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    Predefinito La Destra secondo me....

    LA DESTRA SECONDO ME…

    Un tempo solo nominare “la destra” era un tabù. Oggi sono in tanti a dire la loro su cosa sia o cosa debba essere. E la confusione regna sovrana.
    Come dopo uno tsunami, che ha travolto tutto ciò che era secolarmente considerato di destra sovvertendone i significati, la risacca ha riportato a riva ben pochi oggetti integri e, perlopiù, rottami e detriti. E come nei film sui naufragi, ben presto sono apparsi sulla battigia indigeni con cappelli piumati, giubbe decorate e sciaboloni - o magari leggiadri abiti da ballo - ritrovati in qualche baule spiaggiato…

    Interventi di: Marcello de Angelis, Maurizio Gasparri, Francesco Storace, Roberto Menia, Luca Romagnoli, Marcello Veneziani, Renato Besana, Pietrangelo Buttafuoco, Adolfo Morganti, Sandro Consolato, Gabriele Adinolfi, Andrea Garibaldi, Francesco Cramer, Francesco Bei, Salvatore Dama, Fabrizio Dell’Orefice, Salvatore Merlo, Marco Cimmino

  2. #2
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    Predefinito Rif: La Destra secondo me....

    Destra, ognuno la sua - di Marcello de Angelis

    Sogno. Incontro un uomo molto corpulento con indosso i miei vestiti. Gli stanno stretti. La giacca gli tira dappertutto e sta per scoppiare e i pantaloni gli vanno corti. Mi si presenta declinando il mio nome e cognome. Io gli dico “no, guardi, quello sono io non lei”. Mi risponde “si sbaglia, non vede? Ho indosso io i suoi vestiti… Quindi sono lui”. Me ne vado dopo aver cercato invano di tornare in possesso dei miei abiti e aver cercato di fargli ammettere che non potevano essere i suoi, tanto gli andavano stretti.
    Incontro una signora di mezza età, pesantemente artefatta. Le plastiche le conferiscono un’espressione arcigna. Mi tende la mano e - anche lei - declina il mio nome e cognome. “Mi scusi - le dico - ma è impossibile. Lei non può avere un nome maschile se è una donna. E poi quelli sono il mio nome e il mio cognome, li ho sempre portati, mi appartengono, mi rappresentano”. Lei mi risponde “ora piacciono a me e li prendo io”.
    Un incubo.

    Destra e sinistra sono concetti che si affermano con la democrazia parlamentare come collocazioni o meglio “posti a sedere”… Nei secoli ci si sforza di riempire le sedie di significato: contingente (su una scelta specifica) filosofico, sociale o sociologico, internazionale, persino antropologico…
    Con la caduta del Muro e la fine del mondo bipolare, la comunità “intellettuale” (quelli che leggono, scrivono e poi si rileggono) ha ritenuto più o meno giustamente che le categorie sino ad allora date per scontate non avessero più ruolo, ragion d’essere, legittimità o utilità… Il problema è che questa élite di pensatori e scrittori non rappresenta quasi nulla per la stragrande maggioranza dei cittadini europei e occidentali che - se legge - legge qualcosa di già digerito dieci volte, banalizzato, volgarizzato e generalmente stantio. Quindi, le analisi dei politologi e degli scienziati della politica sono giuste in teoria ma - come spesso accade - la realtà (che è quella cosa che resta uguale indipendentemente dai nostri desideri) non ne prende alcuna nota e va avanti per la sua strada ignorandoli.

    Dopo Fukuyama tutti diventano liberali… Con Wojtyla, a un certo punto, tutti si riscoprono cattolici… Con Huntington tutti si riscoprono patriottici… E si cerca di smembrare ognuna di queste categorie nella propria scatola.
    Il tentativo di definire nuove categorie o clivadges è rimasto puro quanto sterile esercizio accademico.
    Nella vulgata, “destra” e “sinistra” continuano a sopravvivere e a farla da padroni nell’irreversibile semplificazione della cronaca politica.
    Il problema nasce a questo punto: le scatole sopravvivono e sono scatole così enormi, ingombranti e opache che la quasi totalità delle persone ne vede solo l’esterno. Si parte quindi alla rinfusa per dare nuovo contenuto ai contenitori, ognuno improvvisando a modo suo. I politici di lungo corso cercano di riattualizzare le tradizioni, quelli nuovi e rampanti strillano le loro banalità per appropriarsi di storie e blasoni che non gli appartengono. Intellettuali che hanno cambiato ambizioni o mecenati - o più semplicemente hanno esaurito un filone o hanno litigato con gli amici di sempre - ridefiniscono le categorie aggiustandole sartorialmente attorno a se stessi.

