Pagina 2 di 6 PrimaPrima 123 ... UltimaUltima
Risultati da 11 a 20 di 59

Discussione: PIR contro la MAFIA

  1. #11
    email non funzionante
    Data Registrazione
    31 Mar 2009
    Messaggi
    66,773
     Likes dati
    5,537
     Like avuti
    9,645
    Mentioned
    314 Post(s)
    Tagged
    56 Thread(s)

    Predefinito Rif: PIR contro la MAFIA

    PARTE 2


    Breve rassegna delle tecniche di rimozione nazionale della violenza politica

    Ma, al si là dell’impunità , che affonda le sue motivazioni nelle ragioni della forza, madre di un realismo politico che si fa strada per vie palesi (negoziazione sistematica di autorizzazioni a procedere, uso strategico del potere legislativo, amnistie condoni ecc.), od oblique (cooptazione di vertici dell’ordine giudiziario, giurisprudenza accomodante , ecc,) quel che appare veramente grave è il persistente rifiuto di guardare in faccia la realtà, affrontandola con maturità culturale.
    Nessuno ha interesse ad alimentare una sterile cultura del rancore; ma dovrebbe essere interesse di tutti, comprendere che, sequestrare la memoria mediante le rimozioni, è un atteggiamento simile a quello del nevrotico, che non avendo la forza di confrontarsi con le parti segrete e violente della propria personalità, ne nega l’esistenza o attribuisce paranoicamente a terzi la causa del male che lo attanaglia.
    Il risultato è che la violenza rimossa o proiettata all’esterno, si cronicizza ed è destinata a riesplodere ciclicamente , travolgendo lo stesso nevrotico e le vite di altri.
    L’esempio sudamericano è ancora una volta calzante: In Argentina dopo la fine della dittatura, non vi è mai stato un filo di dibattito pubblico sulla terribile stagione di sangue che ha fatto fisicamente sparire dalla sena della storia, quasi un’intera generazione. E’ come se nulla fosse mai accaduto. Una forma di amnistia per amnesia. Questo silenzio coatto ha condannato quel paese alla stagnazione e all’infantilismo democratico. Così, a differenza della Germania, dove la tragedia del nazismo non ha mai cessato di essere al centro del dibattito e delle analisi culturali, consentendo una presa di coscienza ed un’uscita in avanti della crescita civile; in Argentina la cultura democratica è rimasta rachitica, con il risultato di fare ripiombare il paese nella crisi attuale, frutto anche della deviazione di una classe dirigente, che ha eliminato tutte le forma di controllo di legalità sul proprio operato.
    Anche in questo la via italiana assomiglia per alcuni versi a quella latino-americana. L’eutanasia della Commisione Stragi, che dopo tanti anni di lavoro non ha presentato alcuna relazione conclusiva nella scorsa legislatura. E che nella generale indifferenza non è stata rinnovata nell’attuale legislatura è stato infatti – a mio parere – un drammatico test del grado di immaturità culturale e democratica delle classi dirigenti nazionali, incapaci, pur dopo la caduta del Muro di Berlino, di fare i conti con la propria storia e con il proprio passato, anche sotto il profilo del dibattito politico culturale. Così, oggi come ieri, gli scheletri sono di nuovo negli armadi e la polvere sotto il tappeto. Poi, nei giorni delle ricorrenze delle stragi, gli uomini sulle auto blu, mettono in scena rappresentazioni che per il loro carattere retorico sortiscono l’effetto di alimentare il senso di solitudine e di smarrimento dei parenti delle vittime . A volte a margine di queste occasioni, qualcuno lancia sulla stampa messaggi criptici, ricevendo piccate risposte altrettanto criptiche, che hanno il sapore – gli uni e le altre – di reciproche intimidazioni, destinate a spegnersi come fuochi fatui in uno oscuro gioco di ricatti incrociati.
    La via della rimozione prende anche la forma del negazionismo pervicace della realtà: come è accaduto bel caso della corruzione sistemica di Tangentopoli, esitando, dopo una lunga stagione di fibrillazione dell’intero sistema sociopolitico, un’involuzione illiberale dell’ordinamento democratico.
    Ma dove la strategia della rimozione celebra i suoi fasti è sulla questione mafia, uno dei terreni privilegiati sui quali è sempre declinata storicamente la violenza politica dei settori più retrivi delle classi dirigenti, come riconosciuto da tutti gli storici, da Leopoldo Franchetti in poi.
    Come e noto – ma viene sistematicamente rimosso e dimenticato – Franchetti, riformista conservatore della Destra storica, in esito alla sua inchiesta condotta per mesi in Sicilia nel 1876, individuò il nodo gordiano e il segreto dell’irredimibilità della questione mafiosa, nel rapporto irrisolto delle classi dirigenti dell’isola, con la violenza, costantemente utilizzata nella competizione sociopolitica, quale risolutiva risorsa.
    In esito al suo approccio virginale alla realtà mafiosa – non condizionato cioè da pregiudizi ideologici (la rivoluzione russa e l’epoca delle ideologie, erano ancora di là da venire) o da appartenenza di classe ( proveniva da una ricca famiglia toscana) –Franchetti diagnosticò:” Questa facilità alla violenza nella classe che è fondamento di tutte le relazioni sociali in Sicilia, fa sì, che non solo essa non possa usare la forza, che sola avrebbe, di distruggere l’autorità materiale e morale della classe facinorosa, e di impedire in generale l’uso della violenza, ma ancora ch’essa sia cagione diretta per cui la pubblica sicurezza persista nelle sue condizioni attuali. La forza che deve dare la prima spinta al mutamento di queste condizioni, deve dunque essere assolutamente estranea alla società siciliana. E deve venire da fuori, dev’essere il governo. Ma il governo appoggiandosi, come lo abbiamno già detto, e come avremo luogo di dimostrarlo, principalmente su quella classe dominante stessa, si trova in posizione singolare. Da un lato il suo fine più immediato ed importante è di sopprimere la violenza; dall’altro, per i principi che lo informano, si regge sulla classe dominante, e l’adopera come consigliera ed in gran parte come istrumento nella legislazione e nella pratica di governo. Di modo che, ha in mano dei mezzi che sono in contraddizione con il suo fine e conviene che rinunzi, o al suo fine, o all’aiuto e all’appoggio della classe dominante. Non avendo rinunciato a questo, ha per necessità sacrificato quello. […] Dunque nelle presenti condizioni di fatto e coll’attuale sistema di governo che si appoggia sulla classe dominante, la ragione prima, non dell’esistenza, ma della persistenza delle condizioni della pubblica sicurezza in Palermo e dintorni, è la parte diretta e indiretta che ha in queste condizioni la classe dominante”.
    A distanza di un secolo e mezzo circa, il nucleo dell’analisi di Franchetti conserva purtroppo, mutatis mutandi, una straordinaria attualità
    Tutto questo, come egli ben comprese, è un ragionare a valle, un girare intorno, un divagare su problemi così gravi ma sovrastrutturali che sarebbero stati risolti da gran tempo se non trovassero la loro inconfessabile e sempre rimossa radice nella sottostante struttura di potere sociale,
    Se si vuol il,passato, il presente e i futuro della questione mafiosa , occorre studiare le forme evolutive ed involutive del rapporto di alcuni settori delle classi dirigenti con la violenza, senza attendere il prossimo cadavere eccellente disteso sulla strada.
    Il sintetico inventario che segue è solo un fior da fiore, un estratto minimale, assolutamente arbitrario per omissione (altrimenti occorrerebbero decine e decine di pagine, tanti sarebbero gli omicidi e i casi da elencare) di una sorta di ordinaria violenza politica che si snoda dalla monarchia ai nostri giorni. La “stanza di Barbablù” dei settori più retrivi di una classe dirigente, quella siciliana, uscita per ultima e controvoglia dal feudalesimo solo a metà del secolo XIX e che quindi sconta a mio parere gravi ritardi in quel processo di acculturazione che porta a sublimare la violenza politica nelle forme ritualizzate della società democratico-liberale.
    "Quante persone ci sono in questa strada, un centinaio? Quante sono le persone intelligenti, sette, otto? Bene, io lavoro per le altre novantadue" Phineas Taylor Barnum

    UE, mondo, futuro Michio Kaku:
    https://www.youtube.com/watch?v=7NPC47qMJVg

  2. #12
    email non funzionante
    Data Registrazione
    31 Mar 2009
    Messaggi
    66,773
     Likes dati
    5,537
     Like avuti
    9,645
    Mentioned
    314 Post(s)
    Tagged
    56 Thread(s)

    Predefinito Rif: PIR contro la MAFIA

    PARTE 3


    Periodo monarchico

    Immediatamente a ridosso dello scandalo della Banca Romana, messo a tacere con “modalità di contrattazione pacifiche” , in Sicilia rischia di esplodere il caso del Banco di Sicilia, “ con modalità di contrattazione violenta”, mediante l’omicidio dell’integerrimo direttore del Banco , l’aristocratico Emanuele Notarbartolo . Il mandante dell’omicidio, la cui esecuzione viene affidata a killer mafiosi, viene individuata nell’onorevole Raffaele Palizzolo. Il caso diviene uno psicodramma dell’intera classe dirigente, che permea sottobanco l’intera vicenda giudiziaria dal 1892 al 1905, coinvolgendo – oltre che un numero indefinito di uomini politici, di esponenti di potentati economici, di magistrati, di vertici della polizia – anche ben quattro presidenti del Consiglio. A proposito del caso Notarbartolo lo storico Francesco Renda, ha scritto:” La storia del processo Notarbartolo pur facendo parte a pieno titolo della storia della mafia, non è senso stretto solo un capitolo di storia della mafia, ma anche un capitolo di storia della politica, […] Lo scandalo che fra il 1893 e il 1899 sottrae il Palizzolo alla giustizia ha la sua matrice nell’esistere e nel perdurare del blocco di potere ora crispino ora dirudiniamo , così come la celebrazione del processo di Milano e poi del processo di Bologna e quindi di Firenze ha la primaria ragion d’essere nella disgregazione e nella scomparsa di quel blocco dalla scena nazionale. […] Palizzolo si trova ad essere la cerniera o il punto debole di tutto il sistema Sicilia, nel momento in cui la Sicilia vuole dire Italia: e non solo perché la presidenza del Consiglio viene tenuta alternativamente e quasi ininterrottamente da due uomini politici siciliani. Il Crispi e il di Rudinì: ma anche perché la soluzione della crisi italiana di fine secolo passa in due momenti particolari per la Sicilia.

