Conventicole tra comari.
Osservo, incidentalmente, come una certa nostra magistratura possieda una vistosa caratteristica.
Ha il capo glabro.
Nulla di disdicevole, molta umanità mostra, con sapiente disinvoltura, parti del corpo che riflettono una certa lucidità che corrisponde alla luminescenza intellettuale posseduta.
Per essa costituisce un autentico ed appropriato motivo di sfoggio.
Ma quando, come nella specie, ad essere glabro è il contenuto della scatola cranica di certi magistrati, allora immancabilmente rileviamo la similitudine con un’altra parte del corpo che solitamente è nascosta e non si mostra se non quando è allegra perché attraversata da alcuni piccanti e saporiti pensieri.
La sommità di quella parte del corpo, allora, si illumina e sorride ostentando un simpatico inturgidimento, segnale inequivoco che annuncia future soddisfazioni.
Quando invece è nascosta, come nel nostro caso, perché tristemente relegata in posizione marginale dovuta alla mortificante mediocrità causata dalla forzata mollezza della postura nonostante i numerosi tentativi di ergersi vanificati dai fatti, quella certa parte del corpo esibisce, vergognosamente, una obbligata rassegnazione, e sul quella estremità è disegnata una smorfia. L’affettazione di un illimitato sconforto. L’umiliazione prodotta da una deprimente reiterata sconfitta “cui resisti non potest”. Allora non è più il prolifico fluido ad uscire dal pertugio deprivato del gioioso sorriso, ma solo l’inconsistente e velenoso liquido prodotto dalla accertata "inadeguatezza".
La dimostrazione è davanti ai nostri occhi. E’ seduta sullo scranno del pm.
E’ l’ultima accusa della procura di Milano, vetta triste ed incurvata di quella parte glabra afflitta da impotenza coeundi.:giagia::giagia:





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