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Discussione: Cinistan.

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    Predefinito Cinistan.

    02/02/2011Cinistan




    Il Tagikistan, la più povera tra le cinque repubbliche ex sovietiche dell'Asia centrale, si sta trasformando in una colonia cinese
    Nei giorni scorsi il regime di Emomalii Rahmon, oltre a cedere alla Cina più di mille chilometri quadrati di territorio frontaliero che Pechino rivendicava dal 1884 (un area montuosa del Pamir ricca di miniere d'oro, uranio e altre 'terre rare', oltre che di abbondanti sorgenti), ha anche dato in affitto a Pechino duemila ettari di terre arabili nella provincia sud-occidentale di Khatlon, che nelle prossime settimane verranno seminate a riso e cotone da almeno 1.500 'coloni' cinesi.

    In un paese prevalentemente agricolo ma quasi completamente montuoso, dove meno del 6 per cento del territorio è arabile, dare terre buone a contadini stranieri viene visto come un affronto da parte della popolazione. ''Perché devono dare terre alla Cina? Perché non le danno a noi che viviamo in condizioni disperate? Questa cosa avrà brutte conseguenze! '', ha detto un contadino tagico a un reporter di Radio Free Europe/Radio Liberty.

    ''Il paese trarrà vantaggio da questo accordo, perché i cinesi porteranno qui le loro moderne tecniche di coltivazione e di irrigazione'', rassicura il ministro tagico dell'Agricoltura, Tilomurod Daniyarov, ricordando che inoltre la terra non viene sottratta ai suoi connazionali, perché i contadini cinesi verranno a coltivare terre che negli ultimi anni hanno visto una forte emorragia di contadini locali emigrati in Russia in cerca di fortuna.

    Già da alcuni anni, Pechino è diventato il primo investitore nel paese. Dal 2007 la Cina ha costruito in Tagikistan, con manodopera cinese, infrastrutture stradali ed energetiche per 4 miliardi di dollari.
    La gran parte degli operai cinesi inviati nel paese centroasiatico per realizzare questi progetti, al termine dei lavori sono rimasti lì.

    Così, negli ultimi tre anni, la comunità degli immigrati cinesi in Tajiskitan è triplicata, arrivando a contare almeno 82 mila membri.
    Il bazaar principale della capitale Dushanbe, dove fino a qualche anno fa era raro vedere mercanti cinesi, oggi conta oltre cento banchi gestiti da cinesi.

    Per Rustam Haidarov, sociologo, ''tutto questo è il primo passo di qualcosa di molto più grande'', in cui è possibile riconoscere la tipica strategia soft-colonialista cinese. ''La politica cinese mira a occupare paesi stranieri in maniera graduale e silenziosa. Dislocando la sua popolazione in Tagikistan la Cina persegue i suoi interessi economici, anche a danno dei nostri, e col tempo guadagnerà anche influenza politica''.
    Enrico Piovesana

    peacereporter

  2. #2
    Baron Samedi
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    Predefinito Rif: Cinistan.

    Un articolo peggiore sull'argomento non poteva essere scritto.
    Una marea di cazzate senza fine. Non è stato ceduto nulla, semplicemente i cinesi stanno investendo in know how per effettuare lavori in zone particolarmente depresse del paese, dove a parte i traffici di droga non è possibile realizzare un cazzo.
    Le strade percorribili in funzione sono stare realizzate dall'Iran (con tanto di visita di Ahmadinejad).
    Non cè assolutamente tutta questa invasione di cinesi, piuttosto stanno facilitando i cittadini locali ad aprire attività commerciali con il grande vicino.
    Le cazzate di radio free europe resistono da oltre 50 anni. E peacereporter per l'ennesima volta se ne fa portavoce.

  3. #3
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    Predefinito Rif: Cinistan.

    Resistenze.org - sito di controinformazione del C.C.D.P. - Via Reggio 14 - Torino - osservatorio - mondo multipolare - 17-03-10 - n. 310


    La Cina sfonda in Asia centrale

    di Spartaco Puttini

    Le recenti tensioni tra Pechino e Washington in merito alle forniture militari Usa a Taiwan, alla sicurezza e libertà di internet, all’incontro tra Obama ed il Dalai Lama hanno proiettato alle luci della ribalta lo stato delle tensioni che attraversano le relazioni tra la Cina e gli Stati Uniti. Sbaglierebbe chi ritenesse che tali tensioni siano solamente legate ad alcuni episodi ben circoscritti. Questi elementi chiariscono che il rapporto tra la Cina e gli Usa è sostanzialmente antagonistico.

    Per capire quali rapporti intercorrano tra due paesi non basta affidarsi al volume del loro interscambio commerciale ma occorre adottare una prospettiva più ampia, che prenda in esame il sistema internazionale nel suo complesso, il ruolo dei suddetti paesi, la loro interazione con altri soggetti e le loro reciprocità. Da questo punto di vista, se si toglie la patina di propaganda con cui i media vendono una determinata e falsa immagine del mondo, il quadro è sufficientemente chiaro: gli Stati Uniti stanno tentando di imporre al pianeta un ordine internazionale unipolare, vale a dire una sistemazione dove sia solamente Washington a decidere ed a dirigere quale centro inappellabile di autorità in funzione dei suoi interessi ed a discapito di quelli degli altri paesi. A questo tentativo egemonico si vanno opponendo sempre più decisamente da ormai un decennio quegli Stati nazionali che vogliono difendere la loro sovranità come garanzia della propria libertà e che si fanno promotori di un ordine multipolare, più armonioso, contro qualsiasi volontà egemonica. Questi paesi (tra i quali figura la Cina) concertano sempre più le loro politiche per parare i colpi portati dall’ambiziosa America.

    Le ultime settimane del 2009 hanno visto un importante accelerazione della sfida internazionale per gli assetti di potere nel XXI secolo tra le forze che vogliono promuovere l’egemonia statunitense e le forze che sostengono l’ascesa di un nuovo ordine multipolare.
    Un evento è in particolare destinato a proiettare sul 2010 la sua lunga ombra: lo sfondamento cinese in Asia centrale.

    - Lo sfondamento cinese in Asia centrale

    Già prima di natale Hu Jintao aveva partecipato all’inaugurazione di una pipeline che dai favolosi giacimenti del Turkmenistan trasporterà il gas fino in Cina, attraversando il territorio dell’Uzbekistan e del Kazakistan e sfociando nel Xinjiang. Il gasdotto si snoderà per più di 1800 km e la sua capacità di trasporto sarà di 40 miliardi di metri cubi l’anno ed è previsto che a questa fornitura di gas turkmeno si sommino lungo il percorso quelle uzbeke e kazake. L’importanza del contratto era sottolineata dalla presenza di tutti e 4 i capi di stato interessati.
    Ciò che si è prodotto rappresenta un vero e proprio sisma nel sistema internazionale.

    Vale la pena di ricordare come l’Asia centrale sia, nella presente fase, una delle scacchiere cruciali su cui si stanno giocando le sorti del pianeta e questo in virtù sia delle sue ricchezze energetiche sia della sua posizione geopolitica. Benché oscurato agli occhi del pubblico, distratto dai media con la caccia ai fantasmi di ineffabili superorganizzazioni criminali, il Grande gioco in corso da ormai due decenni per conquistare l’influenza su quest’area determinante è stato condotto con estrema caparbietà da tutte le amministrazioni che hanno guidato gli Stati Uniti dalla fine della Guerra fredda in poi. Nel corso degli ultimi anni Washington aveva però dovuto subire una lunga serie di scacchi a causa del ritorno sulle scene della Russia, dell’ascesa difficilmente circoscrivibile della Cina e dell’effetto prodotto dall’intesa strategica stabilitasi tra i due giganti eurasiatici in funzione antiegemonica.

    Mentre ad uno ad uno i paesi ex sovietici dell’Asia centrale entravano in relazioni sempre più approfondite di partnership con Mosca e Pechino a Washington cresceva l’inquietudine per la piega presa dagli eventi. Le ricchezze del Turkmenistan, restato fino a quel momento in disparte, apparivano agli occhi degli strateghi statunitensi come un miraggio nel deserto. Il Turkmenistan appariva come la carta da giocare per rientrare nel Grande gioco a testa alta. Mettere le mani sui suoi favolosi giacimenti avrebbe consentito di ridare un soffio di vitalità al progetto Nabucco, la pipeline che dovrebbe attingere dal Mar Caspio le risorse da convogliare verso l’Europa avendo cura di evitare il territorio russo.

    - Il gioco degli oleodotti ed il magnete cinese

    Dietro il magnanimo slogan di voler ridurre la dipendenza europea dalle forniture energetiche della Russia, il Nabucco mira in realtà a recidere la collaborazione euro-russa onde evitare la nascita ed il consolidarsi di un’intesa che renderebbe più autonoma l’Europa dagli Usa e più forte la capacità di resistenza alle pretese americane. Del resto basta riflettere un attimo per rendersi conto che la dipendenza tra l’Ue e la Russia è reciproca: entrambe le parti hanno bisogno per completarsi l’una dell’altra. In realtà il Nabucco aumenterebbe l’influenza esercitata dagli Usa sull’area dell’Asia centrale e del Caucaso meridionale ed aumenterebbe la dipendenza dell’Europa dalle fonti energetiche controllate (direttamente o indirettamente) dallo Zio Sam.

    Ma la mossa cinese ha spiazzato gli Usa. A lungo convinti che la partita in Asia centrale si giocasse solo tra occidentali e russi a Washington in molti hanno probabilmente sottostimato le possibilità cinesi, moltiplicate dall’ultima crisi. Occorre infatti ricordare che i rapporti di forza sono per loro natura misurabili in valori relativi e se è vero che la crisi esplosa negli Usa si è propagata a tutto il mondo è parimenti acclarato che vi sono stati paesi che hanno pagato maggiormente dazio ed altri che, anche in virtù di tempestivi e lungimiranti interventi, ne hanno risentito assai meno. E’ il caso della Cina che, garantendo un importante tasso di crescita alla sua economia di fronte al collasso dei mercati occidentali (statunitense in primis), è diventata un vero e proprio magnete in grado di attrarre gran parte dell’Asia. Così appare ancor più allettante fare affari con i cinesi ed accettare i loro lauti investimenti. Ciò è particolarmente vero per i paesi produttori di idrocarburi, che hanno dovuto fare i conti con il calo della domanda da parte dei paesi europei. Si è così aperto uno spiraglio nel quale la Cina si è inserita con prontezza.

