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Discussione: PIR contro la MAFIA

  1. #1
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    Predefinito PIR contro la MAFIA

    Con il nuovo anno la moderazione del Forum Nazionale apre un thread in cui verranno pubblicate le principali notizie riguardanti la MAFIA.

    L'intento è quello di analizzare l'argomento nella convinzione che le organizzazioni criminali sono entità da combattere al di là dell'opinione politica.

    Chiunque voglia segnalare una notizia è pregato di mandare un MP alla Moderazione.
    Verranno inoltre postati articoli estrapolati dalle discussioni del Forum a discrezione dei Moderatori.

    Colgo l'occasione per augurare Buon Anno a tutti gli utenti del Forum.
    Ultima modifica di Razionalista; 05-01-10 alle 12:28
    "Quante persone ci sono in questa strada, un centinaio? Quante sono le persone intelligenti, sette, otto? Bene, io lavoro per le altre novantadue" Phineas Taylor Barnum

    UE, mondo, futuro Michio Kaku:
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  2. #2
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    Predefinito Rif: PIR contro la MAFIA

    Mafia, revocato isolamento diurno al boss Giuseppe Graviano

    La decisione è della terza sezione della Corte d'assise d'appello di Palermo ed è motivata con il superamento del tetto massimo dei tre anni previsto dalla legge, dato che il boss è in cella dal 27 gennaio del 1994 e che l'isolamento gli è stato dato più volte durante la sua reclusione.

    "I magistrati - dice l'avvocato Gaetano Giacobbe - hanno applicato la norma che stabilisce un tetto massimo per il carcere duro. Cumulati i periodi di detenzione diurna trascorsi al 41 bis, si è arrivati al tetto di tre anni previsto dalla legge".

    Pur continuando ad essere sottoposto al cosiddetto "carcere duro" (vetro blindato per parlare con i parenti, impossibilità di toccare i figli minorenni, limitazione nelle visite e nei colloqui anche con gli avvocati, censura sulla posta e limiti anche nei pacchi da e verso l'esterno), potrà avere contatti con altri detenuti durante il giorno.

    IL PROCESSO A DELL'UTRI. Capomafia di Brancaccio, Graviano è stato condannato all'ergastolo come organizzatore delle stragi del '93 a Roma, Firenze e Milano, dov'era stato arrestato assieme al fratello Filippo. L'11 dicembre scorso entrambi erano apparsi, collegati in videoconferenza, davanti alla Corte di Appello di Palermo che sta processando per concorso esterno in associazione mafiosa il senatore del Pdl Marcello Dell'Utri, condannato in primo grado a 9 anni. I due Graviano erano stati citati per confermare le dichiarazioni del pentito Gaspare Spatuzza sui loro presunti rapporti con il senatore. Sempre secondo Spatuzza, Giuseppe Graviano avrebbe detto nel '94 di avere tra i referenti politici anche l'attuale premier Silvio Berlusconi. Filippo Graviano aveva seccamente smentito Spatuzza, mentre Giuseppe si era avvalso della facoltà di non rispondere, lamentando di non essere in grado di sostenere un interrogatorio a causa dei suoi problemi di salute.


    FAMILIARI VITTIME INDIGNATI: "FALSI ATTENTATI UN RICATTO DELLA MAFIA?". "È scandaloso che in questo clima di buonismo a buon mercato, a Graviano sia stato fatto un regalo di Natale", afferma Giovanna Maggiani Chelli, presidente dell'Associazione tra i familiari delle vittime della strage di via dei Georgofili, riferendosi al ministro della Giustizia, Angelino Alfano. "Ministro, butti via le chiavi per il mafioso che ci ha rovinato la vita ammazzando i nostri figli. - dice Maggiani Cheli - Siamo pronti a mettere le tende con striscioni di protesta in via dei Georgofili". Poi, rivolgendosi al ministro degli Interni, Roberto Maroni, chiede se "i falsi attentati sparsi in giro in questi giorni natalizi non fossero il ricatto della mafia per l'annullamento del 41 bis".

    IL PD CHIEDE GLI ATTI. La capogruppo del Pd nella Commissione Antimafia, Laura Garavini, ha chiesto di acquisire gli atti per "capire esattamente il tipo di provvedimento che ha preso la Corte d'Appello di Palermo e le sue motivazioni. Non vorremmo - continua - che nel sistema del 41 bis si fosse aperta una falla come già avvenuto nel 2005. Quello che deve essere chiaro è che nessun baratto è possibile con i boss mafiosi, l'unica cosa che possono fare è collaborare pienamente con la giustizia. Giuseppe Graviano ha avuto questa possibilità diverse volte e l'ha sempre rifiutata, per questo bisogna continuare a mantenere il massimo del controllo sulla sua attività in carcere".

    Mafia, revocato isolamento diurno al boss Giuseppe Graviano - Pupia.Tv
    Ultima modifica di Razionalista; 16-06-10 alle 07:36
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  3. #3
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    Predefinito Rif: PIR contro la MAFIA

    R. Calabria, attentato alla Procura
    Ordigno esplode presso il suo ufficio

    Attimi di paura a Reggio Calabria, quando un ordigno è stato fatto esplodere davanti all'ingresso dell'ufficio del Giudice di pace che si trova accanto al portone della Procura generale, in piazza Castello. L'esplosione ha provocato danni al portone, scardinando un'inferriata. Fortunatamente nessun passante si trovava nella zona al momento della deflagrazione. L'ordigno era composto da una bombola di gas con sopra dell'esplosivo.


    Le indagini sull'episodio sono condotte dai carabinieri del Comando provinciale di Reggio Calabria che al momento non escludono alcuna ipotesi. Secondo quanto ripreso dalle telecamere di servizio, l'ordigno è stato piazzato da due uominicon il volto coperto con dei caschi da motociclista.