    Periodo fascista
    Il prefetto Mori, dopo essere stato acclamato per le retate della manovalanza mafiosa condotte con metodi “spicci”, viene giubilato quando tenta di alzare il tiro delle indagini su quelli che Franchetti aveva definito : “ i prepotenti di alta sfera, cagione, principio e fondamento del vasto sistema di violenze sanguinarie che opprime il paese”. Tale vicenda costituisce la cartina di tornasole di una classe dirigente che fattasi, Stato dittatoriale, prima si riprende il monopolio della violenza, liberandosi di una manovalanza divenuta superflua. E poi, ad opera compiuta, si libera dello stesso Mori, divenuto a sua volta superfluo e pericoloso perché non manovrabile a piacimento

    Periodo repubblicano

    La strage dissuasiva di Portella della Ginestra e la successiva sequenza di assassini di sindacalisti e di animatori del movimento contadino, “rei” di avere osato strappare il popolo contadino, alle condizioni di miseria alle quali lo inchiodavano gli interessi del blocco agrario; l’omicidio nel 1980 di Piersanti Mattarella, presidente della Regione siciliana, “reo” di aver tentato di emancipare la gestione della Regione dai condizionamenti della borghesia mafiosa; la morte annunciata nel settembre 1982 del prefetto Carlo Alberto dalla Chiesa, “reo” di aver compreso e denunziato il ruolo nefasto, svolto dai potentati economici e politici locali nel garantire l’egemonia mafiosa; l’omicidio nel 1983 di Rocco Chinnici, Capo dell’ufficio Istruzione di Palermo, “reo” di non aver dato ascolto a coloro che – come l’onorevole Salvo Lima – gli avevano caldamente consigliato di non recar danno all’economia isolana e di non perseguire importanti imprenditori e finanzieri; L’omicidio dell’onorevole Salvo Lima e del finanziere Ignazio Salvo, assassinati nel 1992 per non aver saputo mantenere le promesse di impunità ai capi della struttura militare, dopo aver da sempre usufruito, nella competizione politica della risorsa aggiuntiva, e a volte strategica, della violenza erogata dall’organizzazione mafiosa.
    Questi sono solo alcuni fra gli ultimi aggiornamenti di una storia tutt’ora in corso, e per ora rientrata nella violenza “fisiologica”, dopo l’escalation stragista degli anni 1992 e 1993. Dopo tanto sangue, tanti lutti e tanto dolore sarebbe stato indispensabile iniziare finalmente una riflessione seria su quanto è avvenuto, per capire se questa ininterrotta tragedia sia destinata ad estinguersi lentamente dopo la caduta del Muro di Berlino, se lo stragismo del 92-93 è stato solo un drammatico colpo si coda, oppure se – al contrario – stia piuttosto accadendo qualcosa di molto grave, che ci condannerà ancora a lungo ad un sapiente bargaining, mafioso, con costi elevatissimi. Inutile coltivare questa speranza. In Italia le riflessioni su questo tema, procedono a singhiozzo, fra un cadavere eccellente e l’altro, per spegnersi poi nella deriva della retorica ufficiale, una vernice buona per tutte le rimozioni.
    Allo stato attuale non resta che accontentarsi della versione che viene messa in scena per la pubblica opinione e che potrebbe sintetizzarsi nei seguenti termini: la mafia è una questione di bassa macelleria criminale, di cui sono protagonisti e artefici solo rozzi ex contadini e pecorai che non sanno neppure esprimersi in corretto italiano e puzzano ancora di stallatico. I colletti bianchi con questa storia non c’entrano nulla. Anzi, sono stati vittime tre volte: prima della violenza mafiosa, vittime poi delle calunnie dei collaboratori, vittime infine di magistrati che nella migliore delle ipotesi si sono lasciati abbindolare da falsi collaboratori essendo sprovvisti di un’adeguata professionalità. Certo non può escludersi che vi sia stata qualche isolata pecora nera anche tra buoni borghesi: ma in fondo, in quale famiglia, non ne esiste una?
    Gli storici sanno che spesso la storia non è neutra narrazione del passato in funzione del controllo del presente. Evidentemente questa storia infantile della mafia è funzionale. E del resto gli psicoanalisti sono soliti affermare che il paziente nevrotico non è in grado di comprendere l’esperienza da cui è agito, sino a quando non esce da quell’esperienza. Forse siamo ancora troppo agiti dall’esperienza mafiosa per avere la forza di guardare in faccia la realtà di una violenza che – come comprese il toscano Fianchetti – purtroppo è anche cosa nostra, e non solo “loro” cioè dei “brutti, sporchi e cattivi”.
    Dopo questo brevissimo inventario delle diverse tecniche nazionali di rimozione culturale del problema della violenza politica, si può ritenere che, parimenti a quelle del Cile e dell’Argentina (e fatte le dovute proporzioni), la storia italiana sia stata e continui ad essere la storia di un appuntamento mancato con la modernità: laddove per modernità si intende un rapporto ormai risolto delle classi dirigenti con la violenza, mediante la stabilizzazione delle gerarchie sociali, in esito a processi di contrattazione secolari che hanno sedimentato un tessuto di valori largamente condivisi, espellendo la violenza dalle tecniche di contrattazione sociopolitica.
    In Inghilterra, Francia, Germania, tale rapporto si è risolto nei secoli scorsi. In Italia invece, siamo ancora all’interno di quella che potrebbe definirsi una tragedia inceppata. Cambiano le forme ma ieri come oggi la violenza resta una costante.
    Se ciò è vero, pur con tutti i limiti posti successivamente in evidenza dalla scienza politica, mi sembra che le categorie interpretative di Nieburg consentano di cogliere alcune dimensioni strutturali del problema sociale della violenza politica in Italia, superando i limiti delle classiche categorie marxiane del conflitto di classe.
    Infatti, così come negli Stati Uniti e a differenza dei paesi dell’America latina, la violenza politica in Italia presenta una ricchezza ed una articolazione tali da non lasciarsi assorbire, se non in parte e solo per il passato, nella lotta di classe caratterizzata da una dinamica verticale della violenza dall’alto verso il basso della piramide sociale, e viceversa, in una spirale di azione e reazione.
    Come negli Stati Uniti, la violenza politica, si è consumata in Italia, anche orizzontalmente all’interno della stessa classe dirigente. Una guerra fratricida, un tragico affare di famiglia, che ha lasciato sul campo – ora fisicamente,ora moralmente- centinaia di esponenti della classe dirigente.
    Per cogliere la continuità della violenza occorre fuoriuscire dagli schemi consueti di analisi, da quelli che Nieburg definisce “astratti legalismi”, seguendo l’iter della violenza nella sua evoluzione proteiforme, a prescindere dal suo inquadramento in quadri di referenza normativa.
    Ciò premesso, dovendo stabilire un incipit, credo che si possa iniziare dal fascismo, periodo in cui la violenza politica raggiunse il suo acme.
    Benedetto Croce definì il fascismo come una parentesi della storia nazionale; uno “smarrimento della coscienza” , “una malattia morale” conseguente alla grande guerra, che determinò una deviazione aberrante del continuum del processo storico iniziato con l’Unità.
    Nonostante il contrario giudizio di Gobetti , e di Salvemini i quali, attraverso itinerari in parte diversi, coglievano invece una continuità storica tra il fascismo e le tare d’origine della borghesia italiana, sempre poco sensibile ai grandi valori civili e morali, l’impostazione crociana – forse perché ha il vantaggio di essere autoassolutoria – è divenuta traslatizia nel senso comune. Infatti, del fascismo, si parla sempre con riferimento al Ventennio, come se appunto si trattasse di una bolla temporale discontinua rispetto al prima e al dopo. Una bolla che contiene e circoscrive, isolandolo nel tempo, un periodo in cui gli italiani, in fondo, non furono se stessi, ma appunto, per dirla con Croce, subirono uno strano impazzimento generale, Come dire un disconoscimento collettivo della paternità della violenza di massa praticata in quel periodo.
    Il “prima”e e il “dopo” invece – secondo questa impostazione – rifletterebbero e custodirebbero, la vera “normale” identità nazionale. Identità della quale, il Risorgimento prima , la Resistenza partigiana e la Costituzione del 1947 poi, sarebbero il distillato più autentico e maturo.
    Anche alla luce dei fatti più recenti, prende sempre più corpo l’ipotesi che probabilmente le cose stiano esattamente al contrario. E cioè: che il fascismo con il suo mix micidiale e sinergico di culture autoctone radicate nei secoli e transgenerazionali, custodisca tratti essenziali del vero genoma dell’identità culturale di massa del paese e delle sue classi dirigenti (quella che è stata definita: la spaventosa normalità italiana), mentre sia il canone liberale del XIX secolo, che lo spirito della Costituzione del 1947, siano espressione di culture elitarie, di realtà sociali corpose, ma da sempre strutturalmente minoritarie. Minoranze che, in determinate straordinarie contingenze storiche e grazie all’intervento di fattori esterni extrasistemici, hanno assunto artificialmente il peso di maggioranze per tornare poi a soccombere, riassorbite nella fisiologia del processo storico.
    Realtà scomoda questa, e quindi rimossa, intuita invece lucidamente da un profondo e disincantato conoscitore degli animal spirits italiani, Ennio Flaiano, che con la semplicità radiografante della battuta icastica, immortalò il “sempiterno fascismo” degli italiani, alludendo ad una dimensione culturale di massa prepolitica, che si cala in forme politiche più o meno palesi, più o meno pure o compromissorie. Dimensione prepolitica che assume ora le maschere della destra, ora quelle della sinistra, con reciproci fenomeni migratori, interscambi e trasformismi, come dimostrano, la stessa biografia di Mussolini, nonché quelle di tantissimi protagonisti della vicenda politica.
    A questo riguardo,la più recente storiografia ha acutamente osservato che l’idea che il fascismo nasca come partito della piccola borghesia, coglie solo l’esteriorità del fenomeno .
    In realtà, la violenza di massa e lo stupro delle fragili istituzioni liberali si svolse nell’acquiescenza convinta, nella vigile indifferenza e grazie al sostegno della stragrande maggioranza di tutti i settori della classe dirigente del tempo, dalla monarchia alla grande industria, dagli agrari del nord, all’aristocrazia baronale siciliana, dai vertici dell’Accademia alle alte gerarchie del Vaticano e del movimento cattolico; gerarchie che ostracizzarono il popolarismo sturziano antifascista, costringendo Sturzo alle dimissioni da segretario del Partito popolare e all’esilio, pur dopo l’omicidio di don Minzoni e l’episodio del selvaggio pestaggio dei deputati popolari che nel gennaio del 1926 avevano tentato di rientrare alla Camera, per porre fine alla secessione aventiniana.
    Quanto all’adesione di massa, basti ricordare che alle elezioni politiche nazionali, che si svolsero il 6 aprile del 1924, il Partito fascista ottenne ben il 66,3 per cento dei voti, conquistando 374 seggi su un totale di 535.
    A volte si tende a dimenticare che il cuore del disegno politico fascista e delle classi dirigenti che lo sostennero, non fu solo quello di contrastare i moti operai e contadini, ma anche quello di impedire lo sviluppo dello Stato liberale. I caduti per mano della violenza fascista, stanno infatti, sia nell’area politica della sinistra che in quella liberale. Vari indicatori inducono quindi a ipotizzare che il “Ventennio”, non fu una malattia morale, ma il ritratto di Dorian Gray di ampi settori della classe dirigente, che ieri come oggi, nascondono nella soffitta del rimosso la propria immagine più vera.
    In altri termini potrebbe sostenersi che il fascismo costituì il libero erompere di alcuni dei più veri e radicati codici culturali italiani dopo la “parentesi” costrittiva del “liberalismo”, fragile ed embrionale creatura di ristrettissime elite della borghesia risorgimentale destinata a soccombere perché non rispecchiavano la realtà culturale e i reali rapporti di potere del paese.
    La “parentesi” del liberalismo postunitario era stata infatti aperta dall’intervento di un fattore extrasistemico rispetto alla realtà delle piccole patrie italiane: la guerra risorgimentale. Tale fattore aveva inoculato nel regno borbonico delle due Sicilie e nello Stato pontificio, nonché in altre vaste realtà territoriali, il corpo estraneo di un ordinamento, che anche per la sua origine elitaria e classista, non costituiva l’esito di un processo di contrattazione globale, secondo la modellistica di Nieburg. Era dunque inevitabile che siffatto “corpo estraneo “ subisse un processo di rigetto, con la conseguente riapertura di una contrattazione che, attraversando tutta l’arena politica formale ed informale, determinò all’inizio del secolo una reintegrazione delle forze reali del paese nello Stato fascista.
    La “normalità fascista” s’interrompe a causa dell’intervento di un altro eccezionale fattore extrasistemico che consente di aprire una nuova “parentesi” nella storia nazionale; quella che porta all’emanazione della Costituzione del 1947, altra creatura artificiale di ristrette elite culturali, destinata dunque ad essere riassorbita nel tempo dalla normalità nazionale.
