TINTIN? E' UN FASCISTA
01 marzo 1992 — pagina 29 sezione: CULTURA
Bologna - 1969. Charles De Gaulle confessa ad André Malraux: "Il mio unico rivale a livello internazionale è Tintin". Ventitré anni dopo, la frase assume risvolti meno innocenti della semplice confidenza e suona come una dichiarazione di complicità politica. Perché il processo ideologico che in Francia rischia di coinvolgere la celebre creatura di Hergé investe altri suoi illustri colleghi. Quel che si mette in discussione, cioè, non è tanto la vecchia funzione degli eroi dei fumetti, chiamati a rassicurare sull' esistenza e la supremazia del Bene: bensì la troppo frequente identificazione del Bene con lo Stato. O, peggio, con il Potere. Così, personaggi amatissimi da intere generazioni vengono improvvisamente circondati dal sospetto, giudicati, e a volte condannati, in base a ipotetici schieramenti politici o a striscianti simpatie. Così, in Italia, si è appena smorzata l' eco delle discussioni sorte attorno a Tex Willer, adottato dal quotidiano Il Manifesto come simbolo della propria campagna abbonamenti "nonostante" la sua presunta collocazione a destra. Così, adesso, tocca a Tintin (e, chissà, anche al fedele cagnolino Milou), apertamente tacciato di fascismo e di connivenza con Hitler. A sostenerlo, sia pure con intenzioni lusinghiere, è un personaggio che se ne intende: Léon Degrelle, ottantacinquenne fondatore del partito fascista belga, ex ufficiale SS, condannato a morte in Francia, esiliato da quarant' anni in Spagna e autore di duecento paginette di prossima pubblicazione presso le ultraconservatrici edizioni Ogmios. Titolo, Tintin, mon ami. Capitolo primo, Tintin da Hitler. Tesi: Degrelle e il popolarissimo reporter ideato da Hergé sono la stessa persona. Perché quando Hergé si chiamava ancora Georges Rémi, si sarebbe ispirato proprio a Degrelle, come lui ex scout, come lui in forze, nel 1929, nella redazione del quotidiano cattolico Le Vingtième Siècle. Hergé, a dire il vero, non ha mai ammesso l' identificazione: sosteneva di aver pensato ad un Tintin giornalista semplicemente perché lavorava in un giornale. E nel disegnarlo aveva seguito le indicazioni del suo protettore e capo al Vingtième, l' abate Norbert Wallez, che gli aveva chiesto un giovane eroe "dans l' esprit catholique", e con un piccolo cane come compagno di avventure. La tesi di Degrelle è respinta da molti amici di Hergé: ma c' è anche chi rinviene tracce di antisemitismo in alcune tavole uscite durante l' occupazione tedesca, come L' Etoile mystérieuse, dove gli amici di Tintin provengono tutti dai paesi dell' Asse e i nemici sono smaccatamente americani. E altri ricordano che, a Liberazione avvenuta, Hergé venne arrestato (e rilasciato dopo una notte, perché i suoi accusatori si sentivano ridicoli a tenere in carcere "il papà di Tintin"). Accuse che non colgono affatto di sorpresa Antonio Faeti, docente di storia della letteratura per l' infanzia all' Università di Bologna: "La discussione su Tintin - dice - è tanto datata quanto comprensibile. D' altra parte, non vedo perché fatti rilevanti dell' immaginario collettivo non dovrebbero avere una connotazione politica". Allora ha ragione Degrelle? Tintin è un fumetto fascista, come scrive questa settimana L' evenement du Jeudi? "Tintin è collocato in quella parte della destra francese non precisamente gollista, quanto di tradizioni lealiste, al tempo stesso conservatrice e liberal. Ma è anche capace di qualche graffio sociale in termini satirici: e non è certo un atteggiamento da destra-destra. Ancora, Tintin è un avventuriero, un giramondo: e non si è di destra in senso classico quando si ama l' altrove e si valorizza la differenza". Sarebbe dunque corretto parlare di simpatie letterarie oltre che politiche? Esistono legami con il filone dei narratori-viaggiatori francesi alla Pierre Loti? "Con notevolissime differenze, però: perché in Tintin non c' è neanche un' allusione all' erotismo di Loti. Più che un avventuriero esotico, è un avventuriero borghese. Figlio, cioè, di quella borghesia