    "Dalla telecamera di servizio è stato possibile notare che due individui, che indossavano i caschi e che sono giunti a bordo di un motorino, hanno depositato l'ordigno composto da una bombola di gas e da materiale esplodente - ha detto il procuratore generale, Salvatore Di Landro -. Siamo certi che si tratti di un grave attentato perpetrato dalla criminalità organizzata".

    Oltre al portone di ingresso, l'esplosione ha danneggiato gli altri infissi della struttura che ospita la procura generale, attigua a quella in cui si trovano le aule e le cancellerie dei giudici di pace. Per fare il punto sull'inquietante episodio è in corso un vertice tra i magistrati e le forze dell'ordine, coordinato dal procuratore generale Salvatore Di Landro. Accertamenti in atto anche da parte della Digos.

    "Un attacco alla Procura Generale"
    "E' un attentato diretto agli uffici della procura generale". A dirlo è il procuratore generale di Reggio Calabria Salvatore Di Landro. "Siamo dinanzi ad un attacco - ha aggiunto - che può essere determinato dall'attività degli uffici di Procura generale in materia di misure di prevenzione e per tutta una serie di procedimenti penali pendenti in appello che riguardano la criminalità organizzata".

    "Certa origine mafiosa"
    E' fuori discussione l'origine mafiosa dell'attentato contro la Procura generale di Reggio Calabria. E' questa, secondo quanto si e' appreso, l'interpretazione univoca dell'episodio fatta nel corso del comitato provinciale per l'ordine e la sicurezza pubblica convocato d'urgenza dal prefetto Francesco Musolino. All'incontro hanno partecipato il procuratore generale Salvatore Di Landro, l'avvocato generale dello Stato Francesco Scuderi, il procuratore aggiunto della Repubblica, Michele Prestipino, ed i vertici provinciali delle forze dell'ordine.

    Napolitano: "Pieno sostegno a Istituzioni"
    Appresa la notizia del grave atto intimidatorio compiuto questa notte agli uffici della Procura Generale di Reggio Calabria, il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, ha espresso ai Capi degli uffici requirenti della Città la sua solidarietà e la vicinanza del Paese a tutti i magistrati reggini. Il Capo dello Stato, si legge in una nota del Quirinale, ha manifestato il convinto apprezzamento e il forte incoraggiamento alla tenace azione, assieme alle forze dell'ordine, di contrasto della criminalita', assicurando il pieno sostegno delle istituzioni.

    Maroni convoca vertice straordinario
    Il ministro dell'Interno, Roberto Maroni, ha convocato per il 7 gennaio una riunione straordinaria alla prefettura di Reggio Calabria dei vertici delle forze dell'ordine, dopo la bomba fatta esplodere contro la Procura generale del capoluogo. Secondo quanto riferito dalla portavoce del ministro, Isabella Votino, nell'occasione si insedierà anche il nuovo prefetto della città. Maroni ha anche espresso piena solidarietà ai magistrati reggini.

    R. Calabria, attentato alla Procura. Ordigno esplode presso il suo ufficio - cronaca -Tgcom - pagina 1
    Ultima modifica di Razionalista; 04-01-10 alle 01:33
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  4. #4
    Leoni in guerra e agnelli pieni di dolcezza nelle nostre case
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    Predefinito Rif: PIR contro la MAFIA

    Accolgo con gran favore la tua iniziativa, e ti chiedo la cortesia personale di tenere caldo e vivo questo thread.
    Abbiamo il dovere di dire ad alta voce, tutti insieme, che le MAFIE sono merda.

  5. #5
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    Bomba a Reggio. L'analisi di Vincenzo Macri'
    Antimafia Duemila - Bomba a Reggio. L'analisi di Vincenzo Macri'
    Roma. Il consigliere della Direzione Nazionale Antimafia Vincenzo Macrì, calabrese, in magistratura da oltre 30 anni - molti dei quali trascorsi alla procura di Reggio Calabria dove ha condotto importanti processi contro la 'Ndrangheta - analizza a caldo le possibili motivazioni e i relativi risvolti della bomba scoppiata all'alba del 3 gennaio davanti alla porta della Procura generale di Reggio Calabria. Per Macrì “la pressione di una parte della politica sulla magistratura può aver incoraggiato atteggiamenti aggressivi”, ma il primo segnale dello Stato in risposta alla bomba “lo devono dare gli uffici giudiziari reggini che devono dimostrare grande compattezza”.

    La bomba a Reggio Calabria può essere considerata una risposta ai sequestri di beni operati dalla magistratura ai danni della 'Ndrangheta?
    Non sono del tutto d'accordo con questa analisi per un semplice motivo: la 'Ndrangheta calabrese non ha mai fatto attentati di tipo dimostrativo. Non rientrano nella sua strategia, nelle sue abitudini, nelle sue tradizioni. La 'Ndrangheta non compie attentati intimidatori contro le istituzioni in linea generale. Secondo me dietro queste azioni, soprattutto quando a metterle in atto è appunto la mafia calabrese, ci sono sempre dei fatti oggettivi specifici, concreti, contingenti, che possono essere recenti o di un recente passato, o addirittura in corso. Bisogna guardare in questa direzione per capire cosa è successo esattamente. Secondo me la pista da seguire è quella dei processi che si sono fatti recentemente e di cosa è avvenuto nel corso di questi processi.

