



E perche' mai dovremmo decidere di adottare una moneta cosi demenziale ?
Penso che anche tu preferisca essere pagato in una moneta con la quale, quello che hai ceduto in cambio, te lo puoi ricomprare con la medesima quantita' anche un giorno o un mese dopo ... una moneta che ti dia quindi la liberta' di decidere QUANDO convertirla in beni... dandoti maggiori possibilita' di decidere con quali beni scambiarla, senza avere l'affanno di possedere qualcosa che, ogni giorno che passa, vale meno.
Nella storia umana sono state adottate vari tipi di monete piu' o meno deperibili (semi di tulipano, caffe', chicchi di cacao, etc) tuttavia non e' un caso che alla fine si sia affermata quella che in assoluto e' la meno deperibile di tutte, l'oro.
Ultima modifica di ciddo; 19-01-11 alle 16:57


Ultima modifica di silence; 19-01-11 alle 17:46


Se qualcuno riesce ad emetterla e a farsela accettare, buon per lui.
Personalmente, se i miei clienti mi proponessero di pagare la mia merce in ticket restaurant gli direi di andare a remengo.
Dimmi, se domani il tuo datore di lavoro ti pagasse il salario in biglietti che dopo tra mesi valgono la meta', tu lo preferiresti rispetto ad una moneta che tiene il suo valore ?
Rispondimi sinceramente ?


Magari un giorno sui negozi venisse appeso il cartello "nessuna valuta cartacea, si accetta solo oro o beni durevoli".
Ultima modifica di Cesare; 19-01-11 alle 18:28
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Ovviamente alle tue condizioni non accetterei mai, preferirei fare la fame e andare a rovistare nella spazzatura per mangiare. Ma cambiamo esempio. Se tu fossi proprietario di un ristorante e i ticket restaurant ti dessero la possibilità di acquistare merci utili alla tua attività, i ticket non li acceteresti?
Io sono il fornitore del ristorante e tu il ristoratore, io che sono il fornitore devo venire a mangiare da te e tu che sei il ristoratore devi comprare da me. non ci conviene creare una moneta alternativa a deflazione per trarne vantaggi reciproci e aumentare gli scambi?
Ultima modifica di silence; 19-01-11 alle 23:35


La filosofia basale della fiscalità monetaria è intimamente legata alla socializzazione, in quanto se la socializzazione ha come base fondante il rifiuto del concetto di lavoro come merce, esso non deve nemmeno essere fiscalizzato come tale con aliquote basate sul reddito prodotto dal proprio lavoro. In tal senso è sempre stata prassi comune per gli stati finanziare parzialmente la spesa pubblica tramite creazione di moneta; tuttavia come abbiamo già visto ciò ha il difetto di avviare inflazione, per cui tale pratica è sempre stata deprecata e quindi utilizzata solo in casi estremi. Tuttavia alcuni economisti capirono che per eliminare il lato negativo del “monetarismo” bastava fare in modo che le monete coniate perdessero esse valore nel tempo, come una “moneta di ghiaccio”, che si scioglie in mano; in questo modo, grazie a questa svalutazione progressiva (“inflazione inversa”), i prezzi delle merci si sarebbero ovviamente mantenuti stabili, ceteris paribus. Anzi, adeguandone appositamente il decremento si sarebbe potuto venire perfino ad eliminare la normale inflazione! In tal modo sarebbe stato possibile addirittura eliminare del tutto il prelievo fiscale e sostituirlo completamente con l’emissione di “moneta di ghiaccio”. La sua teorizzazione si deve in maggior parte all’anarchico Silvio Gesell, i cui studi furono ripresi e sviluppati dal poeta Ezra Pound. Essa rappresenta in pratica la realizzazione artificiale dell’equilibrio perfetto del keynesiano “Modello IS-LM”. La teoria delle due unità monetarie è basata invece sull’applicazione pratica che se ne ha attualmente a Cuba, dove grazie ad essa la sua moneta di riferimento, il “peso convertibile”, per valore è la seconda di tutto il continente americano (dopo il dollaro Usa), nonostante la rovinosa economia di quel paese. Nonostante si tenda a tenerlo celato, perfino Keynes era un entusiasta sostenitore delle teorie di Gesell sulla fiscalità monetaria, che considerava impraticabili solo per motivi logistici. Silvio Gesell progettò che per il decremento ogni banconota avrebbe dovuto essere rivalutata con l’apposizione cadenzata di marche da bollo, determinando la differenza di quotazione a seconda del tempo mancante alla scadenza dell’ultimo bollo. Oggi invece sarebbe possibile utilizzare una moneta elettronica dotata di display numerico decrementante.
Basandosi sulla “legge di Say”, è in pratica una “supply-side economics” compensata. Dalla compensazione ne deriva che la domanda aggregata rimane invariata, a differenza di quanto avverrebbe senza compensazione. La base filosofica difatti è fondata su di un concetto semplice, ovvero che è la produzione a fare il denaro, e quindi il denaro circolante ed il suo valore rimangono indissolubilmente legati alla produzione. Quindi a qualunque legislazione fiscale si voglia sottoporre il sistema economico, comunque sempre sottostarà a tale regola e ci si adatterà. Ragion per cui poter proporre soluzioni fiscali basate sulla semplificazione ed equità. La “fiscalità monetaria” in particolare si propone la sua attuazione in un sistema in cui le divergenze economiche siano notevolmente appianate rispetto ora. Per questa ragione è presa in considerazione solo dagli economisti distributisti, e quindi anche dal fascismo dietro insistenza di Ezra Pound. Difatti eliminare le imposte dirette progressive in un sistema fortemente diseguale com’è quello liberista potrebbe comportare un livellamento che favorirebbe chi percepisce i redditi più alti (ma non interamente, come abbiamo dimostrato nel capitolo “le nuove regole fiscali” riguardo l’imposta georgista). Questo sistema di imposizione fiscale si adatta perfettamente al sistema economico distributista, e lo completa.