retta, perbene, coraggiosa e cavalleresca. Che esiste: così come esisteva una destra storica che portava avanti dei valori apprezzabili. Hergé era il portatore di questi valori che potremmo definire di centro-destra: era un uomo virilmente dignitoso, con un forte senso delle radici. E il suo Tintin è soprattutto una creatura francese, esponente di quella ' costante gallica' che arriva fino ad Asterix; ma che tocca anche Proust". E prima? Chi sono i progenitori di Tintin? "Letterariamente, Jules Verne. Ma tra i suoi padri nascosti ci sono il perfido Jules Renard, e Restif de la Bretonne. E il Gavroche dei Miserabili". Dunque Degrelle sbaglia: Hitler è fuori causa. "Non del tutto: Hitler adorava Karl May, il Salgari tedesco, splendido narratore di avventure: e se ne rintracciano consonanze anche in Mein Kampf. Voglio dire che non è mai arbitrario effettuare collegamenti. Si finisce nella filosofia naziskin nel caso contrario: quando, cioè, non si analizza con puntigliosa pesantezza la colorazione politica di un personaggio, anche di un personaggio di fantasia. Se ci si chiedesse sempre, paradossalmente, se Giulietta era ecologista o dove si collocano Paolo e Francesca, si toglierebbe ai reazionari di tutto il mondo una grandissima argomentazione: quella che riguarda l' esistenza di zone non politicizzate. Se le spoliticizziamo, se le annettono subito e senza dover render conto a nessuno. E poi la politica non è anche sogno, immaginario, poesia, come il fumetto?". Lei giustifica, allora, anche la polemica su Tex Willer? "Ma la definisco sgradevole. Nel 1977, quando sulla Città futura i giovani della Fgci si posero lo stesso interrogativo, chiedendosi cioè se Tex fosse di destra o sinistra, arrivarono ad una conclusione corretta: Tex è per lo Stato. Dello Stato, anzi, è una metafora. Il Manifesto sostiene ora che Tex è di sinistra. Io domando: pensate allora che avrebbe fatto sopravvivere Saddam Hussein? Non c' è striscia dove abbia lasciato in vita un assassino. Ed è insensata la contestazione di alcuni miei allievi secondo la quale avrebbe piuttosto dovuto uccidere Bush: per un ranger del Texas, un presidente liberamente eletto è sacro. Tex rappresenta la giustizia inflessibile e bastonatoria: di sinistra, se vogliamo, ma di una sinistra come la immagino io, quella severa, di tradizione giacobina, quella che aveva il diritto come fondamento. Tex è colui che risponde agli appelli di Samarcanda dicendo che la legge c' è. Nel suo caso, insomma, bisogna intendersi sul significato da attribuire alla sinistra oggi". Cosa c' è di strano in questo "oggi"? Perché nel giro di poche settimane si dibatte su Tintin in Francia e su Tex in Italia? E come mai, tanto per fare un altro esempio, la Valentina di Crepax interviene in campagna elettorale a favore del Pri? "Da quando, ventisette anni fa, apparve su Linus, Valentina è sempre stata colei che sapeva fare le mosse giuste al momento giusto: elegante nell' eros, dotata di buon gusto e di un look straordinario, in grado di restare in sella nelle più disparate contingenze. Giorgio La Malfa ha la sua stessa garbata secchezza: come Valentina, rappresenta la via italiana alla ragionevolezza pulita. Per quanto riguarda la generale politicizzazione dei fumetti, credo che bisogna rifarsi alla ingovernabilità e alla preveggenza dell' immaginario collettivo: viviamo un momento di pericolo, dove si cercano personaggi in grado di ridare un orientamento perduto". E come spiega allora che i fumetti dell' ultima generazione intendano essere dichiaratamente apolitici? Matt Groering, il creatore dei Simpson, rifiuta ogni caratterizzazione: "Sono contrario - dice - ad utilizzare i miei personaggi per veicolare le mie opinioni". "Groering usa un lessico diverso da quello della mia generazione. Ma ciò non toglie che i Simpson siano dei neorooseveltiani, che lascino trasparire il bisogno della candidatura di Cuomo, che difendano patria e famiglia come in un film di Frank Capra. Sono politici: che lo vogliano o no". -
di LOREDANA LIPPERINI
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