    Di fatto la bomba è scoppiata davanti alla porta della procura generale dove si stanno celebrando e si celebreranno in appello importanti processi come quello per l'omicidio di Francesco Fortugno, per la strage di Duisburg, per le infiltrazioni mafiose nel tratto autostradale Salerno-Reggio. Possiamo quindi dire con certezza che si tratta di un segnale.
    E' sicuramente un segnale, evidentemente c'erano delle prassi che sono venute meno, qualcosa su cui si faceva affidamento e ultimamente questo affidamento non è stato più possibile e allora è scattata la reazione. Ripeto: la 'Ndrangheta non compie mai azioni dimostrative, ha un'altra filosofia rispetto a Cosa Nostra.

    Come va analizzata “l'inquietudine” che è possibile riscontrare all'interno della 'Ndrangheta a seguito dei recenti arresti e delle numerose confische? Potrebbe sfociare ulteriormente in azioni cruente?
    Si può affermare che c'è la tendenza ad una maggiore aggressività, un maggiore nervosismo. Questo mi sento di confermarlo. In altri tempi questi fatti non sarebbero avvenuti. Oggi ci sono alcune frange della 'Ndrangheta che sono portate anche ad assumere atteggiamenti di maggiore aggressività. E questo è un fatto che naturalmente non può che preoccupare. E' sicuramente una novità rispetto al passato. E potrebbe anche segnare una svolta abbastanza pericolosa.

    Nel senso che è possibile ipotizzare nuovi scontri tra la 'Ndrangheta e lo Stato?
    La 'Ndrangheta non fa scontri, manda messaggi, fa intendere che bisogna stare attenti, non turbare gli equilibri che si erano raggiunti in altre epoche. Ora bisogna vedere cosa diranno gli investigatori. Ripeto, secondo me partendo dai processi si potrà capire molto di più.

    Come va letta la decisione della 'Ndrangheta di mettere una bomba in un momento nel quale, soprattutto in certe regioni del sud come la Calabria, la magistratura troppo spesso è lasciata sola, senza uomini e mezzi ad affrontare la criminalità organizzata?
    E' chiaro che il problema degli organici, là dove c'è, incide sull'efficienza, ma io non assocerei strettamente questo fattore con la bomba di Reggio. E' evidente che le carenze sono ormai endemiche per tutto il meridione. E non c'è dubbio che la 'Ndrangheta percepisca questo momento di debolezza. Ci sono troppe pressioni nei confronti dei magistrati da parte di alcuni settori della politica e questo può anche avere incoraggiato certi atteggiamenti aggressivi.

    E quindi ora lo Stato quale segnale deve dare?
    Intanto il primo segnale lo devono dare gli uffici giudiziari reggini, che devono dimostrare grande compattezza. Ciò che è pericoloso non è tanto l'atteggiamento “rigoroso” di un ufficio, quanto le divergenze all'interno degli uffici, tra atteggiamenti “rigorosi” e atteggiamenti meno “rigorosi”. Tutto ciò può provocare gravissimi problemi ed è per questo che bisogna intanto raggiungere una unità di atteggiamenti, una unità di comportamenti giudiziario-processuali. I politici devono fare la loro parte dando tutti i supporti di carattere normativo e logistico per aiutare la magistratura a compiere rapidamente il proprio dovere. E' fondamentale che in questo momento la magistratura reggina sia compatta e non dia l'impressione all'esterno di contraddizioni interne che sono realmente le più pericolose. Il segnale di compattezza scoraggerà qualsiasi “tentazione” di carattere violento da parte della 'Ndrangheta.

    Di contraltare c'è stato un segnale importantissimo a seguito dell'attentato e cioè la solidarietà immediata dei calabresi nei confronti dei magistrati.
    E' stato sicuramente un segnale positivo importante. Si è capito che in questo momento gli uffici giudiziari reggini stanno avendo dei risultati di qualità e quindi si è compreso che questa potrebbe essere una intimidazione contro questo nuovo corso. E' importante che la gente capisca che la magistratura è vitale per la lotta contro la criminalità organizzata. Non si tratta (come ci viene presentata da qualcuno) di personaggi che hanno come obiettivo finalità politiche o inseguono progetti “eversivi”. Assolutamente no. La magistratura fa il suo dovere ed è essenziale nel contrasto alla criminalità organizzata. I latitanti li catturano i magistrati e non i politici. I beni vengono sequestrati prima e confiscati poi dai magistrati, dagli organismi investigativi e non dai politici. E questo è bene che la gente lo capisca e non pensi invece che si trovi di fronte a degli “eversori” in cerca di pubblicità.

    Il peso dell'opinione pubblica è fondamentale e capace di cambiare lo stato delle cose.
    Assolutamente si. E questo significa che ancora c'è una speranza.
    Ultima modifica di Razionalista; 05-01-10 alle 11:48
    "Quante persone ci sono in questa strada, un centinaio? Quante sono le persone intelligenti, sette, otto? Bene, io lavoro per le altre novantadue" Phineas Taylor Barnum

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  6. #6
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    Predefinito Rif: PIR contro la MAFIA

    Trent'anni dall'omicidio di Piersanti Mattarella

    Trent'anni dall'omicidio di Piersanti Mattarella

    Mercoledì 06 Gennaio 2010 11:40

    In un periodo così buio della storia dell'Italia, in una cornice di contiguità e collusione tra criminalità ed alcuni brandelli delle Istituzioni e della politica, è bene ricordare che c'è o c'è stato qualcuno che ha agito controtendenza, nell'assoluto interesse del Paese e della società. Uno degli uomini che hanno navigato col vento contrario fu sicuramente Piersanti Mattarella, esponente siciliano della Democrazia Cristiana, ucciso da Cosa nostra in questo stesso giorno di festa di trent'anni fa.

