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    Predefinito Rif: La Destra secondo me....

    Capacità di governare il cambiamento - di Sandro Consolato

    Ormai da diversi anni ci si chiede se abbiano ancora senso le categorie “destra” e “sinistra”. In verità non si dovrebbe avere troppa fretta di liquidare certi nomi e ciò che ad essi corrisponde o può corrispondere nella realtà: si era già fatto il funerale al concetto e al fatto dello Stato nazionale, ma crisi economica e nuove problematiche geopolitiche sembrano volerne resuscitare il presunto cadavere.
    Essere di sinistra comporta ancor oggi (almeno nelle dichiarazioni di principio, degli individui come dei gruppi) alcuni punti fermi: l’idea dell’uguaglianza (da quella naturale, cui però i più scaltriti non credono più, a quella giuridica e politica e, nella misura del possibile, anche sociale ed economica) da riferirsi tanto ai singoli individui quanto ai sessi e ai gruppi etnici; l’idea dell’origine contrattuale e dal basso dello Stato e della legittimità politica; l’idea che la dimensione del sacro sia o da eliminare o da tollerare solo come dato della coscienza individuale. Aggiungerei - come specificità del sentire più recente e squisitamente occidentale “di sinistra” - l’idea che tutto ciò che è affermazione di “differenza” da parte della maggioranza (vedi i temi dell’identità religiosa, etnica e culturale, ma anche sessuale) sia pericoloso per la convivenza civile, mentre la stessa affermazione diventerebbe “ricchezza culturale” quando espressa da minoranze, o quanto meno da alcune minoranze (religiose, etniche, culturali e sessuali). Poiché queste sono di fatto idee pressoché “ufficiali” della nostra società, si può serenamente dire che noi viviamo in una società “di sinistra”, pur in un crescente sistema di disuguaglianza economica (con tutto ciò che ne consegue anche in termini di diritti individuali e sociali) che di sinistra non è.
    Se non si vuole regalare il termine “destra” alle oligarchie che stanno distruggendo tutto ciò che di buono si deve alle sinistre (anche alle “sinistre delle destre”, come è stato il fascismo), ovvero il freno posto alla cupidigia del potere economico, la domanda fondamentale è cosa possa voler dire oggi essere di destra.
    Considerata “allo stato puro”, la destra dovrebbe considerare: 1) la disuguaglianza tra gli uomini come un dato metafisico e naturale a un tempo, riferendola esclusivamente alle qualità intellettuali e fisiche, le quali, sviluppandosi in un contesto adeguato, dovrebbero dare luogo a un ordine sociale organico di gerarchia naturale; 2) lo Stato come l’espressione di una volontà d’ordine e di armonia, che élite che potrebbero vivere anche senza di esso manifestano in favore della generalità degli uomini; 3) il sacro come l’elemento fondativo e vivificante della res publica, oltre che della vita privata famigliare e individuale.
    Una tale destra oggi appare incompatibile con le condizioni della nostra epoca, che mostra se mai una forte tendenza ad accogliere le contraffazioni di essa. Tipico esempio: la destra cristianista americana.
    L’elemento positivo di una vera destra (possibile e plausibile) dovrebbe tuttavia essere sempre la capacità di governare l’inevitabile mutamento delle cose e conservare ciò che a un popolo, a una nazione o a una civiltà serve per tutelarsi e protrarsi. La destra prima definita, cioè quella “allo stato puro”, è sostanzialmente una destra platonica (in senso stretto, cioè “di Platone”). Ma il pensiero politico classico - dai Greci al Rinascimento - ha considerato del tutto naturale il ciclo di nascite, trasformazioni, decadenze dei regimi politici, e con Aristotele (che “di sinistra” non era) ha indicato tre forme di governo legittime: monarchia, aristocrazia e politeia (di fatto: una buona democrazia); e tre forme degenerate di quelle: tirannide, oligarchia e democrazia (di fatto: una cattiva democrazia).

    Quindi credo che una “destra tradizionale” dovrebbe essere quella che, con un senso della realtà che bisognerebbe considerare tipico dell’uomo di destra, nei vari periodi della storia si fa garante della forma pura del regime più adatto a un’epoca e a un popolo. E sempre farà valere i princìpi del sacro, della gerarchia e della differenza nei termini non solo possibili ma anche “giusti”, poiché occorre ammettere che ciò che poteva essere giusto ieri può non esserlo oggi: non capirlo è l’errore e l’orrore dei fondamentalismi (si pensi a certe pene del diritto islamico: esse erano persino inevitabili fra tribù di nomadi, e perciò anche senza carceri, ma sono pure e semplici crudeltà in una società moderna e urbana, quale è pur sempre quella di certi regimi mediorientali).

