
Originariamente Scritto da
Giò91
Scusa, ma allora mi sa che sei tu che non hai capito granché del mio discorso.
Io non ho mai detto che il celibato ecclesiastico è obbligatorio per
tutti, indipendentemente da quello che stabilisce o concede la Chiesa Cattolica.
Ho semplicemente detto che esso, avendo fondamento teologico nelle Sacre Scritture, è una prassi consolidata e costante nella Chiesa d'Occidente che ha radici antichissime e che trovava applicazione persino fra i cattolici orientali prima che determinati sinodi locali approvassero delle disposizioni più "lassiste", in un certo senso, adottate per contenere i frequenti abusi e i casi di incontinenza. Se la Chiesa Cattolica ha accettato anche una disciplina meno rigorosa in materia per le sole chiese orientali è semplicemente per una questione di tolleranza, ma non di approvazione.
L'errore che fai tu, ossia considerare i passi paolini volti a giustificare la non obbligatorietà del celibato ecclesiastico, fu condannato, come riporta il link che ho postato, già da Papa Siricio e tale interpretazione fu ribadita da Papa Innocenzo I:
Importanti ed istruttivi sono a questo riguardo soprattutto i documenti Pontifici che trattano della continenza celibataria. Continuamente vengono affrontate due obiezioni attinte alla Sacra Scrittura e che vengono confutate. La prima è la norma che dà san Paolo a Timoteo (1 Tm 3,2 e 3,12) e a Tito (1,6): i candidati devono essere, se sposati, solo unius uxoris viri, ossia sposati una sola volta e per di più con una vergine. Sia Papa Siricio come anche Innocenzo I insistono ripetutamente che questo non vuol dire che essi possono vivere anche d'ora innanzi nel desiderio di generare figli, ma, al contrario, che ciò è stato stabilito propter continentiam futuram, a causa della continenza da osservare in seguito.
Questa interpretazione ufficiale del noto brano della Sacra Scrittura, fatta dai Sommi Pontefici, la quale veniva assunta anche dai Concili, afferma che colui che aveva bisogno di risposarsi dimostrava con ciò che non poteva vivere la continenza richiesta ai sacri ministri e perciò non poteva essere ordinato. Così questa norma della Sacra Scrittura, anziché una prova contro la continenza celibataria, diventa una prova a suo favore, per di più già richiesta dagli apostoli. Tale interpretazione rimane viva anche in seguito. Così ancora la Glossa Ordinaria al Decreto di Graziano, ossia il commento comunemente accettato per questo brano del testo (Principio della Dist. 26), spiega che esistono quattro ragioni perché un bigamo non può essere ordinato. Dopo tre ragioni piuttosto spirituali, la quarta, pratica, dice: perché sarebbe un segno di incontinenza se uno da una moglie è passato ad un'altra. E il grande ed autorevolissimo Decretalista Hostiensis (il Card. Decano Enrico da Susa) spiega nel suo commento alle Decretali di Gregorio IX (X, I, 21, 3 alla parola alienum): la terza ragione delle quattro di questo divieto è: "Perché si deve temere (in questo caso) l'incontinenza".
Che questa interpretazione di untus uxoris vir era accettata anche in Oriente dimostra anche lo storico della Chiesa primitiva Eusebio di Cesarea, che si deve ritenere ben informato e che, come abbiamo già detto, era presente al Concilio di Nicea e quale amico degli ariani avrebbe dovuto prendere piuttosto la difesa dell'uso del matrimonio dei preti prima sposati. Ma egli dice espressamente che, paragonando il sacerdote dell'Antico Testamento con quello del Nuovo, si confronta la generazione corporale con quella spirituale e in questo consiste il senso dell'unius uxoris vir cioè che coloro i quali si sono consacrati e dedicati al servizio e culto divino devono astenersi convenientemente, in seguito, dal rapporto sessuale con la moglie.
Questo divieto dell'apostolo, che nessun bigamo doveva essere ammesso agli ordini sacri, è stato osservato assai severamente attraverso tutti i secoli e si trova tra le irregolarità per l'ordine ancora nel Codice del Diritto Canonico del 1917 (can. 984, 4°).
fonte:
I FONDAMENTI TEOLOGICI DELLA DISCIPLINA DEL CELIBATO