    Mattarella era un uomo il cui pensiero politico era stato forgiato quando non sapeva ancora mettere un passo dietro l'altro; suo padre Bernardo, infatti, era stato uno dei capi democristiani del secondo dopoguerra, sottosegretario al governo nel 1944, più volte ministro e antifascista convinto. Uno dei principali bersagli politici dell'epoca, accusato di aver intrattenuto rapporti con i picciotti di Cosa nostra, Bernardo Mattarella aveva spianato la strada al figlio, se non altro per l'eredità del nome, ma, nonostante "avesse studiato tutte le arti per diventare Mazzarino - come scrisse di lui Pippo Fava - improvvisamente divenne Pericle".

    Nato a Castellammare del Golfo il 24 maggio 1935, crebbe con un'istruzione religiosa nella scuola dell'Azione cattolica; nel 1967 fu eletto all'Assemblea regionale siciliana, nella quale restò per tre legislature; dal 1971 al 1978 fu assessore regionale alla Presidenza; nel 1978 la svolta: con una delle elezioni siciliane più applaudite della storia, con 71 voti su 87, Piersanti Mattarella fu nominato presidente della Regione Sicilia. E' da qui che ha inizio la sua battaglia per la realizzazione di un sogno, che, in una realtà come quella isolana, non può non essere ritenuto un'utopia. Il suo obiettivo non era quello di conservare il più possibile una carica così prestigiosa, bensì la volontà di cambiare un intero sistema e di eliminare il luogo comune secondo il quale, in Sicilia, mafia e politica sono la stessa cosa. Egli agì allo stesso tempo con discrezione e ostinazione e, nello stesso anno, fu approvata la sua legge regionale sugli appalti pubblici, che ambiva a rendere più trasparenti le gare d'appalto, apportando delle modifiche alle procedure di assegnazione, e richiese tempestivamente l'elenco dei funzionari regionali nominati collaudatori di opere pubbliche, affinchè potesse conoscere nome e cognome di coloro che agivano nel campo degli appalti pubblici, per poter intervenire in maniera spedita e sicura in caso di irregolarità.

    La sua attività non si limitò solamente ad un'opera di prevenzione e di controllo, ma aspirava ad una politica pervarsa di moralità, eticità e rettitudine. Nel 1979, alla Conferenza regionale dell'agricoltura, Mattarella appoggiò l'onorevole Pio La Torre, accusando di collusione con la criminalità e il malaffare lo stesso assessore all'agricoltura e, sempre nel '79, aprì un'idagine sulle procedure di appalto per la realizzazione di sei scuole, per il valore complessivo di 5 miliardi e seicento milioni di lire, che avevano presentato delle grosse irregolarità. Piersanti Mattarella era, insomma, un incorruttibile, una personalità forte e decisa che mai sarebbe scesa a patti con la mafia e mai avrebbe rinunciato a battersi per eliminare la corruzione dalle Istituzioni e per renderle nuovamente credibili agli occhi della società civile. Il Presidente della Regione aveva portato in Sicilia il vento del cambiamento e Cosa nostra sapeva di doverlo placare se non voleva ritrovarsi in balia di un uragano.

    Seguendo questa logica opportunistica e confacente, la mafia isolana tornò a sparare contro un altro esponente della Dc, il partito favorito delle cosche, lo stesso di Salvo Lima per intenderci, dopo aver ammazzato Pasquale Almerico, il coraggioso sindaco di Camporeale, Vincenzo Lo Guzzo, il vicesindaco di Licata, Vito Montaperto, avvocato e dirigente della Dc a Campobello di Licata, Vincenzo Campo, segretario provinciale di Agrigento e Michele Reina, segretario provinciale di Palermo. Tutti uomini che andavano contro corrente, che si rifiutavano di respirare la stessa aria viziata della mafia.

    Come era prevedibile, dunque, come succede ad ogni uomo che tenta di intralciare il pericoloso cammino della mafia e che non piega la testa dinanzi al potere criminale, anche Piersanti Mattarella fu ucciso dal piombo di Cosa nostra mentre rientrava a casa. Arriva l'Epifania e tutte le feste si porta via... Quella volta l'Epifania si era portata via un politico valido e coraggioso, uno di quegli uomini di cui oggi se ne vedono davvero pochi. Pare che il Senatore Giulio Andreotti fosse a conoscenza dell'insofferenza dei boss mafiosi nei confronti del Presidente della Regione e pare che egli stesso avesse indicato la linea da seguire sulla delicatissima questione rappresentata proprio da Mattarella (S. Lodato, Trent'anni di mafia, cit. p. 439), tanto che il delitto dell'esponente siciliano della Dc è considerato uno dei più misteriosi gialli della storia italiana.


    Nella ricorrenza del trentennale dell'omicidio di Piersanti Mattarella, i familiari dell'uomo politico scomparso saranno ricevuti al Quirinale dal capo dello Stato Giorgio Napolitano il 7 gennaio.

    Sulla targa posta sul luogo del delitto, sono state riportate le seguenti parole dell'apostolo Paolo: "Ho combattuto la buona battaglia, ho terminato la mia corsa, ho conservato la fede".


    Serena Verrecchia
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    Predefinito Rif: PIR contro la MAFIA

    MAFIA: NAPOLITANO RICEVE FAMILIARI DI PIERSANTI MATTARELLA

    MAFIA NAPOLITANO RICEVE FAMILIARI DI PIERSANTI MATTARELLA - Agenzia di stampa Asca

    (ASCA) - Roma, 7 gen - Il Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, in occasione del 30* anniversario dell'assassinio di Piersanti Mattarella, avvenuto a Palermo il 6 gennaio 1980, ha ricevuto questa mattina al Quirinale i figli Bernardo e Maria, il fratello Sergio e i nipoti Piersanti, Andrea e Giorgio Mattarella e Giovanni Argiroffi.