Il disavanzo dei conti statali lasciato dai contributi delle corporazioni verrebbe colmato col decremento della moneta, facendo si che decremento e disavanzo corrispondano costantemente, col tasso fissato sul PIL diviso per la velocità di circolazione della moneta (in modo che la quantità circolante rimanga invariata a parità di PIL). Come nell’esempio pratico della società del pane dove il pane subisce un calo ponderale, riportato globalmente al suo equilibrio dal suddito che possiede un pane quotidiano in surplus. In tal caso il pane rappresenta simbolicamente la moneta, quindi il possessore di due pani è lo Stato che crea moneta. Ed in questo modo può ottenere un servizio. Quindi il tasso di decremento del “pane” dovrebbe essere basato sulla domanda globale di “pane” anziché l’opposto, ovvero non sul calcolo matematico del volume circolante ma sulla sua domanda, come deduciamo dalle analisi di Keynes sulla “teoria quantitativa della moneta”. Il conseguente surplus di moneta si annulla in quanto il mancato peso fiscale sugli scambi compensa la ipotetica e artificiale maggiorazione dei prezzi fino ad arrivare ad una stasi monetaria perpetua (variabile solo a causa di fluttuazioni del PIL). Ciò renderebbe più equa la distribuzione del patrimonio, anche in quanto scomparirebbe il concetto stesso di elusione/evasione fiscale sui redditi, ed il peso della spesa pubblica sarebbe automaticamente ripartito sulla base degli scambi monetari e cioè sui consumi personali. Questo sistema sostituisce la tassazione diretta progressiva ad aliquote su scaglioni di reddito e la scarica sulle spese effettive, ragion per cui chi più consuma più sentirà il peso fiscale, mentre chi risparmia lo sentirà meno, a prescindere da quanto guadagni o possegga. Colpisce quindi l’edonismo consumista ma rispetta una reale meritocrazia produttiva, e soprattutto elimina il disincentivo all’aumento di produttività causato dal rendimento decrescente tipico della fiscalità reddituale a scaglioni e delle accise. Si tenga presente però che i prezzi rimarrebbero generalmente gli stessi, perché il valore aggiunto dalla fiscalità monetaria si sostituirebbe automaticamente a quello oggi aggiunto dalle attuali imposte. Però questa cifra non sarebbe più fissata secondo parametri pianificati (suscettibili di iniquità), ma verrebbe ad essere spontaneamente ripartita su quella perfetta per ogni prodotto, e quantificata sulla spesa pubblica esatta. Inoltre questo sistema andrebbe ad incidere su ambiti economici oggi impossibili da colpire, quali le attività abusive ed illegali, in particolar modo, soprattutto in quanto queste sono costrette a basarsi sul denaro contante per i loro scambi.
Ciò involontariamente realizzerebbe lo slogan marxista “da ognuno secondo le sue capacità, ad ognuno secondo i suoi bisogni”. Potrebbe persino venir meno la necessità dell’apparato burocratico statale finalizzato alla riscossione e gestione delle tasse.
Utile alla comprensione è l’analisi di un episodio di qualche anno fa quando i radicali distribuirono nelle piazze i soldi ricevuti dallo Stato col finanziamento pubblico dei partiti. Quell’azione poteva sortire solo mera funzione propagandistica in quanto per effettuare la restituzione ai cittadini sarebbe bastato semplicemente distruggere quei soldi: ne sarebbe risultata la redistribuzione perfettamente equa tra tutti i 57.000.000 di italiani. Invece di cedere 10.000 lire solo a chiunque si mettesse in fila a chiederli. In alcune nazioni è considerato un reato distruggere soldi, ma non per il valore che rappresentano (che non viene certo distrutto), bensì per il costo di produzione (stampa) del mezzo; anche se, dato il valore simbolico maggiore, la loro distruzione va a vantaggio di ciascuna persona (ma non dell’economia nazionale, che ne ha un danno nell’importo del costo di stampa di quell’esemplare) nell’importo della somma distrutta diviso per il numero di abitanti. Solo il distruttore ne ha una perdita nella cifra distrutta meno la sua percentuale suddivisa ma più la percentuale del costo di stampa. Anche la polemica di Beppe Grillo sul fatto che “la banca d’Italia ci presta i nostri soldi” è fuorviata: la banca d’Italia ci presta il mezzo fisico “moneta”, non il valore che essa veicola (il quale appartiene sempre al portatore). Sulla base di queste due considerazioni si può capire la filosofia della fiscalità monetaria. Anche i fondamenti monetari dello NSDAP vergati dall’economista Gottfried Feder ricalcavano quelli distributisti. Ne “Il manifesto contro l’interesse del denaro” Feder scrive: “la soppressione del pagamento di interessi non è una bancarotta statale dissimulata. Il fantasma della bancarotta statale è, in effetti, un orco di racconti infantili inventato dalle potenze usuraie” (difatti lo Stato non può fare bancarotta, dato il suo potere esattivo). Secondo Joaquin Bochaca fu proprio il prestito agevolato a imprese solvibili il motore del colossale balzo effettuato dall’economia tedesca tra il 1933 il 1939, e non la grande capacità di lavoro dei popolo tedesco, come si è preteso. Fa notare che l’incontestabile capacità nel lavoro non la inventò il regime nazionalsocialista, però la sua decisione di strappare all’arbitrio delle banche il potere di creare, o sopprimere, occupazione, fu indubbiamente il provvedimento che consenti l’esprimersi di tale capacità. Oggi sappiamo che in realtà questa possibilità fu favorita anche dal sostegno della finanza internazionale, ma ciò non toglie lustro al sistema adottato per organizzarlo. La Germania del 1933-1939 era uno degli stati in cui la pressione fiscale risultava minima: “l’obiettivo finale del nostro Stato - affermava Gottfried Feder - è la realizzazione di uno Stato privo di imposte”. Feder citava come esempio lo Stato bavarese, le cui finanze non prevedevano tra le entrate, come voce principale, quella delle tasse. Quanto la Baviera ricavava indirettamente, bastava a coprire le spese pubbliche.