    Si verificano così “incursioni”, “commistioni”, “trasformazioni”, “tradimenti”, “contaminazioni” e varie altre virgolettature che - prontamente incialtronite dalla stampa quotidiana (che fa il suo mestiere di distribuire ai lettori il mondo in pillole e quindi banalizzare, frullare e maciullare tutto in un pappone insipido da speziare e condire con sapori forti per far finta che sappia di qualcosa) - confondono ancor di più idee e ruoli, personaggi e storie.
    Quelli che più si impegnano a conservare le caselle sono i sinistrorsi bobbiani come Marco Revelli (che è quasi ossessionato dal compito di preservatore dei significati di destra e sinistra). La sinistra ovviamente è la più attrezzata a gestire la guerra dei significati: è soverchiante in campo accademico, mediatico, giornalistico, editoriale e persino in campo pubblicitario, nelle arti e nell’intrattenimento… Quindi ha in mano la lavagna e i gessetti per fare di continuo la lista dei buoni e dei cattivi. E loro sono sempre i buoni…
    Ma il gioco ha smesso di funzionare da quando, inesorabilmente, la sinistra è entrata in crisi in quanto facciata senza palazzo e contenitore senza contenuto. Veltroni le ha dato il colpo di grazia, ma non è stata tutta colpa sua. La logica della creazione di una realtà che contenesse tutto ciò che fosse accattivante e positivo con l’etichetta di “sinistra”, in alternativa a tutto ciò che fosse odioso e deprecabile - anche dentro ognuno di noi, così da proiettarlo all’esterno ed esorcizzarlo - etichettato come “di destra”, non poteva funzionare in eterno.
    Funzionava finché la sinistra vinceva - perché più che avere ragione alla gente piace essere vincente - ma alla prima sconfitta ha cominciato a sgretolarsi. Certo, sopravvivono gli apparati, le conventicole, i controlli e i controllori, ma l’era dell’identificazione e del consenso automatico è definitivamente tramontata.

    In ossequio alle leggi della fisica e della politica - che, entrambe, non conoscono spazi vuoti - la perdita di attrattiva della categoria “sinistra” ha ridato progressivamente attrattiva all’etichetta “destra”. Ma come dopo uno tsunami, che aveva travolto tutto ciò che era secolarmente considerato di destra sovvertendone i significati, la risacca ha riportato a riva ben pochi oggetti integri e, perlopiù, rottami e detriti.
    Come nei film sui naufragi, ben presto sono apparsi sulla battigia indigeni con cappelli piumati, giubbe decorate e sciaboloni - o magari leggiadri abiti da ballo - ritrovati in qualche baule spiaggiato.
    Come dopo ogni cataclisma naturale o sociale che si rispetti, essendo stato tutto rimestato, ti trovi il duca che fa il cameriere e il mezzadro che è diventato proprietario terriero e fa il gattopardo. Che ciò sia bene o male ognuno giudichi da sé.
    Mao sosteneva che se c’era «grande confusione sotto il cielo» la situazione era «eccellente». Ma lui era un grande capo sovversivo che voleva spazzare via un impero millenario. A noi, la confusione ha sempre dato un tantino fastidio.

    Forse la destra semplicemente non c’è più. Forse non c’è mai stata. Forse è meglio così. Potremmo dimenticarne il suono, senza grandi rimpianti, se solo fossimo capaci di dare un altro nome a ciò che siamo ma - soprattutto e di più - a ciò a cui tendiamo, a ciò che vorremmo essere.
    Per intanto ognuno dice “destra” o - quasi per pudore - “centrodestra”, ma forse intendendo cose diverse. Qualcuno dice “tizio non è più di destra”, ma poi ammette “io non lo sono mai stato”. Altri reinterpretano, ridefiniscono e riscrivono. Qualcun altro, semplicemente, se ne frega, cavalca l’onda positiva e, semmai, quando dirsi di destra sarà definitivamente passato di moda, si definirà in qualunque altro modo gli possa convenire in quel momento. Difficile a crederlo, ma ne esiste di gente così… Soprattutto in politica.

    http://www.area-online.it/articoli/p...econdo-me.html

  3. #3
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    Predefinito Rif: La Destra secondo me....

    Ghibellina, ma legata alla tradizione cattolica - di Maurizio Gasparri

    La destra è consapevolezza di una vasta, grande, identità nazionale. È il Pantheon che, da Dante a Marinetti a D’Annunzio passando per il Rinascimento e tutta la genialità italiana, fa di questa Nazione ciò che è. Destra è l’orgoglio di essere italiani, ma consapevoli di tutto questo grande retaggio. La sinistra è sempre stata internazionalista, ha sempre negato l’amor di Patria, solo una parte di essa ha tardivamente riscoperto in modo strumentale e poco sincero il Tricolore. 
La destra è rispetto della persona e della vita. È ghibellina la destra italiana, non è guelfa, ma è profondamente legata alla tradizione e all’identità cattolica.

    Non può certo definirsi atea come ha fatto Fini più volte, né può strizzare l’occhio al relativismo, alle derive eutanasiche, ai Beppino Englaro di turno. È una destra che difende la famiglia, che difende la vita, che vuole non solo affermare dei principi ma realizzare delle politiche sociali che incoraggino le nascite. Non è clericale, ma si riconosce in un sentimento e in un’identità che è prevalente nella nostra storia.
La destra è per la legge e l’ordine, quindi per il contrasto alla criminalità, per norme che azzerino le cosche.