    Nell'occasione - informa un comunicato - e' stato presentato al Capo dello Stato il documentario ''Piersanti Mattarella, la grande battaglia'', prodotto da ''La Grande Storia'' di Rai Tre, da parte del direttore della rete, Antonio Di Bella, del responsabile del programma Luigi Bizzarri e dell'autore Giovanni Grasso.

    Il Presidente della Repubblica, nel rendere omaggio alla figura di Piersanti Mattarella, ha richiamato lo straordinario valore del suo impegno per l'affermazione della cultura della legalita' e dei principi dello Stato di diritto. Un impegno esplicato con alto senso delle istituzioni e con coraggiosa fermezza, che resta esempio piu' che mai attuale di fronte alla persistente minaccia della criminalita' organizzata.

    Intanto:

    Mafia: scarcerati tre imputati nel Nisseno
    Per decorrenza dei termini di custodia cautelare

    http://www.ansa.it/web/notizie/regio...651756379.html
    (ANSA) CALTANISSETTA, 6 GEN - Il Tribunale di Caltanissetta ha scarcerato per decorrenza dei termini di custodia cautelare tre imputati dell'inchiesta 'Uragano'. L'inchiesta e' stata condotta dai carabinieri di Caltanissetta e dalla Dda nei confronti di presunti esponenti del clan di Cosa nostra del Vallone, zona rurale nissena. Oggi hanno lasciato il carcere Salvatore Amico, 37 anni, Giuseppe Tona, 45, e Giuseppe Cammarata, 31 anni, gia' condannati in primo grado per associazione mafiosa ed estorsioni.
    Ultima modifica di Razionalista; 08-01-10 alle 01:34
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    Predefinito Rif: PIR contro la MAFIA

    Da oltre vent'anni vengono nel nostro Paese per la raccolta delle arance
    Quattordici ore di lavoro per 20 euro di cui 5 vanno al "caporale"

    Costretti nei campi dalle mafie
    E' la rivolta dei diseredati d'Italia

    Dormono dove capita: tende, fabbriche abbandonate, casolari diroccati
    Sono spesso oggetto di comportamenti razzisti e vittime della criminalità organizzata


    Costretti nei campi dalle mafie E' la rivolta dei diseredati d'Italia - Repubblica.it

    LA rivolta degli ultimi, la rivolta dei neri che vagano per la nostra Italia. Quelli che si spostano sempre, che sono in movimento perenne. Stagione dopo stagione, mese dopo mese e campo dopo campo. Per raccogliere arance o uva, olive o pomodori. Vivono per la terra e vivono nella terra. Senza una casa, senza niente. A settembre erano in Sicilia, intorno alle vigne di Marsala.

    A novembre erano in Puglia fra gli ulivi più belli del Mediterraneo. A primavera migreranno in Campania a spezzarsi la schiena negli orti. Oggi erano qui: nella Piana dove è padrona la mafia più feroce del mondo.
    Sono ghaneani, sudanesi, ivoriani, senegalesi. Vengono dal Togo, dalla Mauritania, dal Congo. Ma da anni sono tutti 'italiani'. Per sopravvivere. Per resistere. Per sfamarsi. Ogni giorno riescono a prendere quasi 20 euro, per dodici anche quattordici ore piegati in due a raccogliere le arance più profumate della Penisola e i mandarini - le clementine - più dolci.

    Dicono che sono tremila, qualche volta diventano quattromila e forse anche di più. A Rosarno i calabresi sono appena in quindicimila. Quasi il novanta per cento del popolo nero che si trasporta come gli animali in branco non ha ancora trent'anni. Sono uomini, solo uomini.

    Gli ultimi sono ultimi perché non hanno mai avuto un tetto tutto per loro. Dormono nelle fabbriche abbandonate della Calabria degli sperperi e delle ruberie di mafia e di Stato. Scheletri in mezzo al nulla. Si accampano fra i pilastri arrugginiti di cemento sulla costa, nelle masserie, in riva al mare. Rosarno è come Castelvolturno. Come Campobello di Mazara. Come tutta l'Italia che hanno sempre conosciuto. Il campo e il sonno.

    È dal 1992 che vengono in questa Piana quando la zagara, il fiore dell'arancio, stordisce con il suo profumo. Non hanno mai freddo e non hanno mai caldo. Non hanno mai un contratto. I 'caporalì li prendono all'alba sui furgoncini, come al mercato del bestiame scelgono i più forti. Ogni 20 euro guadagnati ce ne sono 5 per loro: per i soprastanti che li fanno lavorare. È il pizzo che si fanno pagare i miserabili. E poi loro, per tre o quattro settimane racimolano il loro gruzzolo per non morire.

    Non hanno documenti, non hanno passato. Solo la giornata conta: la giornata nel giardino di aranci.
    Quelli del Magreb hanno trovato sette case pericolanti fuori dal paese, sulla strada per San Ferdinando. I sudanesi stanno da un'altra parte, sotto un grande tendone dove hanno sistemato i sedili squarciati di vecchie auto e i copertoni di un camion come comodini. E i senegalesi stanno ancora più in là, vicino all'inceneritore, in uno stabilimento che un tempo raffinava l'olio d'oliva. "Io dormo qui", raccontava un anno fa Stephan, un ragazzino di vent'anni. Qui è l'oblò di un silos dove una volta conservavano l'olio. Un cilindro metallico dove Stephan ha portato tutta la sua vita: la coperta, un paio di scarpe, un corano, un fornello dove ogni tre o quattro sere riesce a far cuocere qualche pezzo di agnello e un pomodoro. Stephan non ha acqua. Stephan non ha un bagno. Ce ne sono tanti come lui acquartierati anche verso Gioia Tauro e il suo porto, altri si sono dispersi verso Rizziconi.