    Solo grazie all’intervento delle forze alleate vincitrici nel secondo conflitto mondiale, ed al crollo momentaneo della vecchia classe dirigente fascista, si apre infatti nel dopoguerra, uno spazio “provvisorio”, un “altrove” che ancora una volta assegna il timone del comando a ristrette elite culturali, a minoranze strutturali; gli esponenti sopravvissuti della vecchia classe liberale, i fuoriusciti, i vertici dei partiti che avevano fatto la resistenza ed avevano formato il Cnl. Quadri che selezionano le candidature dei deputati della Costituente, le quali riceveranno poi una ratifica popolare nelle elezioni, fatte a scrutinio di lista,a rappresentanza proporzionale.
    E’ un meccanismo di cooptazione elitaria, in una fase in cui ancora i partiti di massa sono virtuali o allo stato embrionale.
    L’alchimia della storia trasforma un’avanguardia culturale in maggioranza politica.
    E’ stato osservato che ciò che fece la grandezza dell’opera dei costituenti, fu che essi – pur discordi nelle ideologie – furono tuttavia d’accordo nel desiderare un sistema di libertà autentico e valido e che guardarono quindi ai problemi dell’organizzazione dello Stato con l’animo di uomini dell’opposizione, non ancora con quello di uomini del potere. Del resto quello era un momento della storia in cui nessuno poteva prevedere chi nella successiva evoluzione politica avrebbe preso il potere.
    Se si pone a confronto l’Italia disegnata dalla Costituzione, con l’Italietta reale, arretrata e provinciale del tempo (sei cittadini su dieci, senza licenza elementare, e sette su dieci, incapaci di parlare l’italiano), si comprende come fra queste due entità esistesse lo stesso abisso che separa il dover essere dall’essere.
    La nostra Costituzione superò noi stessi e la nostra storia, fu un gettare il cuore oltre l’ostacolo, indicando un modello da raggiungere: la costruzione di uno Stato democratico di diritto che, a mio parere, superava le possibilità etiche delle culture autoctone delle classi dirigenti e delle masse.
    Questa è la forza, ma allo stesso tempo il peccato originale della Costituzione del 1947 : il peccato di non essere in alcune sue parti, vitali e strategiche – a differenza delle Costituzioni statunitensi e inglese – quella che gli inglesi chiamano “la legge della Terra” – cioè l’espressione formale della sostanza culturale di un popolo.
    La forza della costituzione degli Stati Uniti, primo e classico modello di tutto il costituzionalismo scritto liberale moderno, si radicava infatti, proprio nella sua storicità, nella sua aderenza, cioè, alle strutture del paese, nella sua capacità di ricomporre, dopo la rivoluzione, un sistema di poteri e di garanzie non troppo dissimile da quello che si era già delineato, attraverso una lunga esperienza, nella vita del paese, prima della rivoluzione.
    L’esperienza britannica, a cui quella americana aveva attinto, era a sua volta tutta storica, empirica, puntualizzata solo da occasionali e sommari documenti scritti, nata da un secolare sforzo per utilizzare , senza distruggerle, le strutture e le garanzie del pluralismo medioevale, nel quadro del risorgente Stato accentrato e unitario.
    Il costituente italiano crea invece, sopra basi puramente razionali, il disegno di un ordinato sistema di pubblici poteri e di libertà politiche in un paese che aveva veduto le sue istituzioni, dapprima corrose da un lento processo storico (ad esempio le autonomie comunali, un tempo gloriose, erano snervate e degradate a pure circoscrizioni amministrative già prima del Risorgimento), poi deformate e anchilosate dalla dittatura, infine annientate dalla sconfitta bellica.
    Per tornare alle categorie del Nieburg, si può dire quindi che la Costituzione non fu il portato dell’esito di una contrattazione infrasistemica fisiologica che sancisce la fine di un conflitto, ma l’imposizione di un sistema di valori dovuto a fattori extrasistemici.
    Per questo motivo, i valori liberali, incorporati nella raffinata ingegneria della divisione bilanciata dei poteri, in quanto gestalt sociali condivisi solo da minoranze e che non riflettevano i sistemi normativi di fatto dei gruppi di potere dominanti, si rivelano inidonei a calarsi nell’esperienza e a svolgere una funzione di ordinamento effettivo della realtà sociale.
    E’ dunque inevitabile che chiusa la parentesi “rivoluzionaria” costituzionale, la “normalità” italiana riprenda il sopravvento. E con la normalità riprende tacitamente il processo di contrattazione globale fra le forze reali del paese (interrotto solo momentaneamente dall’entrata in campo degli alleati e dal crollo del vecchio quadro istituzionale): forze che ridisegnano la Costituzione reale ad immagine e somiglianza dei vari codici culturali di cui sono portatrici.
    Nell’aggiustamento del dover essere con l’essere, il processo di contrattazione – e qui sta il punto saliente – non investe solo la distribuzione delle risorse e di status all’interno di una forma Stato accettata e condivisa ma rimette in discussione la stessa organizzazione dei poteri. Si convalida qui la prospettiva di Nierburg riportata all’inizio, e che è bene ripetere: “ I sistemi formali non esauriscono la complessità del reale. […] Ormai si ammette generalmente che sono una sorta di astratti involucri i cui reali contenuti dipendono da ben altri fattori che non le regole formali. […]
    La contrattazione reale non si limita alle istituzioni politiche formali e alle formule giuridiche, ma si sviluppa al di sotto, e al di sopra e ai fianchi di queste sotto forma di azioni e reazioni tra gruppi organizzati […] si è scoperto in tal modo che i rapporti di autorità e contrattazione, sia formali che informali, formano il sostrato del processo decisionale, dell’attività legislativa, della funzione esecutiva […] Nelle scienze comportamentistiche, la linea di demarcazione fra il sociale e il politico, è divenuta così tenue, che i processi sono ormai pressoché interscambiabili”
    Il risultato di questo lavoro ai fianchi, di sotto e di sopra della Costituzione, ha determinato una grave degradazione del coefficiente di statalità.
    Nell’esame comparato dei processi di nation building, gli scienziati della politica analizzano i “dislivelli di statalità” per misurare i diversi gradi di emancipazione degli Stati nazionali da forma organizzative classificabili come protostati, equivalenti a gruppi, oligarchie, tribù, etnie che non si sino ancora integrate in un unico sistema di valori centralizzato.
    Per grado di statalità delle strutture di governo s’intende in particolare: “la misura in cui gli strumenti di governo sono andati differenziandosi da altre forme organizzative, centralizzandosi, rendendosi autonomi e formalmente coordinati l’uno con l’altro”
    L’elevatissima degradazione del coefficiente di statalità italiano, iniziata già nei primi anni del dopoguerra e progressivamente aggravatasi sempre più, indica la mancata emancipazione del sistema politico dalla distribuzione del potere di fatto nella società civile e la sua mancata democratizzazione, il risultato è un ibrido che è stato definito come un: “Miscuglio di società statalizzata e di società senza Stato”
    Come è noto, alcuni dei frutti avvelenati di questo ibrido, sono stati: la partitocrazia e la correntocrazia, cioè la confisca di quote determinanti e strategiche dell’autorità statale da parte di oligarchie private, con la conseguenza trasformazione delle istituzioni in luoghi della politica “messa in scena”, ove si provvedeva in realtà alla mera registrazione di decisioni e di transazioni assunte dalle oligarchie nel “fuori scena”. Basti pensare, tra i tanti possibili esempi, alla messa in scena della legge sul finanziamento pubblico dei partiti, approvata nel 1974 sull’onda dello sdegno popolare dello scandalo petroli, con mille impegni di non ricascarci più, e allegramente violata da quasi tutti i partiti a partire dal giorno seguente la sua promulgazione. Che razza di stato democratico di diritto e quello in cui il legislatore viola le stesse leggi che emana?
    La lottizzazione di tutte le istituzioni nazionali e locali, trasformate in macchine di potere al servizio di gruppi oligarchici ed affidate in feudo a vassalli, legate ai vertici della catena di comando da un vincolo di fedeltà neofeudale;
    - la vanificazione di tutti i sistemi di controllo dell’architettura costituzionale, atteso che controllori e controllati, distribuiti in tutti i punti del circuito istituzionale,erano legati da vincoli di obbedienza agli stessi vertici;
    - il depotenziamento e l’imbrigliamento del controllo di legalità da parte dell’ordine giudiziario,mediante la negazione sistematica delle autorizzazioni a procedere, il controllo dei vertici e di settori della magistratura cooptati nelle oligarchie, il gioco delle avocazioni e dei trasferimenti dei processi “caldi”; nonché in tanti altri modi obliqui;
    - la consequenziale reazione di un’enorme zona di pressoché totale impunità per tutte le nomenclature del potere reale del paese, all’ombra della quale sono cresciuti i cancri di tangentopoli e di mafiopoli.
    Riassumendo, si può affermare che lo Stato in Italia, è esistito solo negli spazi residuali non occupati dalle oligarchie in competizione.
    Il fenomeno accennato costituisce la declinazione di una tendenza degenerativa oligarchica dei ceti dirigenti italiani che ha un cuore antico, tanto da costituire all’inizio del secolo il fulcro dell’analisi di uno dei più grandi scienziati italiani della politica: Gaetano Mosca, esponente della destra postrisorgimentale e teorico della fondamentale dottrina delle elite.
    Mosca diagnosticò tra i primi e con particolare penetrazione scientifica questo male oscuro. Egli disloca il fatto politico sotto il permanente rischio di degenerazione oligarchica Ogni classe politica tende a chiudersi a oligarchia avida e nomenclatura, a minoranza organizzata che persegue i suoi interessi separati, a danno della maggioranza disorganizzata, ed il suo pieno successo soffoca la vita civile, irretendola nel settarismo consortile.
    Per combattere la degenerazione oligarchica delle elite, Mosca non vede che una soluzione: la lotta al potere deve essere progettata dentro il potere stesso. Il potere si combatte attraverso il potere, realizzando fino in fondo la separazione dei poteri ed il loro controbilanciamento, secondo i migliori postulati della cultura liberale.
    Mosca si illudeva che la costruzione di uno Stato veramente liberale, mediante una compiuta opera di ingegneria costituzionale, avrebbe posto rimedio ai vizi delle classi dirigenti nazionali.
    L’esperienza del secondo dopoguerra dimostra come si trattasse di una costruzione costruttivistica, giacchè, non sono le regole astratte che fanno le culture, ma le culture - secondo Nieburg , razionalizzazioni ex post di rapporti di contrattazione stabilizzati – che fanno le regole.
    La Costituzione del 1947, superava di molto le aspettative di Mosca; e tuttavia rimase in molte parti vitali, lettera morta, un libro dei sogni che riusciva a tradursi in realtà solo a prezzo di aspre lotte sociali, all’interno di un ininterrotto e durissimo processo di contrattazione, la cui deriva violenta era nell’ordine delle cose, tenuto conto di quanto si è andato di qui esponendo.
    Espressione della normalità italiana dopo la parentesi costituzionale è infatti anche l’immediata ripresa della violenza politica. Il rifiuto del disegno liberale e delle promesse di emancipazione sociale della Costituzione si manifesta non solo con un’immediata ripresa della contrattazione pacifica, volta a disinnescare e neutralizzare parti vitali del disegno costituzionale, ma anche, attivando in momenti di particolare tensione,modalità di contrattazione violenta.
    Le due modalità di contrattazione a volte svolgono un’azione sinergica, in quanto l a modalità violenta agevola la contrattazione pacifica.
    Il rumore di sciabole dei progetti golpisti, ridimensiona e fa arretrare la pretesa di ingresso del Partito socialista nell’arco di governo. La strage di Portella della Ginestra del 1947 e le stragi neofasciste degli anni Settanta, sono atti di violenza politica dissuasivi, finalizzati a stabilizzare il sistema dei rapporti di forza esistenti.
    Dopo la tragedia del caso Moro, l’omicidio – alla vigilia del determinante congresso nazionale Dc del febbraio 1980 – di Piersanti Mattarella, presidente della Regione siciliana, prosecutore dell’esperienza politica di Moro nell’importante laboratorio politico siciliano e astro nascente della Dc nazionale, getta nel panico la parte più avvertita della classe dirigente siciliana, disarmandone ogni velleità riformista e moralizzatrice della vita pubblica. Quell’omicidio suona come un triste monito anche per la classe dirigente nazionale, alcuni esponenti della quale erano stati messi al corrente da Mattarella, poco prima di venir ucciso, della drammatica situazione in cui egli si era venuto a trovare. Spesso del resto la causale mafiosa assolve al compito di coprire come un parafulmine le corpose causali convergenti di ordine “politico”.
    "Quante persone ci sono in questa strada, un centinaio? Quante sono le persone intelligenti, sette, otto? Bene, io lavoro per le altre novantadue" Phineas Taylor Barnum