    È per la punizione severa di chi commette i crimini più efferati, per il contrasto dell’immigrazione clandestina senza cedere a tentazioni xenofobe, il che non è in contraddizione con le esigenze di trasparenza della giustizia. Troppa politicizzazione nelle toghe l’abbiamo patita prima noi a destra. Magistratura democratica nacque nel dopo ’68 - come altri movimenti che abusavano della definizione “democratico” - per perseguitare la destra. Magistratura democratica si è esercitata prima con i militanti di destra e poi, specializzatasi, si è dedicata a Berlusconi. Le garanzie nelle procedure, quindi, non sono in contrasto con la certezza della pena.

    Anzi, le prime sono strettamente connesse alle seconde. Questo lo diciamo per ribattere alle facili obiezioni di tanti soloni che ci dicono: ma che ci state a fare in questo contesto voi che parlate di legge e di ordine? Ci stiamo proprio perché vogliamo la vera legge e il vero ordine. 
La destra è per la ricomposizione della memoria storica. Ad essa hanno dato un contributo importante storici e scrittori della nostra parte, ma non hanno mai trovato editori che abbiano offerto loro tribune adeguate. È per questo che siamo grati a uomini come Pansa che, pur con un percorso politico diverso dal nostro e riprendendo quanto avevano detto anche coraggiosi storici e giornalisti di destra troppo emarginati, ha riscritto pagine di verità sulle foibe, sulla guerra civile, sugli stermini condotti in nome di Stalin e del comunismo nella Guerra civile italiana e nelle fasi immediatamente successive.

    La destra è per la verità. È per la pacificazione nazionale autentica, che parte dall’ammissione delle colpe di tutti.
La destra è per la partecipazione. E la trasformazione in atto nel mondo produttivo e nelle relazioni industriali ci conferma che questa è la strada. Siamo cresciuti con Almirante che ci esortava a battaglie politiche per l’attuazione dell’articolo 39 (rappresentanze sindacali), 40 (regolamentazione del diritto di sciopero) e 46 (diritto dei lavoratori alla partecipazione) della Costituzione italiana. Noi, fuori dall’arco costituzionale, invocavamo la realizzazione di questi principi che ancora oggi devono trovare una piena attuazione.

    Quindi siamo partecipativi e siamo per la sussidiarietà: se le parti sociali, i territori, la gente realizzano intese, lo Stato prende atto della realtà e non si sostituisce per forza di cose alla positiva articolazione della società.
La destra vuole coniugare libertà e autorità perché senza l’una non c’è l’altra. E quindi vuole garantire livelli più avanzati di democrazia, con una riforma presidenzialista che, dando al popolo più potere di scelta, realizza una più stabile e più riconoscibile autorità. Il popolo che elegge la guida del governo o dello Stato conta di più e realizza una democrazia più avanzata. Dota di poteri democratici un’autorità che possa meglio governare il paese, portandolo al di la delle secche dell’indecisionismo, della frammentazione e delle degenerazioni assembleari. 
La destra è anche molte altre cose, ma già affermare questi principi, rappresentarli, trasformarli in concrete proposte, è molto ed è importante. Lo possiamo fare in un grande contenitore politico quale può essere il Popolo della libertà, visto come organizzazione permanente di persone, progetti, programmi e valori, e non come un semplice cartello elettorale.

    Del resto, le istanze partecipative della destra, il solidarismo cattolico, le più sagge proposte del riformismo anche socialista, possono trovare nel Pdl un’importante occasione di sintesi politica. La destra, nel rispettare le istanze decisioniste, non dimentica mai una dimensione comunitaria. Il che vuol dire rispetto della comunità nazionale, della sua storia, della sua identità. Rispetto della nostra appartenenza all’Europa come “comunità di destino” - espressione un po’ retorica ma significativa - rispetto delle aggregazioni di categoria e di territorio.
Avendo coscienza di se stessi si potrà affrontare meglio la sfida della globalizzazione per non perderla nei confronti di chi non sempre ha più storia di noi, ma che oggi appare più determinato della vecchia e forse a volte troppo stanca Europa per affermare se stessa e il proprio futuro.
La destra è quindi anche il futuro. Quello vero.

    Maurizio Gasparri
 - Capogruppo Pdl al Senato


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    Etica pubblica, difesa dei deboli e cultura dei doveri - Francesco Storace

    Cosa significa essere di destra in un periodo storico in cui la linea di demarcazione che divide le due sponde destra/sinistra sembra essere flebile e quasi inesistente? Significa non rinnegare il proprio passato o la Patria intesa come Terra dei Padri, perché tolta quella siamo come alberi senza radici: destinati a morire. 
Vuol dire senso dello Stato, etica pubblica, cultura dei doveri; avere senso civico, recuperare, conservare e arricchire il proprio bagaglio culturale, i punti di riferimento, senza paure, censure o essere scambiati per folli. Credere in uno Stato giusto e garante dei diritti e dei doveri dei suoi cittadini, dove le tasse siano eque e dove politici, magistrati e cittadini siano trattati in ugual modo davanti alla legge e con processi celebrati in tempi ragionevoli dal risultato e da un’eventuale pena certa. E i giudici siano giudici e non faziosi protagonisti della lotta politica.

