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Discussione: Scontri ad Arcore!

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    Predefinito Scontri ad Arcore!

    di Luigi Mascheroni pg.1 e pg.3 de ilgiornale.it 7 febb. 2011

    Scontri pesanti ieri ad Arcore tra manife*stanti e polizia, con assalti, cariche, corpo a cor*po, agenti aggrediti, movimenti di camionette dei carabinieri.
    I tafferugli più intensi si sono verificati nelle strade vicine alla villa del premier, mentre alcuni giovani lanciavano pietre e bottiglie.
    La battaglia è durata parecchi minuti, lasciando dietro di sé alcuni feriti lievi, due fermati e un’inquietante sensazione di tensione.

    Narrano le cronache che Pierre- Augustin Hulin, giovane sergente dell’esercito francese cui la Storia assegnò il destino di guidare il popolo alla conquista della Bastiglia, prese la guida degli insorti gridando: «Amici, siete buoni cittadini ? Sì, lo siete! Allora marciamo verso la Bastiglia».

    Il richiamo alla propria Bontà rispetto al Male Assoluto incarnato dal Tiranno, e la presunzione di agire sempre e comunque per la Giustizia e la Democrazia di fronte a un regime dittatoriale, accomuna tutte le piazze sulle quali, nel corso dei secoli, si è giocata la partita- reale o metaforica- della Rivoluzione.

    Ieri, mentre il Popolo Viola marciava compatto verso la fortezza presidenziale di Arcore, eccitato dall’Assemblea costituente di «Libertà e Giustizia» nata col Giuramento del Palasharp di sabato, il giacobino Antonio Di Pietro aizzava la folla al grido - di una nota d’agenzia -
    «Berlusconi si dimetta. Se non lo farà lui ci penseremo noi a mandarlo a casa. Continueremo a protestare in piazza, insieme ai cittadini, e ci sarà una nuova presa della Bastiglia per riappropriarci della democrazia».

    Per azione intenzionale o per eterogenesi dei fini, poche ore dopo il proclama sovversivo di Antonio Di Pietro, l’avanguardia più arrabbiata dei contestatori schierati attorno a Villa San Martino, tra i quali spiccavano anche esponenti dei centri sociali, dalle parole passava alle urla - «Arrestatelo!» - e dalle urla alla provocazione violenta, trasformando quella che fino a quel momento era una rumorosa e folkloristica manifestazione per chiedere le dimissioni del premier in un vero e dissennato assalto.
    Provocando così la reazione della polizia che, di fronte al lancio di vetri e pietre, ha risposto con manganellate e cariche di alleggerimento.
    Riportando sotto controllo una situazione ormai sfuggita alla piazza e ai suoi capi-popolo.

    I toni rabbiosi e l’atmosfera forcaiola del Popolo Viola alla presa di Arcore erano già stati scanditi, per ore, dai cartelli inneggianti l’abbattimento del Cavaliere e l’instaurazione dal basso della Democrazia: «Siamo in un regime neofascista. Berlusconi è il nuovo Mussolini », «È un dovere democratico abbattere questo regime», «Dimettiti Porco », sciogliendo il nome del Tiranno negli acronimi più invettivi e fantasiosi: «BER-LUSCONI: Bugiardo, Egocentrico, Rabbioso, Lurido, Usurpatore, Subdolo, Canaglia, Occultatore, Nano, Imbroglione» e prefigurandone la fine per morte violenta: «Se non vuoi dimetterti... sparati».

    L’attacco a Villa San Martino di ieri, come ogni atto violento, non è scoppiato improvviso, dal nulla.
    È stato innescato da una miccia lunga, accesa molto lontano.
    È una deflagrazione, di cui ancora non si possono conoscere la potenza e gli effetti, causata da un riscaldamento progressivo del clima sociale, una radicalizzazione estrema dello scontro politico alimentato da proclami, accuse, invettive, appelli di tutti coloro che rivoluzionari cui la Storia ha riservato un posto dalla parte del Bene- , con il dito alzato e la faccia scura, si sentono sempre migliori di te, per definizione e per destino.

    Come i sans-culottes che denunciano in video e sui palchi un nuovo fascismo, come le tricoteuses che firmano sui quotidiani di unità repubblicana lo sdegno violento contro il Capo libertino e illiberale, come i montagnardi dello squadrismo mediatico che in un crescendo settimanale urlano «Al sangue! Al sangue»!, come i girondini- girotondini assiepati al Palasharp di Milano per difendere la “Democrazia-a-rischio”, come il terrorizzante editto del maximilien marxista Alberto Asor Rosa che, non più di dieci giorni fa, sul manifesto ha denunciato come inutile e pericoloso un ricorso alle urne o alle normali procedure democratiche per liberarsi di Berlusconi...

    E, si sa, che, scartata la via parlamentare e quella elettorale, non rimane che la rivoluzione.
    Che di solito inizia con la presa di una qualsiasi simbolica Bastiglia, passa attraverso le ghigliottine - reali o metaforiche- e finisce con lo stravolgere gli ideali iniziali e gli eroi del momento.
    Come quel Pierre-Augustin Hulin di cui sopra, che guidò gli insorti il 14 luglio del 1789 e meno di quattro anni dopo fu imprigionato come «moderato ».
    Per aver mal difeso la piazza.

    saluti

  2. #2
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    Predefinito Rif: Scontri ad Arcore!

    Ma le belve anti-Cav si sbranano tra loro!