    Tutti hanno visto per la prima volta l'Italia dagli scogli di Lampedusa. Imbarcati come merce ad Al Zuwara, nella Libia più vicina alla Sicilia. E sbarcati come clandestini in Europa. Ci sono i neri più fortunati, quelli che hanno trovato un capannone come tetto per la notte. Ogni capannone ha una scritta di vernice che ricorda il luogo di partenza di ogni gruppo: Dakar, Rabat, Fes, Mombasa. Nei capannoni i letti sono di cartone. Anche Yasser ha il suo letto di cartone fradicio. L'aveva in Puglia due mesi fa, ce l'ha qui a Rosarno. "Ci dormo poco", racconta. All'alba è già fra gli aranceti. E solo al tramonto torna nel capannone dove c'è la scritta Casablanca. E dice: "Vivo nella paura, la paura di far sapere alla mia famiglia come vivo qui in Europa".

    È da quasi vent'anni che il popolo degli ultimi vaga di terra in terra per l'Italia. Nel silenzio, nell'indifferenza. Nessuno lo dice mai chiaramente ma sono le 'ndrine, le famiglie della mafia calabrese, che più di tutte succhiano il sangue agli ultimi. Le 'ndrine che hanno le arance, che hanno tutto nella Piana. I mafiosi li aspettano al passo, dopo Natale. Quando è tempo di raccolta.
    "Quante persone ci sono in questa strada, un centinaio? Quante sono le persone intelligenti, sette, otto? Bene, io lavoro per le altre novantadue" Phineas Taylor Barnum

    UE, mondo, futuro Michio Kaku:
    https://www.youtube.com/watch?v=7NPC47qMJVg

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    Predefinito Rif: PIR contro la MAFIA

    "Africani coraggiosi alleati contro la mafia"
    Rainews24.it
    La rivolta di Rosarno e' la quarta rivolta degli africani in Italia contro le mafie", per questo secondo quello che dice Roberto Saviano in una dichiarazione all'Ansa, sono piu' coraggiosi di noi e non vanno criminalizzati ma scelti come alleati contro l'illegalita'.

    "La prima - ricorda ancora Saviano all'Ansa - ci fu a Villa Literno nel 1989, la seconda a Castelvolturno nel 2008 e le ultime due a Rosarno, sempre in seguito ad aggressioni subite da membri della comunita' africana. Gli immigrati sembrano avere un coraggio contro le mafie che gli italiani hanno perso poiche' per loro contrastare le organizzazioni criminali e' questione di vita o di morte. E qualunque sia la nostra opinione sulle modalita' della rivolta e' necessario comprendere che ad essersi ribellata e' la parte sana della comunita' africana che non accetta compromessi con la 'ndrangheta". Per l'autore di Gomorra "gli immigrati che protestano sono nostri alleati nella battaglia all'illegalita' e non dovremmo criminalizzarli. Mi piace sottolineare, a questo proposito, ancora una volta, che gli africani vengono in Italia a fare lavori che gli italiani non vogliono piu' fare e a difendere diritti che gli italiani non vogliono piu' difendere."
    "Quante persone ci sono in questa strada, un centinaio? Quante sono le persone intelligenti, sette, otto? Bene, io lavoro per le altre novantadue" Phineas Taylor Barnum

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    Predefinito Rif: PIR contro la MAFIA

    La normalità italiana, storia di ordinarie violenze
    Un’analisi storico politica dell’Italia postunitaria, che dimostra come i suoi momenti più bassi – compresi Bava Beccaris, ventennio e Tangentopoli – non costituiscano eccezioni, bensì il ritratto di Dorian Gray di ampi settori della classe dirigente e degli abitanti del Belpaese
    Roberto Scarpinato
    MicroMega - 2002 / 4 (79-105)