    Significa credere in valori come la famiglia intesa come l’unità di un uomo e una donna nello stare insieme con il fine di procreare una nuova vita sotto lo stesso tetto considerato come valore inalienabile. Dove non ce la fa la famiglia deve intervenire lo Stato con i soldi pubblici, vendendo case a prezzo di costo con la formula del mutuo sociale: ovvero una rata di mutuo senza interesse, che non superi 1/5 delle entrate della famiglia, che viene bloccata in caso di disoccupazione e che non passa attraverso le banche. 
Essere di destra significa non cambiare opinione su qualsiasi tema possibile, dalla fecondazione assistita, alle coppie gay, passando per il revisionismo del periodo fascista o su come affrontare il tema dell’immigrazione. Vuol dire che la pace si deve difendere, nel caso estremo, anche con l’uso delle armi, e che l’esercito serve e deve intervenire in casi di calamità naturale, prima di tante altre istituzioni.

    Essere di destra vuol dire credere nel lavoro e nell’impresa in modo giusto ed equo, non schierarsi dalla parte delle grosse imprese antinazionali o delle banche ma del giusto profitto, rispettando tutte le persone che lavorano considerandole come vive, animate e non come semplici componenti della filiera produttiva. Significa rispetto. Rispetto per le regole, per le persone e per le idee, sia uguali che diverse dalle tue, sia giuste che sbagliate, perché anche la diversità è un valore. Rispettare un essere umano come Persona al di là delle sue scelte sessuali o religiose, ma non scadere nel politicamente corretto a ogni costo e far sì che nessun essere umano possa essere lasciato solo.

    Francesco Storace - 
segretario nazionale La Destra


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    Comunità nazionale e bene comune - Roberto Menia

    Nel 150° dell’Unità d’Italia non è peregrino chiedersi cos’è e cosa può essere la destra oggi. Io mi rispondo che prima di tutto è e dev’essere il “luogo politico” della Nazione. La Patria non è un’idea che puzza di nostalgia. L’Italia si deve rigenerare e gli italiani devono riconoscere e infuturare i valori sui cui si fonda il nostro essere comunità di destino. Debbono, al tempo stesso, recuperare il culto della tradizione, il senso della storia comune. Per essere esempio bisogna essere esemplari. 
Un uomo che si spoglia di tutto ciò che lo “lega”, che perde le tradizioni e ripudia il passato, proteso esclusivamente a una corsa verso l’avvenire, privo dei riferimenti che l’hanno formato, è un uomo sradicato, che vive un presente di comodo e diventa demiurgo della sua infelicità.

    L’uomo conservatore è quello che non sceglie i suoi valori sulla base del “vecchio” e del “nuovo”, bensì per il loro contenuto universale. 
Ora che i retaggi dei conflitti del secolo scorso pesano di meno, la nostra destra sembra aver superato quella sorta di complesso d’inferiorità che ne ha condizionato per decenni l’agire: scardinata la logica della ferrea contrapposizione rossi-neri, la destra ha compreso che bisogna recuperare le centrali di produzione culturale, lanciare l’offensiva di riconquista della statualità e dei suoi presidi in nome dell’orgoglio nazionale e dell’etica repubblicana.

    Vogliamo provare a declinarla, la nostra destra? È quella che intende l’uomo come soggetto autonomo, libero da ogni massificazione e capace di puntare sempre sulla libertà contro tutti gli autoritarismi. Quella destra che auspica un’Italia che guarda con attenzione alle rivoluzioni liberali e sociali europee, perché la difesa autentica e non demagogica dello Stato sociale nasce proprio dalla lotta contro lo Stato burocratico, ipertrofico, contro i parassiti che in esso si annidano e si moltiplicano, chiedendo un’assistenza che inevitabilmente sfocia nell’assistenzialismo.

    La destra sente il senso profondo della comunità nazionale, del bene comune. Destra è meritocrazia contrapposta all’egualitarismo forzato di sinistra; destra è studio severo e responsabile contrapposto alla scuola facile e al “6 politico”; destra è sobbarcarsi il fardello delle responsabilità contrapposto alla volontà di scaricarlo sulla previdenza sociale; destra è rispettare i valori dell’ordine nazionale contrapposto alla messa in discussione dell’intero sistema-Paese. Destra è in primo luogo una concezione equilibrata del diritto e del dovere, perché chi sbaglia paga, perché la legge, le istituzioni sono gli assiomi dell’equilibrio democratico. 
Eguaglianza non è egualitarismo: gli esseri umani sono allo stesso tempo eguali e diversi, unici e irripetibili. L’uomo, nelle relazioni che lo collegano agli altri, agisce utilizzando anzitutto gli elementi che lo differenziano e deve, quindi, essere valutato di conseguenza.

