





In Sicilia già schierati i Tornado italiani e aerei danesi
fonte:repubblica sito
Ultima modifica di Nazionalistaeuropeo; 19-03-11 alle 17:40


Primi attacchi francesi,colpito un veicolo militare libico.
fonte:televideo


Attendo con impazienza, bottiglia e bicchiere pronti, la notizia del primo areo imperialista abbattuto!:gluglu: (spero)
Se guardi troppo a lungo nell'abisso, poi l'abisso vorrà guardare dentro di te. (F. Nietzsche)


Siamo dei veri pagliacci.![]()
"Così penseremo di questo mondo fluttuante: una stella all'alba; una bolla in un flusso; la luce di un lampo in una nube d'estate; una lampada tremula, un fantasma ed un sogno:"
(Sutra di diamante)




C'è da dire che l'Italia si è dimostrata la solita voltafaccia infame, una nazione abominevole pronta a passare su tutto e tutti.
Perfino i francesi ci hanno messo sotto, gente viscida come l'italiota medio riesce ad essere peggiore dei ratti, siamo in guerra con una nazione che fino a poche settimane fa era probabilmente la principale alleata e partner commerciale del nostro paese, in cui il nostro presidente del consiglio baciava le mani a Gheddafi.
Ci siamo dimostrati per l'ennesima volta lo zimbello del mondo, la manodopera dell'usura internazionale a minor prezzo.
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Gli umori corrodono il marmo


Morire per Bengasi?
di Beppe Grillo
Quando l'Italia entrò in guerra il 10 giugno 1940, Mussolini almeno lo dichiarò dal balcone di Palazzo Venezia davanti a una folla oceanica. Ci mise, come si dice, la faccia dopo quasi un anno di attesa dall'inizio del conflitto europeo in cui, per starne fuori, si era inventato la "non belligeranza", né guerra, né pace. 71 anni dopo, nel giorno del 150° anniversario dell'Unità, siamo entrati in guerra con la Libia, un nostro ex alleato (in questi voltafaccia abbiamo una certa esperienza...) senza un pubblico dibattito o che Berlusconi o Napolitano sentissero il bisogno di andare in televisione a spiegarne i motivi. La Libia non è l'Afghanistan, con cui pure siamo in guerra senza saperne assolutamente i motivi. E' a due passi dalle nostre coste, è uno Stato che abbiamo riconosciuto fino all'altro ieri in modo plateale e anche cialtronesco. L'Italia ha fornito armi a Gheddafi, come pure molti Stati che ora si apprestano a bombardarla. I nostri interessi economici sono tali che, insieme alla Libia, stiamo costruendo da anni un gigantesco gasdotto, Greenstream, per collegarla all'Europa.
Ci troviamo in guerra e non sappiamo perché. E' vero che gli insorti di Bengasi rischiano di essere passati per le armi, è altrettanto vero che si tratta di una guerra civile, un fatto interno al Paese, in cui l'Italia poteva e doveva porsi come interlocutrice di entrambe le parti, come mediatrice. Il nostro ruolo non è quello di gendarmi del mondo o di reggicoda degli Stati Uniti. Gheddafi è un mostro? Forse. Ma la distruzione della Cecenia è da imputarsi alla Russia di Putin e l'occupazione del Tibet alla Cina di Hu Jintao, ma nessuno ha mosso, né muoverà un dito all'ONU. Nel Darfur è stato massacrato, stuprato, mutilato, un milione di persone nell'indifferenza della Nato. In Africa sono in corso guerre civili e tribali da 50 anni a partire dallo spaventoso genocidio del Ruanda.
Vi ricordate l'attacco a Lampedusa del 1986? Gheddafi lanciò allora due missili Scud contro un'installazione militare statunitense dopo il bombardamento di Tripoli voluto da Reagan. L'unico atto di guerra contro il nostro territorio da parte di uno Stato dopo la Seconda Guerra Mondiale. Quante basi americane ci sono sul nostro territorio? Ognuna è un bersaglio. Frattini ha dichiarato: "Daremo le basi, possibili nostri raid". Lo ha fatto con quell'aria stolida e tranquilla che lo accompagna dalla nascita. Qualcuno ha detto agli italiani che siamo in guerra e un missile libico potrebbe colpire in ogni momento una nostra città?
Morire per Bengasi?, Beppe Grillo
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Gli umori corrodono il marmo