    Sandro Consolato - direttore de La Cittadella


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  2. #12
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    Predefinito Rif: La Destra secondo me....

    Dirittura, verticalità e ascesa - di Gabriele Adinolfi

    «Destra e sinistra? Due diversi modi che hanno gli uomini per definirsi imbecilli», diceva Ortega y Gasset. Concordo.
    Perché parlare di destra? E di quale poi? L’estrema? Qualche strillo e facce truci in piccionaia. Molto meglio semmai la destra radicale. Un notevole passo in avanti, costato sangue e galera: il rigetto dei codici moderni in nome di un radicamento esistenziale e culturale in una dimensione tragica. Ironia della sorte, quando un certo mondo aveva queste caratteristiche, si ostinavano a definirlo ancora di estrema destra; ora che si è conquistato il diritto di esser chiamato così, quel nome di fatto designa un ambiente ricaduto quasi del tutto nella piattezza esistenziale e culturale dell’estrema destra…

    Molto meglio poi la definizione di “destra rivoluzionaria” che per Zeev Sternhell è la matrice del fascismo: ideali eterni ma attualizzati nello spirito della rivoluzione. Sempre che si debba e si voglia utilizzare a tutti i costi questa categoria. Forse per ragioni tattiche? Non ho preclusioni; dipende sempre da come, quando e perché si compiono le scelte e soprattutto da chi le effettua, perché la debolezza e la corruttibilità sovrabbondano e bisogna vigilare, anche su se stessi. In ogni caso, ovunque ci sia spazio si possono fare incursioni; ma di questo deve trattarsi. E la differenza con le persone con le quali s’incrocia il cammino si deve notare eccome!

    Se si potesse stare a sinistra sarebbe esattamente la stessa cosa. Questo e quello per me pari sono. Le fazioni parlamentari, in fin dei conti, sono un’invenzione borghese volta a spegnere lo slancio rivoluzionario sfuggendo al contempo alla sintesi nazionale. Destra sociale vale sinistra nazionale: conta ciò che le salda e le sublima. C’è un motto indiano in cui mi ritrovo in pieno: “Io non sono l’ala destra, io non sono l’ala sinistra, io sono l’aquila”.

    Ritengo che il fascismo abbia un padre e una madre. La madre è il socialismo dal quale, arditamente, è emerso dalle trincee. Su quella maternità rimando al formidabile “socialismo tricolore” di Giano Accame. Il padre è lo spirito guerriero, con la sua assialità eroica e metafisica
    Se proprio non se ne può fare a meno, l’unica possibilità che concedo al termine destra di rappresentarmi in qualche modo sta quindi nel suo significare dirittura: nel suo sottendere verticalità e ascesa. Ma non mi si venga a parlare di “valori”, questi sono cangianti valutazioni dei princìpi. E dei princìpi non si parla, s’incarnano senza retorica e ben al di sopra di qualsiasi moralismo. Oggi, purtroppo, è tempo di formule, di chiacchiere e di atteggiamenti e qui sta il dramma.
    Il resto è salotto o accademia. O talk show.

    Gabriele Adinolfi - direttore di Polaris


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  3. #13
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    Predefinito Rif: La Destra secondo me....

    Nazione, tradizione, legalità, merito - di Andrea Garibaldi

    Partiamo dall’esperienza di Gianfranco Fini e dalla sua scissione (che i finiani definiscono “cacciata”). Fini va via anche in nome di una “destra moderna”. Futuro e libertà parla di cultura della responsabilità, etica civile, repubblicanesimo. Di Nazione e senso dello Stato, di «coniugare ambiente e sviluppo». Vaghi riferimenti a Cameron, Merkel, Aznar. Che qui non ci sono mai stati, al pari - in campo opposto - di Brandt o Mitterrand.
    Ma Fini riprende l’elaborazione culturale dagli animatori di Farefuturo, mentre preferisce occuparsi di mosse politiche. Infatti, dopo la prima sconfitta, Fini si aggrega in un “terzo polo” con i centristi confessionali Casini e Rutelli, e rinnega uno dei fari delle sue ultime stagioni, il bipolarismo. Tuttavia, il suo distacco dal Pdl è interessante, perché torna a dar luce alla possibilità di un’altra destra, oltre il monopolio esercitato per sedici anni dal populismo (di destra) di Berlusconi.