    Destra non può che essere l’ambizione a uscire da un’ottica strettamente materiale per interpretare il mondo e definire invece una più consona accezione sacrale. Spiritualità, senso d’appartenenza alla Nazione e allo Stato, valorizzazione della famiglia sono, in fondo, gli assiomi del diritto naturale, di quel giusnaturalismo che per San Tommaso d’Aquino altro non era che «l’insieme di principi etici, generalissimi», ovvero il diritto dell’uomo a rivendicare sempre la propria libertà.
Per la destra, come insegnava Papa Wojtyla, «il Patriottismo si colloca nell’ambito del quarto comandamento, il quale c’impegna ad onorare il padre e la madre. È infatti uno di quei sentimenti che la lingua latina comprende nel termine pietas, sottolineandone la valenza religiosa…

    Il patrimonio spirituale che ci è trasmesso dalla Patria ci raggiunge attraverso il padre e la madre, e fonda in noi il corrispettivo dovere della pietas. Patriottismo significa amore per tutto ciò che fa parte della patria: la sua storia, le sue tradizioni, la sua lingua, la sua stessa conformazione naturale. È un amore che si estende anche alle opere dei connazionali e ai frutti del loro genio. Ogni pericolo che minaccia il bene della patria diventa un’occasione per una verifica di questo amore…».
La difesa della propria cultura e della propria identità non si rovescia nell’odio contro le radici e le ragioni altrui in una sorta di delirante darwinismo. Essere di destra è cercare di riunire nuovamente, 150 anni dopo, tutti gli italiani intorno all’amore per la propria Patria, uniti dalla convinzione che in ogni essere umano brilla l’aspirazione di una scintilla interiore, di un sogno ideale da realizzare. Perché oggi come ieri la destra c’è ed è la scommessa del nuovo senza omettere i valori fondanti della nostra cultura nazionale.

    Roberto Menia - 
Futuro e libertà per l’Italia


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    Valori che distinguono la comunità dall’orda - di Luca Romagnoli

    Sinistra, il rosso, rivoluzione, comunismo. Caos e anarchia, invece di ordine, sobrietà, regolarità, in fondo, educazione. Antifascismo militante contro ogni forma “costrittiva” della libertà dell’uomo: dalla pornografia al “cannibalismo genitoriale”, passando ovviamente per ateismo, anticlericalismo, antipatriottismo, antinazionalismo e anticonformismo (quello spinto, fino a conformare nella Falce e martello, nella Stella rossa, nella cavedana di cuoio e nel vestiario ben trasandato, il simbolismo antagonista), tutto era promosso come lecito per liberare individui e classe operaia dai laccioli, anzi scusate, dalle catene immateriali e antistoriche (nel senso ovviamente materialista ed economico della storia). Questo era il percepito a scuola, questo trasudava l’informazione, diffusa all’epoca più oralmente e con la militanza che attraverso la tv e la stampa.

    Erano i tempi in cui Lotta continua in tasca ti apriva le porte di assemblee e feste (meglio: festini) tra compagni (lato senso); il Corriere della sera te le socchiudeva - lasciandoti ammantato dal sospetto di possibili contaminazioni intellettualoidi, controrivoluzionarie, in fondo lì lì per essere eventualmente rieducato con un soggiorno cambogiano; Il Tempo (quotidiano romano), te le chiudeva inesorabilmente. Altra stampa, se non bastava il rischio corso con il predetto quotidiano, ti esponeva a possibile, sonora, bastonatura. Se il Secolo d’Italia era la carota che anticipava il bastone, e Il Borghese la più ovvia etichetta della tua “vetustà antiproletaria”, l’apparire di Dissenso (la prima copia me la regalò un trio entusiasmante, non lontano dal portone del liceo “A. Righi”: Carlo Scala, Gianfranco Fini e il “mormone”), rappresentò in alcune scuole la più esplicita ammissione di sospetti che si concretavano: eri “di destra”. Anzi eri fascista.

    È iniziato così per tanti della mia generazione. Una sorta di “ribellione contro il mondo moderno” - aveva teorizzato qualcuno certo in modo assai meno rozzo e semplicistico di come poteva comprendere, o meglio “sentire”, un adolescente a metà degli anni Settanta - ti faceva etichettare/essere “di destra”.
    Poi i ricordi del “vecchio camerata”, del “reduce” incontrato in Sezione; i primi incontri di “controinformazione”, di “formazione politica”, l’Istituto di Studi Corporativi, sconvolgono gli schemi: “Siamo nati in un buio tramonto”; “il Msi è continuità del fascismo repubblicano, è progetto di socializzazione e Stato nazionale del lavoro”; “non possiamo essere né destra né sinistra, eravamo e siamo il superamento di stantie categorie”; “siamo oltre”, eccetera. Una coscienza diversa, certo più appagante, raffinata e solida per il soldato politico che esce dalle simpatie adolescenziali e inizia (secondo me, azzardo: c’è una componente innata, una predisposizione genetica al diverso “sentire” politico), anche per farsi Uomo, il cammino e poi la scalata dalla pianura alle vette.