    UE, mondo, futuro Michio Kaku:
    https://www.youtube.com/watch?v=7NPC47qMJVg

  3. #13
    email non funzionante
    Data Registrazione
    31 Mar 2009
    Messaggi
    66,773
     Likes dati
    5,537
     Like avuti
    9,645
    Mentioned
    314 Post(s)
    Tagged
    56 Thread(s)

    Predefinito Rif: PIR contro la MAFIA

    ULTIMA PARTE


    L’ultima parentesi e il ritorno alla normalità

    La normalità italiana subisce infine, a mio parere, una terza e ultima parentesi a causa dell’intervento di un altro poderoso fattore extrasistemico di portata internazionale, la caduta del Muro di Berlino del 1989.
    Come è noto,la fine del bipolarismo internazionale ridisegna gli equilibri geopolitica mondiali Dopo il crollo del comunismo, l’Italia non è più una risorsa né un problema, così come era stata durante tutta la guerra fredda per la sua collocazione geografica strategica fra i due blocchi. La fine del bipolarismo liberalizza il bargaining politico, distruggendo alcune posizioni di oligopolio politico e lasciando molti orfani.
    Infatti, venuto meno il collante artificiale dell’anticomunismo (il montanelliano:”votate turandovi il naso”), scongelatisi i serbatoi del voto ideologico, messo in libera uscita un ondivago voto di opinione che non sa neppur bene dove dirigersi, i partiti di maggioranza crollano, e quelli di opposizione devono reinventarsi un ubi consistam, mentre i cambiamenti radicali dei processi economici e la globalizzazione, affidano al museo della storia la classe operaia e la dinamica dei conflitti di classe.
    Nel generale dissesto che si viene così transitoriamente a determinare, si crea nella prima metà degli anni Novanta un vuoto di potere che apre la terza parentesi, grazie alla quale i valori delle minoranze prendono il sopravvento in una bolla temporale destinata a sciogliersi ben presto nello scontro con la realtà del paese.
    In quella manciata di anni accade infatti che una delle chiavi di volta dell’architettura costituzionale e dell’intera filosofia liberista del potere, il primato della legge sulla politica garantito mediante l’indipendenza dell’ordine giudiziario, diviene ordinamento reale, dopo essere stato da sempre imbrigliato e sabotato in mille modi .
    La Costituzione scritta diviene così Costituzione vivente, rivelando la sua portata rivoluzionaria e destabilizzante degli assetti del potere realmente esistenti dietro la facciata delle istituzioni tradite e ridotte a scenari di cartapesta.
    Per la prima volta nel paese, dall’Unità d’Italia ad oggi, accade l’impensabile; la sbalestrata bilancia della legge pareggia i suoi piatti. Il potente e l’impotente diventano eguali dinnanzi alla legge. E’ il tempo di Mani Pulite e dei processi ai colletti bianchi accusati di collusione con la mafia.
    Grattata la crosta dei vertici della vecchia partitocrazia in Mani Pulite e quella dei capi mafia in Mafiopoli – soggetti elevati dalla pubblica opinione, in un peana generale, a capi espiatori, sui quali proiettare catarticamente l’unica responsabilità di tutti i mali, di cui invece gli uni e gli altri sono solo lo specchio – quel che emerge via via che le indagini procedono, è la polpa viva di un sistema di corruzione e di collusione, che da nord a sud coinvolge trasversalmente e profondamente settori vastissimi e potenzialmente indeterminati dell’intero establishment.
    Il vecchio ritratto di Dorian Gray riemerge dalla soffitta restituendo l’immagine impresentabile di una classe dirigente sempre eguale a se stessa.
    A quel punto, il peana di consenso si trasforma progressivamente in peana di dissenso la fragile e artificiale bolla temporale svapora, mentre la maggioranza delle forze reali del paese si ricombatta riprendendo il sopravvento, La reazione si fa violenta e trasversale.
    Mentre sulla scena dei media i magistrati che hanno tanto osato vengono ossessivamente rappresenati alla pubblica opinione come promotori di una guerra civile in proprio, o come strumenti di disegni politici altrui, nelle stanze del potere si comprende benissimo che la causa genetica del “male” , della perdita di controllo sulla magistratura si annida nelle pieghe della Costituzione.
    La Costituzione finisce così sul banco degli imputati e la Bicamerale diventa il tavolo operatorio dove con sapiente chirurgia istituzionale, amputando e rimodellando qui e là, si può trasformare l’ordine giudiziario in una variabile dipendente degli equilibri politici che via via si consolidano nel bargaining sottobanco.
    Messa da parte la bicamerale quel risultato è stato poi tenacemente perseguito con una sequenza ininterrotta di operazioni di ingegneria legislativa che lavorando ai fianchi, di sotto e di sopra, l’architettura costituzionale, la stanno progressivamente svuotando e lobotomizzando, riducendola ad un guscio vuoto.
    Al di là delle contingenze politiche momentanee, il progetto organico che inanella le diverse iniziative – muovendosi ora sul terreno del diritto sostanziale, ora su quello processuale, ora su quello ordinamentale – gode di un consenso trasversale così ampio da apparire ancora una volta come il libero erompere dei veri e radicati codici culturali della maggioranza delle classi dirigenti nazionali.
    L’espressione “giusto processo” , introdotta con legge costituzionale del 23 novembre 1999 n 2 nel teso preesistente della Costituzione del 1947, tradisce nel suo apparente carattere esornativo ( affermare che la giurisdizione si attua mediante il giusto processo regolato dalla legge, è come dire che la sanità deve essere sana e l’istruzione istruita) lo spirito di revanche di una classe dirigente che, a memoria e monito delle future generazioni ha voluto implicitamente bollare come “ processi ingiusti”, quelli che ha dovuto subire nella prima metà degli anni Novanta, in Mani pulite, e Mafiopoli.
    E’ come se dopo essere stati costretti a vivere al di sopra delle nostre possibilità etiche, si fossero, si fosse deciso in un empito autoliberatorio di dire chiaro e tondo che la legalità costituzionale non ha la legittimità del consenso reale e profondo della maggioranza del paese e che, dunque, la tavola dei valori deve essere riscritta con sano realismo, adeguandola ai veri canoni antropologica di questa traversale maggioranza culturale, e non sull’altare di una gerarchia di valori imposta da una minoranza, sempre subita come una camicia di forza e mai intimamente condivisa.
    Così come in una marcia inarrestabile, ogni giorno che passa, questi codici culturali si stanno sempre di più “facendo Stato” e ordinamento.
    Se questa diagnosi è esatta ci troviamo davanti ad un processo democratico di grande portata che sta riscrivendo la forma Stato, espungendo come un corpo estraneo tutti i vincoli imposti dal liberalismo – cultura elitaria e appunto estranea ai codice nazionali – e riducendo ai minimi termini il coefficiente di statalità.
    La differenza fra Stato democratico e Stato democratico liberale di diritto, è nota. La democrazia è il governo della maggioranza. Il liberalismo è, invece, un insieme di regole che includono fra i propri obiettivi quello di limitare il potere della maggioranza. L’esperienza storica ha dimostrato infatti che la democrazia aritmetica è un’impostura semplicistica della sovranità popolare, e che in realtà, nasconde l’anticamera della degenerazione oligarchica e del dispotismo. All’assolutismo del principe, si sostituisce - nel migliore dei casi – l’assolutismo di una maggioranza e – nel peggiore – la tirannide delle ristrette oligarchie in possesso di mezzi efficaci per dominare la maggioranza.
    Non è un caso che in Italia e in Germania ed altrove l’avvento delle dittature autoritarie abbia avuto come levatrice, la cosiddetta democrazia aritmetica. Da qui la necessità di moltiplicare i centri autonomi di potere creando un organico equilibrio di poteri. Come è stato acutamente osservato, i regimi liberali hanno tutelato la discussione critica molto prima di introdurre il suffragio universale, hanno garantito l’opposizione parlamentare, prima del voto per tutti. I regimi liberali sono quindi, non casualmente, ma fisiologicamente esposti, alla limitazione del potere ed alla critica.