    Non hanno ancora catturato la preda e già pensano a scannarsi tra di loro. L’Italia si sta vestendo di folla e follia.
    Gli intellettuali si radunano per chiedere l’abbattimento del premier.
    Di Pietro invoca la Bastiglia e si sente l’odore della ghigliottina.
    Le procure intercettano a tappeto.
    Scalfari evoca la rivoluzione egiziana.
    I Viola vanno a caccia ad Arcore.

    L’impressione è che gli antiberlusconiani abbiano rinnegato del tutto la democrazia.

    Sapete ancora il significato della parola voto?
    No, ora siete tutti ubriachi di rivoluzione.
    Fa nulla che in Italia non ci sia un dittatore, ma un signore eletto con libere elezioni.
    Se c’è ancora qualcuno all’opposizione, oltre a Cacciari, che crede nella liberaldemocrazia dovrebbe alzare la voce. Fermatevi.

    La beffa è che gli anti Cav non sono un fronte compatto.
    Non hanno ancora vinto e si preoccupano, con rabbia e rancore, di chi dovrà comandare domani.
    Si accusano l’uno con l’altro di non essere abbastanza puri, radicali, incazzati, inflessibili. È una corsa al terrore. Non c’è niente da fare.
    Tutte le rivoluzioni, anche quelle grottesche come questa, finiscono nel cannibalismo.
    Oggi siamo tutti antiberlusconiani, domani ti taglio la testa. E così sia.

    Esagerato? Mah. Quando si grida alla Bastiglia tutto può succedere.
    Non ci saranno ghigliottine reali, ma già adesso tra gli anti Cav si respira un clima di sospetto.
    I protagonisti di questa storia non sono angeli disgustati dal bunga bunga; sono tutti espressione di un sistema di potere, ognuno con i suoi interessi, con la voglia di rifarsi, con la fame di chi da troppo tempo pensa di non contare abbastanza.
    Il Saviano papale sta facendo venire il mal di stomaco al Pd e alla sinistra storica.
    D’Alema arriccia il naso e lo vede come un dilettante allo sbaraglio.
    Veltroni non gli perdona di non averlo potuto adottare come figlioccio e per Vendola è un concorrente mistico.
    È come Calvino che incontra sulla sua strada Savonarola.
    Predicano con la stessa lingua, ma uno dei due è di troppo.
    Leggete tra le righe come Il Fatto di Travaglio parla di Saviano.
    Ascoltate l’insofferenza di Santoro. Non sono della stessa parrocchia.
    La resa dei conti è dietro l’angolo.

    De Benedetti e la confraternita degli intellettuali fanno capire che Saviano è una risorsa politica. Non è più uno scrittore. È un predicatore di massa, un monaco viandante, con le stimmate di vittima della camorra. La televisione lo ha benedetto e raccoglie fedeli. Il suo è un sogno platonico: il governo dei filosofi.

    Ma qui di sogni ce ne sono tanti. Pochi democratici.
    De Benedetti, per esempio, è un cosa, Scalfari un’altra.
    Il mammasantissima magari trova pittoresco il ragazzo di Gomorra, ma non gli passa neppure per la mente di santificarlo.
    Scalfari conosce gli intellettuali. Non è gente di cui ci si può fidare. Non è un caso abbia, per se stesso, rivendicato una patente di filosofo ma di una razza diversa: uno che parla con Dio, ma con competenza da tecnico.

    Il dopo Berlusconi il fondatore di Repubblica lo vede con l’austerità oligarchica di un Mario Draghi. Cosa c’è di più serio di Bankitalia quando a guidarla non c’è un ciociaro?
    Il sogno di Scalfari è il governo dei grand commis di Stato.

    Si fa presto a dire giustizia, ma anche lì c’è uno scontro feroce per conquistare la bandiera di paladino dei pm.
    Travaglio, Santoro e Barbara Spinelli con la manifestazione davanti al tribunale di Milano certificano che la piazza giacobina è loro.
    Lo hanno dimostrato con pensieri, parole, immagini e drammaturgia delle intercettazioni. La svolta è che non si accontenteranno di fare opinione. Vogliono pesare.
    La loro azione sta togliendo spazio a Di Pietro, che sul partito dei pm ci ha costruito una carriera politica.
    È per questo che Tonino alza i toni, parla di ghigliottine e mette il cappello sulla folla Viola di Arcore.

    Non è roba sua.
    Ma è stato fortunato ad arrivare, almeno questa volta, prima dei tribuni annozerici e di quei barbosi rompiscatole di Micromega.
    Il contadino di Montenero di Bisaccia ha dovuto subire anche la conversione di Fini. Non l’ha gradita. Si è un po’ rassicurato solo quando ha capito che per Gianfranco la bandiera dei pm ha solo un valore difensivo. È la corazza che lo protegge dalla ruota della giustizia. Il loro sogno è il governo dei giudici.

    I terzopolisti non hanno nulla in comune.
    Ma, visto che la Chiesa non si fida, corteggiano Montezemolo o la Marcegaglia. È il governo degli industriali.
    E si specchia con l’ingresso in campo accanto a Saviano, ma anche a Vendola, della Camusso, donna forte della Cgil.
    È il governo dei sindacati.
    È vero, ci sarebbe anche il Pd. Ma quello da troppo tempo è il governo del nulla. Tutti questi governi sono pronti a scannarsi per accaparrarsi il futuro.

    Nella lista ne manca solo uno: il governo scelto dagli elettori.

    di Vittorio Macioce pg3 de ilgiornale.it di oggi 7 2 2011

    saluti

 

 

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