    Dal punto di vista dell’interesse del Paese e della sua maturità politica, come si può delineare una nuova destra?
    Dovrebbe mantenere naturalmente i caposaldi dell’unità della patria e dell’importanza della tradizione. Ma dovrebbe analizzare i mutamenti della società. Alcuni di questi mutamenti vanno direttamente incontro a valori di destra. La vittoria dell’individualismo, innanzitutto, dalla ricerca dell’affermazione personale e familiare, all’esasperazione, ben rappresentata da Facebook, delle proprie caratteristiche, della propria unicità. Spetterebbe alla sinistra di contrastare questa direzione, la destra può limitarsi a temperarla e innestarvi la sicurezza, non intesa (soltanto) come tutela dell’ordine pubblico, ma come protezione sociale. Una protezione che assume la forma principale dell’offerta di opportunità, con particolare riguardo, ovviamente, ai giovani.

    Il modello di Stato di una nuova destra è “leggero”, di sicuro, ma pronto anche a intervenire nelle crisi sociali, a orientare le attività, a investire su scuole e ospedali, su formazione, ricerca e innovazione. Cosa diversa è una destra politica che si piega di fronte all’economia (liberista, in questo senso), che favorisce soprattutto gli affari, che tutela in primis la parte più potente e benestante del Paese.
    La destra (come la sinistra) dovrebbe tornare sul terreno delle città e dei quartieri, dei luoghi di studio e di lavoro, degli stadi. Allo stesso tempo, dovrebbe padroneggiare i nuovi mezzi di contatto e d’informazione. Per riallacciare la politica alla vita, dimostrare una presenza, un’apertura alla comprensione e alla soluzione dei problemi. Per le strade, fisiche e telematiche, dovrebbe portare i suoi valori, Nazione, tradizione, legalità. Premio del merito e sviluppo a vantaggio dell’uomo nel suo complesso. Una destra laica, nel senso che distingue con nettezza le insegne della Croce e la bandiera tricolore. Nessuno sposalizio, ma rispettoso confronto e attenzione, ciascuno nel suo ambito.

    Una destra che aspiri a governare il Paese secondo il principio bipolare dell’alternanza, realizza la concorrenza con la sinistra sulla lotta di idee e la capacità di realizzare progressi sociali, spirituali e materiali.

    Andrea Garibaldi - Corriere della Sera


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  4. #14
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    Predefinito Rif: La Destra secondo me....

    La bella destra vuole meno Stato e meno tasse - di Francesco Cramer

    Troppo facile dire che la destra è quella cosa che non è di sinistra. La destra in Parlamento oggi può sembrare una minestra dai mille sapori, un magma che racchiude storie e tradizioni diverse che in passato hanno pure fatto a cazzotti. C’è l’anima socialista, democristiana, missina, liberale, cattolica e radicale. Ma l’intuizione di Berlusconi, quella di voler unire nel Pdl la destra leaderistica di stampo craxiano e quella ex aennina fatta di ricordi del ghetto, di orgoglio e di militanza, un minimo comun denominatore ce l’ha.
    È il cuore, il nocciolo della destra, capace di tenere insieme i Brunetta e gli Alemanno, gli Storace e i Tremonti, i Sacconi e i Bondi, i Cicchitto e i Lupi. Ed è a quello che pensa Il Giornale quando scrive «la destra».

    È il ritenere che il faro principale che deve illuminare l’azione politica resti la libertà. E in Italia lo Stato, più che essere un alleato capace di regalare fette in più di libertà, spesso è un avversario che mette i bastoni tra le ruote.
    La bella destra è quella che pensa che lo Stato troppo spesso sia un problema e non la soluzione del problema e quindi debba fare non uno ma due o tre passi indietro. È quella che chiede meno tasse, meno burocrazia, meno leggi e regolamenti.
    È quella che si fida dei cittadini e li spinge a fare, creare, provare, rischiare. È quella che vuole più mercato, più scelta, più impresa.
    È quella che crede nel maggioritario - o di qua o di là - chi vince governa e chi perde sta all’opposizione.
    È quella che rispetta il mandato elettorale e non mette benzina nel motore sempre acceso del ribaltone.
    È quella che pensa alla sicurezza dei propri cittadini e all’accoglienza degli immigrati ma soltanto se questa può essere dignitosa, altrimenti è propaganda.
    È quella che si ribella al conformismo culturale di sinistra. È quella che cerca di abbattere lo strapotere dei baroni nelle scuole e nelle università. È quella che sta attenta anche ai doveri e non soltanto ai diritti.
    È quella che pretende che Achille Lollo e Cesare Battisti paghino il loro conto con la giustizia.
    È quella orgogliosa delle missioni dei nostri soldati all’estero.
    È quella che il posto fisso sarà anche comodo ma è antistorico e porta alla morte civile.
    È quella di un amico napoletano che un giorno serafico ammise: «Sai come si risolve il problema del Sud? Lo Stato deve smettere di aiutarci».