    Certo, una coscienza e una cultura esistenziale essenziale per il “nostro” essere, ma così difficile da spiegare, da diffondere e propagandare in un mondo dove il comune sentire politico è fatto di semplificazione, di schematizzazione e il resto, tutto il resto, lo confina nelle esagerazioni, nella sofisticheria, anche nel non voluto, ma purtroppo così percepito, snobismo. Era ed è più facile, immediato, categorizzare: il rosso o il nero, il male o il bene, l’ordine o il caos, comunismo o anticomunismo, sinistra o destra (e tutto viceversa, ovviamente).
    Ho scelto “destra”; dico “destra”, perché devo potermi spiegare, devo aggregare, crescere, devo essere - da chi ha meno interesse e formazione politica - riconosciuto, distinto e quindi apprezzato e scelto per alcuni valori sopra, assai sommariamente, citati. Valori che per me distinguono la comunità sociale dall’orda. Con buona pace della mia coscienza, certo, ma non dell’intelligenza militante e di un profondo sognare quel “siamo oltre”.

    Luca Romagnoli - segretario nazionale Fiamma tricolore


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    Dire destra significa poco, ma davanti al disprezzo… - di Marcello Veneziani

    Che schifo, è di destra. Questa legge del disprezzo vige in tutto l’Occidente, ma in Italia ancor di più. Tre cose da noi conducono al disprezzo o alla morte civile: avere opinioni contrarie al politicamente corretto e magari in sintonia con il buon senso comune, preferendo i valori tradizionali, civili e religiosi; avere un giudizio diverso sul fascismo e sull’antifascismo, ma anche sul comunismo, rispetto al canone dominante; preferire Berlusconi ai suoi avversari o ex alleati. Quest’ultima pesa di più di tutte, anche se c’entra meno con un’identità di destra ed è la più contingente. Se il fascismo è il male assoluto, il berlusconismo è il male assoluto e dissoluto.

    Il disprezzo verso la destra si articola in due modi: è gridato se il personaggio è più esposto in vetrina, è al potere; è taciuto e sottinteso, per simulare la sua inesistenza, se il personaggio è meno vistoso e più sobrio, e magari pure colto. Il primo è manganellato, il secondo è cancellato, anzi sepolto in piena attività. E se denuncia il disprezzo viene accusato di vittimismo. Prendi le botte e zitto, non far la vittima.
    Il disprezzo verso la destra è cagionato da tre agenti: una sinistra settaria e velenosa che propaga ribrezzo etnico, antropologico, per quelli di destra; l’inevitabile presenza a destra di personaggi screditati, ma questo accade quando si è in tanti e quando si va al governo; e il complice, connivente, disprezzino dei cosiddetti indipendenti, terzisti, a volte persino moderati vaghi, snob o vigliacchetti. È lì che nasce la barriera del disprezzo. I suddetti usano il disprezzino verso la destra come alibi per poter poi criticare la sinistra. Ci sono ballerini in punta di piedi che bilanciano ogni critica a sinistra con uno sputino gentile a destra, per mostrare che loro sono in perfetto equilibrio, personcine ammodo.

    Dire destra, però, è dire poco: le destre sono tante e spesso tra loro si detestano o s’ignorano. Le destre presunte o implicite sono assai più di quelle che si dichiarano tali. Ci sono almeno tre destre: la destra liberale, un po’ conservatrice sul piano dei valori, liberista in economia, anticomunista e garantista; la destra della tradizione, con significative varianti cattoliche o ribelli; la nuova destra, sociale e comunitaria, critica verso il dominio del mercato e il modello consumista. Il tratto comune delle destre è oggi il richiamo alla sovranità popolare, la preferenza per una democrazia decisionista e l’amor patrio territoriale piuttosto che il patriottismo costituzionale. Fini sta alla destra come la posa sta al caffè.
    Tre destre hard ribollono nei fondali del basic instinct: la destra reazionaria, rivolta al rimpianto del passato remoto; la destra neofascista, nostalgica del passato novecentesco; la destra autoritaria, che esige legge e ordine e a casa gli immigrati. L’operazione mediatica del disprezzo riduce le destre presenti a quelle hard: sarebbe come ridurre la sinistra presente a brigate rosse, stalinisti e giacobini. Il basic istinct è sempre feroce, e cova a destra come a sinistra.

    La destra ha generato sicuramente meno intellettuali, ma ha prodotto meno cattivi maestri e più grandi maestri (sono rarità ma svettano nel Novecento).
    Dire destra significa poco e produce troppi malintesi, parlo di destra ma è una definizione che riguarda più il mio passato che il presente. Ma davanti al disprezzo ideologico e razziale verso chi è di destra, lasciate che vi esorti alla sobria fierezza di essere e dirsi di destra almeno una volta al mese.