    Ciò posto, molti indicatori rivelano nel nostro paese la progressiva involuzione, da un regime democratico liberale, a un regime democratico illiberale, con la variante di una destabilizzazione strisciante.
    La destatalizzazione è il portato fisiologico del mix sinergico tra neoliberismo selvaggio e culture autoctone risalenti ,tutte caratterizzate – oltre che dall’avversione ai valori liberali – da un viscerale antistatalismo: il familismo amorale; il tribalismo nelle sue varianti etniche, partitiche, massoniche, aziendalistiche, paramafiose; il clericalismo retrivo di ispirazione controriformista, antirisorgimentale e anticonciliare.
    Si inaugura così una stagione di darwinismo sociale che rischia di innalzare il livello dello scontro, dirottando la contrattazione dall’arena politica formale a quella informale (piazze), e poi, da quella informale pubblica, a quella informale occulta.
    A questo proposito può essere interessante evidenziare come, nello studiare i dinamismi, che nel processo sociale dirottano le modalità di contrattazione verso forma progressivamente più violente, Nienurg disegnò un itinerario che ricorda in modo preoccupante ciò che sta accadendo in Italia.
    Lo studioso americano evidenziò che costituiva un gravissimo errore limitare od ostracizzare l’accesso all’arena dei media delle voci critiche delle opposizioni istituzionali e sociali, l’ostruzione di quel canale determinava, infatti, il dirottamento delle contrattazioni, dai media alle piazze, con un primo possibile innalzamento della soglia della violenza.
    Un secondo gravissimo errore consisteva nel rispondere con la violenza repressiva alle manifestazioni di piazza, sia quelle assolutamente pacifiche, sia quelle nelle quali veniva posta in essere una ritualizzazione simbolica della violenza. La ritualizzazione era infatti la semplice messa in scena di una violenza in realtà non agita (cosiddetta violenza frizionale) e costituiva quindi, nonostante le apparenze, una modalità pacifica di contrattazione del continuum fra i due poli – non violenza e violenza – del bargaining. La violenza poliziesca contro queste manifestazioni di piazza trasformava la violenza ritualizzata, in violenza agita, creando un circuito perverso.
    Inoltre si veniva a determinare il gravissimo effetto di un ulteriore possibile dirottamento delle forma di contrattazione dall’arena politica pubblica (piazza) all’arena politica occulta, con il passaggio dalla violenza ritualizzata a quella militare, selettiva (clandestinizzazione dei nuclei armati).
    Per disinnescare tali dinamismi, Nieburg, indicava al Comitato, due strade:
    In primo luogo, liberalizzare al massimo – e anzi incrementare – gli accessi delle opposizioni politiche e sociali ai media, in modo da garantire la pacificità delle modalità di contrattazione ed evitare il progressivo slittamento verso forme violente: “l’accesso a mezzi di contrattazione sociale alternativi ed efficaci, è uno fra i fattori che possono contribuire non poco a smorzare la violenza politica.
    La disuguaglianza nella distribuzione degli accessi, non solo riflette le gerarchie di autorità e di potere esistenti, ma limita anche le alternative contrattuali aperte ai livelli più bassi ditali gerarchie.
    In secondo luogo procedere a particolari addestramenti anche psicologici le forze dell’ordine, in modo da renderle in grado di distinguere nelle manifestazioni di piazza la violenza ritualizzata, alla quale lasciare sfogo, dalla violenza agita, da governare invece con tecniche contenitive altamente selettive.
    Al riguardo, Nieburg osservava: “ Incalcolabile è l’importanza che riveste la violenza accidentale, con la smisurata dilatazione delle sue conseguenze per la contrattazione politica. […] Uno spintone dato ad una donna che picchetta, da un poliziotto, può in un attimo far venire a galla anni di rancori accumulati e di sofferenze inespresse […].
    Lo scienziato può sperare solo che la comprensione della dinamica del conflitto, elimini almeno le conseguenze più stupide e meno inevitabili, facendo si che gli uomini imparino, nei futuri esiti contrattuali a valutare bene i rischi ed i costi imposti dall’escalation, prima che si giunga al punto di rottura dello scontro violento.
    L’attuale politica di riduzione progressiva degli spazi e degli accessi ai media per le voci critiche, nonché l’esibita sponsorizzazione politica di “ maniere forti” in occasione di manifestazioni di piazza ( per esempio i fatti del G8 genovese e i fatti di Napoli), vanno in modo preoccupante nella direzione esattamente opposta a quella indicata da Nieburg.
    Allo stato, uno dei frutti più succosi del nuovo darwinismo è un’altra forma sottile ed impalpabile di violenza: la costruzione metodica di un diritto diseguale, all’insegna del permissivismo più totale per i comportamenti devianti delle classi dirigenti e della tolleranza zero per coloro che stanno alla base della piramide sociale, per i marginali, per gli esclusi.
    Così come re Mida trasformava in oro tutto ciò che toccava, questa classe dirigente ha una straordinaria capacità di trasformare in legalità a 100 carati, quel che prima era illegale: la riforma dei reati contro la pubblica amministrazione, che nella sostanza ha legalizzato la lottizzazione, il clientelismo ed il nepotismo istituzionale; la riforma del falso in bilancio che affida al vaporoso e volatile self-restrain di coriacei businessman il compito di non strafare nei trucchi contabili per frodare i poveri ingenui e frodare il mercato; la legge sul rientro dei capitali dall’estero all’insegna del pecunia non olet; i condoni fiscali e le sanatorie edilizie; i progetti di edulcorazione dei reati di bancarotta fraudolenta; la trasformazione del processo penale, da “cerchio sacro” all’interno del quale è bandita la legge del più forte, ad arena gladiatoria dove i rapporti sociali di forza hanno libero modo di replicarsi, schiacciando sotto il maglio dei potenti e dei furbi coloro che non hanno la tempra degli eroi.
    Tutte queste sembrano le tappe di una vera marcia trionfale, di una vigorosa e liberatoria riaffermazione degli animal spirits delle classi dirigenti.
    Costituisce poi motivo di riflessione sul genoma reale delle culture nazionali il fatto che tutto ciò avvenga – tranne l’impegno di eroiche e corpose minoranze trasversali alla sinistra, al centro e alla destra – nella sostanziale acquiescenza, quando non con il sostegno convinto della maggioranza dell’intellighenzia nazionale e della pubblica opinione, graniticamente indifferente al tema cruciale del conflitto di interessi – come dire l’abbecedario di qualsiasi Stato moderno – alle sorti dell’indipendenza dell’ordine giudiziario e al tema del pluralismo dll’informazione.
    Se – come affermava Nietzsche – il compito di ogni individuo è quello di divenire se stesso, e se tale compito si attaglia anche ai popoli, possiamo concludere che forse, dopo un travagliato percorso storico iniziato nel 1860, siamo finalmente riusciti, nonostante tanti intoppi e tante devianze di percorso, (Stato liberale, Costituzione del 1947, Mani pulite e grandi processi ai colletti bianchi in Mafiopoli) , nell’impresa di divenire noi stessi: un popolo di tribù e di protostati che rifiuta di farsi Stato o che piega lo Stato alle esigenze delle tribù egemoni. L’eterna storia italiana torna a raccontarsi. Speriamo di non farci troppo male e che Dio ci salvi da noi stessi fino alla prossima parentesi.
    Nel frattempo non resta che, resistere, resistere, resistere , ricordando che i padri costituenti, forse nella consapevolezza di essere una minoranza baciata dalla storia, che aveva loro affidato un compito da giganti in un paese affetto da un cronico nanismo etico, arrivarono ad un passo dall’introdurre un articolo che codificava;”il diritto di resistenza costituzionale” dei cittadini.
    "Quante persone ci sono in questa strada, un centinaio? Quante sono le persone intelligenti, sette, otto? Bene, io lavoro per le altre novantadue" Phineas Taylor Barnum