Una proposta di legge che punta ad introdurre la fiscalità monetaria è quella che da anni avanza l’onorevole Teodoro Buontempo di Alleanza Nazionale che prevede in aggiunta una distribuzione di un “reddito di cittadinanza” a tutti i cittadini. Questa è una teoria estrema che prevede non solo di abolire ogni imposta, ma addirittura di fornire ad ogni cittadino da parte dello Stato una certa rendita mensile proprio tramite le somme decrementate dal denaro “di ghiaccio”. Tale teoria è sostenuta dall’economista Domenico De Simone, nel suo libro dal titolo emblematico “Un milione al mese a tutti, subito!”; tuttavia è da notare come ciò sarebbe di disincentivo al lavoro, e quindi contrario alla base stessa della teoria della “fiscalità monetaria”, la legge di Say.
La fiscalità monetaria si basa sull’emissione di denaro sottoposto ad un inflazione inversa, ovvero che decrementi col passare del tempo il valore in essa contenuto, operazione nota come “demurrage”. Questa valuta affiancherà quella normale cartacea e metallica. Il loro valore non sarà ancorato, ma potrà fluttuare come fossero due valute diverse, perché le cifre dei conti correnti saranno espresse in moneta decrementante. La differenza sarebbe fissata in modo variabile dalle banche in un listino di cambio come quello con le monete estere. Ovviamente il tasso stabilito dovrà essere uguale sia per la vendita che per l’acquisto di una determinata delle due valute, ma ogni banca potrà esigere una “commissione” come quelle delle odierne agenzie di cambio. Ognuno potrà scegliere quale utilizzare di volta in volta a seconda della convenienza che vi vedrà. A rigor di logica, per la legge della domanda ed offerta nota come “legge di Gresham”, i valori cartacei stabili avrebbero un valore superiore rispetto alla moneta decrementante, a vantaggio dell’utilizzo di quest’ultima (minore è il costo di una moneta, maggiore è la sua domanda e diffusione, “legge di Gresham”). All’atto del prelievo ogni persona potrà decidere se richiedere moneta decrementante oppure moneta normale. Sicuramente tenderà a chiedere quella decrementante, perché ad esempio, per 100 euro tolti dal conto corrente verrà consegnata una moneta decrementante del valore di 100 euro, ma se richiesta una moneta stabile sarà consegnata una cifra inferiore (es. 98 euro) a seconda del cambio vigente (il quale fluttuerebbe liberamente a seconda delle richieste del mercato monetario). Teoricamente nei negozi si dovrebbe rendere obbligatorio il prezzo unico, per evitare confusione e frodi, in modo che non si facciano prezzi diversificati a seconda della moneta con cui si viene pagati. Ma dato che i commercianti saranno dotati di slot di scaricamento della moneta elettronica, non avranno di per se stessi comunque alcun’interesse a praticare prezzi differenti. Di conseguenza i prezzi verrebbero spontaneamente ad adeguarsi sulla moneta decrementante (perché più diffusa e legata ai conti correnti). Ovviamente i prezzi verrebbero lasciati al mercato secondo le normali regole della libera concorrenza. Le loro eventuali variazioni sarebbero legate esclusivamente a tale legge economica ed alla variazione marginale spontanea del valore di ciascun bene e del PIL (“effetto reddito”), non più all’incremento costante ed aggregato dovuto al diminuire del valore della moneta (inflazione). Questo decremento comporterà l’aggiunta di un carico sui beni, che controbilancerà il mancato peso fiscale riportando i prezzi in equilibrio sui livelli attuali. In considerazione di ciò, il cittadino sarebbe spinto ad utilizzare per gli scambi quotidiani la moneta decrementante, mentre invece chiederà moneta normale solo come eventuale riserva liquida da accantonare. Ovviamente sarà anche portato a limitare la detenzione di questa quantità di moneta normale accantonata, in quanto essa, pur non decrementando, così come oggi non riceve l’interesse che riceverebbe se depositata in un conto bancario. Per tale motivo probabilmente tale quantità corrisponderebbe agli spiccioli (i centesimi e la moneta da uno e due euro difatti non saranno disponibili in versione decrementante) necessari in quanto i decrementi saranno centesimali (ma di 5 alla volta, in modo da poter eliminare le monete da 1 e 2 centesimi), e, dato il valore ridotto degli spiccioli, sarebbe irrilevante (e quindi ignorata) la differenza di cambio fluttuante.
Il poligrafico dello Stato fornirebbe alle banche le tessere elettroniche dotate di display, da distribuire come moneta. Tali tessere rimarrebbero vuote (con valore base di 2 euro) fino all’emissione al cittadino. Nell’emissione, la tessera vuota verrebbe inserita all’interno di appositi slot tarati in dotazione alle banche e caricata col valore richiesto, e questa cifra verrebbe prelevata dal conto corrente del cliente e versata nel conto corrente dello Stato (ogni banca avrà un conto intestato allo Stato). Una volta estratte dagli slot per essere consegnate al cliente (anche mediante sportello bancomat) con la cifra caricata esse avvierebbero un conto alla rovescia che decrementi il loro valore (es. di 5 centesimi ogni 8 ore) visualizzabile sul display. Se restituite alla banca e reinserite nello slot il valore si azzererebbe (ai 2 euro base) e la cifra rimasta (più i 2 euro) verrebbe prelevata dal conto corrente statale e versata nel conto del cliente. La tessera azzerata diverrebbe nuovamente disponibile per un altra operazione. Sarebbe possibile creare qualunque valore di partenza, non necessariamente corrispondente a quelli attuali di cartamoneta, ma al massimo di 100 euro per ogni scheda (per semplicità). Una volta raggiunto il valore di 2 euro il decremento cesserà e tale valore resterà immutato (la tessera potrà continuare a circolare con tale valore oppure ceduta alla banca ricevendo i due euro nel conto corrente). Scaricabili fino a 2 euro, sempre che il costo di produzione non sia più alto, al che la cifra minima di raggiungimento va alzata – perché sennò raggiunti i 2 euro il poligrafico potrebbe venderle alle banche come nuove.