    Tutte queste cose si trovano mescolate nel grande mosaico del Pdl che però, di recente, ha partorito politiche che definire di destra è un azzardo. Si pensi agli scivoli iperprivilegiati garantiti agli ex dipendenti Alitalia; agli aiutini della social card; al ricorso ai soliti incentivi per il settore automobilistico: aspirine che non curano, costano troppo, e non aiutano a curare il vero male del Paese che è quello di essere uno tra gli Stati più tassati del mondo sviluppato.
    Si tassa perché si spende troppo. Mentre la destra dovrebbe tornare a fare la destra e dire: ora lo Stato si mette davvero a dieta e sarà meno esattore e più snello.

    Francesco Cramer - Il Giornale


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  5. #15
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    Un ircocervo che assomma l’antico e il postmoderno - di Francesco Bei

    «I miei valori restano quelli di destra. Servirebbe però un libro per spiegare cosa s’intende nel 2011 per destra, centro o sinistra. Sono categorie del secolo scorso». Così Gianfranco Fini ha risposto alla domanda di Repubblica circa la sua collocazione politica.
    Insomma, se persino il leader che in Italia si propone di (ri)fondare una destra «moderna ed europea» ammette che il termine non ha più molto senso, c’è davvero da chiedersi quanto sia utile insistere con questo strumento.

    Eppure la suggestione resiste, se non altro perché è vera, esce fuori dai manuali di scienze politiche per restare viva nell’autocollocazione delle persone in carne e ossa, uomini e donne che - nel 2011 e nonostante tutto - si definiscono di destra. È bene tuttavia non dimenticare la lezione che Norberto Bobbio (La Destra e la Sinistra, 1994) impartì sul tema, organizzando un bel funerale alla diade più inossidabile della politica e nonostante la monumentale categorizzazione già operata da Marco Revelli.
    A definire la Babele delle destre ci hanno provato in molti, per la verità, con alterne fortune.
    Theodor Adorno (La personalità autoritaria, 1950) s’avventurò persino su un insidioso terreno d’indagine psicanalitica per enucleare una presunta predisposizione del soggetto al rapporto gerarchico. Un soggetto di destra fascistoide, ovviamente, con impulsi aggressivi verso i più deboli.

    Anche analisi meno orientate politicamente ormai lasciano il tempo che trovano. Anthony Downs fu il primo politologo a utilizzare la dimensione destra-sinistra per definire lo spazio politico, in un “continuum” in cui la sinistra identificava la maggiore propensione a favore di politiche d’intervento.
    Di fronte al colbertismo di Tremonti o alla difesa delle municipalizzate da parte del Carroccio (per non tornare troppo indietro, fino all’Iri di Beneduce), davvero qualcuno in Italia potrebbe assumere questa tesi?
    Vogliamo prendere un altro marker per definire la destra? Uno potrebbe essere, almeno in questi nostri anni, in cui il Vaticano sembra diventata l’unica bussola valoriale del centrodestra, la difesa della Chiesa.

    Ma anche qui, restando in Italia, le cose non tornano. E senza rivangare il paganesimo di certe subculture missine, basta ricordare che la prima destra, la Destra storica, era certamente anticlericale.
    Proprio in quel periodo - gli anni di Cavour, Ricasoli, Minghetti, Spaventa - l’anticlericalismo «raggiunge alcuni suoi obiettivi con l’introduzione del matrimonio civile, la liquidazione dell’asse ecclesiastico, l’abolizione dell’esenzione dei chierici dal servizio di leva e la soppressione delle facoltà di teologia» nelle università (Dizionario di Politica, Bobbio-Matteucci-Pasquino).
    Insomma, in Italia le carte si mescolano sempre. Se oggi abbiamo a Roma un sindaco baciapile, la destra italiana non è stata sempre così.
    Lasciando i fanti per i santi: Ezra Pound, l’Omero della destra fascista, dopo la guerra si trova circondato dall’attenzione di gente come Hemingway, Pasolini e Ferlinghetti. Gente di destra?
    Allora, se proprio devo pensare a una destra contemporanea, forse l’unica “cosa” che mi viene in mente è Silvio Berlusconi.
    Egli per primo, invece di limitarsi a una collocazione tra gli esponenti di governo della famiglia del Ppe, si autodefinisce con compiacimento un tycoon prestato alla politica, capovolgendo l’accezione spregiativa del termine con cui lo inquadrano i media del mondo anglosassone.