“Obbedisco”: rinnovato verbo della colonia-Italia
di Ugo Gaudenzi
Alle armi, alle armi.
La vergognosa risoluzione 1973 del Consiglio di Sicurezza dell’Onu, passata con i voti favorevoli di Usa, Regno Unito, Francia, Colombia, Portogallo, Sudafrica, Bosnia Erzegovina, Gabon, Libano e Nigeria, e grazie all’astensione di Cina, Russia, Germania, India e Brasile, ha dunque dichiarato l’imposizione “con tutti i mezzi a disposizione”, di una “zona di interdizione aerea” sui cieli della Libia per “proteggere i civili” (sic).
Soltanto la Cina e la Germania hanno avanzato tiepide perplessità sui “rischi e pericoli” del certo conseguente intervento armato.
Con questa risoluzione, speciosamente mirata alla sola questione libica, il “gran consiglio” dell’Onu si è permesso dunque di approvare un intervento armato, condannato dalla stessa carta delle Nazioni Unite (che esclude “ingerenze negli affari interni di uno Stato membro” e che ufficializza “i due pesi e le due misure” che l’Occidente ritiene adottabili riguardo al complesso della rivolta araba in corso da dicembre.
Se le forze di sicurezza governative interne di un Paese come la Tunisia, l’Algeria, l’Egitto, lo Yemen (soltanto ieri 50 morti) o l’Oman fanno strage dei dimostranti nei rispettivi Paesi, l’Onu chiude gli occhi, la bocca e le orecchie. Se nel Bahrein le proteste popolari vengono sanguinosamente represse da forze interne e contingenti militari esterni (1500 militari sauditi e degli Emirati) e i portavoce arrestati, l’Onu è totalmente latitante.
Al contrario, vuole trasformare la Libia in una nuova Somalia.
Come annunciato da tempo, Londra e Parigi, “consigliate” da Washington e con la partecipazione di Oslo, sono intenzionate a ripetere un attacco ad un Paese arabo come nel 1956 contro l’Egitto. La Nato è pronta “a fare la sua parte”. L’Italia degli Strateghi Massimi Berlusconi, Letta e La Russa, dona il suo appoggio, con il consenso esplicito di tutte le altre fazioni occidentaliste - “leghisti” vagamente a parte - presenti nei Palazzi: i cosiddetti “democratici”, “centristi”, “futuribili” e “valoriali” e, soprattutto, con il “viatico” del Generalissimo Presidente della Repubblica, Napolitano, che, probabilmente ispirato dal recente Nabucco di Verdi, facendo il verso a Cavour, ha dichiarato che l’Italia non può rimanere “insensibile” al grido di dolore dei rivoltosi senussiti di Bengasi. Naturalmente rimuovendo il “suo” 1956, quello del vergognoso assenso all’attacco sovietico ai rivoltosi di Budapest.
Nessuno che si sia chiesto, a cominciare da Mosca e Pechino che avrebbero potuto porre il veto ad una misura premessa di guerra nel Mediterraneo – se non la Germania della Merkel, ma per motivi di basso cabotaggio pre-elettorale – quale potrebbe essere la conseguenza catastrofica di una tale decisione per di più a poche decine di miglia dalle acque territoriali italiane.
Alle armi, alle armi, dunque.
Sono tutti folli. E noi siamo soli. Come Cassandra sulle mura della città di Ilio.
“Obbedisco”: rinnovato verbo della colonia-Italia, Ugo Gaudenzi
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Gli umori corrodono il marmo