Un grave errore di valutazione
di Rodolfo Casadei
La Libia ha sorpreso tutti due volte: prima con una rivolta che nessuno aveva previsto e che anzi molti avevano escluso (“Tripoli non è Tunisi, non è Il Cairo”, scrivevano gli analisti appoggiando il giudizio su una dovizia di dati), ora con la grande rimonta del dittatore che sembrava essere stato messo con le spalle al muro e invece sta riconquistando tutto il terreno perduto. La prima mancata previsione è perdonabile, la seconda assolutamente no. La prima dipende dall’intrinseca imponderabilità delle vicende umane, comprese quelle di portata storica. Non era stato previsto il crollo improvviso dei regimi del socialismo reale nel 1989, né l’attacco jihadista al cuore dell’America nel 2001, né la crisi finanziaria globale nel 2008; da anni si scriveva che i regimi arabi erano fossilizzati e insostenibili, ma ci si aspettava una presa del potere armi alla mano da parte degli islamisti piuttosto che il successo di proteste popolari di piazza relativamente pacifiche.
Era onestamente difficile pensare che i tre pilastri del potere di Gheddafi – il relativo benessere economico reso possibile dalla fine delle sanzioni, la pervasiva macchina della repressione oliata da 42 anni di esperienza e l’astuta manipolazione del fattore etnico in un Paese dove la struttura sociale è eminentemente tribale – non fossero sufficienti a contenere l’opposizione al regime. E invece il senso dell’onore della popolazione della Cirenaica, che non voleva apparire meno coraggiosa dei tunisini e degli egiziani che avevano vittoriosamente sfidato i loro dittatori, combinato con l’inaffidabilità e la disorganizzazione di gran parte dei reparti delle forze armate libiche, hanno prodotto la destabilizzazione su larga scala della Jamahiriya.
Imperdonabile è invece la degradazione dell’informazione sulla crisi libica a infotainment da parte dei media internazionali: questa scelta sciagurata ha causato una disinformazione su vasta scala non solo dell’opinione pubblica, ma probabilmente anche di esponenti di Governo che ben altra lucidità avrebbero dovuto dimostrare. Affamati di notizie e immagini sensazionali da gettare in pasto al pubblico per soddisfare le attese di chi si era convinto di dover assistere al film della vendetta del popolo contro il tiranno abbandonato da tutti, i media occidentali hanno preso per buono e ritrasmesso qualsiasi “rumor” diffuso tramite twitter e qualunque bufala congegnata da “al Jazeera” e “al Arabiya”. Le due tivù arabe satellitari, finora sempre sospettate di partigianeria quando informavano intorno all’Iraq e all’Afghanistan, improvvisamente sono diventate fonti autorevoli anche quando annunciavano 10mila morti in una giornata di combattimenti (un livello inattinto nemmeno nella battaglia di Stalingrado) o mostravano fosse comuni che erano palesemente semplici sepolture cimiteriali. Nessuno ha ricordato che “al Arabiya”, di proprietà saudita, ha un conto aperto con Gheddafi che progettò di assassinare il re dell’Arabia Saudita, e che “al Jazeera” da sempre ha simpatia per gli islamisti, contro i quali Gheddafi ha usato spesso il pugno di ferro.
In realtà sia i servizi segreti italiani che quelli americani avevano informato quasi subito le autorità dei rispettivi Paesi che i ribelli non apparivano in grado di imporsi.
Lungi dall’essere la punta di lancia di un grande e ben calibrato complotto anglosassone e francese per abbattere il regime di Gheddafi, come ha scritto qualcuno, i rivoltosi della Cirenaica e di Zawiya sono il frutto di contingenze fortunate che si sono presto dissolte. Come tutto l’apparato statale, anche l’esercito libico è un’entità destrutturata.
Gheddafi ha applicato la “proporzionale tribale” anche alla composizione delle forze armate, ma con una cautela di fondo: ha negato formazione e addestramento ai reparti presumibilmente poco fedeli, mentre ha concentrato le cure su quelli più fidati, comandati dai suoi figli. Di conseguenza, di fronte a masse imponenti di manifestanti molti reparti hanno disertato o si sono uniti ai rivoltosi, creando l’impressione che la ribellione potesse avere facilmente ragione del regime grazie ai grandi arsenali di armi caduti nella sua disponibilità. In realtà la vera guerra doveva ancora cominciare, e quando è iniziata si è capito presto quali erano i reali rapporti di forze.
Due previsioni si possono a questo appunto azzardare. La prima è che il progetto di una “no-fly zone” sulla Libia a supporto dei ribelli avrà una fine ingloriosa e Gheddafi riprenderà gradualmente il controllo di tutto il Paese, non necessariamente con un bagno di sangue. La seconda è che, sia che i Paesi occidentali decidano un cauto riavvicinamento con lui sia che lo isolino nuovamente come negli anni Novanta, il colonnello deciderà di spostare una grossa fetta dei suoi investimenti dalle banche e dalle industrie britanniche, americane, francesi, tedesche e italiane a quelle asiatiche, principalmente cinesi. Sia per punire chi lo ha “tradito” (anche se il grado di punizione varierà di intensità a seconda del Paese: massimo per la Francia che ha riconosciuto il Consiglio nazionale di Bengasi, più mite per l’Italia che insieme alla Germania ha di fatto frenato l’interventismo anglo-francese), sia per prudenza, cioè
per non vedere congelati fondi e partecipazioni azionarie come è accaduto in queste settimane. Stiamo parlando di 100 miliardi di dollari, non di spiccioli.