    PARTE 1


    Il filo rosso della violenza politica nella storia degli Stati Uniti ed in Italia
    Quando nell’estate del 1968 fu assassinato anche Robert Kennedy, sembrò ormai chiaro a tutti che il sogno americano era fallito miseramente. Appena due mesi prima era stato ucciso Martin Luther King. Quei due assassini politici riaprivano la ferita mai chiusa dell’omicidio di J. F. Kennedy, mentre l’America era sconvolta dalle rivolte dei ghetti neri e dalle proteste dei movimenti studenteschi. Al dramma della debacle bellica in Vietnam, che , con il saldo passivo dei suoi 48 mila caduti, spandeva un’aria cimiteriale sul mito dell’invincibilità dell’America, sembrava sommarsi un altro Vietnam domestico, sociale e culturale, che rischiava di lasciare sul campo l’anima del paese.
    Così dopo quei due omicidi la misura sembrava colma; ce n’era abbastanza per cominciare a riflettere seriamente su se stessi, lasciando da parte l’illusione repressiva.
    Secondo i clichè ormai collaudati, anche in quei casi – come del resto, tutti gli omicidi politici – apparivano infatti destinati a rimanere avvolti dal mistero, lasciando al solito sulla scena della storia le scorie di assassini “fuori di testa”ed occultando nell’osceno (ob scaena= fuori scena) la trama segreta della catena di morti che dalle viscere dell’establishment impedivano l’affermarsi di leadership dotate di capacità creative. Si stagliava così la minaccia di uno sterile braccio di ferro fra le parti sociali, con una diffusione di violenza in tutto il sistema.
    Iniziare a riflettere seriamente su se stessi significava iniziare a riflettere fuori delle obbligate ipocrisie istituzionali, sui rapporti sulla società americana e la violenza politica.
    Fu in questo clima che il presidente degli Stati Uniti, Lyndon Johnson, istituì un Comitato per lo studio e la prevenzione della violenza, al quale fu chiamato a collaborare H. I. Nieburg, uno dei massimi teorici dei conflitti sociali del tempo.
    Il contributo che Nieburg consegnò al comitato, condensato nella monografia, L’assassinio politico e il continuum del comportamento politico, proponeva un radicale riorientamento dell’approccio al tema della violenza, che, avvalendosi anche dei contributi di Coser e Dahrendorf, scavalcava i termini frusti del senso comune e degli astrattismi legalistici.
    Secondo il modello dello studioso statunitense , il motore e la polpa della dinamica sociale è il bargaining, un ininterrotto e universale processo di contrattazione nel quale i gruppi sociali competano per la conquista di risorse, status ed influenza. La contrattazione investe tutti i livelli della via associata, sia nell’arena politica formale,(circuito istituzionale), che in quella informale (piazze, mezzi di informazione, tavoli di concertazione, ecc,) con continue sinergie ed interscambi, palesi od occulti.
    In quest’unico crogiolo sI formano e prendono consistenza tutti i valori e le norme di comportamento.
    “ I sistemi formali non esauriscono la complessità del reale. […] Ormai si ammette generalmente che sono una sorta di astratti involucri i cui reali contenuti dipendono da ben altri fattori che non le regole formali. […]
    La contrattazione reale non si limita alle istituzioni politiche formali e alle formule giuridiche, ma si sviluppa al di sotto, e al di sopra e ai fianchi di queste sotto forma di azioni e reazioni tra gruppi organizzati […] si è scoperto in tal modo che i rapporti di autorità e contrattazione, sia formali che informali, formano il sostrato del processo decisionale, dell’attività legislativa, della funzione esecutiva […] Nelle scienze comportamentistiche, la linea di demarcazione fra il sociale e il politico, è divenuta così tenue, che i processi sono ormai pressoché interscambiabili”
    La contrattazione si muove lungo un continuum , i cui poli sono la violenza e la non violenza. La violenza non è un’interruzione o un’aberrazione disfunzionale della vita politica, ma piuttosto un suo continuum, una prosecuzione della contrattazione con tattiche comportanti un’elevazione di rischi e costi, quando le altre forme di contrattazione sono precluse o inefficaci. Il processo sociale costituisce il nesso analitico tra i due poli del continuum. L’incessante evoluzione dinamica dei rapporti che in ogni momento emerge da esso, determina le tattiche alle quali si farà ricorso.
    L’agire sociale, solo apparentemente, è mosso e motivato da “valori”, in realtà funziona indipendentemente da essi, reagendo continuamente all’esperienza, laddove i valori non ne sono che razionalizzazioni ex post.
    I valori sono un portato della contrattazione. Ma il rapporto non è unidirezionale, perché essi si calano nuovamente nell’esperienza con una funzione d’ordine: stabilizzare e strutturare gli esistenti rapporti contrattuali
    Conseguentemente, è solo nella lotta per lo status ed il potere, che avviene la selezione fra i sistemi d’ordine confliggenti e prende forma il cambiamento sociale.
    L’essenza della politica consiste, dunque, in un processo di “prove” ed “errori” operante nelle sfere formali ed informali della società, che mette alla prova la legittimità e la validità dei diversi sistemi d’ordine (ivi comprese le istituzioni) e dal quale scaturiscono le trasformazioni ed i rimodellamenti strutturali della società . In tutti questi processi la violenza gioca un ruolo essenziale, in quanto risorsa finale, per mettere alla prova la resistenza delle altre forme sociali, per provare la vitalità delle istituzioni dominanti o per dimostrare la necessità e la legittimità del cambiamento. La violenza e la minaccia della violenza, sono anch’esse dei valori oggetto di scambio, ed il fatto di essere valori negativi non li espunge dallo spettro della contrattazione. Per questo la contrattazione sociale ha sempre in sé l’embrione dell’escalation verso le tattiche distruttive della violenza.
    Grazie alla violenza nuove sovranità alternative si demarcano e lottano spalla a spalla per assumere la guida sul corso degli eventi .
    Si concordi o no con le tesi di Nierburg, certo è, che a fronte del perdurante struzzismo istituzionale italico, tutto votato – tranne poche eccezioni – alle rimozioni e ai riduzionismi culturali, induce a riflettere il fatto che già alla fine degli anni Sessanta, il pragmatismo anglo-americano avesse acquisito una maturità democratica e culturale, tale da affrontare il problema della violenza politica senz’alcuna inibizione, quasi come una sorta di impietosa e disincantata autoanalisi, promossa dalla massima autorità politica di quel paese.
    Basti considerare in proposito, che Nierburg si permise di affermare a corollario della sua tesi, che la classe dirigente del Texas del tempo – dalle cui fila proviene lo stesso presidente Johnson – aveva forti tradizioni ed ascendenze criminali .