    Per Pechino l’Asia centrale è una regione vitale. E’ lì che un tempo correva la mitica “Via della Seta”, che per secoli ha garantito il commercio tra la Cina ed il resto dell’Eurasia. E’ lì che ora possono snodarsi le vitali rotte del petrolio e del gas che possono rifornire il gigante risvegliato dal boom economico per rispondere alle proprie crescenti necessità. L’abile mossa cinese consolida la presenza di Pechino nella scacchiera e infligge un colpo che potenzialmente potrebbe risultare mortale alle ambizioni statunitensi. Alimentandosi dal cuore dell’Eurasia la Cina riuscirebbe inoltre a ridimensionare almeno un poco la sua dipendenza dagli approvvigionamenti via mare che dall’Africa e dal Golfo devono attraversare tutto l’Oceano indiano e passare dalla delicata strettoia di Singapore. Una tratta quest’ultima che, in caso di crisi con una Grande Potenza marittima (come gli Usa), potrebbe essere facile da strozzare con conseguenze nefaste per la Cina.

    Gli americani hanno accusato il colpo e le loro prime reazioni sono assai indicative. Da un lato hanno evidenziato come queste tratte dipendano dalla stabilità della regione cinese del Xinjiang, il che per loro renderebbe la Cina altrettanto vulnerabile di quanto non lo sia a causa delle rotte marittime. E’ questa un’affermazione sibillina che, a quanti conoscono gli stretti legami tra il governo statunitense e gli ambienti del terrorismo secessionista uiguro, suona come un cupo avvertimento. E’ chiaro che gli Usa vogliono manifestare chiaramente la loro determinazione a lottare per la supremazia fino all’ultimo. Nel tentativo di invertire il vento della storia, che spinge il mondo verso nuovi equilibri, l’imperialismo americano utilizzerà tutte le armi che ha in dotazione (e sono parecchie).

    - L’intesa tra Mosca e Pechino nella nuova fase

    Più complesso risulta per certi versi rintuzzare l’ascesa dell’influenza cinese nella regione centrasiatica. Qui gli Usa cercano più prosaicamente di alimentare e sfruttare eventuali attriti tra Pechino ed altre Potenze. A nostro avviso va letta in questa chiave l’affermazione di alcuni funzionari statunitensi che hanno commentato come questa mossa cinese dovrebbe spazientire la Russia, che si ritrova i “gialli” nel cortile di casa, ventilando così l’idea di un antagonismo che si andrebbe profilando tra Mosca e Pechino per le repubbliche ex sovietiche dell’Asia centrale.

    Ma è una tesi che non pare assolutamente fondata. Se mai ve ne fosse bisogno “Il Quotidiano del Popolo” ha ricordato che la collaborazione tra la Cina e l’Asia centrale non lede gli interessi russi. Del resto la stessa pipeline che dal Turkmenistan trasporta il gas attraverso Uzbekistan e Kazakistan potrebbe benissimo essere integrata con un braccio per pescare risorse dai giacimenti russi della Siberia occidentale, facendo così fluire verso la Cina più idrocarburi, in aggiunta a quelli trasportati dalla rete Siberia orientale-Pacifico.

    In realtà pare difficile che Pechino abbia sfoderato questo affondo senza prima consultarsi con i vertici del Cremlino, tra Russia e Cina vi è una relazione che si colloca solamente di un gradino al di sotto di un’alleanza vera e propria. La relazione tra i due paesi è strategicamente troppo rilevante per entrambi perché si corrano certi rischi. Inoltre lo sfondamento cinese consente di estromettere l’influenza occidentale dalla regione. Come ha notato Bhadrakumar, se vi è un gioco a somma zero in Asia centrale non è quello in cui il guadagno cinese equivale ad una perdita russa ma quello in cui il successo della Cina è anche un successo della Russia e si tramuta in uno scacco dell’Occidente a guida Usa perché ora, con le ricchezze turkmene in rotta verso oriente, sarà più difficile ridurre il peso delle forniture russe all’Unione europea[1]. L’unica alternativa concreta sarebbe l’Iran! La Russia vede così rafforzato il suo ruolo di partner vitale dell’Europa ed i suoi ambiziosi progetti per rifornirla con nuove reti distributive che taglino fuori i paesi di transito (come l’Ucraina): il South Stream ed il North Stream prendono quota. Il progetto Usa del Nabucco viceversa la perde.

    Questo spiegherebbe come mai Putin abbia accolto il successo cinese con un largo sorriso, smentendo quanti vanno sostenendo che i cinesi hanno buttato gambe all’aria i progetti russi. Il premier russo ha avuto modo di ricordare che mantiene “stretti e regolari contatti” con i partner cinesi.

    Se non bastassero queste considerazioni si può sempre osservare quali effetti il contratto sino-turkmeno abbia avuto sulle relazioni russo-turkmene. Il paese centrasiatico ha infatti garantito a Mosca la fornitura di ben 30 miliardi di metri cubi di gas alla Russia a prezzo di mercato. Ciò dimostra più delle parole che il successo cinese non emargina affatto il ruolo di Gazprom, e quindi della Russia, nella regione. Anzi, durante una visita di Medvedev nella capitale turkmena Aschgabad, il padrone di casa Berdymukhammedov ha sottolineato che condividono la stessa visione dei problemi della sicurezza regionale e che hanno deciso di lavorare alla costruzione di una rete di pipeline per pompare il gas da tutti i pozzi in corso di sfruttamento onde avviare gli idrocarburi verso Russia, Cina e Iran. Grazie a queste tre direttrici il costoso progetto Nabucco diviene assolutamente superfluo per i paesi centrsiatici e pressoché insostenibile per i suoi sponsor. Perché senza idrocarburi a disposizione diviene un opera inutile e costosa, una pura perdita.

    Dal punto di vista più complessivamente strategico pare che la capacità di russi e cinesi di sincronizzare le proprie mosse sulla scacchiera sia persino in fase di aumento. Lo suggerirebbero le dichiarazioni provenienti da fonti militari russe in merito al possibile aumento della produzione cinese di armi termonucleari onde far fronte agli scudi antimissile che l’amministrazione Obama sta disseminando in giro per il mondo (dalla Romania alla Polonia, all’Estremo oriente)[2].

    Sempre nello stesso senso deve essere accolto anche l’accordo stabilito da Putin con Wen Jiabao in merito allo scambio di informazioni sui sensibilissimi dati contenuti nelle valigette che comandano gli arsenali deterrenti dei due paesi. Cina e Russia hanno infatti deciso di informarsi reciprocamente circa i rispettivi piani di puntamento e lancio dei loro missili balistici[3], quasi volessero prepararsi a mettere in comune le loro risorse in caso si trovassero di fronte ad un attacco immediato portato da una Grande Potenza. Una scelta, quest’ultima, di grande rilevanza.

    - Le altre Potenze sulla scacchiera centrasiatica

    Della partita è anche l’Iran, in barba alla propaganda che vorrebbe dipingere il regime degli ayatollah come sempre più isolato sulla scena internazionale a causa del suo programma nucleare. Teheran ed Aschgabad hanno infatti convenuto di costruire un gasdotto tra la regione iraniana del Caspio (nel nord-est del paese) ed i campi turkmeni all’altro capo della frontiera. Così l’Iran si candida come snodo del mercato mondiale dell’energia, in chiara partnership con la Turchia (sempre più indipendente dall’asse Washington-Londra-Tel Aviv) e con il Turkmenistan, che si è fatto beffa della mania americana di stendere continuamente liste di “stati canaglia”.

    Dall’Iran il gas turkmeno potrebbe arrivare all’Occidente passando per la Turchia: in ogni caso svanirebbe comunque il sogno di Washington di gestire l’affluire delle ricchezze energetiche centrasiatiche tagliando fuori sia Teheran che Mosca. Ora gli Usa si troveranno a trattare con entrambi i rivali e, a meno di improbabili cambiamenti di regime in quei paesi, non certo da posizioni di forza.

    La stessa Turchia, che doveva essere lo sbocco del Nabucco, ha cominciato a fare il suo gioco muovendosi con disinvoltura nel nuovo equilibrio multipolare in gestazione. Ankara ha infatti compreso che il suo ruolo di rubinetto energetico dell’Europa poteva essere conquistato più facilmente se, oltre ai progetti patrocinati dagli occidentali, avesse aderito anche alle reti di oleodotti e gasdotti proposte dai russi. Così è stato. Con il risultato che il governo turco ha favorito l’avanzare del South Stream a valle della rete di distribuzione mentre a monte della stessa le possibilità occidentali di attingere direttamente al gas centrasiatico e caspico stavano franando. Ciò finisce con il rafforzare la posizione della Turchia e la sua linea di condotta indipendente nei confronti di Washington nella regione mediorientale: un grattacapo in più per la Casa Bianca.

    Coma ha notato l’ex diplomatico indiano Bhadrakumar, nell’aria si possono intendere le note di una sinfonia russo-sino-iraniana[4]. Una sinfonia che conquista vieppiù altri paesi.

    La partita non può tuttavia darsi per conclusa ma le posizioni raggiunte dalla Cina non paiono così facili da scalzare. La Cina opera nella regione da tempo ed ha costruito le sue relazioni in modo paziente ed abile. Pechino si rifornisce ai giacimenti centrasiatici in modo significativo, quando non ha comprato persino quote di società locali che operano nel settore degli idrocarburi. Non va dimenticato che questi paesi (ad esclusione del Turkmenistan) sono tutti membri dell’Organizzazione per la Cooperazione di Shangai. Nel corso del 2009 la Cina aveva già versato 3 miliardi di dollari di prestito al Turkmenistan per avviare lo sfruttamento del giacimento gasifero Sud-Yolotan, stimato uno dei più grandi al mondo., le cui riserve si aggirerebbero tra i 4 mila ed i 14 mila miliardi di metri cubi di gas[5].

