tanto che la scelta dei COBAS di convocare lo sciopero generale per il 28 gennaio ha contribuito in modo decisivo a smuovere la CGIL dalle sue ambiguità ed a convocare a sua volta lo sciopero generale, ciò a causa del timore di trovarsi scavalcata. Anche nell'impedire che il referendum di Pomigliano divenisse una resa o una disfatta operaia, l'attivismo dei COBAS si è rivelato determinante, quindi oltre venti anni di sindacalismo di base non sono passati invano.(1)
    Il Partito Democratico sta condizionando tutta la sua linea all'esito del referendum di Mirafiori, ma se quello è un referendum, lo sarebbe anche quello del rapinatore che ti intima "o la borsa o la vita". Invece la FIOM ha già stabilito il calendario delle sue iniziative di lotta indipendentemente dal referendum, tanto è vero che lo sciopero generale è già fissato per il 28 gennaio. Una vittoria dei sì al referendum non costituirebbe una sconfitta per la FIOM, mentre sarebbe una disfatta/figuraccia per il PD nella eventualità che vincessero i no. La vittoria dei sì però si qualificherebbe come un mero successo della prepotenza, della quale il PD sarebbe visto come complice. E in questa situazione assurda il vertice del PD ci si è ficcato tutto da solo.
    Veltroni si è arrampicato inutilmente sugli specchi, dato che la improponibilità del "Veltracchionne" è risultata evidente dopo il golpe natalizio di Marchionne, cioè quello pseudo-"accordo" di Mirafiori che metteva tutti davanti al fatto compiuto e disarticolava il sistema delle relazioni industriali in Italia, scavalcando del tutto il ruolo istituzionale di governo e parlamento. Il contratto collettivo ha sempre tutelato poco il lavoro, in compenso ha tutelato le piccole e medie imprese dal pericolo del sindacalismo giallo/malavitoso gestito dalle multinazionali. I sindacati gialli e malavitosi non servono alle multinazionali soltanto per garantirsi la disciplina interna alle proprie fabbriche, ma anche come arma per intimidire e ricattare i piccoli concorrenti. In base ai discorsi di Pietro Ichino (anche lui "vittima del terrorismo" ad honorem), si capisce che è proprio questo il risultato che si sta perseguendo. Ma Ichino ammette esplicitamente che il benessere delle multinazionali costituisce la sua unica preoccupazione. L'Authority dell'Antitrust ovviamente non ha niente da obiettare riguardo alle forme di concorrenza sleale che si potranno verificare in assenza del contratto collettivo; ma non c'è da stupirsene, dato che, ad onta del suo nome, l'Antitrust è stata inventata da Giuliano Amato appunto per favorire le concentrazioni, non certo per contrastarle.
    Il più sollecito a dare man forte alla recita di Marchionne/vittima del terrorismo ad honorem, è stato il segretario della CISL Bonanni, cioè un altro personaggio che ormai regge la sua immagine pubblica soltanto sul vittimismo. In tutti questi mesi di piagnistei anti-FIOM, Bonanni non si è nemmeno scomodato a spiegare cosa ci stia più a fare un sindacato confederale come la CISL se si abolisce il contratto collettivo di lavoro. CISL e UIL avevano presentato come una grande vittoria il contratto collettivo firmato senza la FIOM appena un anno fa con Federmeccanica; ma oggi quel contratto sarebbe già da cestinare, perché a Marchionne non piace. Anzi, persino Federmeccanica non serve più a niente, così la piccola/media impresa allo sbando avrà Marchionne come unico duce e condottiero. Ma allora, se tutto si riduce a obbedire ciecamente a Marchionne, a che serve firmare "accordi"? Perché non sostituirli direttamente con un giuramento di fedeltà al padrone? La messinscena sindacale serve solo per continuare ad estorcere le quote sindacali ai lavoratori?