    Ho voluto ricordare la riflessione di Nierburg e le particolari condizioni storico politiche in cui fu elaborata, perché è mia convinzione che persista in Italia, un grave e significativo ritardo, ai limiti della rimozione, della riflessione su un tema centrale che da sempre nel nostro paese investe la questione democratica e la “questione stato”: il rapporto irrisolto fra clan dirigenti e la violenza politica da cui germina un rapporto distorto fra potere e legalità. Tutta la storia nazionale dall’Unità ad oggi, è attraversata dal filo rosso di un costante uso politico della violenza da parte di settori della classe dirigente, quale risorsa strategica palese o occulta della contrattazione sociale.
    Nessuna storia nazionale degli stati europei presenta in questi ultimi due secoli, una siffatta continuità della violenza politica endogena.
    I cento morti della repressione manu armata dei fasci siciliani negli anni 1893-94, le 80 persone uccise nel 1898, a colpi di cannone e mortaio dal generale Bava Beccaris, pure decorato dal governo per tale eroica strage di manifestanti inermi, sono solo la punta dell’iceberg della massa di persone uccise durante il periodo monarchico. La spirale di violenza che culmina con l’assassinio di Umberto 1°, e che dopo l’agonia dello stato liberale-monarchico, apre le porte alla nuova prolungata stagione di violenza di massa del ventennio fascista. Nel solo biennio 1920-21, quattromila fra uomini , donne, bambini e vecchi vengono assassinati nelle vie e nelle piazze d’Italia per mano delle squadre fasciste, nella vigile indifferenza – se non con l’appoggio – dei prefetti e delle autorità di pubblica sicurezza. E poi la sequenza spaventosa degli omicidi politici; quarantamila bastonati, storpiati, feriti; ventimila esiliati; diecimila confinati. Ma la lunga scia di sangue lasciata dalle classi dirigenti, della quale è intrisa la nostra storia nazionale, non si arresta con la caduta del regime fascista. Appena il tempo di piangere i caduti della guerra, e via di nuovo fino ai nostri tempi: una lunga ininterrotta catena di stragi (da Portella della Ginestra , il 1° maggio 1947,a Piazza Fontana, a Brescia, all’Italicus, e via elencando fino alle stragi del 1992-93: Una serie di progetti di colpi di stato; uno stillicidio ininterrotto di omicidi politici, di strani suicidi e di incidenti che hanno lasciato sul campo centinaia di morti, falcidiando comuni cittadini e alcuni fra i migliori esponenti della classe dirigente del paese.
    A saperla leggere oltre la cortina dell’ufficialità, la storia italiana presenta tratti di maggiore omogeneità con quella di alcuni Stati dell’America Latina, quali il Cile e l’Argentina – “retrobottega “ dell’Occidente, e lato ombra delle culture delle classi dirigenti europee – piuttosto che con quella dei maggiori Stati europei.
    La differenza sembra essere che in quel retrobottega, i settori più retrivi delle classi dirigenti hanno proseguito a praticare “ sulla scena” della storia, attraverso le dittature militari, quella violenza, che invece nel salotto buono dell’Occidente europeo, dopo la catastrofe della seconda guerra mondiale e l’overdose di totalitarismi, poteva essere praticata solo nel “ fuori scena”.
    Tenuto conto che in entrambi i casi si tratta di violenza politica, la via italiana e quella latino-americana, condividono necessariamente anche gli approdi finali. L’impunità e la rimozione: In Cile non è stato possibile processare Pinochet, mentre in Argentina sono state emanate una serie di leggi ad hoc (cosiddetta legge dell’obbedienza dovuta, cosiddetta legge del punto finale,eccetera) che hanno garantito una sostanziale immunità a Vileda ed agli altri esponenti della giunta militare responsabili di orrendi eccidi. L’impunità dei generali e delle giunte militari – i carnefici sulla scena della storia – è una diretta conseguenza del loro essere stati in realtà, soltanto i braccio armato di potenti borghesie nazionali e internazionali- i mandanti del “fuori scena” della storia - che non hanno esitato a fare uso della violenza più brutale per mantenere inalterato un sistema di privilegi che rischiava di essere messo in crisi dal libero gioco democratico.
    Processare e condannare i carnefici significherebbe dunque destabilizzare il quadro politico, equivarrebbe ad una guerra civile per via giudiziaria: una parte del paese dovrebbe giudicare e condannare l’altra parte.
    Per lo stesso motivo, in Italia, dopo la caduta del fascismo e la fine del conflitto mondiale, si pervenne ad una totale reintegrazione degli esponenti dei quadri direttivi della dittatura, mettendo ben presto da parte ogni ipotesi di seria epurazione.
    Di una totale impunità hanno beneficiato – sull’altare della “ragion di stato” e dei “superiori interessi della nazione”- anche quei repubblichini che dall’8 settembre del 43, al 25 aprile del 1945, spalleggiarono gli uomini delle SS e della Wehrmacht, nel massacrare, a volte con orribili sevizie, circa quindicimila civili connazionali: uomini , donne e bambini. Per decisione politica, i 695 fascicoli processuali contenenti le prove delle responsabilità degli assassini furono tutti occultati nel cosiddetto “armadio delle vergogne”, rinvenuto casualmente nel 1994 in un corridoio della procura militare generale di Roma. Per motivi analoghi in Italia, la storia dell’uso della violenza e della predazione sistemica di quote imponenti delle risorse collettive da parte di settori della classe dirigente, è la storia dell’eterna sconfitta della giurisdizione e dell’impunità dei potenti.
    Sul banco degli imputati finiscono tutt’al più i Pisciotta, che muoiono avvelenati in carcere quando minacciano di rivelare i nomi dei mandanti delle stragi: altri , come Sinora e Calvi, si suicidano o vengono suicidati. I più tacciono scegliendo di sopravvivere.
    Sullo sfondo restano depistagli e coperture clamorose come per esempio, quelle accertate per la cattura e la morte del bandito Giuliano (esecutore della strage di Portella della Ginestra per ordini superiori) , per la strage di Bologna, per il caso Sindona, per l’omicidio Impastato, per il caso Ustica, nonché sparizioni di documenti essenziali, che sfuggono alle perquisizioni nei covi “caldi”: insomma tutto quel ricco repertorio dell’osceno della storia, che poi costituisce la vera storia del potere.
    Ultima modifica di Razionalista; 10-01-10 alle 09:45
    "Quante persone ci sono in questa strada, un centinaio? Quante sono le persone intelligenti, sette, otto? Bene, io lavoro per le altre novantadue" Phineas Taylor Barnum

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