    UE, mondo, futuro Michio Kaku:
    https://www.youtube.com/watch?v=7NPC47qMJVg

  4. #14
    email non funzionante
    Data Registrazione
    31 Mar 2009
    Messaggi
    66,773
     Likes dati
    5,537
     Like avuti
    9,645
    Mentioned
    314 Post(s)
    Tagged
    56 Thread(s)

    Predefinito Rif: PIR contro la MAFIA

    MAFIA: FOTO NICCHI E RACCUGLIA A PALERMO,"FARETE TUTTI LORO FINE"

    (AGI) - Palermo, 19 gen. - Questa mattina Palermo e' stata tappezzata, soprattutto davanti scuole e facolta' universitarie, di manifesti con le foto degli ex superlatitanti di mafia Giovanni Nicchi e Domenico Raccuglia e la scritta "Farete tutti questa fine" rivolta ai mafiosi ancora in liberta'. L'azione provocatoria e' della Giovane Italia, il movimento giovanile del Popolo della liberta' (ala ex An), che ha voluto cosi' simbolicamente augurare buon compleanno a Paolo Borsellino nell'anniversario della nascita. Raccuglia e Nicchi, ex numero due e tre di Cosa nostra, sono stati arrestati dai poliziotti della Catturandi, rispettivamente il 15 novembre e il 5 dicembre scorsi, in un memorabile quanto durissimo 'uno-due' inferto a Cosa nostra. Giovane Italia questa mattina presenta il documento politico "Gli ultimi colpi per ammazzare la mafia" sulle proposte della giovane destra su come colpire definitivamente Cosa nostra. Tra queste vietare la candidatura a chi e' in odore di mafia, l'istituzione del seggio unico per bloccare il controllo del voto e la creazione di presidi permanenti delle forze dell'ordine nei quartieri a rischio.

    AGI News On - MAFIA: FOTO NICCHI E RACCUGLIA A PALERMO,FARETE TUTTI LORO FINE
    "Quante persone ci sono in questa strada, un centinaio? Quante sono le persone intelligenti, sette, otto? Bene, io lavoro per le altre novantadue" Phineas Taylor Barnum

    UE, mondo, futuro Michio Kaku:
    https://www.youtube.com/watch?v=7NPC47qMJVg

  5. #15
    email non funzionante
    Data Registrazione
    31 Mar 2009
    Messaggi
    66,773
     Likes dati
    5,537
     Like avuti
    9,645
    Mentioned
    314 Post(s)
    Tagged
    56 Thread(s)

    Predefinito Rif: PIR contro la MAFIA

    Una lettera anonima avrebbe svelato un progetto per colpire Grasso e il cronista Lirio Abbate


    Cosa nostra si preparava a uccidere l'ex sindaco di Gela Rosario Crocetta, ora parlamentare europeo del Pd,
    e una cugina del gup di Caltanissetta, Giovanbattista Tona, scambiata dai boss per la sorella del magistrato.
    Il piano è stato sventato dalla squadra mobile di Caltanissetta e dal commissariato di Gela.
    Determinante per le indagini è stata la lettera di un detenuto che ha avvertito gli inquirenti del progetto.


    E nelle ultime ore è venuta fuori un’altra lettera, questa volta anonima, sulla quale indaga la magistratura, e che avrebbe svelato un progetto per colpire il procuratore nazionale antimafia Piero Grasso e il giornalista dell'Espresso Lirio Abbate.

    Le cosche avrebbero previsto l'utilizzo di una grossa quantità di esplosivo nascosto a Caltanissetta. Il progetto stragista sarebbe stato ideato dai boss di Palermo e della provincia di Trapani, territorio dominato da Matteo Messina Denaro, latitante da venti anni schierato a fianco dei corleonesi.


    Cinque i mafiosi ai quali è stata notificata, in carcere, la misura della custodia cautelare per il progetto dell’omicidio di Crocetta. Mentre altri 4, sempre detenuti, sono stati denunciati.
    L'indagine si è avvalsa anche delle rivelazioni di un pentito, Crocifisso Smorta, che apparteneva allo stesso clan mafioso che aveva emesso la sentenza di morte contro Crocetta e contro quella che credevano la sorella di Tona.

    Nella missiva inviata dal carcere il detenuto ha raccontato alla polizia che uno dei personaggi coinvolti, Emanuele Argenti, gli aveva detto di riferire a un altro esponente mafioso che "la cosa" poteva essere fatta a partire dal 20 gennaio 2010.

    L'ex sindaco di Gela, Rosario Crocetta, è da lungo tempo nel mirino della mafia, per il suo impegno contro racket e usura e per l'azione di trasparenza portata avanti negli appalti di opere pubbliche e nelle forniture comunali.
    Già nel 2003 la Stidda aveva deciso di ucciderlo, assoldando un killer lituano.

    Nel 2006, altra condanna a morte, stavolta di Cosa Nostra. Crocetta aveva licenziato la moglie del capomafia Daniele Emmanuello da dipendente del Comune e aveva respinto la domanda per le case popolari presentata dai genitori.
    Affronti, questi, che il boss, ucciso poi durante uno scontro a fuoco con la polizia, non gli perdonò mai.

    Anche nel 2009 fu sventato un piano per uccidere Crocetta. Le armi erano state fatte arrivare da Busto Arsizio, dove vive una folta colonia di gelesi.

    La vendetta trasversale contro il giudice Giovanbattista Tona, invece, sarebbe stata decisa dalle cosche gelesi perché il magistrato sta celebrando un processo contro il gruppo di fuoco del clan Emmanuello.

    Al gup, che da anni si occupa di processi di mafia, è stata potenziata la scorta.

    I piani della mafia contro giudici, politici e giornalisti- gds.it
    "Quante persone ci sono in questa strada, un centinaio? Quante sono le persone intelligenti, sette, otto? Bene, io lavoro per le altre novantadue" Phineas Taylor Barnum

    UE, mondo, futuro Michio Kaku:
    https://www.youtube.com/watch?v=7NPC47qMJVg

  6. #16
    Super Troll
    Data Registrazione
    26 Mar 2005
    Località
    Gubbio
    Messaggi
    52,134
     Likes dati
    5,904
     Like avuti
    8,208
    Mentioned
    946 Post(s)
    Tagged
    28 Thread(s)

    Predefinito Rif: PIR contro la MAFIA

    La solitudine del ribelle L'imprenditore che denuncio' 48 persone per estorsione ''Ho commesse in Dubai ma qui alle gare arrivo sempre secondo''