    Pechino sta sfruttando abilmente le sue possibilità di liquidi. Ora già si possono scorgere all’orizzonte gli effetti complessivi di questo sisma geopolitico. In primo luogo i paesi dell’Asia centrale (giusto per limitarsi a questa regione) d’ora in poi avranno presente che possono trattare con le multinazionali dell’Occidente e con il governo statunitense con meno soggezione, perché nel mondo vi è chi può comprare le loro risorse e le loro merci con formule contrattuali molto competitive. Questo può rappresentare un importante stimolo, un potenziale volano per lo sviluppo di questi paesi. D’ora in poi, come ha detto il presidente kazako Nazarbaiev, si faranno affari con coloro che promuoveranno progetti improntati allo sviluppo del paese ed alla diversificazione della sua economia.

    Probabilmente, anche in questo senso, un passo avanti sulla strada di un nuovo mondo multipolare è stato fatto.



    --------------------------------------------------------------------------------

    [1] Si veda: MK Bhadrakumar, China resets terms of engagement in Central Asia; in “Asia Times Online” 29/12/2009
    [2] RIA Novosti, 24 febbraio 2010 ore 21:13
    [3] Reuters, 13 ottobre 2009
    [4] MK Bhadrakumar, Russia, China, Iran redraw energy map; in “Asia Times Online” 1271/2010
    [5] MK Bhadrakumar, China resets terms; op. cit.

  4. #4
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    L’ascesa della Cina: significato e implicazioni

    di Puttini Spartaco

    Ormai il fenomeno del “miracolo economico” cinese e del peso crescente assunto da Pechino nella vita internazionale conseguente al boom si è imposto come un elemento ineludibile per la riflessione sull’attuale stato delle relazioni internazionali. In modo analogo si fa sempre più pressante una pervasiva campagna propagandistica anticinese che si nutre di tutto: dal semplice razzismo, alla paura del pericolo giallo tinta di pulsioni protezioniste, alla strumentalizzazione del sacrosanto principio della difesa dei diritti umani, che si traduce sovente nell’appoggio plateale ai “dissidenti” del regime. Tra i due fenomeni vi è ovviamente una stretta correlazione, più il primo fattore (l’ascesa della Cina) si confermerà una tendenza significativa sul medio periodo, più è dato attendersi che il fenomeno della campagna anticinese si farà sentire con effetti forse deleteri per la stabilità delle nostre relazioni con il gigante asiatico.

    Ma per comprendere appieno il significato, le implicazioni e la portata dell’ascesa cinese e di cosa essa significhi occorre tenere presente il contesto internazionale nel quale essa si colloca.

    Attualmente ci troviamo al crocevia tra tre dinamiche, poste ciascuna su un piano differente del tempo storico ma strettamente intrecciate tra loro:
    - Sul lungo periodo ci troviamo di fronte ad una inversione dei poli economicamente centrali del globo. Ad un sistema economico centrato sull’area atlantica sembrerebbe subentrare come centro economico mondiale l’Asia orientale. Più che di un’ascesa dal nulla si tratterebbe in realtà di un ritorno dell’Asia orientale, poiché l’area atlantica si era imposta come centro dei traffici (ed in gran parte dell’accumulazione di potenza) solo nel XVII secolo, ben dopo la scoperta del Nuovo Mondo. Occorre ricordare che in precedenza i traffici avevano come centro l’Estremo oriente, si sviluppavano lungo la mitica “via della seta” e si dirigevano verso l’area mediterranea;
    - Sul medio periodo assistiamo probabilmente alla fine della parentesi storica costituita dalla primazia dell’Europa e successivamente dell’Occidente sulle altre civiltà del pianeta. Tale parentesi si era aperta nel XVI secolo con le grandi esplorazioni geografiche e con l’imposizione al resto del mondo della dominazione europea, prima tramite il colonialismo verso le Americhe e successivamente alla rivoluzione industriale e capitalistica tramite la spartizione dell’intero pianeta all’epoca dell’imperialismo. Tale fenomeno sarebbe suggellato dall’ascesa di nuove Potenze emergenti del Sud del mondo (come la Cina);
    - Sul breve periodo si assiste alla complessa interferenza tra il tentativo di egemonia statunitense, che succede ad una lunga serie di analoghi tentativi fatti in passato da altre Potenze, e l’ascesa di nuove Potenze che intrecciano tra loro relazioni politiche e diplomatiche volte a scongiurare l’egemonia ed a traghettare il sistema internazionale verso un nuovo equilibrio di potenza multipolare.

    Nelle pagine seguenti cercheremo di contestualizzare l’ascesa della Cina facendo riferimento alla riflessione abbozzata su questi tre binari.

    Il contesto e la sua origine

    Di uno slittamento del centro propulsivo economico e finanziario del pianeta si era cominciato a parlare nel corso degli anni Ottanta del secolo scorso. All’epoca il boom delle cosiddette “tigri asiatiche” e l’importante scalata del Giappone all’interno della Triade dei paesi capitalistici più avanzati avevano fatto sbilanciare numerosi osservatori, i quali avevano pronosticato un prossimo avvicendamento tra Stati Uniti e Giappone a livello dei centri di potere economico-finanziari. Ma analisti più lucidi avevano notato come ad un trasferimento di ricchezza, che poteva preludere all’esaurimento del ciclo egemonico statunitense, non faceva riscontro l’emergere di una potenza che potesse guidare il nuovo ordine essendo il Giappone un nano militare e non potendo godere di una piena sovranità dal 1945, quando la sconfitta nella guerra relegò il Sol Levante nella posizione di satellite americano, sostanzialmente subordinato alla volontà di Washington. In un suo brillante saggio il grande sociologo e storico dell’economia Giovanni Arrighi aveva per tanto delineato una difficile transizione dalla centralità economica e finanziaria statunitense ad un nuovo ciclo; il viaggio pareva però orientato verso una destinazione sconosciuta[1]. Solo successivamente, in un’altra opera[2], aveva delineato un quadro piuttosto aperto nel quale l’ascesa dell’Asia orientale con al suo centro la Cina pareva la destinazione della transizione. La Cina ha in effetti tutti i requisiti per essere considerata, in prospettiva, una Grande Potenza, dalla sovranità in poi.

    Dal Seicento il sistema economico prima europeo e poi mondiale ha avuto un paese perno che ha rappresentato il centro del commercio e delle finanze: prima l’Olanda, poi l’Inghilterra, successivamente e fino ad oggi gli Stati Uniti. In futuro il loro posto verrà preso dalla Cina? Se sarà così dovremo aspettarci un mondo molto diverso da quello al quale eravamo abituati pensare e raffigurare. Non si tratterebbe infatti solo di uno spostamento del baricentro geografico del sistema ma bensì di un mutamento assai più profondo della vita internazionale.

    Per la prima volta da quando con l’età moderna è iniziato il fenomeno della globalizzazione delle relazioni internazionali il centro propulsivo del sistema economico non risiederebbe più in Occidente. Grazie alla propria superiorità nel campo tecnologico e degli armamenti gli europei erano riusciti ad unificare il mondo integrandolo al loro sistema in forma subordinata. Il culmine di questo processo si è avuto durante l’età dell’imperialismo, quando le Grandi Potenze europee si spartirono gli altri continenti in una gara forsennata. Paradossalmente fu proprio il collasso dell’Impero cinese sotto l’urto occidentale ad imprimere un salto di qualità a questo processo[3]. Se durante l’età moderna i principali paesi dell’area atlantica europea (Portogallo e Spagna prima, Olanda, Francia e Inghilterra poi) avevano iniziato un’opera di penetrazione negli altri continenti (come in Asia ed Africa) od avevano iniziato l’attività di colonizzazione di territori oltremare (come nelle Americhe) avevano del pari sempre mostrato un certo riverente rispetto nei confronti della grandi civiltà asiatiche. Imperi millenari come la Cina o la Persia, che godevano di un’amministrazione ritenuta abile ed esperta e che vantavano un’attività economica pari se non superiore a quella delle stesse Grandi Potenze europee, non potevano certo essere paragonata agli indios od alle civiltà precolombiane appena uscite dall’età della pietra. E nemmeno agli schiavi “negri”, crudelmente deportati nelle stive delle navi verso le piantagioni del Nuovo Mondo per essere sfruttati come animali. Un riflesso di questo atteggiamento è facile ravvedere nell’abbondante letteratura colta che ancora nel Settecento guardava con ammirazione alle civiltà orientali, spesso utilizzate artificiosamente come metro di paragone per mostrare le carenze delle società europee. Sullo slancio della rivoluzione industriale compiuta dagli europei le cose cambiarono radicalmente. Le potenzialità aperte dal vapore e dall’acciaio, dallo sviluppo della medicina e dei trasporti, degli armamenti e delle tecniche organizzative aumentarono esponenzialmente le capacità di proiezione della potenza dei principali stati del sistema europeo e, da allora, non vi fu più alcun rispetto nei confronti delle antiche civiltà asiatiche, che cominciarono a venir tratteggiate come esotici anacronismi che dovevano lasciar posto alla modernità. E vi erano pochi dubbi sul fatto che con questa “modernità” o con questa “civiltà” si intendesse semplicemente la sottomissione all’imperialismo.