    Chi è dunque, o meglio cosa è, Silvio Berlusconi? Più che un leader antidemocratico - come lo accusa di essere l’opposizione italiana - a me sembra una figura “pre-democratica”.
    Un Ircocervo, che assomma elementi arcaici ad altri assolutamente post-moderni. Un archeo-populista.
    Un principe de’ Medici, un signore rinascimentale, con la sua corte, le sue numerose guardie, il suo castello (le ville), la residenza estiva e quella invernale.
    Un sovrano, con la sua dinastia e i problemi di successione. Tanto che si è potuto fantasticare che a un Berlusconi (Silvio) possa subentrare in futuro una Berlusconi (Marina, la primogenita), in una via di mezzo tra i Savoia e la serie Dinasty.

    Un uomo che rende privato ciò che era pubblico e pubblicizza invece quello che accade dentro casa sua. Fino ai dettagli più piccanti. Il tutto proiettato nell’assoluta modernità catodica dei mass media che ne amplificano ogni minimo sussulto. Con gli italiani, una porzione sempre meno rilevante a dire il vero, che, stregati dalle sue tv, si comportano come la moderna Cappuccetto rosso di McLuhan che «allevata a suon di pubblicità, non ha nulla in contrario a lasciarsi mangiare dal lupo».
    Populismo e Principato, Peron e Cosimo de’ Medici.
    In attesa che nasca la destra «europea e moderna», per adesso questo è quello che passa il convento.

    Francesco Bei - La Repubblica (testo raccolto)


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  6. #16
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    Il problema “ereditario”, fra regime e movimento - di Salvatore Dama

    «Destra è l’anagramma di merda!» urlò il compagno in faccia al ragazzo.
    Era il chiostro della facoltà di Scienze politiche, l’università Federico II di Napoli. Gli anni Novanta.
    Il ragazzo spalancò gli occhi, due fanali. Una frazione di secondo per realizzare che non era vero: “destra” ha troppe consonanti; un attimo per capire che il compagno non stava bene: troppa erba. Eppoi al ragazzo quella «merda» piaceva.
    Il ragazzo ero io.

    Oggi? La parola è logora, abusata, contesa. Forse svuotata di significato. Ma a pensarci bene: ha mai avuto un senso compiuto la destra politica italiana? Già. Il fatto è che, nei decenni, è passata da un’anomalia all’altra.
    Il vizio di fondo sta nel retaggio fascista, che era “regime” (conservazione) ma anche “movimento” (rivoluzione). E tanto bastava per incasinare la vita a un missino di fronte al quesito, sei di destra?
    Il Movimento sociale italiano era Nietszche e Guénon, era “tradizione”, nel senso di critica all’Occidente decadente. Ma era anche Evola e dunque ripulsa per il capitalismo e il liberalismo. Era corporazione. Quindi non era Thatcher ed era Evita Peron. Era l’onore di Mishima. Ma era anche De Benoist e critica all’individualismo della società americana. Era il primato della comunità.

    Quindi non era Reagan. Era tricolore, ma era pure, malgrado l’apparente contraddizione, Europa-Nazione.
    Insomma: non una destra convenzionale. Poco a che vedere coi modelli europei e anglosassoni.
    Migliore, peggiore? Boh.
    L’unica certezza è che sia finita in soffitta: la fine del comunismo e la discesa in campo di Silvio Berlusconi hanno chiuso il secolo delle ideologie con un decennio di anticipo. Ed è ricominciata l’anomalia della destra italiana. Le categorie classiche della politica (destra e sinistra) abdicano, ce ne sono due tutte nuove, tutte nostre: berlusconismo e antiberlusconismo. La prima non lo so, la seconda è sicuramente ideologica. La prima è la sublimazione del càrisma weberiano, la seconda s’allarga (o si stringe) a fisarmonica, a seconda della percezione generale del crepuscolo dell’uomo. Che, tuttavia, ha la pelle dura come quella di un tamburo.
    In principio erano post-comunisti, cattolici di sinistra, laici di varia origine. Poi, al fronte degli anti, si sono uniti radicali, cattolici moderati, manettari, adesso pure un socio di vecchia data, Gianfranco Fini.