Per ogni esemplare prodotto (tramite macchinari tarati la cui produttività sarebbe pubblicata on line in tempo reale) il poligrafico verserà nel conto corrente dello Stato la cifra esatta equivalente (2 euro per 2 euro). Questo sia per le tessere decrementanti, sia per le banconote e le monete, sia per gli assegni, sia per gli altri valori bollati (cosicché il cosiddetto “signoraggio” andrebbe totalmente allo Stato). Mentre per 100 euro “non decrementanti” stampati il poligrafico dovrà cedere allo Stato 101 euro, per 50 euro 50,5, per 10 euro 10,1 ecc. Le banche una volta ricevutigli verseranno nel conto corrente del poligrafico la cifra equivalente ma stavolta secondo il tasso di cambio vigente, ovvero se in quel momento le banche cambiano 105 euro normali con 100 euro decrementanti, per un biglietto da 100 euro normali dovranno versare nel conto del poligrafico 105 euro (la cui cifra in esubero meno l’euro in più ceduto allo Stato sarà il suo utile), essendo i conti correnti espressi in moneta decrementante. Quindi per valori cartacei e monetari la banca in pratica pagherà al poligrafico una determinata cifra percentuale per ciascuno, ed anche tenendo conto che sugli spiccioli il bilancio di fabbricazione sarebbe in perdita, verrebbe equilibrato dai grossi tagli, venendo tutte assieme a formare il bilancio globale del poligrafico, comunque certamente in utile. Per ogni nuova tessera vuota acquistata le banche verseranno al poligrafico il suo valore nominale base, cioè 2 euro, più la relativa differenza sul tasso di cambio variabile (che nel caso degli scambi tra poligrafico e banche sarebbe sì tenuto in conto viste le maggiori grandezze in gioco). Questo sarà per le banche il costo delle tessere vuote, ma visto che possono essere portate a 100 euro e ricaricate all’infinito, la banca preferirà chiedere (e quindi cedere ai clienti) queste, dovendo pagare per esse 2 euro più il tasso di cambio una volta sola ma potendole ricaricare come fossero ogni volta un esemplare nuovo, potendo evitare quindi di pagare più volte la differenza di tasso di cambio al poligrafico. Sebbene sarebbe interessata a mantenere il valore delle due monete il più vicino possibile per poter acquistare più facilmente dal poligrafico, avrà viceversa un interesse ancora maggiore a far divaricare il più possibile il valore, per il mercato coi clienti, certamente più rilevante che i limitati scambi col poligrafico. Interesse in comune col poligrafico, che pur essendo forse in perdita nella creazione di tessere nuove, ne ha tutto l’interesse a diffonderne il più possibile facendo ricadere i costi della fabbricazione sui ricavi indiretti che esse provocano. Vista l’origine del suo introito, questi ricavi indiretti sarebbero basati sul maggior valore della moneta normale rispetto a quella decrementante, e quindi su un maggiore volume di differenza di tasso che le banche dovranno pagare ad esso. Essendo i valori cartacei l’unica forma di accumulazione le banche preferiranno accumulare come riserva valori ottenuti tra quelli già disponibili sul mercato piuttosto che farne produrre altri, facendo quindi lievitare ulteriormente il valore di questi a causa dell’aumento di domanda. Solo quando il valore supererà il prezzo proposto dal poligrafico la banca ne chiederà ad esso, e quindi questi valori si bilanceranno costantemente fissandosi sul rapporto tra questi due parametri, razionalizzando l’emissione e determinando i tassi su questi fattori. Questo farà si che la massa monetaria circolante sarà sempre automaticamente quella ideale, ed essendo eliminata assieme all’inflazione la necessità di stampaggio continuo di valori, la stampa di nuovi esemplari sarebbe unicamente legata all’aumento del PIL, secondo la “teoria quantitativa della moneta”. Quindi i guadagni del poligrafico sarebbero intimamente legati proprio e solamente all’aumento del PIL. La sostituzione delle banconote usurate sarà a carico del poligrafico.
E’ poco probabile che come mezzo di accumulo le banche acquisiscano moneta estera, perché, seppur meno costosa, essa subirebbe una svalutazione costante nei confronti della moneta della nazione socializzata, non sottoposta ad inflazione. Conseguentemente, la moneta normale avrà un maggior valore sui mercati esteri (come è oggi per il Peso cubano convertibile). La moneta costante difatti viene mantenuta anche per evitare che venga usata al suo posto moneta straniera per gli scambi. Solamente le banche saranno autorizzate a cambiare valute estere. I turisti stranieri potranno anch’essi utilizzare una qualunque delle due valute italiane a loro scelta. All’estero la moneta decrementante ovviamente non verrà accettata, in quanto non dotati di slot per lo scaricamento.
Come già detto in precedenza, l’oro perderà di importanza come bene duraturo e investimento, sia grazie all’eliminazione dell’inflazione, sia grazie alla maggior fiducia sulla solvibilità dei crediti bancari. La convertibilità sarà lasciata al libero mercato. Di conseguenza il prezzo dell’oro subirà nell’immediato un prevedibile calo sul mercato italiano, a beneficio della sua vendita all’estero e degli utilizzi pratici di questo metallo rispetto alla sua immobilizzazione come riserva. Al che ritornerebbe lentamente a crescere fino al suo valore iniziale, come ci confermano i risvolti della vendita della metà delle riserve auree inglesi tra il 1999 ed il 2002.
I pagamenti diretti con bancomat, carte di credito, assegni, sarebbero indipendenti da tali meccanismi, ma le attività commerciali autorizzate ad accettarli saranno sottoposte ad una determinata imposizione fissa annua (5.000 bancomat, 10.000 carte di credito), in modo che sia possibile ai commercianti stabilire se chiedere una percentuale in più per le transazioni con questi mezzi, oppure stabilizzare tutti i prezzi su livelli più alti nei negozi dove il pagamento con questi mezzi sia preponderante.