    Marcello Veneziani - saggista


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    Come il cuore per Drieu, la destra si sa dov’è - di Renato Besana

    Le due vecchie signore, Destra e Sinistra, si sono tante volte scambiate di posto nell’ultimo secolo che si fatica a riconoscerle: oggi si riesce facilmente a capire che cosa non sono più, non che cosa sono diventate. Ciascuna, in particolare la signora Sinistra, non ha rinunciato alla presunzione di conoscere benissimo l’altra, finendo per tracciarne una caricatura malevola, che non le somiglia. La signora Destra, a sentire le chiacchiere di questi mesi, dovrebbe per esempio farsi “europea”: un non senso, dal momento che essa affonda le proprie radici nelle comunità - nazionali, ma non soltanto - dalle quali trae origine, ed assume quindi caratteri specifici da Paese a Paese. Hanno ben poco in comune Aznar, la Merkel, Sarkozy e Cameron: alcuni tra loro possono trovare convergenze nel Partito popolare europeo, ma nella reciproca diversità.

    In Italia, poi, con una storia frastagliata come le sue coste, la faccenda si complica.
    Il secondo aggettivo da prendere con le molle è “moderno”: la destra esprime non soltanto quel che cambia, ma soprattutto quel che non cambia e permane; rilegge quindi il presente alla luce della tradizione. Così, quando opera quale forza modernizzatrice, non recide i legami col passato, che riassume in sé nella tensione al superamento. E il Futurismo allora, che intese esprimere un’estetica della società industriale? Non possiamo credere seriamente che avrebbe potuto sostanziarsi ignorando la lezione del Rinascimento: al centro del proprio discorso pose infatti la bellezza, che interpretò secondo nuove coerenze (mentre il socialismo rivoluzionario continuava a compiacersi di raffigurazioni oleografiche).

    L’avventura incendiaria di Marinetti induce a constatare che non esiste soltanto la destra conservatrice. Al contrario, le sue anime sono molteplici e quasi sempre in conflitto fra loro, com’erano risorgimentali e borbonici. Si può continuare: cattolici e anticlericali, repubblicani e monarchici, liberali e fautori dell’intervento pubblico in economia, parlamentaristi e bonapartisti… Il gioco delle coppie potrebbe continuare, esiste una destra antifascista e una che accarezza le care memorie, pur avendo preso le distanze dall’esperienza storica del Ventennio.

    Le differenze, per quanto radicali, si compongono tuttavia in un carattere, in uno stile, che si fonda per esempio sul rifiuto di ridurre la complessità sociale alla sola economia (Rosario Assunto arrivava a invocare, con un gioco di parole, il primato dell’homo sapiens sull’homo faber); sul radicamento e lo spirito di Patria, anche piccola, piccolissima; sulla responsabilità personale; sulla realtà umana in opposizione all’astrattezza ideologica.
    Di qui discende, tra l’altro, il rifiuto ad accettare il disincarnato patriottismo della Costituzione, tanto caro ai post-azionisti d’ogni osservanza.
    L’elenco è incompleto e avrò dimenticato l’essenziale. Un dato tuttavia è certo: come il cuore per Drieu La Rochelle, la destra si sa dov’è. Bisogna imparare a riconoscerla.

    Renato Besana - giornalista


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    È diventata un equivoco - di Pietrangelo Buttafuoco

    Ragionando in termini ideali, mi guardo bene dal vagheggiare il concetto squisitamente astratto di una destra ideale. Che, essendo appunto ideale, finirebbe col somigliare a tutto e a niente. Preferisco quindi attenermi al mirabile archetipo riassuntivo del classico concetto di destra pienamente e soprattutto italianamente inteso: il Fascismo. Un indirizzo di pensiero politico che seppe magistralmente coniugare un’antica tradizione culturale con la prassi, ricomprendendole entrambe nel vasto orizzonte sociale della modernità.
    Purtroppo, è triste ammetterlo, ma la destra del dopoguerra ha avuto la sua più fragorosa epifania nella stagione infelice del “bushismo” della prima e della seconda generazione. In quell’America promossa alquanto avventatamente quale gendarme del mondo e penosa caricatura di una malintesa idea d’Impero. Per quel che mi riguarda, sottoscrivo pienamente l’affermazione fatta tanto tempo fa dall’ayatollah Khomeini: «Il bushismo è Shaytan, ovvero Satana».

    D’altra parte c’è molta confusione… Sento anche qualcuno paragonare l’Impero romano con il concetto di destra modernamente inteso, ma oggi è un parellelo improponibile. Ed è un falso problema: il vero discrimine si gioca fra tradizione e sovversione.
    Tradizione che non è vincolata né a un preciso periodo storico né a un circoscritto ambito geografico. C’è molta più affinità, in termini di onore e spiritualità, tra un gruppo di pastori nomadi afgani di quanta ce ne possa essere tra i componenti un drappello di marine.
    Tornando alla destra, è diventata nient’altro che un equivoco, in quanto la percezione stessa dell’idea di destra, con l’avvento del postmoderno, è radicalmente mutata fino a snaturarsi del tutto. La destra, che originariamente era una sorta di comunione spirituale tra anime coraggiose e irriverenti, non ha più alcun riscontro nella società attuale. Questo è successo soprattutto per un motivo: per farsi perdonare l’“ingombrante” passato, la destra ha dovuto rinunciare alla sua caratteristica più saliente, ovverosia l’innata vocazione alla socialità. In tal modo, l’inserimento nei salotti della politica è stato pienamente ottenuto, ma la missione è stata tradita. I lavoratori infatti si sono trasformati in consumatori.