    C’è chi si è legato alla carovana antiberlusconiana perché incompatibile con la visione del mondo di Berlusconi. C’è chi ha aderito perché incompatibile con Berlusconi, la persona. È il caso di Fini: deve stupire il fatto che Gianfranco sia rimasto alleato di Silvio per 16 anni, non che l’abbia mollato. Due tipi agli antipodi, due caratteri, due temperamenti, due approcci alla politica. Non a caso sono stati 16 anni di tentate coltellate alla schiena, in attesa di una successione mai arrivata.

    E ora la domanda delle domande: chi è la vera destra, Berlusconi o Fini? Tutti e due. O nessuno dei due. Mettiamola così: sono due modelli di destra diversi. Berlusconi è il self made, l’individualismo, l’edonismo. È la libertà temperata dall’ordine, “meno tasse per tutti”, meno Stato nell’economia. Almeno sulla carta. È uomo di popolo. E si tiene prudentemente lontano dai temi eticamente sensibili. Fini è l’élite. La soluzione raffinata alla questione da tagliare con l’accetta: il voto agli immigrati, il fine vita, le unioni di fatto. Guarda alla destra del futuro. Il problema è che la immagina un po’ troppo simile alla sinistra.

    E rieccoci all’equivoco iniziale: destra, sinistra, chi, cosa? Luoghi comuni. Gli zingari di sinistra, i Parioli di destra; Capalbio e Porto Rotondo; Stefanel e Gucci; la ballerina e il tacco 12; i trans e le zoccole… Chi, cosa?

    Salvatore Dama - Libero

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  7. #17
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    Per comprenderla bisogna liberarsi da molti pregiudizi - Fabrizio Dell’Orefice

    Venne organizzato un sorteggio a scuola per assegnare un posto molto agognato. E fu tutto falsificato dai ragazzi e soprattutto dai loro genitori, in prevalenza socialisti e comunisti. Non ero raccomandato e venni escluso, persi. Feci ricorso ma inutilmente. Pensai che cosa allora potessi fare per cambiare il mondo. Avevo dodici anni e cominciai a leggere i quotidiani, a studiare, a documentarmi, a interessarmi di politica. E a guardare a quei partiti che si battevano per la giustizia, per rimettere a posto le cose, perché vincesse chi aveva merito e affinché chi sbaglia paga.

    Il lettore mi scuserà se ricorro a un episodio di vita personale. Mi viene chiesto: che cos’è la destra? Non credo di aver alcun titolo per poter dare una risposta, di non essere di destra, di non essere in grado di fornire una definizione essendosi cimentati in questo compito i maggiori tra i filosofi e i più grandi tra gli intellettuali. Prezzolini giunse alla conclusione che non esiste una destra, ma più destre. Probabilmente è così. Non si può definire destra una categoria storica, essendo mutevole nel tempo. Bobbio divise il mondo in coloro che erano per il progresso e per la progressione successiva delle idee (la sinistra) e coloro che erano per la conservazione e la tradizione (la destra).

    E forse questa divisione, sebbene ormai anch’essa datata ed essendo accaduto di tutto in questi anni, resiste nel tempo. Ecco, chi voglia approfondire può leggere questi due autori. Tutto ciò che posso fare è raccontare qualcosa di personale, come ho visto e conosciuto questo mondo politico. Nella gran parte dei casi si diventa di destra per un evento, o meglio per un trauma vissuto sulla propria pelle. Per un sopruso subito, per un torto o semplicemente perché si è bastian contrari nell’animo, per la voglia di andare contro corrente, per la sete di andare a qualcosa di rischioso, coraggioso. Di sfidare il presente.

    Naturalmente anche io ho sempre pensato per tutta la mia adolescenza che quelli di destra fossero infrequentabili fascisti, picchiatori. Fino al mio ultimo anno di liceo, quando per uno strano caso del destino mi ritrovai consigliere d’istituto. Era il 1989. Cadde il Muro di Berlino e io andai a scuola credendo che i comunisti fossero spariti, non ci fossero più e tutti quelli che fino a quel momento si erano dichiarati in quel modo non avrebbero fatto più politica. Non accadde così, si scatenarono in una clamorosa protesta studentesca che passò alla storia per il “movimento della pantera”. Il mio liceo venne occupato e io mi battei perché, per assoluto senso di sfida, anche quelli di destra avessero diritto di parola. Ne conoscevo uno solo, Luca Ferlaino, il figlio dell’allora presidente del Napoli, il Napoli che quell’anno correva per il suo secondo scudetto.