Le cambiali non saranno riconosciute legalmente, in quanto rappresentano una scorciatoia nella creazione di valore inesistente (prendere moneta “dal futuro”) ed immesso nel circolo con risultato inflattivo. Gli assegni (che invece trasferiscono denaro già esistente) saranno equivalenti ad una carta bollata, stampati solo dal poligrafico dello Stato e distribuiti alle banche, avranno un costo fisso (20 euro l’uno), ognuno potrà veicolare una cifra massima (quattro caselle, 9.999 euro) e chiunque potrà accettarli e cambiarli; quelli per cifre più alte (cinque caselle) avranno il costo di 100 euro. In caso di assegni a vuoto sarà la banca a doverli coprire pagando la cifra veicolata (eccetto quando falsi), ma potrà rivalersi sul responsabile. Per i “buoni pasto”, che sono via via divenuti una scorciatoia per creare una moneta parallela, vedi il capitolo “alimentazione”.
Il rapporto tra schema di decremento, quantità domandata, e tasso di cambio sarà probabilmente equivalente ad un algoritmo (basato sull’“equazione dello scambio”) che provocherà spontaneamente la stabilizzazione dei prezzi, facendo modo che i conti statali siano sempre il più vicino al pareggio determinando così le somme disponibili alla spesa pubblica (solo per quanto riguarda quelle da fiscalità monetaria, non dalle altre imposte, suppletive).
Esempio di schema di decremento (variabile, su calcolo di potenze di due, in modo che avere in tasca una scheda da 100 euro o due da 50 sia uguale; per semplificare ciò il massimo creabile sarà 100 euro):
da 100 a 75 euro: 5 centesimi ogni 2 ore
da 75 a 50 euro: 5 centesimi ogni 3 ore
da 50 a 37,5 euro: 5 centesimi ogni 4 ore
da 37,5 a 25 euro: 5 centesimi ogni 6 ore
da 25 a 12,5 euro: 5 centesimi ogni 8 ore
da 12,5 a 6,25 euro: 5 centesimi ogni 16 ore
da 6,25 a 3,15 euro: 5 centesimi ogni 32 ore
da 3,15 a 2 euro: 5 centesimi ogni 64 ore
Questo schema di decremento è solo esemplificativo in quanto, come detto, il tasso di decremento dovrebbe essere adattato al fine che costantemente il saldo del disavanzo rimanga in pareggio ovvero che nei conti statali uscite (pagamento dei creditori + rimesse alle regioni) ed entrate (imposte + signoraggio + decremento monetario) si compensino, in positivo ma costantemente il più vicino a zero. Questo si attua indirettamente in quanto l’adattamento dello schema di decremento dovrà essere impostato sul tasso di cambio comunque affidato al mercato e quindi sarà costantemente fissato spontaneamente dal PIL e dalle derivanti variazioni di domanda di moneta . Significa che una volta stabilita l’entità ideale del decremento, esso rimarrà fisso, e le variazioni di necessità di entrate statali non saranno attuate variando il tasso di decremento (come si potrebbe ingenuamente credere), ma le variazioni di spesa pubblica stesse determineranno automaticamente la quantità di moneta domandata, e con essa la quantità di decremento aggregato. Ma questo solo come conseguenza indiretta dell’adeguamento effettivo del tasso di decremento sul livello generale dei prezzi, non sul disavanzo pubblico in sé. Analizzando la teoria della “neutralità della moneta”, qualunque tasso di decremento si porrà, la differenza si scaricherà sui prezzi, ed essi si adegueranno al tasso di decremento influenzando la richiesta di moneta, che di conseguenza rimarrà costantemente al volume circolante ideale; quindi i prezzi stessi si adegueranno all’assenza delle attuali imposte che vi pesano, assestandoli sullo stesso livello generale dei prezzi ma suddiviso per il valore aggiunto esatto per ogni bene. E’ quindi questo auto-adeguamento dei prezzi, che si scarica sulla variazione di quantità di moneta domandata, che porterà questa quantità a dare alla fine la cifra decrementata complessivamente corrispondente in maniera esatta alle spese dello Stato (o meglio, colmando il disavanzo esatto del suo bilancio lasciato dalle imposte fisse). In pratica il parametro sul quale si dovrà calcolare il tasso di decremento non è la somma richiesta dalle spese dello Stato (che saranno esse ad essere determinate dalle somme disponibili, e non viceversa), ma la determinazione della velocità di decremento che risulti mantenere i prezzi ad un livello costante, grossomodo quello attuale; ovvero che la domanda di moneta rimanga costante, in assenza di variazioni del PIL. Perché se il volume circolante diminuisce a causa del decremento anche i prezzi diminuirebbero di pari misura, ma contemporaneamente verrebbe creata (perché domandata dal mercato) la quantità di moneta “scomparsa”, ed i prezzi tornano (o meglio, restano) uguali. Però lo Stato incamera la cifra “creata” col decremento, e spendendola la rimette in circolo aumentando di pari misura il volume circolante, ed i prezzi aumentano di pari misura. Il PIL nominale aumenta anch’esso di pari misura; ma mancando la cifra oggi sottratta con le tasse (sostituite proprio dal decremento) esso è già inferiore di tale cifra, ed entrambe si compensano riportando il PIL ed i prezzi ai livelli odierni , ceteris paribus (considerando il moltiplicatore). Assieme alle rimesse corporative si adeguerà alla media delle spese statali, in modo che agli aumenti di queste nel breve periodo corrisponda solo una diminuzione della distribuzione alle regioni, e viceversa; solo questo stabilizzerà le variazioni (spese eccezionali o diminuzione del PIL) che superino quelle spontanee di lungo periodo date dal mercato. In questo modo sarà il mercato monetario ad assestare costantemente la cifra perfetta disponibile alle normali spese pubbliche qualunque sia il tasso di decremento, e non le spese pubbliche a determinare la quantità di entrate da esigere, ma compensandosi con le quote personali di iscrizione alle corporazioni (come tassa supplettiva). Il saldo di bilancio sarà quindi quello corretto a seconda del ciclo economico, e le spese impreviste si ripercuoteranno solo sulla redistribuzione verso il basso (che alla base ricadrà sulla quantificazione dell’imposta personale, attenuabile eventualmente mediante l’aumento delle entrate indirette dei difensori civici). In nessun caso quindi lo Stato avrà bisogno di far ricorso ad esempio a crediti; il concetto stesso di “debito pubblico” scomparirà, ma non monetizzandolo.
