PARTE 2
Breve rassegna delle tecniche di rimozione nazionale della violenza politica
Ma, al si là dell’impunità , che affonda le sue motivazioni nelle ragioni della forza, madre di un realismo politico che si fa strada per vie palesi (negoziazione sistematica di autorizzazioni a procedere, uso strategico del potere legislativo, amnistie condoni ecc.), od oblique (cooptazione di vertici dell’ordine giudiziario, giurisprudenza accomodante , ecc,) quel che appare veramente grave è il persistente rifiuto di guardare in faccia la realtà, affrontandola con maturità culturale.
Nessuno ha interesse ad alimentare una sterile cultura del rancore; ma dovrebbe essere interesse di tutti, comprendere che, sequestrare la memoria mediante le rimozioni, è un atteggiamento simile a quello del nevrotico, che non avendo la forza di confrontarsi con le parti segrete e violente della propria personalità, ne nega l’esistenza o attribuisce paranoicamente a terzi la causa del male che lo attanaglia.
Il risultato è che la violenza rimossa o proiettata all’esterno, si cronicizza ed è destinata a riesplodere ciclicamente , travolgendo lo stesso nevrotico e le vite di altri.
L’esempio sudamericano è ancora una volta calzante: In Argentina dopo la fine della dittatura, non vi è mai stato un filo di dibattito pubblico sulla terribile stagione di sangue che ha fatto fisicamente sparire dalla sena della storia, quasi un’intera generazione. E’ come se nulla fosse mai accaduto. Una forma di amnistia per amnesia. Questo silenzio coatto ha condannato quel paese alla stagnazione e all’infantilismo democratico. Così, a differenza della Germania, dove la tragedia del nazismo non ha mai cessato di essere al centro del dibattito e delle analisi culturali, consentendo una presa di coscienza ed un’uscita in avanti della crescita civile; in Argentina la cultura democratica è rimasta rachitica, con il risultato di fare ripiombare il paese nella crisi attuale, frutto anche della deviazione di una classe dirigente, che ha eliminato tutte le forma di controllo di legalità sul proprio operato.
Anche in questo la via italiana assomiglia per alcuni versi a quella latino-americana. L’eutanasia della Commisione Stragi, che dopo tanti anni di lavoro non ha presentato alcuna relazione conclusiva nella scorsa legislatura. E che nella generale indifferenza non è stata rinnovata nell’attuale legislatura è stato infatti – a mio parere – un drammatico test del grado di immaturità culturale e democratica delle classi dirigenti nazionali, incapaci, pur dopo la caduta del Muro di Berlino, di fare i conti con la propria storia e con il proprio passato, anche sotto il profilo del dibattito politico culturale. Così, oggi come ieri, gli scheletri sono di nuovo negli armadi e la polvere sotto il tappeto. Poi, nei giorni delle ricorrenze delle stragi, gli uomini sulle auto blu, mettono in scena rappresentazioni che per il loro carattere retorico sortiscono l’effetto di alimentare il senso di solitudine e di smarrimento dei parenti delle vittime . A volte a margine di queste occasioni, qualcuno lancia sulla stampa messaggi criptici, ricevendo piccate risposte altrettanto criptiche, che hanno il sapore – gli uni e le altre – di reciproche intimidazioni, destinate a spegnersi come fuochi fatui in uno oscuro gioco di ricatti incrociati.
La via della rimozione prende anche la forma del negazionismo pervicace della realtà: come è accaduto bel caso della corruzione sistemica di Tangentopoli, esitando, dopo una lunga stagione di fibrillazione dell’intero sistema sociopolitico, un’involuzione illiberale dell’ordinamento democratico.
Ma dove la strategia della rimozione celebra i suoi fasti è sulla questione mafia, uno dei terreni privilegiati sui quali è sempre declinata storicamente la violenza politica dei settori più retrivi delle classi dirigenti, come riconosciuto da tutti gli storici, da Leopoldo Franchetti in poi.
Come e noto – ma viene sistematicamente rimosso e dimenticato – Franchetti, riformista conservatore della Destra storica, in esito alla sua inchiesta condotta per mesi in Sicilia nel 1876, individuò il nodo gordiano e il segreto dell’irredimibilità della questione mafiosa, nel rapporto irrisolto delle classi dirigenti dell’isola, con la violenza, costantemente utilizzata nella competizione sociopolitica, quale risolutiva risorsa.
In esito al suo approccio virginale alla realtà mafiosa – non condizionato cioè da pregiudizi ideologici (la rivoluzione russa e l’epoca delle ideologie, erano ancora di là da venire) o da appartenenza di classe ( proveniva da una ricca famiglia toscana) –Franchetti diagnosticò:” Questa facilità alla violenza nella classe che è fondamento di tutte le relazioni sociali in Sicilia, fa sì, che non solo essa non possa usare la forza, che sola avrebbe, di distruggere l’autorità materiale e morale della classe facinorosa, e di impedire in generale l’uso della violenza, ma ancora ch’essa sia cagione diretta per cui la pubblica sicurezza persista nelle sue condizioni attuali. La forza che deve dare la prima spinta al mutamento di queste condizioni, deve dunque essere assolutamente estranea alla società siciliana. E deve venire da fuori, dev’essere il governo. Ma il governo appoggiandosi, come lo abbiamno già detto, e come avremo luogo di dimostrarlo, principalmente su quella classe dominante stessa, si trova in posizione singolare. Da un lato il suo fine più immediato ed importante è di sopprimere la violenza; dall’altro, per i principi che lo informano, si regge sulla classe dominante, e l’adopera come consigliera ed in gran parte come istrumento nella legislazione e nella pratica di governo. Di modo che, ha in mano dei mezzi che sono in contraddizione con il suo fine e conviene che rinunzi, o al suo fine, o all’aiuto e all’appoggio della classe dominante. Non avendo rinunciato a questo, ha per necessità sacrificato quello. […] Dunque nelle presenti condizioni di fatto e coll’attuale sistema di governo che si appoggia sulla classe dominante, la ragione prima, non dell’esistenza, ma della persistenza delle condizioni della pubblica sicurezza in Palermo e dintorni, è la parte diretta e indiretta che ha in queste condizioni la classe dominante”.
A distanza di un secolo e mezzo circa, il nucleo dell’analisi di Franchetti conserva purtroppo, mutatis mutandi, una straordinaria attualità
Tutto questo, come egli ben comprese, è un ragionare a valle, un girare intorno, un divagare su problemi così gravi ma sovrastrutturali che sarebbero stati risolti da gran tempo se non trovassero la loro inconfessabile e sempre rimossa radice nella sottostante struttura di potere sociale,
Se si vuol il,passato, il presente e i futuro della questione mafiosa , occorre studiare le forme evolutive ed involutive del rapporto di alcuni settori delle classi dirigenti con la violenza, senza attendere il prossimo cadavere eccellente disteso sulla strada.
Il sintetico inventario che segue è solo un fior da fiore, un estratto minimale, assolutamente arbitrario per omissione (altrimenti occorrerebbero decine e decine di pagine, tanti sarebbero gli omicidi e i casi da elencare) di una sorta di ordinaria violenza politica che si snoda dalla monarchia ai nostri giorni. La “stanza di Barbablù” dei settori più retrivi di una classe dirigente, quella siciliana, uscita per ultima e controvoglia dal feudalesimo solo a metà del secolo XIX e che quindi sconta a mio parere gravi ritardi in quel processo di acculturazione che porta a sublimare la violenza politica nelle forme ritualizzate della società democratico-liberale.