    Lo portai di forza a scuola e si scatenò una protesta paurosa con incidenti. Il fatto finì sui giornali per il nome altisonante del mio “compagno di lotta” e così quelli del Msi chiesero di conoscermi. Pensai: «Uh mamma, i fascisti!». Andai all’incontro e mi ritrovai un ragazzo che parlava a bassa voce, ragionava, più lo attaccavi e più lui, senza scomporsi, smontava con il ragionamento qualunque granitica verità. Capii che era così convincente perché credeva in quello che faceva e in quel che pensava.

    E qui compresi come chi intenda conoscere o comprendere la destra deve prima liberarsi di alcuni pregiudizi perché la vulgata è ancora largamente superficiale e infamante. Quel ragazzo si chiamava Anastasio Tricarico, il suo miglior amico si chiamava Italo e oggi fa il capogruppo alla Camera per Fli (anzi a dir il vero “Ana” era l’idolo di Italo).
    La politica non m’interessava, ero tremendamente attratto dal giornalismo. E in uno dei miei primi servizi venni spedito sullo strano suicidio di un ragazzo. Da quella macchina sbucava un tubo collegato alla marmitta. Dentro c’era Anastasio.

    Da allora la mia idea di ciò che è di destra non è molto cambiata. È di destra colui che crede in alcuni e granitici valori. La Famiglia. L’Amore. L’Amicizia. La Patria. L’Onore. La Vita, soprattutto quella degli altri. Valori che si possono poi declinare nei modi più vari. È sicuro delle sue verità e non ha bisogno di urlarle per affermarle. Ciò non vuol dire che non sia disposto a dare l’anima perché le sue idee possano farsi largo. Ritiene che la sua libertà finisce dove inizia quella del suo prossimo.

    Si interessa dei più deboli, fa qualcosa per loro rigorosamente in silenzio. E non pensa che essere di destra sia per forza il contrario della sinistra: anzi, ci si può incontrare e fare qualcosa assieme.
    Questa è la prima destra che ho conosciuto. La destra di Anastasio. E penso che ancora oggi le sue idee sarebbero quelle.

    Fabrizio Dell’Orefice - Il Tempo


    LA DESTRA SECONDO ME

  8. #18
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    Predefinito Rif: La Destra secondo me....

    L’incompiuta di successo della politica italiana - di Salvatore Merlo

    Se con la parola destra si vuole intendere un modello culturale ispirato al conservatorismo europeo neogollista, liberale, sobrio, laico e cristiano, allora si può dire che in Italia tutto questo non esiste in forma compiuta.
    Silvio Berlusconi ha avuto il merito di raccogliere attorno al proprio carisma le culture sopravvissute a Tangentopoli, una parte delle intelligenze che si misurarono in quel capolavoro di cultura politica che è la Costituzione. Ai socialisti, ai liberali, ai democristiani si è unito il fenomeno del nativismo settentrionale leghista. A tutto ciò si è sommato il postfascismo dell’Msi impegnato in un lungo, coraggioso, ma non soddisfacente, percorso evolutivo. Sono questi gli strani ingredienti dell’alleanza del Polo del buon governo, poi divenuto Casa delle libertà, oggi Pdl.

    A vent’anni di distanza, molti dei quali passati al governo, è tempo di consuntivi. Che bilancio? Passivo, in termini di cultura politica. Il centrodestra ha modificato l’Italia, e molte cose positive sono state regalate a questo Paese: innanzitutto il bipolarismo, per quanto esso sia ancora fragile e sottoposto all’assedio di poteri ultrareazionari e consociativi. Ma la politica non è soltanto governo, o consenso. È prospettiva, capacità d’immaginare.
    Il pericolo è che gli ultimi vent’anni non abbiano fatto sedimentare niente di durevole e che dunque questo centrodestra, anarchico ed eterogeneo, sia destinato a scomparire quando il suo inventore-taumaturgo Berlusconi non dovesse più fornire, con la sua sola presenza fisica, il collante che lo tiene insieme.

    Il Pdl, nato meno di due anni fa, si appresta persino a cambiare nome per urgenze di marketing creativo ed elettorale. Non è diventato quel solido aggregato destinato a durare nei secoli, come molti invece speravano. Al contrario, il Pdl ha gestito con sorprendente naiveté la vicenda che ha visto contrapporsi Berlusconi a Fini, si è trovato a recuperare dal sottoscala polveroso della peggior storia italiana la categoria del “tradimento”; quando invece le buone ragioni della politica avrebbero potuto reinventare l’arte della mediazione, della sintesi, dello scontro interno - dialettico e democratico. Sicuri che Fini fosse una minaccia? O forse, se gestito, sarebbe potuto diventare una risorsa spendibile domani? Chissà.