    Come è noto la Cina venne sopraffatta nel corso delle guerre dell’oppio e le vennero imposti “iniqui trattati”sulla base dei quali il suo territorio veniva aperto all’influenza straniera, non solo tramite la concessione di porti alle Potenze europee ma anche tramite il riconoscimento del diritto degli europei di tenervi guarnigioni, basi militari ed esercitarvi la giurisdizione in luogo di Pechino. In poco tempo il paese collassò e sprofondò nell’anarchia. Il collasso della Cina aprì un vuoto che risucchiò sulla scena della politica mondiale altre due Potenze, questa volta extraeuropee, preoccupate per la penetrazione inglese, francese e tedesca in Cina: il Giappone e gli Stati Uniti. Da allora questi due nuovi attori si unirono de facto alla gara imperialistica. Gli Stati Uniti, che avevano sottomesso l’intero loro emisfero, si affacciarono sul Pacifico alla ricerca di una nuova frontiera e cercarono di imporre il principio per cui la Cina non dovesse essere spartita in aree di influenza preferenziali ma che nei suoi confronti si dovesse applicare la politica della “porta aperta”, trasformandola in un’obesa semicolonia dei paesi ricchi. Il Giappone per contro vi cercò il proprio terreno preferenziale di caccia, tentando nel corso degli anni Trenta del Novecento di colonizzarla direttamente con il proposito di sterminarne la popolazione o ridurla in schiavitù.

    Non è nostro interesse sottolineare in queste righe che i cinesi non accettarono certo passivamente la sorte di schiavi e prostitute oppiomani a loro riservata dalla civiltà occidentale. Alle prime sporadiche rivolte (Taiping e Boxers) seguirono ben presto movimenti politici più organizzati come la cospirazione repubblicana, il Kuomintang di Sun Yat-sen e, più tardi, il Partito comunista cinese.

    Solo al termine di un lungo, sanguinoso e tortuoso percorso la Cina tornò a riconquistare la propria indipendenza e sovranità, sconfiggendo i suoi nemici stranieri ed i loro manutengoli locali.

    La Cina popolare dovette ricostruirsi su basi nuove con un’eredità particolarmente difficile e sotto la costante ed implacabile pressione dell’imperialismo. Gli Stati Uniti, che si rifiutarono fino al 1971 di riconoscere la Repubblica Popolare di Cina, elaborarono piani di destabilizzazione e di aggressione militare (anche nucleare) contro Pechino. La guerra di Corea, combattuta tra il 1950 ed il 1953 alle frontiere nord-orientali del grande paese asiatico, rappresentò una fase particolarmente calda del confronto con gli Usa. Altri elementi di forte tensione furono costituiti dalla guerra combattuta dagli americani in Vietnam e dalla proliferazione di basi militari statunitensi in tutta l’Asia orientale, dal Giappone all’Australia. La Cina dovette crescere all’ombra di un sistema mondiale tendenzialmente bipolare nel quale, oltre allo scontro di sistema e a quello di potenza tra Usa ed Urss, si registravano due tendenze principali: da un lato il processo di decolonizzazione (di cui la stessa rivoluzione cinese era stato un fulgido tassello) che rimetteva in discussione il dominio imperialista sul resto del mondo e dall’altro l’assunzione da parte degli Stati Uniti di una leadership indiscutibile sull’intero campo dei paesi a capitalismo avanzato, trasformati in una sorta di satelliti di Washington. Per la prima volta il mondo capitalistico avanzato di trovava sotto lo scettro di una sola Potenza, nonostante alcune serie spinte autonomiste da parte della Francia gollista (che non a caso fu il primo paese occidentale a riconoscere la Repubblica popolare cinese).

    Le due tendenze contraddittorie della nostra epoca

    Durante la fase terminale della guerra fredda giunsero a nostro avviso a maturazione le due tendenze che maggiormente influenzano lo stato attuale delle relazioni internazionali. Da un lato la dissoluzione del campo socialista e della stessa Unione Sovietica hanno lasciato aperta la strada al tentativo americano di trasformare l’egemonia degli Stati Uniti in un “dominio a pieno spettro” su tutto il globo. Washington vi si è gettata a capofitto con la prima guerra del Golfo, con l’ingerenza nella tragedia jugoslava e ridisegnando i confini e le linee d’influenza nell’est europeo, spingendo la Nato fin verso le frontiere della Russia. Questo tentativo si sostanzia di una illimitata corsa alle spese militari e di una finanziarizzazione crescente dell’economia. Sempre più spesso i tentacoli finanziari dell’imperialismo (FMI e Banca Mondiale) divengono lo strumento per ingerirsi nelle vicende dei paesi in via di sviluppo per farne saltare la sovranità. Di pari passo procede uno strisciante processo di americanizzazione delle società europee e viene elaborato il disegno di fagocitare l’intero continente americano in uno spazio economico integrato sottoposto agli Usa (il Nafta prima e l’Alca poi).

    D’altro lato si assiste al successo sempre più consistente del modello di sviluppo imboccato dalla Cina che ne fa una grande potenza economica, industriale e commerciale a partire dalla realtà di un continente povero ed ampiamente sottosviluppato.

    Lo stesso processo di finanziarizzazione dell’economia statunitense rappresenterebbe per alcuni il manifestarsi di uno stadio terminale del ciclo economico capitalistico guidato dagli Stati Uniti, in analogia con il tramonto della centralità economica dell’Olanda nel XVIII secolo e della Gran Bretagna nel XIX-XX secolo[4]. Sicuramente se questo processo sul breve/medio periodo ha consentito agli Usa di irrorare le loro casse con finanziamenti provenienti da tutto il mondo, d’altro canto rappresenta la spia di una decrescita produttiva preoccupante per una Grande Potenza. In chiaro contrasto con questa tendenza la Cina si presenta sempre più come la nuova officina del mondo, un fatto questo che col tempo dovrebbe avere serie ricadute sulla distribuzione del potere globale.

    L’immediato successo politico degli Usa è stato così minacciato sempre più seriamente sul medio/lungo periodo dal sisma economico prodotto dall’emergere dell’Asia orientale con al proprio centro la Cina come area di forte crescita economica. Al periodo di forte avanzata dei piani di Washington, che possiamo circoscrivere al primo decennio successivo alla caduta del muro di Berlino fino alla guerra per ottenere il controllo del Kosovo (1989-1999), è subentrata una fase più fluida.

    I progetti statunitensi sono stati posti in prospettiva in seria discussione. Le realtà emergenti si sono profilate all’orizzonte annunciando uno spostamento complessivo degli equilibri di potere a livello mondiale. Tra queste in primis la Cina, appunto, ma anche l’India, il Brasile (nello stesso emisfero degli Usa) ed altri paesi la cui influenza si limita a scacchiere regionali, ma notevolmente importanti per l’equazione globale delle forze, cioè tali da influenzare seriamente il corso della partita (Turchia, Iran, Venezuela, Sudafrica, Vietnam…). A questa lista va aggiunto il ritorno sulle scene della Russia, con molte ammaccature ereditate dal passato ma con molte risorse e potenzialità per costruire il futuro.

    Di fronte a tali complicazioni è stata forte la tentazione di ricorrere alla propria superiorità militare per mettere in salvo i propri sogni di dominio mondiale da parte dei circoli di potere statunitensi. In questo quadro si collocano le scelte strategiche adottate dalle due amministrazione Bush Jr. La guerre scatenata contro l’Afghanistan e l’invasione di un Iraq prostrato da più di un decennio di embargo avevano l’obiettivo di raddrizzare il corso della partita garantendo agli Usa la penetrazione in profondità della massa eurasiatica ed il controllo delle risorse energetiche poste tra il Medio oriente e l’Asia centrale. Ma lungi dal risolvere il problema le avventure belliche lo hanno reso più acuto. Nessuno degli obiettivi reali delle due spedizioni è stato stabilmente raggiunto. La conquista di detti paesi è continuamente contestata dagli insorti locali e la stabilizzazione di un potere politico tributario a Washington sembra continuamente bisognosa della protezione militare statunitense. In Asia centrale in particolare non si è affatto registrata al momento quell’estensione dell’influenza americana che i fautori dell’intervento avevano preconizzato, anzi. In 10 anni gli Stati Uniti hanno perso molta influenza sugli stati ex-sovietici ed hanno dovuto registrare il ritorno della Russia e l’ingresso della Cina nel nuovo Grande gioco. La loro gestione della disputa indo-pakistana, altro nodo strettamente intrecciato con il caos afghano, è parimenti difficile. Sul versante mediorientale l’inaspettata resistenza della Siria e delle forze patriottiche libanesi da un alto e l’inversione geopolitica attuata dalla Turchia dall’altro, hanno al momento sabotato i piani di addomesticare definitivamente la regione. Le guerre condotte dagli Usa contro l’Iraq ed i talebani hanno tolto di scena due nemici implacabili degli ayatollah con il risultato di togliere qualsiasi argine al crescente ruolo dell’Iran nella regione. Secondariamente la sovraesposizione imperiale in numerosi teatri ha rappresentato e continua a rappresentare uno stillicidio impressionante per le casse federali, aggravando così la situazione economica complessiva degli Stati Uniti e mostrando loro lo spauracchio rappresentato dalla “legge” di Kennedy[5] sul declino delle Grandi Potenze. La crisi finanziaria ed economica ha impattato fortemente con un quadro così compromesso ed anche se si è poi allargata a macchia d’olio investendo tutto il mondo, è innegabile che il suo primo risultato sia stato proprio quello di confermare e rafforzare le tendenze in atto sul lungo periodo che spingono all’emersione di un nuovo ordine multipolare.

    Il cambiamento dell’amministrazione prodotto dall’insediamento di Obama alla Casa Bianca ha consentito agli Usa di recuperare il loro rapporto con l’Europa, ricucendo in parte lo strappo atlantico consumatosi a seguito dell’unilaterale decisione di invadere l’Iraq nel 2003. Ma il successo per ora resta limitato ad un’operazione di cosmesi presso l’opinione pubblica occidentale e, forse, presso alcune élites occidentalizzate del resto del mondo. Nonostante l’impegno degli Usa, la ruota della storia continua a girare contro il progetto egemonico statunitense.