In parole povere, sia che si metta un decremento annuo (ovvero 0,0114 euro di media all’ora per una moneta di partenza di 100 euro, corrispondente ad un inflazione teorica del 100%), sia che si metta un decremento semestrale (ovvero 0,0228 euro di media all’ora per una moneta di partenza di 100 euro, corrispondente ad un inflazione annua teorica del 200%), in conseguenza dell’“effetto reddito” sarebbero i prezzi a reagire variando (più bassi col decremento annuo, più alti col decremento semestrale), restando immutata in tutti i casi l’entrata statale reale sulla quantità esatta di spesa pubblica (ovvero di moneta immessa in circolo dallo Stato come sua spesa). Le percentuali di inflazione equivalente esposte sono meramente teoriche, in quanto la moneta non circola solo in un ambiente ristretto e l’incremento equivalente potrebbe incidere sui prezzi solo di un livello del 5/10%, dato che M1 in Italia è oggi poco più di 100 miliardi di euro, un raddoppio
cambierebbe poco (quello che incide è M3, la moneta elettronica e la riserva frazionaria, che decuplica il circolante, oltre 1400 miliardi); si tenga però presente che a seguito delle modifiche fin qui esposte sul sistema finanziario, la M3 sarebbe ridimensionata a favore di M1, quindi l’incidenza esposta potrebbe arrivare al 20-25% (oggi l’incisione fiscale arriva grossomodo al 50%). Da tutto questo se ne ricava che l’unico parametro su cui si debba calcolare il tasso di decremento è quello che risulti mantenere i prezzi nominali grossomodo sul livello attuale, ma solamente per una questione logistica, non valoriale (“neutralità della moneta”), dato che in ogni caso i prezzi manterrebbero un identico valore reale. Di conseguenza è realistico ipotizzare che anche un decremento che copra totalmente le spese dello Stato inciderebbe relativamente poco sui prezzi effettivi. Questo calcolo è troppo complesso per poterlo fare qui, in quanto si dovrebbe basarlo sull’attuale spesa pubblica e sul suo rapporto nel PIL. Ma dato che con la socializzazione la spesa pubblica sarà notevolmente ridotta (ma non è possibile prevedere a tavolino di quanto), qualunque calcolo fatto su dati presunti sarebbe alla luce dei fatti sballato rispetto alla realtà. Senza contare l’esistenza di altri tipi di entrate statali, dei quali si dovrebbe tener conto senza poterne valutare oggi il peso esatto in percentuale sul PIL. Il tasso di decremento dovrà necessariamente essere testato in modo empirico diverse volte durante i primi mesi della socializzazione, partendo da un tasso medio. Fatto ciò non esisterà più un margine di politica monetaria discrezionale, essendo questa congelata sui valori stabiliti da questa regola di politica monetaria. Come unica politica monetaria contingente, per controllare l’inflazione marginale dovuta alle fluttuazioni del tasso di crescita, lo Stato semplicemente cancellerà moneta dai propri conti, e diminuirà di conseguenza la propria spesa; l’opposto in caso di deflazione. In un contesto statico ciò avverrebbe costantemente ma marginalmente, e quindi microeconomicamente trascurabile; solo in caso di forti oscillazioni del PIL ciò potrebbe essere percepito dal sistema ed influirvi, provocando (nel caso che tale spinta sia recessiva) ulteriore diminuzione della produzione (e quindi sottoccupazione interaziendale fallimenti), ma ne sarebbe un effetto, non la causa. Tentativi artificiali di stabilizzazione portano solo a drogare l’economia, facendo aumentare i tassi di interesse e spiazzando la spesa per investimenti che sia sensibile ad essi. Ma le recessioni sarebbero provocate dalle sempre possibili contingenze economiche (anche internazionali), non dalle azioni umane note come “decisioni politiche” (“dirigismo”). Ovviamente si ripercuoterebbe anche sulla richiesta di entrate dalla base contributiva (difensori civici), in fase recessiva sicuramente maggiore a causa della minor distribuzione dalle istituzioni superiori. Ma, come già detto, ne sarebbe un effetto, non la causa, ed impedirebbe lo spiazzamento della spesa per investimento, a tutto vantaggio di un evoluzione spontanea (anziché dirigista) del ciclo economico. Ne deriva che si attenuerebbero i cicli economici recessivi ed espansivi, e quindi le crisi economiche. Se non altro perché non ci sarebbero più i classici sintomi (inflazione e disoccupazione) come parametro su cui misurarli. La scomparsa delle speculazioni impedisce che eventi al margine imputabili all’emotività umana (come le bolle e le “corse agli sportelli”) possano avviare una crisi finanziaria. Idem per il ridimensionamento delle politiche fiscali e monetarie discrezionali, sostituite da regole; con la scomparsa delle scadenze elettorali scompariranno anche i cicli economici di natura politica, e con l’abolizione del parlamento si ridurranno i nocivi “ritardi di intervento”. Gli stessi sistemi fiscale, assicurativo, e finanziario descritti in questo libro come complementi della socializzazione sono finalizzati a provocare la distribuzione dei fallimenti aziendali sul lungo periodo anziché in picchi acuti. L’unico motivo a poter determinare cicli economici sarebbe la fluttuazione del tasso di crescita della produttività totale dei fattori (“teoria del ciclo economico reale”), delle propensioni marginali al risparmio ed al consumo (e quindi gli investimenti lordi), ed il collegamento con le economie internazionali dovuto ai commerci. Si tenga però presente che le oscillazioni delle propensioni al risparmio ed al consumo sarebbero già notevolmente attenuate dall’applicazione della fiscalità monetaria.