    Non c’è partito dell’Europa occidentale la cui linea politica e la cui leadership non si misuri in un congresso, in una meccanica fisiologica di contrapposizione interna tra maggioranza e minoranze. Ma d’altra parte - si risponderà - non si conosce partito che abbia un leader così straordinario come Berlusconi. Eppure la scusa della guida carismatica non è sufficiente a spiegare e riassumere in sé le pigrizie del Pdl. Al contrario, il Cavaliere appare l’unica vera risorsa di un partito il cui destino - salvo repentine resipiscenze - è quello di esplodere nel giorno in cui il suo fondatore dovesse decidere di ritirarsi.
    Schubert scrisse l’Incompiuta, cui manca il terzo movimento. Anche al Pdl manca il terzo movimento. O lo si scrive adesso, o non ce ne sarà più il tempo.

    Salvatore Merlo - Il Foglio


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  9. #19
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    Predefinito Rif: La Destra secondo me....

    E per finire, una lettera dal mondo di Oz-tze Tung - di Marco Cimmino

    Il mondo è pieno di scemi: è fisiologico, inevitabile, forse forse perfino divertente. C’è scemo e scemo, però: un conto è uno che sbarella in proprio, altro è chi, invece, delira a comando.
    Guareschi ci ha offerto eccelsi esempi di come i trinariciuti del secondo dopoguerra fossero usi prendere cantonate collettive, salvo, poi, rientrare nelle righe con il celeberrimo “Contrordine, compagni!” che è, ormai, divenuto catacresi, forma comune.

    Bisogna dire che, con l’esclusione dagli scranni del Parlamento della sinistra comunista, da qualche tempo di scemi, in giro se ne vedevano un po’ di meno: evidentemente, si riunivano in casa di qualcuno, a giocare a Monopoli, a sognare la rivoluzione o a mangiare miglio macrobiotico. Fatto si è che anche da parte nostra, ci stavamo un tantino rammollendo: stavamo, come si dice, perdendo la verve. Sapete, senza comunisti in giro, le città sembrano più vuote, meno vive…
    Poi, inaspettatamente, ti arriva in redazione una letterina di un lettore: ma mica un lettore come gli altri, di quelli che ti segnalano italiche vergogne o che vogliono protestare per qualche refuso. La letterina di un comunista! Giuro: un comunista vero, con tanto di armamentario di dieci parole dieci, incazzato al punto giusto! Il mio direttore, quando mi ha telefonato, era addirittura emozionato: abbiamo qui la lettera di un comunista…

    Capirete, è un po’ come quando il protagonista di Jurassic Park vede volare il primo pterodattilo! E questo comunista è così scemo che più scemo non si può: se avessimo voluto reclutare un finto comunista, per mostrare alla gente quanto siano scemi i comunisti, non l’avremmo trovato tanto perfetto: sembra disegnato al computer. Sia come sia, il nostro ci ha acquistato per sbaglio e, accortosi dell’errore ha dato la stura al suo sdegno: ha preso carta e penna e ci ha scritto.
    Normalmente, quando ti arriva una lettera così l’appallottoli e la adibisci al cestino: quando, però, è proprio quel che ci vuole per dimostrare un teoremino che vai ripetendo da una vita, ti guardi bene dal gettar via la missiva. Sarebbe come se qualcuno dimostrasse l’ipotesi di Riemann e poi la buttasse nel cesso.

    Il teoremino è il seguente: i comunisti o, se preferite, la sinistra, gode di militanti affatto particolari da un punto di vista neurologico. Costoro non utilizzano il solito sistema basato su recettori, sinapsi e neuroni, bensì sono tutti collegati a un unico cervellone centrale: questo cervellone invia loro le informazioni e queste informazioni sono, per loro, la realtà fenomenica. Avete presente Matrix? Ecco, immaginatevi un Matrix molto ma molto più stupido, che invia, come un mantra, sempre lo stesso concetto ai cervelli periferici: il fascismo è vivo, il fascismo è qui, il fascismo si combatte, il fascismo sta arrivando (ma non era già qui?), tu devi lottare per la libertà contro il fascismo.

    Ah, dimenticavo: tutto quel che non collima con quello che pensa il cervellone centrale, vale a dire i dieci undicesimi del mondo reale, è fascismo. L’hanno ripetuto così tante volte, questo slogan, che alla fine sono arrivati a crederci davvero. E adesso vivono nel mondo di Oz-tze Tung...

    di Marco Cimmino


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  10. #20
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    Predefinito Rif: La Destra secondo me....

    Basta postare Romualdi per sotterrare tutti gli altri.

 

 
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