    È pertanto evidente il tralignare del primigenio empito emancipatore in un meccanismo veloce, superfluo, fragile.
    Che senso ha allora essere di destra oggi? Semplicemente non ha più senso.
    La destra avrà futuro solo se saprà condurre a termine un salutare processo di elaborazione culturale, unendo al tradizionale nazionalismo una visione più ampia del panorama geopolitico e strategico globale. Volgere quindi lo sguardo verso l’Eurasia come conferma di modernità. L’Eurasia infatti è quella parte del mondo dove il futuro darà appuntamento agli esausti popoli della vecchia Europa.

    Pietrangelo Buttafuoco - scrittore (testo raccolto da A. Spaziano)



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    Amore per un’identità antica e complessa - di Adolfo Morganti

    Che cos’è la destra? Che cos’è la sinistra? Aveva ragione Giorgio Gaber già vent’anni fa… Il cioccolato è nero e quindi di destra… Il peperoncino è rosso e quindi di sinistra… O no?
    Diciamo che l’implosione spirituale della destra italiana, frutto prevedibile del “predellino” e della crisi culturale che si è spalancata dopo il congresso di Verona nella compagine ex-Msi ha avuto almeno un vantaggio: quello di svelare l’impossibilità, nel tempo della crisi della modernità, di ogni identità politica di reggersi su se stessa.

    Ha vinto, occorre dirlo, l’identità politica liquida della post-modernità: non il liberalismo pseudo-colto dei mitici “professori” forzitalioti, ma un individualismo straccione e becero, in cui ognuno bada a sé stesso e alla convenienza immediata del proprio gruppetto di sodali; un darwinismo plebeo disciolto nel radicalismo di massa e malamente abbellito con le sembianze esterne del potere, in cui “destra” e “sinistra” si scambiano e confondono comunicati stampa e posizioni.

    Il che ci fa ritornare al punto proposto da Area: cos’è la destra? Tanto per cominciare, oggi non ha alcun senso relativo a contingenze parlamentari, non più. Nessun senso reattivo ad altre ideologie forti, come accadde nei primi tre decenni del XX secolo. Nessun supporto, nessun aiuto, nessun carapace.
    O una posizione nel mondo discende da altro, o si adegua automaticamente alla deriva dei tempi. Che sono quelli della liquidità, ossia del nichilismo realizzato, del delirio d’onnipotenza dell’individuo cui - così egli sente - grazie alla libido del potere tutto gli è concesso e consentito.

    Il Nulla di Michael Ende divenuto realtà.
    Se la destra nasce alla fine del XVIII secolo per opporsi alle derive di un giacobinismo che passerà rapido dalle linguacciute dialettiche parlamentari alle Colonne infernali e al culto laico della ghigliottina, i capisaldi della destra non nascono allora. Il Logos greco, il Diritto e l’Imperium romani, la Religio dei Padri che fonda il rispetto e l’amore per la propria patria, che è quella concreta, su cui i vandeani appoggiavano i piedi. Rispetto e amore per un’identità antica e complessa, da cui non si può segar via nulla, come da un corpo vivente.

    L’Europa come luogo dell’Unità nella Diversità, in cui sul cerchio del Sole di Apollo si è inscritta la Croce di Cristo: un simbolo che a noi ragazzi piaceva talmente che la chiamavamo “croce celtica”, aggettivandola di mistero e di primordi.
    E chi farà tutto ciò? Qualche tempo fa, nel 1949, un Ernst Jünger proiettato con gli occhi dello spirito nella seconda metà del XXI secolo vide cosa attendeva l’Europa. 50 anni prima circa l’aveva già visto Vladimir Solov’ev: il tempo dell’Anticristo. Di fronte al sontuoso panorama del Nulla che avanza, Jünger vide al di là, vide lontano. Colse l’immagine dell’Europa che gemeva a metà della cruna del nichilismo, la testa già al di là, il corpo al di qua della sofferenza del passaggio. E scrisse: «Alle élite spirituali, non sarà mai sottratta la scelta.»

    Negli anni ’80 era uso comune seppellire l’esperienza religiosa, le gerarchie religiose, le civiltà a fondamento sacrale nel magazzino del vecchiume morente. Oggi gli occidentali si chiudono a chiave nei loro appartamenti blindati e guardano dalle loro tv i “nuovi barbari” che scorrazzano, gridando il nome di Dio in tutte le lingue del mondo. E hanno paura.
    Meditate, gente, meditate…

    Adolfo Morganti - presidente Identità europea


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