    Il fatto è che i vertici di CISL e UIL sanno benissimo che, se passa il diktat di Mirafiori, il sindacalismo confederale verrebbe cancellato, quindi stanno già pensando ad una propria sistemazione altrove, e devono essergli state fatte parecchie promesse e rassicurazioni a riguardo. La burocrazia della FIOM invece continua ad affidare la propria sorte personale alla sopravvivenza dell'organizzazione. Se si tratta solo di un calcolo per salvare le proprie carriere sindacali, comunque ciò implica una base di serietà. Può aver contribuito a questa ritrovata serietà il fatto che la liquidazione elettorale di Rifondazione Comunista abbia sortito indirettamente l'effetto di preservare negli ultimi due anni il gruppo dirigente della FIOM dalle infezioni parlamentaristiche. Probabilmente Veltroni non aveva pensato a questo possibile effetto indiretto di radicalizzazione della FIOM, quando nel 2008 ha messo in atto la liquidazione elettorale di RC.
    Le sorti mediatiche di Marchionne sono ora in gran parte legate al sostegno che gli provenga dalle "Forze dell'Ordine" nell'avallare la messinscena della minaccia terroristica. Ma per il momento i segnali non sono incoraggianti per Marchionne, poiché la polizia ha già ridimensionato l'entità della presunta minaccia.
    I commenti immediati dei giornalisti televisivi agli slogan corredati di stella a cinque punte, sono stati impagabili: secondo loro gli inquirenti stavano analizzando chi potesse aver concepito e scritto una frase arguta come "Marchionne fottiti!"; oppure quale gruppo potesse aver sviluppato un' analisi così profonda :"non siamo noi a dover diventare come i lavoratori cinesi, ma i lavoratori cinesi a diventare come noi". Con queste premesse persino gli inquirenti avranno rinunciato a fare l'ennesima figura patetica, magari col rischio di scoprire che non si trattava di una stella a cinque punte delle Brigate Rosse, ma di un pentagono massonico dipinto personalmente dal massone Piero Fassino. Forse gli inquirenti sarebbero stati persino costretti a rivelare al mondo che l'autore di questi improbabili raffronti razzistici con la Cina era nientemeno che Pierluigi Bersani, a cui forse nessuno ha mai detto che gli operai cinesi non sono affatto più remissivi di quelli europei, anzi sono impegnati in dure lotte salariali.(2)
    Bersani sembra ignorare anche che, nel sedicente "mercato globale", la Cina compete facendosi forte di un sistema economico basato sulle partecipazioni statali e sulle banche pubbliche; perciò non si capisce perché gli operai italiani debbano invece rimanere disoccupati se i padroni privati se ne vanno. (3)
    Inoltre non è un buon momento per le relazioni tra il governo e le cosiddette Forze dell'Ordine, poiché i tagli e le privatizzazioni nella pubblica amministrazione stanno colpendo duramente poliziotti, carabinieri e finanzieri. In queste ultime settimane i sindacati di polizia hanno già inscenato tre manifestazioni di piazza contro Berlusconi, il quale si è ormai così sfacciatamente identificato con la causa di Marchionne da rischiare di tirargli addosso il suo discredito.
    Anche il feeling di due anni fa tra le Forze Armate ed il ministro della Difesa La Russa appare un pallido ricordo, poiché si è scoperto che lo stesso La Russa, da bravo figlioccio dell'affarista Salvatore Ligresti, pensa solo a privatizzare. Dopo la pagliacciata dell'esibizione del ministro della Difesa in tuta mimetica, La Russa è stato costretto a rimangiarsi con la coda tra le gambe le sue sfuriate contro lo Stato Maggiore, da lui accusato di aver mentito sulla morte dell'alpino in Afghanistan. Come se non fosse compito istituzionale dei vertici militari il mentire sistematicamente sulle operazioni militari. Sembra ormai che, per uno come La Russa, la propria personale pavidità sia rimasto l'ultimo, disperato, aggancio con la realtà.
    Che un governo di destra si trovasse così isolato e screditato rispetto al contesto sbirresco/militare che avrebbe dovuto essergli consono e familiare, costituisce uno dei dati inediti di questo periodo. Senza l'appoggio delle burocrazie in uniforme, la riedizione di una nuova pseudo-emergenza terroristica risulterebbe molto problematica, perciò Marchionne rischia di ridursi anche lui a lanciarsi da solo in faccia delle statuette della Mole Antonelliana.

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