    Questi dati non devono però indurre ad una valutazione affrettata delle tendenze insite nelle attuali dinamiche internazionali. La risultante dell’incontro tra le due tendenze (tentativo di egemonia americano ed emersione dell’Asia orientale con la suo centro la Cina) non pare affatto scontata. Gli Usa hanno ancora molti mezzi per cercare di fermare la loro deriva anche se il fattore tempo gioca loro contro e il raggiungimento del loro obiettivo di dominio mondiale pare sempre più compromesso. E’ questo che rende la nostra epoca “interessante”, come sostengono i dirigenti cinesi.

    Se questo è il contesto, quale è allora l’impatto dell’ascesa della Cina sul quadro qui velocemente delineato?

    L’effetto dell’ascesa della Cina e l’emergere degli scambi Sud-Sud

    Innanzitutto la Cina si presenta come un elemento d’equilibrio nella vita internazionale in rapporto alla superpotenza statunitense. Pechino svolge un ruolo antiegemonico e tutta la sua politica estera è orientata in tal senso, ovvero a favorire l’emergere di un mondo multipolare più equo e rispettoso della sovranità dei diversi paesi. Questo è il dato più rilevante, visto che la battaglia più significativa della nostra epoca è caratterizzata dalla difesa della sovranità (senza la quale nessuno sviluppo della democrazia e della partecipazione popolare é possibile) dall’invadenza dell’imperialismo e del modello neoliberista di cui è portatore.

    Secondariamente le relazioni che la Cina ha stabilito con molti paesi in via di sviluppo dimostrano chiaramente il ruolo di supporto che Pechino intende svolgere nei confronti del moto di emancipazione del sud del mondo. Questo è un aspetto troppo spesso negletto presso l’opinione pubblica occidentale, incline a bersi le tesi ufficiali dell’apparato mediatico dominante (che risponde all’apparato politico ed economico dominante) anche quando ama dipingersi come “alternativa” od “antagonista” al sistema nel quale vive (e che subisce più di quanto essa stessa possa credere).

    Infatti, anche se la Cina è cambiata moltissimo dall’epoca di Mao resta pur sempre il dato di fatto del suo saldo ancoraggio ai principi stabiliti alla Conferenza afro-asiatica di Bandung del 1955 nel concepire le relazioni internazionali. Oggi i cinesi non si presentano più armati di un apparato propagandistico che dipinge in modo barricadiero l’imperialismo come una tigre di carta e non brandiscono più “libretti rossi”. Oggi i cinesi si presentano con le loro valigette ben fornite e parlano di affari, proponendo lauti investimenti, trattando i propri partner con il dovuto rispetto e, ovviamente, pretendendo di essere contraccambiati con la stessa moneta. Ciò che brandiscono ora è un’arma assai più efficace: quella della cooperazione economica. Se un tempo erano pronti a sfoggiare ad ogni crisi internazionale la minaccia, per lo più retorica in verità, della “guerra di popolo” oggi buttano acqua sul fuoco e spronano le parti impegnate in pericolosi bracci di ferro (come quello attualmente in corso sulla questione coreana) alla ragionevolezza ed al dialogo mentre, nel contempo, sfruttano il loro nuovo potenziale industriale per cercare di colmare il gap tecnologico con gli Stati Uniti dal punto di vista militare. Concretamente, con la sua azione internazionale, la Cina toglie spazio alla capacità dell’imperialismo di ricattare i paesi del sud del mondo tenendoli a guinzaglio. Si pensi agli aiuti dati a Cuba o ai rapporti di partnership stabiliti con molti paesi africani e latinoamericani[6].

    La Cina ha in questi anni moltiplicato i propri investimenti nelle economie africane, tanto che il fenomeno è venuto alla ribalta anche presso un pubblico più vasto e che i media hanno iniziato il fuoco di fila contro il pericolo giallo. E’ stato curioso sentire le vecchie Potenze europee responsabili di secoli di schiavitù, razzismo e saccheggio nei confronti del continente nero preoccuparsi per lo sfruttamento cinese delle risorse africane. In verità Pechino ha annullato il debito che molti paesi africani avevano con la Cina ed ha tolto i dazi doganali su diversi prodotti africani diretti verso il mercato cinese. Due decisioni che in decenni di “beneficenze” e chiacchiere europei ed americani non hanno mai assunto. Ovviamente la Cina è interessata soprattutto ad importare le materie prime africane di cui necessita la sua economia. Ma ciò non deve oscurare il dato fondamentale nella reciprocità sino-africana: se un tempo i paesi africani (ma possiamo allargare il ragionamento a tutto il sud del mondo) per ricevere dei prestiti dovevano presentarsi con il cappello in mano al Fondo monetario internazionale e alla Banca mondiale e dovevano accettare le dolorose e spesso fallimentari ricette a base di privatizzazioni e neoliberismo, cioè in un parola erano costrette a lasciarsi saccheggiare, ora possono contare su una sponda alternativa. La Cina ha fornito dei capitali necessari moltissimi paesi senza chiedere nulla in cambio.

    Attingendo alle proprie disponibilità di capitali ha così tolto una grossa arma di ricatto dalle mani delle Potenze del Nord del mondo, in primo luogo da quelle degli Stati Uniti. Oggi i paesi del Sud non si trovano più obbligati ad accettare i diktat del “Washigton consensus”: cioè rinunciare ai propri propositi e rientrare nei ranghi dello sfruttamento neocoloniale pur di avere accesso al credito. Oggi possono bussare alle porte della Città proibita. Non è un caso se il “Washington consensus”, cioè l’adozione ovunque e comunque delle terapie shock del neoliberismo, sia improvvisamente morto dopo che tutti i media ne avevano decantato le lodi e l’immortalità quando cadde il muro di Berlino. Oggi si può iniziare a parlare di un “Beijing consensus” cioè del crescente grado di attrazione verso formule differenziate di sviluppo basate comunque su un più significativo ruolo dell’intervento governativo nell’economia e poggiante su un più equilibrato rapporto sud-sud all’ombra della difesa della sovranità nazionale e delle specificità locali. “Beijing consensus” significa “l’emergenza, guidata dalla Cina, di ‘un percorso per altre nazioni nel mondo’ non semplicemente verso lo sviluppo ma anche ‘per inserirsi nell’ordine internazionale in modo da consentir loro di essere davvero indipendenti, di proteggere il proprio modo di vita e le proprie scelte politiche’[…] Il Washington consensus... ha lasciato una scia di economie distrutte e risentimenti in tutto il globo. Il nuovo approccio allo sviluppo della Cina è... abbastanza flessibile da essere a mala pena classificabile come una dottrina. Non crede in soluzioni uniformi per ogni situazione. È definito... da una vivace difesa dei confini e degli interessi nazionali, e da una ponderata accumulazione di strumenti per la proiezione di potenza asimmetrica... Mentre gli Stati uniti stanno perseguendo politiche unilaterali per proteggere i propri interessi, la Cina sta mettendo assieme le risorse per eclissare gli Usa in molte aree chiave degli affari internazionali, costruendo un contesto che renderà l’azione egemonica statunitense più difficile... La via cinese allo sviluppo e al potere è, naturalmente, irripetibile da altri paesi. Essa rimane piena di contraddizioni, tensioni e pericoli imprevisti. Tuttavia, molti elementi della crescita del paese hanno suscitato l’interesse del mondo in via di sviluppo”[7].

    Anche in questo caso l’ultima crisi finanziaria ed economica mondiale ha funto da potente acceleratore. Ha diminuito il flusso di investimenti dal Sud al Nord del mondo ed ha spinto i paesi del Sud ad aumentare le proprie riserve valutarie per dotarsi degli strumenti con cui agire economicamente e ad investire presso altri paesi in via di sviluppo.

    Il commercio Sud-Sud acquisisce via via un peso crescente nell’odierna realtà dell’economia mondiale. Sempre più paesi in via di sviluppo investono in altri paesi in via di sviluppo. La Cina guida questa nuova tendenza, che in futuro può delineare nuovi scenari, ma la tendenza stessa non si limita agli scambi con la Cina ma acquista una sua traiettoria indipendente tramite gli scambi Brasile-Sudafrica, negli scambi inter-latinoamericani, negli scambi Venezuela-Iran, etc…

    “Nonostante i suoi massicci acquisti di buoni del tesoro Usa, la Cina ha giocato un ruolo guida sia nel riorientare il surplus del Sud verso destinazioni del Sud, sia nel fornire a paesi del Sud vicini e distanti alternative appetibili al commercio, l’investimento e l’assistenza dei paesi e delle istituzioni finanziarie del Nord. […] La Cina ha battuto le agenzie del Nord, offrendo ai paesi del Sud termini più generosi per l’accesso alle loro risorse naturali; prestiti più ingenti con meno vincoli politici, e senza costosi compensi per i consulenti finanziari; e grandi e complessi progetti infrastrutturali in aree remote, a un costo inferiore fino alla metà rispetto ai concorrenti del Nord. A complemento e rinforzo di queste iniziative cinesi, i paesi produttori di petrolio hanno reindirizzato i loro surplus verso il Sud. È stato di grande significato politico e simbolico l’uso da parte del Venezuela dei profitti straordinari dovuti all’alto prezzo del petrolio per assumere il ruolo di nuovo “prestatore di ultima istanza” per i paesi dell’America latina, con ciò riducendo l’influenza di Washington, storicamente enorme, sulle politiche economiche nella regione70. Di eguale importanza e potenzialmente più distruttivo per il predominio finanziario del Nord è stato l’interesse che i paesi dell’Asia occidentale hanno recentemente mostrato nel reindirizzare almeno parte dei loro surplus dagli Stati uniti e dall’Europa all’Asia meridionale e orientale”[8].

    Di particolare significato risulta la nuova tendenza dei paesi produttori di petrolio ad investire non più in Occidente. L’allocazione di investimenti da parte dei paesi del Golfo persico in Asia orientale e nel Sudest asiatico suona come un campanello d’allarme per gli attuali assetti dell’economia e della finanza mondiali. Il volume degli scambi tra l’area del Golfo e la Cina segna una crescita vertiginosa[9] e in un prossimo futuro può preludere ad un terremoto geopolitico in una regione che gli Usa hanno sempre ritenuto, almeno a partire dal 1943, di loro influenza.

