Capacità di governare il cambiamento - di Sandro Consolato
Ormai da diversi anni ci si chiede se abbiano ancora senso le categorie “destra” e “sinistra”. In verità non si dovrebbe avere troppa fretta di liquidare certi nomi e ciò che ad essi corrisponde o può corrispondere nella realtà: si era già fatto il funerale al concetto e al fatto dello Stato nazionale, ma crisi economica e nuove problematiche geopolitiche sembrano volerne resuscitare il presunto cadavere.
Essere di sinistra comporta ancor oggi (almeno nelle dichiarazioni di principio, degli individui come dei gruppi) alcuni punti fermi: l’idea dell’uguaglianza (da quella naturale, cui però i più scaltriti non credono più, a quella giuridica e politica e, nella misura del possibile, anche sociale ed economica) da riferirsi tanto ai singoli individui quanto ai sessi e ai gruppi etnici; l’idea dell’origine contrattuale e dal basso dello Stato e della legittimità politica; l’idea che la dimensione del sacro sia o da eliminare o da tollerare solo come dato della coscienza individuale. Aggiungerei - come specificità del sentire più recente e squisitamente occidentale “di sinistra” - l’idea che tutto ciò che è affermazione di “differenza” da parte della maggioranza (vedi i temi dell’identità religiosa, etnica e culturale, ma anche sessuale) sia pericoloso per la convivenza civile, mentre la stessa affermazione diventerebbe “ricchezza culturale” quando espressa da minoranze, o quanto meno da alcune minoranze (religiose, etniche, culturali e sessuali). Poiché queste sono di fatto idee pressoché “ufficiali” della nostra società, si può serenamente dire che noi viviamo in una società “di sinistra”, pur in un crescente sistema di disuguaglianza economica (con tutto ciò che ne consegue anche in termini di diritti individuali e sociali) che di sinistra non è.
Se non si vuole regalare il termine “destra” alle oligarchie che stanno distruggendo tutto ciò che di buono si deve alle sinistre (anche alle “sinistre delle destre”, come è stato il fascismo), ovvero il freno posto alla cupidigia del potere economico, la domanda fondamentale è cosa possa voler dire oggi essere di destra.
Considerata “allo stato puro”, la destra dovrebbe considerare: 1) la disuguaglianza tra gli uomini come un dato metafisico e naturale a un tempo, riferendola esclusivamente alle qualità intellettuali e fisiche, le quali, sviluppandosi in un contesto adeguato, dovrebbero dare luogo a un ordine sociale organico di gerarchia naturale; 2) lo Stato come l’espressione di una volontà d’ordine e di armonia, che élite che potrebbero vivere anche senza di esso manifestano in favore della generalità degli uomini; 3) il sacro come l’elemento fondativo e vivificante della res publica, oltre che della vita privata famigliare e individuale.
Una tale destra oggi appare incompatibile con le condizioni della nostra epoca, che mostra se mai una forte tendenza ad accogliere le contraffazioni di essa. Tipico esempio: la destra cristianista americana.
L’elemento positivo di una vera destra (possibile e plausibile) dovrebbe tuttavia essere sempre la capacità di governare l’inevitabile mutamento delle cose e conservare ciò che a un popolo, a una nazione o a una civiltà serve per tutelarsi e protrarsi. La destra prima definita, cioè quella “allo stato puro”, è sostanzialmente una destra platonica (in senso stretto, cioè “di Platone”). Ma il pensiero politico classico - dai Greci al Rinascimento - ha considerato del tutto naturale il ciclo di nascite, trasformazioni, decadenze dei regimi politici, e con Aristotele (che “di sinistra” non era) ha indicato tre forme di governo legittime: monarchia, aristocrazia e politeia (di fatto: una buona democrazia); e tre forme degenerate di quelle: tirannide, oligarchia e democrazia (di fatto: una cattiva democrazia).
Quindi credo che una “destra tradizionale” dovrebbe essere quella che, con un senso della realtà che bisognerebbe considerare tipico dell’uomo di destra, nei vari periodi della storia si fa garante della forma pura del regime più adatto a un’epoca e a un popolo. E sempre farà valere i princìpi del sacro, della gerarchia e della differenza nei termini non solo possibili ma anche “giusti”, poiché occorre ammettere che ciò che poteva essere giusto ieri può non esserlo oggi: non capirlo è l’errore e l’orrore dei fondamentalismi (si pensi a certe pene del diritto islamico: esse erano persino inevitabili fra tribù di nomadi, e perciò anche senza carceri, ma sono pure e semplici crudeltà in una società moderna e urbana, quale è pur sempre quella di certi regimi mediorientali).
Sandro Consolato - direttore de La Cittadella
LA DESTRA SECONDO ME




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