Allo scopo di redistribuire meglio il peso complessivo i commercianti saranno dotati di uno slot tarato nel quale le tessere introdotte potranno essere sottratte della cifra del conto da pagare che sarà memorizzata e cumulata in una tessera personale che portata in banca sarà versata nel conto corrente dell’attività commerciale; sarà sottratta e versata allo Stato una percentuale che comporti che mediamente solo le tessere con cifre maggiori di 6,25 euro siano convenientemente scaricabili, mentre quelle inferiori vengano tendenzialmente mantenute come resti; valutare la quantità di moneta liquida da detenere per i resti starà al commerciante sulla base di questa sottrazione. Questo meccanismo sarà compensato dall’equivalente quantità maggiore della domanda di moneta alle banche rispetto che in assenza di questo, contribuendo all’assestamento del valore e della domanda di questa moneta. La tessera personale potrà accumulare qualunque cifra. In questo modo si eliminerà anche il pericolo di rapine e la necessità di furgoni blindati per il trasporto valori. Inoltre la contabilità interna verrebbe così semplificata ed automatizzata, soprattutto ad utilità dei supermercati e della distribuzione automatica. Nel valutare come bassi i tassi di decremento a confronto dei contanti detenuti generalmente da una persona, si tenga presente che invece i negozianti accumulano nella giornata una grande quantità di contanti, e quindi anche se la maggior parte venisse scaricata nella tessera cumulabile su essi il peso non sarà totalmente ininfluente. Ma verrà a sostituire l’attuale tassazione sul reddito. Non sarà quindi una spesa in più per il negoziante, ma un controbilanciamento basato sull’equità e l’eliminazione dell’evasione fiscale.
Per le spese quotidiane le persone utilizzerebbero soprattutto la moneta decrementante, più diffusa, e per quanto riguarda il sistema bancario se questo lo appesantisce colma l’alleggerimento derivato da tutto il resto parificando le complessità. Inoltre la pesantezza è per gli addetti ai lavori. Anche oggi il sistema è complesso, ma il comune cittadino mica se ne accorge.
Implicita sarà l’abolizione della necessità dei resoconti di bilancio (e quindi anche degli scontrini fiscali e delle bolle di accompagnamento), i quali potranno sussistere solo a scopo interno all’azienda. Ridimensionamento quindi di tutto il sistema fiscale statale (agenzia delle entrate, corte dei conti, uffici delle entrate, guardia di finanza, ecc) e della corruzione legata ad esso. I registratori di cassa avranno mera funzione di calcolatori, eventualmente registrando gli incassi per scopi interni, potendo emettere scontrini non fiscali su richiesta del cliente (nel caso debba ottenere rimborsi da terzi). Saranno anche demandati a terminali di pagamento bancomat e carte di credito, e ad accumulatori di tessere decrementate. Per questo motivo saranno comunque sottoposti alle attuali regole sulla sigillatura dei registratori di cassa. Comunque non sarà obbligatorio averlo, a patto di sostituirlo con un blocco intestato col quale emettere le ricevute per rimborsi da terzi.
L’aumento della quantità di moneta ceteris paribus riduce i tassi di interesse, e viceversa. Ma con la fiscalità monetaria non esiste aumento di moneta circolante ceteris paribus.
Un esempio semplice per chiarire fin dove in Wikipedia l’insensatezza possa giungere si trova nella voce “fiscalità monetaria”. Questa voce è stata letteralmente stravolta da pochi singoli utenti talmente infervorati da sembrarne direttamente interessati per qualche motivo, tanto da essere divenuta ad un certo punto totalmente incomprensibile non solo nel significato che essa dovrebbe esprimere, ma anche nella grammatica! L’apice del vandalismo si raggiunse nella precisazione aggiunta successivamente riguardo l’asserzione che con la fiscalità monetaria verrebbe meno il debito pubblico: “tuttavia nessuno ha mai saputo spiegare come la fiscalità monetaria possa determinare ciò”; precisazione indice di come (volendo essere buoni), i devastatori non abbiano minimamente afferrato i concetti che si vorrebbero esprimere con “fiscalità monetaria” (tanto che qualcuno giunse capziosamente a definire il concetto stesso come ossimoro!) e che essi vorrebbero contraddire, e a nulla è valso chiarire (cosa che non avrebbe certo dovuto essere necessaria) la semplicissima conseguenza che se lo Stato potesse stampare tutta la moneta di cui abbisogna per ripianare i propri debiti (il che è la base della fiscalità monetaria) è a rigor di logica che non avrebbe più la necessità di dover ricorrere a debiti! E quelli già esistenti li potrebbe agevolmente ripianare con una cadenza a seconda della loro entità. Nessuno l’ha mai “saputo spiegare” perché è una constatazione talmente implicita che per far si che qualcuno si ponga tale dubbio questo qualcuno dovrebbe essere talmente ottenebrato da rendere tale eventualità impensabile, e quindi nessuno potrebbe ipotizzare la necessità di doverla pure specificare! Ma come detto, il testo della pagina era stato talmente stravolto che effettivamente è più che comprensibile che il lettore non ci capisca nulla e quindi si ponga certi dubbi davanti ad enunciati lasciati furbescamente sussistere proprio allo scopo di farli poi apparire come campati in aria.
La supply-side economics, basata sulla “legge di Say”, sostiene che la riduzione delle tasse possa stimolare l’occupazione e la produzione eliminando la “perdita secca” dai modelli. Fu la base del programma reaganiano e thatcheriano. Tuttavia dall’esperienza è risultato chiaro che senza una corrispondente adeguata compensazione (la quale potrebbe essere data dalla fiscalità monetaria, ad esempio), l’effetto ottenuto è l’opposto a causa della diminuzione di redistribuzione da spesa pubblica.