    Il volume degli scambi Sud-Sud cresce e le modalità di questi scambi con mutuo beneficio si iniziano ad imporre, erodendo progressivamente la tirannia che le Potenze imperialiste esercitavano negli scambi internazionali. Ora, ironia della sorte, è il FMI a trovarsi a corto di liquidità!

    “Il portafoglio prestiti del Fondo è sceso da 150 miliardi di dollari nel 2003 a 17 miliardi nel 2007, il suo livello più basso dagli anni Ottanta”[10] […] “Con un’ironia che ha fatto sghignazzare molti ministri delle finanze [del Sud], l’agenzia che ha per lungo tempo predicato lo stringere la cinghia, deve adesso praticarlo essa stessa”[11].

    Il ruolo della Cina in questa dinamica non è affatto irrilevante. Una certa sinistra occidentale, un pò romantica e molto disorientata, può pure snobbare il fenomeno, ma esso è assai più efficace della propaganda contro la tigre di carta degli anni ’60 e ’70 del secolo scorso.

    Analogamente la Cina promuove, per quanto le è possibile, la crescita di nuovi poli di aggregazione a livello regionale, dall’America latina al Sud-est asiatico, con il chiaro intento di favorire l’emergere di altri contrappesi all’egemonia americana.

    Conseguenze: chi ha paura della Cina?

    Ciò significa che dobbiamo attenderci un prossimo showdown tra gli Usa e la Cina e che la crescita cinese sta nutrendo una nuova minaccia per la pace?

    In realtà la crescita cinese per il momento resta ancorata alla necessità della pace e le cose non sono destinata a cambiare per un lunghissimo periodo. Nonostante il clamoroso progresso economico e sociale registrato negli ultimi 30 anni la Cina deve ancora colmare diverse lacune e consolidare quanto è stata in grado di realizzare. I dirigenti cinesi sembrano i primi ad essere coscienti dei molti limiti del “miracolo” e a procedere con piedi di piombo sulla strada della modernizzazione all’insegna di quello che chiamano “socialismo di mercato con caratteristiche cinesi”.

    Del resto non bisogna proiettare sic et simpliciter le categorie cui siamo abituati noi europei sull’ascesa della Cina. Non dobbiamo cioè dar per scontato che sia la Potenza emergente a minacciare la stabilità internazionale. Tempo addietro Kissinger aveva sottolineato che nel corso della sua storia millenaria la Cina non aveva mai avuto una vocazione espansionista e che i suoi confini sono rimasti sempre più o meno gli stessi per secoli. Del resto l’attuale trend sembrerebbe indicare che il tempo lavora a favore della crescita cinese e non si vede per quale ragione il dragone scarlatto dovrebbe rinunciare alla tradizionale pazienza asiatica nell’affrontare le più rilevanti questioni. Come ha notato un grande osservatore della politica asiatica, Kishore Mahbubani, non è detto che gli asiatici si sentano in dovere di ripagare l’Occidente con la stessa moneta, nel momento in cui il loro peso specifico sarà eventualmente maggiore, tra diversi decenni[12].

    La Cina appare dunque una Potenza pacifica, tanto che nelle sedi internazionali tenta scrupolosamente di inserirsi e di utilizzare le istituzioni e gli strumenti forgiati da altri (Banca mondiale, WTO, etc…) anche se per imprimere agli stessi un’altra politica, più rispettosa nei confronti del Sud del mondo[13].

    Il fatto che la Cina sia ben lontana dall’essere una Potenza imperialista o che necessiti di un progresso armonico e pacifico non esclude però di per sé il pericolo di pericolose crisi internazionali. Il futuro della Cina non si deciderà solo a Pechino e la stessa cosa vale per ogni realtà inserita in un sistema più vasto. Le mosse degli altri attori avranno ricadute sull’elaborazione delle sue politiche.

    In particolare occorre chiedersi come vivono e vivranno l’ascesa cinese gli Stati Uniti.

    La risposta appare scontata. Obama ha sostenuto che non accetterà mai che gli Usa smettano i panni della superpotenza per accettare un ridimensionamento che, come si mostrava prima, sarebbe nel corso naturale delle cose. Ovviamente non è solo il suo pensiero. Ecco perché i toni anticinesi montano e non solo quelli. Sono in corso ben più preoccupanti manovre per cercare di isolare Pechino e di tessere patti regionali per accerchiare la Cina. Con la scusa della supposta minaccia nord-coreana Washington cerca di promuovere una vera e propria alleanza tra Corea del Sud, Giappone, Taiwan, Australia e forse altri paesi col malcelato proposito di guastare i rapporti dei cinesi con i loro vicini. Del pari sono già in corso da anni tentativi di arruolare l’India in funzione anticinese. Lo sforzo per mantenere un’assoluta superiorità strategica rispetto a Russia e Cina rappresenta uno degli impegni fondamentali degli Usa, che di anno in anno aumentano le spese militari, trainando la corsa agli armamenti a livello mondiale ed innescando una spirale per la quale sempre più paesi saranno presto costretti (se non lo sono già) ad alimentare sempre più generosamente i loro bilanci per la difesa, distraendo così preziose risorse da destinare ad altri settori (sanità, istruzione, cultura etc…). In questo quadro rientrano i progetti di scudo antimissile o di armamento dello spazio ai quali, non a caso, Russia e Cina si oppongono congiuntamente.

    Sui mari si profila un’altra minaccia: la dipendenza cinese dai traffici commerciali impone al paese, visto il clima sempre più avvelenato che caratterizza le relazioni internazionali, di dotarsi presto di una marina militare che sia all’altezza della situazione. Una Grande Potenza talassocratica come gli Usa potrebbe infatti essere tentata, in caso di crisi, di minacciare l’interruzione dei flussi commerciali nell’Oceano Indiano e/o Pacifico. Questo nuovo focolaio di tensione comincia già a profilarsi all’orizzonte e promette di rendere più difficile la transizione che si annuncia verso un nuovo assetto delle relazioni internazionali.

    Ecco perché questa prima metà del XXI secolo si annuncia non solo “interessante”, ma anche potenzialmente pericolosa.

    Conclusioni

    L’esito del braccio di ferro tra il nuovo equilibrio multipolare che sembra maturare tra le pieghe del vecchio assetto americanocentrico da una parte ed i sogni unipolari di Washington dall’altra non è affatto scontato. Una questione può sembrare pertinente: se dovesse uscire vittoriosa la naturale tendenza evolutiva verso un nuovo assetto delle relazioni internazionali con una centralità economico-finanziaria della Cina l’umanità si troverebbe tra le braccia di un nuovo padrone o si aprirebbe una fase diversa nella storia? Alcuni elementi lasciano presagire che dopo il fallimento statunitense non si stabilirebbe affatto una nuova egemonia ma piuttosto un equilibrio multipolare nel quale nessuna Potenza potrebbe anche solo lontanamente pensare di prevalere sulle altre. La differenza più rilevante sarebbe piuttosto costituita dall’emergere progressivo del Sud del mondo e dal progressivo rattrappirsi della presa dell’imperialismo. La crisi dell’egemonia statunitense potrebbe tradursi in una crisi dell’imperialismo tout-court. Si aprirebbe allora una fase completamente nuova nella vita internazionale, segnata probabilmente da un grande processo di emancipazione. Per questo, specie per coloro che sono soliti guardare a queste dinamiche come ad un semplice conflitto “tra lor signori” lontano dalla vita di tutti i giorni, è più utile porre un altro, ben più pressante quesito: siamo sicuri che questi epocali cambiamenti non finiranno con l’esercitare, seppur indirettamente, una qualche influenza sui rapporti tra le classi sociali in Europa?



    --------------------------------------------------------------------------------

    [1] G. Arrighi, B. J. Silver, Caos e governo del mondo; Milano, Mondadori 2003
    [2] G. Arrighi, Adam Smith a Pechino: genealogie del ventunesimo secolo; Milano, Feltrinelli 2008
    [3] A. Colombo, La disunità del mondo: dopo il secolo globale; Milano, Feltrinelli 2010, p. 184 e seguenti
    [4] Vedi G. Arrighi, Adam Smith, op. cit.
    [5] Si veda P. Kennedy, Ascesa e declino delle Grandi Potenze; Milano, Garzanti 1999
    [6] Per una trattazione più esaustiva delle politica cinese verso l’Africa e l’America latina si veda: S. Ricaldone, S. Puttini, La politica internazionale della Cina; in: AA.VV., Cina, Russia, America Latina: note di analisi politico economica sulle realtà emergenti; Milano, Aurora 2008, pp. 55-85
    [7] J.C. Ramo, The Beijing Consensus: Notes on the New Physics of Chinese Power; cit. in: G. Arrighi, Capitalismo e (dis)ordine mondiale; Roma, manifestolibri 2010, pp. 206-207
    [8] G. Arrighi, Capitalismo; op. cit., pp. 208-209
    [9] S. Ricaldone, S. Puttini, La politica internazionale della Cina; op. cit., pp. 69-70
    [10]“International Herald Tribune”, 19 Ottobre 2007; cit. in: G. Arrighi, Capitalismo, op. cit.; nota 66 p.208
    [11] “The Wall Street Journal”, 21 Aprile 2006; cit. in: Ibidem
    [12] K. Mahbubani, Regards asiatiques sur la gouvernance globale ; in : Esprit, Octobre 2010, pp.85-98
    [13] Ibidem

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    Predefinito Rif: Cinistan.

    La vera invasione asiatica della Cina
    di Francesco Sisci
    RUBRICA SINICA. Pechino sta conquistando i paesi vicini con la propria forza economica, non con quella militare. La base Usa in Vietnam non ha senso. I diversi scenari futuri.

    (carta di Laura Canali tratta da Limes 4/2008 "Il marchio giallo" - vai alle carte del volume)
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    Reptv Obama in Asia

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    PECHINO. Ai tempi della guerra fredda i generali sovietici allineavano i loro carri armati, missili e testate nucleari su una cartina e li confrontavano con quelli a disposizione dei loro rivali d'oltre cortina - l'odiato mondo occidentale.




