



Bah, il concetto stesso di "contribuire alla deflazione" mi fa storcere un pò il naso...
Facendo un esempio con lo Stato come "materassaio", si tenga presente che per lo Stato accumulare valore nominale in un conto bancario come risparmio è inutile ed anzi deleterio, equivale a comprare a tanto e vendere a poco: quando c’è espansione il costo della moneta aumenta ed il suo accumulo favorisce l’espansione; mentre spenderla quando ha perso valore in fase recessiva ne spinge ulteriormente in basso il valore, aggravando la recessione (non si può cavare sangue da una rapa, checché ne dica Keynes). Quindi acuisce i cicli economici. Il circolo fatale espansione/recessione nell’economia statale viene definito da Joaquin Bochaca come avente gli stessi effetti di una trasfusione di sangue seguita da una emorragia proprio quando il paziente stia cominciando a riprendersi. Il principale risultato del “circolo” è la corsa-competizione tra prezzi e salari... nella quale i primi vincono sempre.
Keynes sosteneva che anche la moneta conservata contribuisca all’inflazione: seppur bisogna considerare che se tale ipotesi fosse totalmente vera, il fatto che le persone detengano conti bancari i quali la banca ha concesso in prestito, dovrebbe provocare il teorico raddoppio nel circolante di tali quantità, con conseguente inflazione. Ciò è quello che pensano i critici della “riserva frazionaria”. Ma chiaramente non corrisponde a realtà, dato che raramente i clienti bancari chiedono indietro i loro soldi. L’Argentina aveva stabilito un 100% di riserva, eppure la sua economia è scoppiata ugualmente. Secondo De Soto, il motivo va visto nel fatto che le misure adottate a suo tempo da Perón erano inoltre inserite in un contesto sbagliato: lo Stato continuava a decidere quanta massa monetaria creare, mentre allo stesso tempo decideva a chi prestarla. Unitamente all’espansione incontrollata della bolla del debito pubblico, in poco tempo il clientelismo e l’inflazione, hanno messo in ginocchio il paese.
L’ipotesi che ciò alteri il modello reddito-spesa con ripercussioni sulla domanda e quindi sulla quantità di moneta immessa è analizzata da Keynes osservando che il limite della “scuola di Cambridge” (dalle cui teorie si potrebbe dedurre ciò) è quello di negare alla moneta la funzione di “fondo di valore” di per sé stesso, cioè di deposito di ricchezza pur sempre allignante seppur non circolante. La teoria quantitativa è una teoria basata sulla piena occupazione, dove la moneta agisce da velo. Keynes invece distingue tre motivi per i quali la moneta è detenuta (transazioni, precauzione, speculazione). La relazione fra equilibrio dei beni e tasso di interesse dipende dall’elasticità della spesa rispetto all’interesse e dalle propensioni marginali alla spesa e al risparmio, mentre la relazione fra equilibrio monetario e tasso di interesse dipende dall’elasticità della domanda di moneta rispetto al tasso di interesse e dalla grandezza della domanda di moneta per transazioni. Ciò rispecchia il modello reddito-spesa, che è il tentativo di rappresentare l’idea di Keynes che il reddito è determinato dal lato della domanda, più in particolare dal livello della spesa autonoma, dato il moltiplicatore del reddito (il modello nella sua formulazione semplice considera solo imprese e famiglie, alle quali si aggiungono di volta in volta il settore pubblico e il settore estero). Circa la relazione tra settore reale (scambi) e monetario, si consideri che anche per Keynes gli imprenditori confrontano l’efficienza marginale del capitale con i tassi. Il modello keynesiano è causale, mentre le critiche derivate dalla “scuola di Cambridge” puntano alla versione del modello “IS-LM” di John Hicks.
“Questo danaro nasce ogni qualvolta le banche “prestano” e sparisce ogni volta che il prestito vien loro rimborsato. Di modo che se l’industria tenta di pagare, il danaro dello Stato sparisce. E’ questo che rende così pericolosa la prosperità, giacché distrugge il danaro proprio quando è maggiormente necessario e fa precipitare la crisi”. (Frederick Soddy)
"Il copione teatrale dell’anti-italiano consiste nell’attribuire all’intera collettività nazionale i difetti specifici ed irripetibili della propria canagliesca personalità individuale, con in più l’ipocrisia del tirarsene fuori" (Costanzo Preve)


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Ultima modifica di Astolfo; 21-01-11 alle 16:39
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