    Giuseppe Salvaggiuolo INVIATO A REGGIO CALABRIA L'azienda «Saffioti calcestruzzi e movimento terra», alla periferia di Palmi sulla strada che porta a Gioia Tauro, e' un bunker: cancelli blindati, muri in cemento armato, decine di telecamere, filo spinato come nelle caserme , un'auto fissa della Finanza. «Come a Guantanamo»: Gaetano Saffioti, 48 anni, gli ultimi otto vissuti sotto scorta per aver fatto arrestare 48 malavitosi della 'NDRANGHETA che lo taglieggiavano, non ha perso il senso dell'umorismo. Da quando ha denunciato il racket, praticamente non lavora piu' in Calabria, e' riuscito a salvare l'azienda con le commesse all'estero. «Gaetano Saffioti, ovvero la storia di un uomo esemplare» e' il capitolo della sentenza del processo nato dalle sue denunce. «Sono nato cresciuto e pasciuto a Palmi. La mia famiglia aveva un frantoio. La 'NDRANGHETA l'ho conosciuta a 8 anni. Ero andato in una colonia estiva a Sant'Eufemia, in Aspromonte, riservata ai piu' bravi della classe. Ci tenevo da morire. Dopo due giorni fui richiamato a casa. Torna perche' mi manchi, disse mio padre. Anni dopo ho saputo che era stato minacciato e temeva per me. Morto mio padre, la famiglia era diventata piu' debole: una donna sola con sei figli minorenni. Arrivavano telefonate e mia madre piangeva. Noi chiedevamo: chi e' 'sta 'NDRANGHETA?». Nel 1981 Saffioti apre la ditta. «Ero appassionato di mezzi per movimento terra. Prima zappavo con il trattore, poi ho noleggiato la prima autopala, quindi un cingolato, un paio di camioncini. Fatturavo 5 milioni e mezzo di lire. Comincio a lavorare per i privati. Nel 1992 aggiungo l'impianto di calcestruzzo e vinco le prime gare d'appalto pubbliche». E le cosche? «Sempre tra i piedi. Fin da quando raccoglievo le olive. A loro non sfugge niente: persino i professori di scuola pagano il pizzo, costretti a dare voti alti ai figli dei boss. Quando ho cominciato a lavorare, c'era il boom dell'abusivismo: tanto lavoro, i boss lasciavano le molliche e prendevano i grossi appalti. Ora non lasciano nemmeno le molliche». «Si presentavano a tutte le ore, io preparavo i soldi e li consegnavo a pacchi da dieci milioni. Quando ne arrestavano uno, il giorno stesso si presentava un sostituto. Erano cordiali, sapevano prima di me che mi era arrivato un accredito in banca e venivano a riscuotere la percentuale, dal 3 al 15 per cento. Quando c'era un sequestro dei beni di un boss, automaticamente bisognava "risarcirlo" pagando il doppio. Per arrivare al cantiere al porto di Gioia Tauro dovevo attraversare i territori di tre famiglie. E pagavo per tre. Come i caselli autostradali. Compravo una cava di inerti per fare il calcestruzzo? Non me la facevano usare, imponevano di comprare il materiale da loro. Cosi' per le macchine: le mie restavano ferme e noleggiavo le loro. Pagavo anche se non mi piaceva. Io glielo dicevo: non si puo' andare avanti cosi'. E loro mi sfidavano: denuncia. Avevo paura: di essere ucciso ma anche di essere considerato un prestanome dei boss e arrestato. Quindi registravo tutto: gli incontri, i colloqui, i pagamenti. Una specie di polizza vita». L'azienda cresce a ritmi vertiginosi: 20-30 per cento l'anno. E cosi' le tangenti ai boss. Ma anche la frustrazione di Gaetano, anche perche' nel frattempo gli attentati intimidatori non cessano. In uno di questi, l'incendio di un mezzo in pieno giorno, il fratello di Gaetano rischia di morire. E' la svolta: Saffioti si presenta dal procuratore Roberto Pennisi e consegna tutte le registrazioni. «All'alba del 25 gennaio 2002, all'arrivo in azienda trovo la Finanza: "Siamo qui per lei, se deve uscire l'accompagniamo noi". Finiva un incubo e ne cominciava un altro. Da allora sono sempre con me e con la mia famiglia. In pochi giorni persi tutte le commesse, 55 dei 60 operai. Il fatturato scese da 15 milioni a 500 mila euro, le banche mi chiudevano i conti attivi, i fornitori mi chiedevano fideiussioni oltre il terzo grado di parentela perche' "tu sei un morto che cammina". Mia moglie piangeva. I clienti sparivano, nemmeno le confraternite venivano piu' a chiedermi i contributi per le feste patronali». Saffioti, diventato testimone di giustizia, vivra' il resto della sua vita blindato. «Noi stasera non possiamo andare a cena, devo chiedere il permesso, bonificare il ristorante sempre che i proprietari mi vogliano, certi hotel mi respingono. Io ho rifiutato i soldi dello Stato: non sono un pentito. In Calabria non lavoro piu', alle gare d'appalto arrivo sempre secondo. Le aziende che mi danno lavoro all'estero qui non mi parlano nemmeno per telefono: come gli amanti. Sopravvivo con i lavori in Spagna, in Francia (all'aeroporto di Parigi), in Romania. Ora sto lavorando a Dubailandia, il piu' grande parco giochi del mondo: una commessa da 55 milioni di euro battendo le multinazionali americane. Vorrei togliermi la soddisfazione di fare un chilometro della Salerno-Reggio Calabria, ma non mi e' consentito. Ho offerto il materiale gratis ma non lo vogliono. In compenso i 48 che ho fatto arrestare, tutti condannati in primo grado, tra patteggiamenti e sconti di pena sono tutti liberi. E qualcuno lavora alla Salerno-Reggio. Pero' resto qui, anche se non cambia niente e io ho sacrificato la vita, perche' io non sono solo condannato a morte, ma anche condannato a vita. Pero' mi basta sapere che mio figlio ventenne e sotto scorta, a cui ho rovinato la vita perche' le ragazze gli dicono "tu sei figlio di un pentito", mi capisce. E qualche giorno fa mi ha detto: "Papa', prendiamo il lato buono, io rispetto ai miei coetanei non ho mai problemi a trovare parcheggio''».


    LASTAMPA.it

  7. #17
    email non funzionante
    Data Registrazione
    31 Mar 2009
    Messaggi
    66,773
     Likes dati
    5,537
     Like avuti
    9,645
    Mentioned
    314 Post(s)
    Tagged
    56 Thread(s)

    Predefinito Rif: PIR contro la MAFIA

    Si tratta di Rosario Cascio, 75 anni. Due anni fa parte di questo patrimonio fu posto sotto sequestro, ma il provvedimento fu bloccato dal Tribunale del riesame. "Un colpo all'economia di Cosa nostra"
    E' di mezzo miliardo di euro il patrimonio sequestrato al cassiere di Matteo Messina Denaro

    PARTANNA (Trapani). Oltre 550 milioni di beni sono stati sequestrati dalla Direzione investigativa antimafia e dal Gico della Guardia di finanza di Palermo all'imprenditore agrigentino Rosario Cascio, 75 anni, considerato uno dei cassieri di Matteo Messina Denaro, l'ultimo super-boss mafioso siciliano ancora latitante. Casio è di Santa Margherita Belice ed era già condannato, in via definitiva, per associazione mafiosa in seguito al processo scaturito dalle accuse del pentito Angelo Siino. Sotto sequestro c'è il patrimonio aziendale, societario e personale dell'imprenditore agrigentino. Secondo gli investigatori, Cascio, proprietario di diversi impianti per la lavorazione del calcestruzzo, sarebbe a capo di una vera e propria holding mafiosa che era già stata colpita un anno fa da un altro provvedimento di sequestro di beni per un valore complessivo di 400 milioni di euro.

    Due anni fa fu bloccato il sequestro. Parte dell'ingente patrimonio sequestrato dalla Dia e dalla Guardia di Finanza, su disposizione del tribunale di Agrigento, all'imprenditore Rosario Cascio era già stato oggetto di un provvedimento di sequestro penale nel 2008, quando Cascio venne arrestato. La misura fu però parzialmente annullata dal Tribunale del Riesame, la cui decisione, però, è stata "bocciata" dalla Cassazione su ricorso della procura di Palermo. La circostanza è stata resa nota dal pubblico ministero Roberto Scarpinato che ha coordinato l'indagine patrimoniale che ha portato alla misura.

    "Il tribunale del riesame - ha spiegato - aveva motivato il dissequestro sostenendo che parte dei beni non erano serviti alla consumazione del reato confermando la misura solo in relazione alle imprese di Calcestruzzi attraverso le quali, Cascio, grazie al metodo mafioso esercitava il monopolio nel settore". "Contro questa decisione - ha aggiunto - abbiamo fatto ricorso, ma, nel frattempo, abbiamo bloccato il patrimonio col sequestro di prevenzione proposto dalla Dia".


    Una macchina fabbrica-consensi della mafia. "L'imprenditore Rosario Cascio - ha aggiunto il Pm Roberto Scarpinato - può considerarsi l'interfaccia economico del boss trapanese Matteo Messina Denaro. Abbiamo accertato che col capomafia latitante aveva rapporti attraverso il mafioso Filippo Guttadauro. L'imponente sequestro del suo patrimonio, pertanto, è certamente un colpo formidabile all'economia di Cosa nostra". Scarpinato coordina le indagini sulle infiltrazioni mafiose nell'economia e definisce l'impero imprenditoriale, finito sotto sequestro, una "straordinaria macchina attraverso la quale la mafia acquisiva consenso". Il magistrato ha anche ricordato il ruolo svolto, alla fine degli anni '80 da Cascio nel sistema della spartizione degli appalti.

    L'imprenditore, infatti, fu condannato in via definitiva nel cosiddetto processo del tavolino che mise in luce il sistema dell'illecita aggiudicazione dei lavori ideato da Cosa nostra.
    Cascio, a fine del 2008, venne riarrestato, dopo avere finito di scontare la prima pena, "perché - ha spiegato Scarpinato - aveva riprodotto in scala lo stesso sistema del tavolino nelle province di Agrigento e Trapani".

    Il ministro Alfano si è congratulato per l'esito dell'operazione ed ha aggiunto che "è stato il risultato delle innovazioni apportate nei mesi scorsi in materia di misure diprevensione".

    E' di mezzo miliardo di euro il patrimonio sequestrato al cassiere di Matteo Messina Denaro - Repubblica.it
    Ultima modifica di Razionalista; 27-01-10 alle 13:32
    "Quante persone ci sono in questa strada, un centinaio? Quante sono le persone intelligenti, sette, otto? Bene, io lavoro per le altre novantadue" Phineas Taylor Barnum

    UE, mondo, futuro Michio Kaku:
    https://www.youtube.com/watch?v=7NPC47qMJVg

  8. #18
    email non funzionante
    Data Registrazione
    31 Mar 2009
    Messaggi
    66,773
     Likes dati
    5,537
     Like avuti
    9,645
    Mentioned
    314 Post(s)
    Tagged
    56 Thread(s)