    La conta dimostrava la loro superiorità, e i generali con gli occhi scintillanti ridevano e pensavano che stavano vincendo la guerra.




    Di fatto quella guerra iniziarono a perderla quando si misero a contare i carri armati e i missili, non capendo che la battaglia vera era combattuta in campo economico.




    Il declino sovietico di fronte al boom statunitense determinò la fine della guerra fredda senza che fosse sparato un solo colpo.




    La Cina, ai margini di questo conflitto, decise di non impelagarsi in una corsa agli armamenti che ne avrebbe limitato l'ascesa a beneficio esclusivo dell'economia più forte, quella degli Stati Uniti.




    Perciò negli ultimi 30 anni Pechino ha cercato di evitare i conflitti, in ossequio prima alla teoria di Deng Xiapoing - tao guang yang hui, "nascondi le tue capacità e guadagna tempo" - e poi di Zheng Bijian - lo "sviluppo pacifico".




    Ora che ha riserve per 2500 miliardi di dollari, è la seconda economia del mondo, cresce del 10% all'anno con una bilancia commerciale in attivo, la Cina sta semplicemente "invadendo" i suoi vicini con capitali e beni di consumo, aiutata anche dalla debole concorrenza degli Usa, alle prese con una crisi di proporzioni storiche.




    John Pomfret descrive in un brillante articolo la "conquista" cinese della Cambogia e i piani per saldare l'Indocina alla Cina attraverso dighe e ferrovie. Lo stesso discorso potrebbe essere applicato a molti dei vicini di Pechino.




    La Corea del Sud e il Giappone hanno superato la crisi grazie agli scambi commerciali col Dragone, l'India sta cercando di aumentarli, e i lavoratori vietnamiti sono arrivati in massa nel Guangdong per fare il lavoro che gli immigrati dalle zone rurali non vogliono più fare.




    A tutti Pechino promette investimenti, acquisti e vendite. Tutte promesse che sembrano sostenute da un'economia in chiara espansione.




    Certamente anche in Cina c'è inflazione: i governi locali hanno investito molto e sprecato altrettanto, e il grandioso piano di infrastrutture potrebbe non essere attuabile per anni.




    Ciò ha causato dei rallentamenti nell'economia, ma la velocità della crescita può superare tutto, compreso il malcontento della popolazione, sicuramente meno desolata che in America.




    Lì il rapporto debito/pil è cresciuto dal 40% al 60% a causa della spesa pubblica per far fronte alla crisi, e potrebbe raggiungere l'80% in un altro paio d'anni.




    Cifre come queste fanno scattare verso l'alto gli interessi da pagare sul debito, e richiederanno pertanto tassi d'interesse più alti o un aumento delle imposte, misure che nessun leader politico in nessun paese del mondo vorrebbe attuare.




    Tantomeno negli Usa, un paese nato in seguito ad una ribellione contro le tasse decise dal governo britannico. Meno che mai ora, con tutto il fermento attorno al neonato Tea Party, ideologicamente contrario all'aumento delle imposte e all'intervento statale nell'economia.




    Può darsi che per qualche anno Washington sia a corto di denaro per compensare la crescita economica cinese, e che Pechino abbia a disposizione un po' più di tempo per mostrare il proprio peso nella regione.




    Se è così, l'entusiasmo mostrato dagli Usa per Vinh Cam Ranh, base della US Navy in Vietnam, non ha molto senso da un punto di vista strategico.




    Certo, è l'ormeggio più sicuro nel Sudest asiatico e Hanoi non chiederà un dollaro d'affitto, facendo risparmiare un sacco di soldi ai contribuenti, ma non serve a nulla contro l'invasione cinese. Pechino si sta espandendo economicamente, non militarmente.




    Sicuramente la Cina è più attiva nel Mar Cinese Meridionale, più spavalda e molto convinta delle proprie rivendicazioni sulle numerose dispute (soprattutto marittime) dell'area. Ma il Dragone non si sta imponendo con i carrarmati, bensì con la propria valuta, lo yuan.




    Se il dollaro cala e lo yuan cresce, l'invasione cinese si rafforza automaticamente, perchè Pechino può comprare di più e Washington meno. E le pressioni statunitensi per rivalutare lo yuan non faranno che accelerare questo fenomeno.




    Una base militare in Vietnam rischia quindi di diventare una cattedrale nel deserto, il simbolo del fallimento Usa in Asia. O quello del suo nuovo ruolo, da dinamo economica ad arbitro armato in conflitti potenzialmente pericolosi ma molto distanti dal suolo patrio.




    A meno che la Cina non consideri la nuova presenza americana in Vietnam come una sfida o decida di dare la priorità alle proprie rivendicazioni territoriali.




    Quindi solo se Pechino si farà prendere dalla hubris e invece di coinvolgere i propri vicini, prendendo tempo per rafforzarsi politicamente ed economicamente, deciderà confrontarsi a loro.




    In questo caso si aprirebbe uno scenario completamente diverso.



    Sarebbe come se gli Usa avessero deciso di affrontare i sovietici durante la guerra fredda secondo le loro regole - un carro armato per ogni carro armato, un missile per ogni missile: una strategia che avrebbe portato l'America alla sconfitta, e che equivarrebbe al suicidio politico di Pechino.




    Se la Cina non abbocca all'amo neo-metternichiano tesole dagli Usa in Vietnam, rimane la questione del ruolo di Washington nella regione.




    Difficile immaginarla senza gli Usa, ma ancora più difficile pensare che questi, senza soldi, si limitino a giocare a scacchi con le diverse pedine asiatiche.




    Se, in qualche anno, l'America si riprenderà e recupererà un po' di soldi da distribuire nell'area, lo scenario cambierà ancora.




    È comunque più probabile che gli Usa, pure in ripresa, non avranno la possanza economica di dieci o vent'anni fa. In questo caso dovranno reinventare il loro ruolo in Asia, se vogliono continuare a essere presenti.




    Probabilmente è proprio questa la vera sfida.



    China's real Asian invasion
    (Copyright 2010 Francesco Sisci - traduzione di Niccolò Locatelli)

    (3/12/2010)

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    Predefinito Rif: Cinistan.

    Il Lupo e il Dragone vissero felici e contenti
    di Federico de Renzi
    RUBRICA TURCHIA/TURCHIE. Ankara rafforza la sua alleanza strategica con Pechino, ma senza perdere di vista gli interessi di Usa, Nato, Russia e Iran. Le relazioni bilaterali contano più dei diritti umani.


    (Clicca sulla carta per ingrandirla. La carta di Laura Canali è tratta da Limes 4/2010 "Il ritorno del sultano". Vai alle carte del volume)
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    Il ritorno del sultano

    Rubrica Turchia/Turchie

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    Il viaggio del ministro degli Esteri Ahmet Davutoğlu in Cina, effettuato tra il 28 ottobre e il 2 novembre, costituisce un importante segnale della nuova Turchia alla repubblica popolare cinese e al mondo.




    Davutoğlu, primo ministro degli Esteri turco a recarsi in Cina, ha infatti ha iniziato il suo giro di visite ufficiali in occasione dell'Expo di Shaghai 2010 proprio da Kashgar, la città simbolo della regione autonoma dello Xinjiang-Uyghur e di tutto il Turkestan.




    Qui ha visitato i complessi monumentali dedicati a Mahmud di Kashgar e Yusuf Hass Hajib di Balasagun, autori rispettivamente del Dīwānu 'l-Luġat al-Tūrk (il "Canzoniere della Lingua turca") e del Qutadgu Bilig ("Scienza della Fortuna") prime opere letterarie turco-islamiche, entrambi scritti nell'XI secolo sotto i turchi qarakhanid.




    Si è poi recato alla storica moschea di Id Kah, monumento legato alla fine della prima repubblica del Turkestan orientale per mano degli hui (dungan o cinesi musulmani), appoggiati dal Guomindang.




    “Zero problemi, massima collaborazione”. Da Ürümqi, dove si è incontrato con il presidente della regione autonoma dello Xinjiang-Uyghur, Nur Bekri, il ministro ha ribadito che la strategia di politica estera della Turchia è fondata su tre elementi chiave.




    In particolare sul dialogo con gli alleati, ivi compresi Stati Uniti e altre nazioni occidentali; sulla volontà di incrementare la cooperazione con i paesi vicini come Grecia e Siria; e sull'allargamento della visione strategica di Ankara, di cui sono esempio i nuovi o rinnovati legami con Brasile, Cina, India, Giappone, Australia, Russia e Sud Corea.




    “La normalizzazione del nostro rapporto con la Cina non è anomalo - anzi, erano i cattivi rapporti del passato a costituire l'anomalia” ha dichiarato Davutoğlu, sottolineando l'impegno turco per far ritorno ai tempi in cui i legami tra i due paesi erano forti.




    La cooperazione strategica con la Cina non va vista tanto come alternativa al ruolo della Turchia nella Nato, quanto come parte integrante di questo.




    Infatti, tra fine settembre e inizio ottobre, le forze aeree turche hanno svolto esercitazioni congiunte con quelle cinesi nella provincia anatolica di Konya, ma date le pressioni degli Stati Uniti per la protezione della tecnologia sensibile, Ankara ha rinunciato ad utilizzare i suoi più avanzati F-16, facendo volare solo degli F-4.




    Questo costituisce tuttavia il primo esercizio condotto dalla Cina con uno tra i più potenti membri della Nato ed è un avvenimento che dice molto sulle nuove priorità strategiche della Turchia.




    Al termine della visita, Davutoğlu ha ribadito che anche la cooperazione sul nucleare tra i due paesi è elemento necessario per promuovere la pace in Medio Oriente e Asia centrale.




    Inoltre, i crescenti legami di Ankara con l'Asia non rappresentano un'alternativa alla vicinanza all'Unione europea, ma anzi parte di una politica regionale, nota come “Strategia dell'Asia”.