"Il copione teatrale dell’anti-italiano consiste nell’attribuire all’intera collettività nazionale i difetti specifici ed irripetibili della propria canagliesca personalità individuale, con in più l’ipocrisia del tirarsene fuori" (Costanzo Preve)


Implicazioni indirette sul sistema bancario
La fiscalità monetaria comporterà la tendenza a non detenere moneta liquida, rendendo maggiormente disponibili fondi alle banche. Visti i ridotti i margini di azione finanziari (a causa della scomparsa della possibilità di investimenti speculativi), le banche si troveranno detentrici di più grandi eccedenze di depositi rispetto ad oggi, e questo si tradurrebbe teoricamente in un ulteriore ribasso dei tassi di interesse, ma riequilibrato e ridistribuito dalle richieste del mercato secondo la legge domanda/offerta, determinando con ciò la propensione al credito sociale. Conseguentemente questo porrà le basi per l’eliminazione della pratica dell’usura. Per una banca l’unica forma di accumulazione appetibile rimarrebbe quella cartacea, ovvero il denaro corrente il cui valore è basato sulla fiducia nella convertibilità assicurata dal “carisma” dello Stato. Essendo che una banca per avere una somma in denaro fisico dovrà cedere al conto corrente dello Stato quella somma (signoraggio), le eventuali eccedenze bancarie verrebbero quindi indirettamente incamerate dallo Stato alla pari di un titolo di Stato ma senza gli interessi (cioè senza creare debito pubblico). Logica vuole che questa valuta accumulata sia un valore permanente, non decrementabile. Anche per questo motivo le banche tenderebbero a conservare la valuta stabile ed a cedere ai clienti quella decrementante, e quindi a differenziare secondo listino il valore tra i due tipi di monete, ancorando le cifre dei conti correnti alla moneta decrementante e non a quella stabile; senza decrementare i conti stessi ovviamente, e per quanto possa sembrare superfluo, riteniamo opportuno specificarlo in quanto la maggior critica che viene fatta alla fiscalità monetaria dai detrattori è imperniata sull’errato pregiudizio che essa si esplichi nel tassare i conti bancari.
Per giustificare ciò sarà abolito l’obbligo di riserva minima, resa inutile dalla creazione apposita ad uso esclusivamente bancario di valori nominali di taglio maggiore (fissati inizialmente a 5.000 e 10.000 euro, ma poi lasciati liberi di fluttuare) come bene accumulabile dalle banche alla pari di un titolo di Stato, ma senza interessi, come unica alternativa agli investimenti all’estero, tendenzialmente meno fruttiferi a causa della svalutazione delle monete estere in confronto a quella nazionale, ma riequilibrati proprio dalla concorrenza compensativa tra entrambe le opzioni . Inoltre visto che questi tagli (in quanto esclusi dal mercato normale) non sarebbero rapportabili ai restanti tagli inferiori, essi non sarebbero sottoposti al tasso di cambio con la moneta decrementante e quindi la banca che ne richieda la stampa al poligrafico pagherà solo la cifra esatta di quel taglio più il costo di stampa (ovvero: meno la differenza di cambio tra moneta normale e moneta decrementante), e questa cifra potrà poi variare a seconda del valore riconosciutogli dal mercato dedicato in modo che anche l’acquisto dal poligrafico segua questa variazione come da listino. La flessibilità in questa quotazione sostituirà la necessità di riserva minima obbligatoria cosicché l’equivalente delle variazioni di questo requisito sarebbero automaticamente regolate dalla fluttuazione del valore di questi titoli, influendo sui tassi di interesse. Nella pratica il valore di questi titoli seguirebbe grossomodo l’andamento del PIL. Ovviamente ciascuna banca piuttosto che accumulare questi titoli preferirebbe inserire le eccedenze nei conti correnti delle aziende come prestito in cambio dell’interesse; per invogliare le aziende a chiedere più prestiti le banche dovrebbero abbassare i tassi al punto che le passività equivalgano alle attività, senza dover accumulare notevoli quantità di titoli cartacei. Questo provoca un causa/effetto riducendo i tassi di interesse, venendo di conseguenza ad aumentare la differenza coi tassi di rendimento e quindi incentivando le aziende ad investire, con relativo aumento della produzione aggregata. L’eccessivo accumulo porterebbe ad una svalutazione di questi valori nominali (non della valuta normale, anzi proprio rispetto ad essa in quanto disancorata), per cui raggiunta una certa quotazione la differenza tra essi e l’investimento all'estero si bilancerà rendendolo conveniente (sulla logica del rapporto costante tra il PNL ed il PIL). Quindi maggiori saranno le eccedenze bancarie (ovvero questi titoli accumulati) e maggiore sarà il costo della moneta stabile, venendo però incontro a equilibrarne il valore effettivo congiuntamente alla legge domanda/offerta del mercato sia interno che estero. Da ciò se ne ricava che la quantità detenuta dalle banche sarà sempre presumibilmente tendenzialmente bassa. Ma grazie alle garanzie assicurate dallo Stato ciò non influenzerà più le propensioni psicologiche sulla solvibilità delle banche, quindi questa quantità sarà sempre quella ideale. Per quanto riguarda gli investimenti all’estero, è implicito che saranno più fruttiferi quelli verso i paesi con la svalutazione minore, ma tenendo conto che maggiori sono i flussi di denaro verso essi e maggiormente aumenterebbe la svalutazione della loro moneta (per compensazione sui poteri di acquisto internazionali della “legge di Gresham”), gli investimenti non andrebbero esclusivamente nel paese con la minore svalutazione, ma distribuiti proporzionalmente tra gli svariati paesi più affidabili, oppure in quelli dove gli utili siano particolarmente appetibili a prescindere dal rischio della svalutazione del capitale investito. Come nella normale odierna economia internazionale.
"Il copione teatrale dell’anti-italiano consiste nell’attribuire all’intera collettività nazionale i difetti specifici ed irripetibili della propria canagliesca personalità individuale, con in più l’ipocrisia del tirarsene fuori" (Costanzo Preve)


Urca... M i ci vorrà un po' per leggere e capire!![]()