    Predefinito Rif: PIR contro la MAFIA

    COLLABORAVA CON GIUSTIZIA
    MILANO, SCOMPARE 39ENNE
    IPOTESI OMICIDIO 'NDRANGHETA


    Prima hanno tentato di ucciderla e poi l'hanno rapita per vendetta dopo che aveva fatto dichiarazioni sulle cosche della 'ndrangheta di Petilia Policastro. È la storia di Lea Garofalo, di 35 anni, per la quale adesso si teme il peggio perchè in realtà la donna potrebbe essere stata sequestrata per essere uccisa. Della vicenda si sta occupando la Procura della Repubblica di Campobasso, che ha disposto l'arresto dell'ex convivente della donna, Carlo Garofalo, di 40 anni, e di Massimo Sabatino, di 37 anni, già detenuto per altra causa. Secondo quanto è emerso dalle indagini dei carabinieri di Campobasso, Cosco sarebbe stato il mandante del tentativo di omicidio della donna, messo in atto da Sabatino e non riuscito per la reazione della donna. Della vicenda si sapra di più nel corso della conferenza stampa che i magistrati della Procura di Campobasso ed i carabinieri hanno fissato per lunedì prossimo nel capoluogo molisano. Ma i particolari della vicenda stanno già emergendo in tutta la loro drammaticità. Lea Garofalo sarebbe stata a conoscenza di molti particolari degli affari delle cosche di Petilia Policastro ed aveva parlato anche dell'omicidio del fratello, Floriano, ucciso in un agguato nel 2005 a Pagliarelle, una frazione di Petilia Policastro. La donna, inoltre, aveva rivelato particolari su un altro omicidio, quello di Antonio Comberiati, avvenuto a Milano nel 1995, e su un traffico di droga in cui era rimasto coinvolto anche il fratello. La donna è stata sentita più volte dai carabinieri e dai magistrati della Dda di Catanzaro, ma a causa di alcune contraddizioni e di una certa genericità delle sue dichiarazioni, secondo quanto riferiscono adesso ambienti investigativi, non era stata ammessa al programma di protezione. Rimanendo così esposta ad una potenziale situazione di pericolo che adesso si sarebbe concretizzata nel modo più clamoroso. Dopo avere fatto le sue dichiarazioni, la donna aveva deciso di trasferirsi a Campobasso insieme alla figlia, dove aveva tentato di rompere col suo passato. Non c'è riuscita, però, perchè Cosco avrebbe ordinato il suo omicidio, affidandone l'esecuzione a Sabatino, entrato nell'abitazione spacciandosi per idraulico. Dopo il tentativo di omicidio, la donna avrebbe tentato di riprendere una vita normale, con l'aiuto della figlia, ma la vendetta delle cosche era sempre in agguato e si è materializzata nel novembre scorso. In quel periodo la donna si trovava a Milano, dove si era recata insieme alla figlia per risolvere alcune questioni familiari. Ed è proprio nel capoluogo lombardo che la donna scompare non presentandosi ad un appuntamento che aveva con la figlia alla stazione ferroviaria per prendere un treno col quale avrebbe dovuto rientrare in Calabria. Da quel momento della donna si perde ogni traccia ed il timore di magistrati ed investigatori è che possa essere stata uccisa ed il suo cadavere fatto sparire. Adesso gli inquirenti stanno cercando di capire se Cosco e Sabatino abbiano responsabilità anche nella scomparsa di Lea Garofalo.

    COLLABORAVA CON GIUSTIZIA MILANO, SCOMPARE 39ENNE IPOTESI OMICIDIO 'NDRANGHETA*-*Leggo
    Ultima modifica di Razionalista; 07-02-10 alle 09:15
    "Quante persone ci sono in questa strada, un centinaio? Quante sono le persone intelligenti, sette, otto? Bene, io lavoro per le altre novantadue" Phineas Taylor Barnum

    UE, mondo, futuro Michio Kaku:
    https://www.youtube.com/watch?v=7NPC47qMJVg

  9. #19
    Super Troll
    Data Registrazione
    26 Mar 2005
    Località
    Gubbio
    Messaggi
    52,134
     Likes dati
    5,904
     Like avuti
    8,208
    Mentioned
    946 Post(s)
    Tagged
    28 Thread(s)

    Predefinito Rif: PIR contro la MAFIA

    Arrestato in ospedale il boss Pelle

    Catanzaro, era a capo cosca di San Luca


    Antonio Pelle, considerato il capo storico dell'omonima cosca di San Luca, è stato arrestato dai carabinieri del Ros di Reggio Calabria. Il boss 77enne era latitante dal 2000. Pelle, conosciuto come "Gambazza", è stato bloccato nel reparto di chirurgia dell'ospedale di Polistena, nella piana di Gioia Tauro. Il suo nome figurava nell'elenco dei 30 ricercati più pericolosi d'Italia.


    I boss si muovevano nei bagagliai
    Gli uomini delle cosche dei Pelle-Vottari di San Luca, dopo l'omicidio di Maria Strangio avvenuto a Natale del 2006, si spostavano nascondendosi nei bagagliai delle loro automobili. E' quanto emerso durante il processo che vede imputate 14 persone accusate di far parte delle cosche di San Luca. Nel corso dell'udienza è stato sentito il maresciallo dei carabinieri del gruppo di Locri, Donato Lionetti, il quale ha raccontato che "dopo la strage di Natale, nella quale fu uccisa Maria Strangio ed altre quattro persone rimasero ferite, e fino ad agosto del 2007, le mogli degli affiliati al clan Pelle-Vottari nascondevano i mariti nei bagagliai delle auto o sui sedili posteriori e li portavano in giro tra San Luca e Bovalino per farli incontrare tra di loro".

    L'investigatore ha raccontato anche che nel luglio del 2007 "Sebastiano Vottari si recò a Messina accompagnato da Marco Marmo, una delle sei persone uccise nella strage di Duisburg". Il processo è scaturito dall'operazione Fehida fatta da polizia e dai carabinieri pochi giorni dopo la strage di Duisburg ma quest'ultimo episodio non e' tra i reati contestati agli imputati. Agli imputati, tra cui Giovanni Strangio, viene contestato il reato di associazione mafiosa e, ad alcuni, l'omicidio di Maria Strangio, moglie di Giovanni Luca Nirta, uno dei presunti capi della cosca, uccisa il 25 dicembre del 2006, e quello di Bruno Pizzata, avvenuto il 4 gennaio del 2007.


    Arrestato in ospedale il boss Pelle - cronaca -Tgcom - pagina 1

  10. #20
    email non funzionante
    Data Registrazione
    31 Mar 2009
    Messaggi
    66,773
     Likes dati
    5,537
     Like avuti
    9,645
    Mentioned
    314 Post(s)
    Tagged
    56 Thread(s)

    Predefinito Rif: PIR contro la MAFIA

    Casalesi, raid contro la Capacchione
    La giornalista: «Un fatto inspiegabile»

    Blitz dei familiari del superlatitante Iovine alla presentazione di un libro su Giuseppe Setola alla libreria Feltrinelli di Napoli


    NAPOLI (12 febbraio) - C’erano anche alcuni familiari di Antonio Iovine, il superlatitante del clan dei Casalesi, alla presentazione ieri sera del libro «’O cecato», dedicato a Giuseppe Setola, il boss autore della strage di Castelvolturno poi arrestato.

    Nella sala affollatissima della libreria Feltrinelli, a Chiaia, si sono infilati un cugino della primula rossa e la moglie, tutt’e due provenienti da San Cipriano d’Aversa. Una circostanza passata inosservata ed emersa solo a fine presentazione quando l’uomo si è avvicinato a Rosaria Capacchione, la giornalista del «Mattino» che vive da tempo sotto scorta proprio per le gravi minacce subite dai Casalesi.

    Poche frasi ma in modo deciso e risentito, per alcuni recenti articoli scritti dalla cronista a proposito di uno degli esponenti della famiglia Iovine, Riccardo, arrestato dai carabinieri perché sorpreso insieme a Setola durante il blitz dell’anno scorso.

    Parole chiare, inequivocabili, con un significato ancor più sinistro per il luogo e la circostanza: una sala affollata (peraltro con numerosi esponenti delle forze dell’ordine, in divisa e in borghese) per la presentazione di un libro dedicato al killer sanguinario, diventato il simbolo mediatico dei Casalesi. Peraltro, alla presentazione del libro c’era un altro personaggio simbolo della lotta al clan, il magistrato Raffaele Cantone, anche lui sotto scorta. Sia Cantone, sia Capacchione presentavano il libro «’O cecato», scritto da un’altra giornalista del «Mattino», Daniela De Crescenzo. Un libro, edito da Tullio Pironti, che in poche settimane ha avuto un significativo successo, con affollate presentazioni itineranti organizzate in Campania. Il libro intreccia le vicende dell’assassino e quelle della sua potenziale vittima, Gaetano Vassallo, che per sfuggirgli passa dalla parte dello Stato e racconta come la camorra, complici imprenditori e politici, abbia avvelenato la Campania.

    Intorno a Setola e Vassallo si muovono tanti personaggi che con il proprio impegno riescono a mettere in scacco il killer: magistrati, carabinieri, poliziotti, commercianti che denunciano. Nella sala della Feltrinelli molti esponenti della società civile, diversi giornalisti, il capo della Procura della Repubblica di Napoli Giovandomenico Lepore alcuni magistrati e tanti giovani. La presenza dei due membri della famiglia Iovine è passata inosservata fino all’incontro con Capacchione. Non è escluso, a questo punto, che ci fossero altri soggetti dello stesso gruppo.

    «Sono sconcertata, perché non riesco a interpretare chiaramente un fatto che non capisco». «L'uomo che si è avvicinato a me - dichiara la giornalista del Mattino - l'avrò incontrato tante volte a Caserta ma non mi ha mai detto niente. Mi chiedo perché sia venuto a Napoli a comprarsi il libro e a contestare il contenuto di articoli che risalgono ad oltre un anno fa», aggiunge la Capacchione. Un atteggiamento che «turba e che è difficile interpretazione».

    Casalesi, raid contro la Capacchione La giornalista: «Un fatto inspiegabile»*-*Il Mattino
    Ultima modifica di Razionalista; 13-02-10 alle 11:17
    "Quante persone ci sono in questa strada, un centinaio? Quante sono le persone intelligenti, sette, otto? Bene, io lavoro per le altre novantadue" Phineas Taylor Barnum

    UE, mondo, futuro Michio Kaku:
    https://www.youtube.com/watch?v=7NPC47qMJVg

 

 
Pagina 2 di 6 PrimaPrima 123 ... UltimaUltima

Discussioni Simili

  1. Contro la mafia
    Di portiere nel forum Fondoscala
    Risposte: 5
    Ultimo Messaggio: 12-12-11, 16:15
  2. Un messaggio contro la mafia ma anche contro i "cattivi maestri"
    Di timecrisis nel forum Politica Nazionale
    Risposte: 3
    Ultimo Messaggio: 03-03-07, 21:43
  3. Risposte: 7
    Ultimo Messaggio: 14-10-06, 19:27
  4. Ag Gaeta contro la mafia!
    Di LUCIS (POL) nel forum Centrodestra Italiano
    Risposte: 4
    Ultimo Messaggio: 05-06-06, 20:35
  5. Risposte: 17
    Ultimo Messaggio: 04-11-03, 15:46

Tag per Questa Discussione

Permessi di Scrittura

  • Tu non puoi inviare nuove discussioni
  • Tu non puoi inviare risposte
  • Tu non puoi inviare allegati
  • Tu non puoi modificare i tuoi messaggi
  •  
[Rilevato AdBlock]

Per accedere ai contenuti di questo Forum con AdBlock attivato
devi registrarti gratuitamente ed eseguire il login al Forum.

Per registrarti, disattiva temporaneamente l'AdBlock e dopo aver
fatto il login potrai riattivarlo senza problemi.

Se non ti interessa registrarti, puoi sempre accedere ai contenuti disattivando AdBlock per questo sito