    Dopo aver partecipato alla discussione sul contributo della cooperazione strategica turco-cinese per la pace mondiale e regionale, il ministro ha incontrato prima gli accademici cinesi e poi il vice presidente Xi Jinping, destinato a diventare presidente della Repubblica Popolare fra due anni. L'incontro si è tenuto proprio nella sala del parlamento dedicata allo Xinjiang-Uyghur.




    La visita ufficiale del primo ministro Wen Jiabao in Turchia, tra il 7 e il 9 ottobre scorsi, ha segnato una nuova fase nelle relazioni turco-cinesi, che precedentemente erano state molto tese a causa dei disordini avvenuti nella regione autonoma dello Xinjiang-Uyghur nel luglio 2009.




    Durante la conferenza stampa congiunta con il suo omologo turco Recep Tayyip Erdoğan, entrambi i leader hanno sottolineato l'importanza che danno alle relazioni con l'estero e hanno definito i loro fiorenti legami una “partnership strategica”.




    Cina e Turchia hanno firmato otto accordi per sviluppare ulteriormente la cooperazione in vari settori, compreso il commercio, i trasporti e la lotta al terrorismo. Secondo Davutoğlu, la politica di Ankara che insiste sulla necessità di usare i mezzi diplomatici per risolvere la controversia sul programma nucleare iraniano ha contribuito ad aumentare l'interesse della Cina a sviluppare relazioni bilaterali con la Turchia.




    Ankara e Pechino hanno aumentato i legami commerciali con l'Iran, firmando accordi sui giacimenti di petrolio e di gas, con disappunto delle potenze occidentali.




    La stabilità della regione mediorientale sarebbe cosa estremamente utile anche per Turchia e Cina. Quest'ultima ha a malincuore sostenuto l'ultimo giro di sanzioni dell'Onu contro l'Iran, mentre la Turchia, insieme al Brasile, ha votato contro.




    Con la Russia poi, già durante la visita del presidente Medvdev ad Ankara dell'11-12 maggio, erano stati firmati 17 accordi sulla cooperazione economica ed energetica.




    Tra questi il completamento entro il 2012 dell'oleodotto Samsun-Ceyhan, o Trans-Anatolian Pipeline, iniziato nel 2006 dalla collaborazione tra la turca Çalık Holding, le russe Rosneft, Transneft, Sovcomflot e l'italiana Eni, e che dovrebbe trasportare dai 60 ai 70 milioni di tonnellate di petrolio dal Kazakistan al porto di Ceyhan.




    In quell'occasione è stata inoltre annunciata la creazione della prima centrale nucleare di costruzione russa ad Akkuyun, nei pressi di Mersin.




    Mosca esporta già petrolio in Turchia per un valore di 1,8 milioni di dollari l'anno, oltre a un volume considerevole di prodotti derivati dalla raffinazione.




    Dall'Iran poi, Ankara ha nel solo 2009 importato 5,1 miliardi di metri cubi di gas, il 35% in più dell'anno precedente.




    Il volume d'affari tra importazioni ed esportazioni lo scorso anno ha raggiunto i 5,3 miliardi di dollari (10 miliardi secondo Iran e Turchia), e i 2,7 miliardi di dollari solo in commerci non legati all'energia, facendo della Turchia il sesto maggior consumatore di prodotti iraniani non legati al petrolio.




    Attraverso tali accordi bilaterali, la Turchia sembra decisa a sottolineare la sua volontà di perseguire politiche economiche e finanziarie indipendenti, alternative al primato degli Stati Uniti.




    In molte occasioni, i leader turchi, e su tutti il ministro degli Esteri Ahmet Davutoğlu, hanno sottolineato che l'asse dell'economia mondiale si è ormai spostato verso l'Asia, e che la Turchia, tradizionalmente integrata nel mondo occidentale, ha ora bisogno di adeguare di conseguenza le sue priorità economiche e politiche, potendo diventare la “Cina dell'Unione europea”.




    Cina e Turchia sono state le due principali economie a riprendersi più rapidamente dalla crisi finanziaria globale, cosa che potrebbe accelerare l'avvio di un maggiore coordinamento tra le due potenze nel contesto del vertice del G-20 e altre piattaforme internazionali, come ricordato lo scorso dicembre anche dal ministro del Commercio estero Zafer Çağlayan.




    Tuttavia, vi è ancora un grande squilibrio commerciale a favore di Pechino.




    Mentre le importazioni dalla Cina nei primi 8 mesi del 2009 sono state di circa 12,7 miliardi dollari, le esportazioni della Turchia ammontavano a 1,6 miliardi di dollari.




    La strategia di Ankara è quella di correggere questo squilibrio promuovendo gli investimenti cinesi in Turchia, incrementando il turismo dalla Cina, e ottenendo una maggiore visibilità per i prodotti turchi in Cina.




    Tuttavia, dato il record cinese nel raggiungere un saldo commerciale positivo con i suoi partner e i suoi bassi costi di produzione, rimane da vedere quanto la Turchia possa penetrare i mercati cinesi.




    Tra i vari accordi firmati c'è stato anche quello per un progetto di ferrovia di oltre 4.500 km che colleghi le due capitali, proposta lo scorso luglio durante la visita del ministro dei Trasporti Binali Yıldırım a Pechino nel suo incontro con il ministro cinese delle Ferrovie Liu Zhijun.




    La recente tendenza della Cina a costruire numerose centrali nucleari, tra cui alcune delle più avanzate al mondo, potrebbe renderla un nuovo operatore nel settore energetico turco, anche se attualmente sul tavolo non c'è nessuna offerta concreta.



    In passato Erdoğan aveva fatto riferimento alla possibilità di progetti comuni nel settore dell'energia, indicando l'energia nucleare come un ulteriore aspetto della cooperazione economica bilaterale.




    La Cina ha già vinto diversi appalti per costruire grandi progetti infrastrutturali, comprese ferrovie moderne in Turchia.




    In questi fiorenti legami gioca un ruolo anche la storia, e i riferimenti all'idea di far rivivere l'antica Via della Seta abbondano.




    La parte turca negli ultimi anni ha lavorato su vari progetti per migliorare le infrastrutture dei trasporti in modo che le merci possano facilmente viaggiare tra la Cina e la Turchia, nonché attraverso l'Asia centrale. Tali progetti, secondo la visione di Ankara, serviranno anche come soluzione per portare stabilità in Asia centrale.




    Tuttavia emergono anche fattori storici che sono fonte di attrito nelle relazioni sino-turche, come è stato chiaramente dimostrato durante la visita di Wen e precedentemente durante quella di Abdullah Gül del 24-29 giugno 2009.




    Gül è stato infatti il primo presidente turco in visita in Cina dopo 14 anni; in quell'occasione ha partecipato con il presidente Hu Jintao a delle cerimonie incentrate proprio sulla firma di accordi economici tra i due paesi.




    A partire dal 5 luglio 2009 tuttavia, in seguito alla storica visita di Gül, si verificarono violenti scontri nella regione autonoma dello Xinjiang, scoppiati a fine giugno in seguito all'uccisione di due operai uiguri nel corso di una protesta contro le politiche di assunzione in favore dei cinesi di etnia han.




    La rivolta di Ürümqi del luglio 2009, proseguita fino a settembre, ha causato la morte di 197 persone e circa 1.600 feriti, oltre all'arresto di alcune centinaia di uiguri, ed è stata l'ultima di una serie di lotte per i diritti fondamentali seguite alla rivolta di Yining del maggio 1997.




    I leader turchi, sotto pressione per aver ignorato la situazione dei fratelli uiguri, cominciarono allora a criticare la politica cinese nello Xinjiang e lo stesso Erdoğan giunse a dichiarare che le uccisioni avvenute erano da considerarsi “un genocidio”, arrivando a offrire un visto alla celebre attivista uigura Rebiya Kadir (alla quale peraltro era stato già negato due volte dalle stesse autorità turche).




    La sensibilità del governo e dell'opininiopne pubblica turca riguardo questi eventi causò una certa tensione tra i due paesi.




    Tuttavia, nel periodo successivo, le relazioni sino-turche si vennero rapidamente a normalizzare, nonostante gli sforzi della diaspora uigura in Turchia per far pressione sul governo.




    Più tardi, i due paesi iniziarono a discutere la cooperazione nella lotta al terrorismo.




    Poiché la Cina ha sempre presentato la resistenza uigura come nient'altro che una serie di attività terroristiche sovversive legate alla rete globale di Al Qaida, una tale cooperazione con la Turchia è stata ritenuta molto utile.




    Tali colloqui, ironia della sorte, sono avvenuti mentre gli attivisti uiguri del World Uyghur Congress, guidati da Seyit Tümtürk, protestavano contro la visita di Wen e la politica di Ankara nei confronti della Cina fuori dall'albergo sede dell'incontro.




    La posizione di Ankara sulle richieste degli uiguri, che potrebbe apparire come una marcia indietro, riflette la precedente esperienza della Turchia con la diaspora del Caucaso settentrionale.




    In quell'occasione, al fine di preservare le fiorenti relazioni bilaterali turco-russe, Ankara adottò un approccio cooperativo e durante la seconda guerra cecena frenò le attività della diaspora caucasica.




    In vista di questo stretto rapporto con la Cina, le istanze uigure per un maggiore riconoscimento rischiano quindi di restare un nodo irrisolto e punto dolente per Ankara.




    Al termine del suo viaggio Davutoğlu ha ricordato che Turchia e Cina hanno popoli affini in diverse regioni ma, pur mostrando un interesse culturale nei loro confronti, c'è comunque la volontà di stabilire un ponte di pace e amicizia sulla base dell'integrità territoriale e dell'unità politica dei loro paesi di appartenenza. E precisando che: “Questo vale anche per i turchi uiguri”.




    Il governo turco sembra quindi determinato a far sì che il 'problema Xinjiang' non rovini i fiorenti legami economici e politici con la Cina, pur considerando importanti anche quelli culturali esistenti con le popolazioni turcofone di quello che resta sempre il Turkestan orientale.

    (16/11/2010)
    peacereporter

 

 

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