La sinistra in blu tra Picasso e Miles Davis
Intervista a Maurice Glasman, l'ideologo di Ed Miliband
Tony Blair si affidava a Anthony Giddens per la sua Terza Via. E David Cameron pare abbia un debole per Phillip Blond quando si tratta di spiegare cosa sia la Big Society. Al Labour di Ed Miliband, invece, sono in molti a rimproverare la mancanza di una idea-forza, di un orizzonte teorico originale che possa segnare la sua leadership. Chissà che non sia finita l’attesa, grazie al Blue Labour, il movimento guidato da Maurice Glasman che si pone l’obiettivo di riscrivere l’agenda delle priorità del partito di Miliband. 50 anni, occhiali da intellettuale, un impegno a Londra come organizzatore comunitario sul modello di Barack Obama, Glasman è forse oggi il pensatore più interessante nell’ambito di una sinistra europea in grande difficoltà, di cui disseziona tic e tabù, fornendole però una possibile via d’uscita riformista. Ammantato dell’ermellino della House of Lords, l’ideologo del Blue Labour ama spiazzare, infilando citazioni da Saul Alinsky fino ad arrivare a Giovanni Paolo II, la cui Laborem Exercens è una delle sue ispirazioni più profonde. Tanto che a Europa confessa di dovere molto alla dottrina sociale della Chiesa e al lavoro “straordinario” di Stefano Zamagni, l’economista italiano “molto letto nei circoli del Blue Labour”.
Partiamo dal nome, Blue Labour. Perché questo riferimento a un colore che non si lega immediatamente alla storia della sinistra e del laburismo britannico?
Il Blue Labour è quella parte della tradizione socialista che mette il bene comune al centro della vocazione del movimento e del partito laburista. La sua missione storica è, dunque, quella di rimettere insieme ciò che è diviso. Il rosso è il colore del sangue e dei martiri quando ciò di cui abbiamo bisogno sono coraggio e leadership. Il Blue Labour non è progressista, non crediamo che le cose andranno meglio. Nella nostra posizione c’è un senso di audacia e di tragedia, ed è questo uno dei significati di questo nostro blu, che mette assieme Miles Davis, Picasso e Aristotele. Sentirsi “tristi” (in italiano, N.d.R.) non significa avere una malattia mentale, né essere depressi, anzi proprio da questo stato d’animo può scaturire una comprensione più profonda del mondo e un coraggio autentico nel resistere ad esso, molto più che affrontandolo con un ottimismo superficiale, come nel caso di Berlusconi e della sinistra progressista. Quindi, questo blu è innanzitutto una disposizione d’animo.
Una prospettiva che suona come una critica nei confronti dei progressisti…
La sinistra è diventata progressista, accademica e di ceto medio; se passassimo il nostro tempo con gente simile capiremmo che non sono affatto persone serie, pensatori acuti e strateghi politici. Hanno troppi principi. Molti sono integralmente secolarizzati, senza alcuna consapevolezza del peccato, del potere che posseggono e del modo umiliante con il quale si rivolgono alle persone. Quando parlano di noi ci definiscono dilettanti, assertivi e snob, ma in realtà tutto quello che abbiamo è solo un pezzo di carta come la laurea. Così, un impegno autentico con il popolo e le famiglie operaie, per onorare la loro etica e stile di vita è centrale per il Blue Labour. I colletti blu, però, sono solo una parte del nostro sforzo.
Qual è l’altra?
In Italia, così come in Inghilterra, la vita familiare, il rispetto per le tradizioni etiche della Chiesa e il patriottismo sono componenti cruciali e costitutive della tradizione laburista. Berlinguer e Gramsci lo avevano capito molto bene. Dobbiamo collaborare con il popolo, non fargli la guerra. Per questo il Blue Labour si rifiuta di lasciare alla destra il terreno della famiglia, della patria e della fede: certo, non a Berlusconi che, invece, è sempre riuscito a mettere in difficoltà i progressisti, con grandi risultati, proprio su questo terreno. Lui dice Forza Italia, mentre tutto quello che noi siamo stati in grado di mettere in campo è stato un ulivo. Il mio messaggio alla sinistra italiana è questo: smettetela di sentirvi così superiori ed inermi, è un tradimento della vostra grande tradizione democratica popolare. Dateci dentro, mostrate un po’ di passione, fatevi qualche amico e divertitevi di più. Coraggio (in italiano, N.d.R.). L’altro mio messaggio alla sinistra italiana è di parlare di più con la gente che non conoscete, non interrompetela o correggetela quando vi dice cosa non gli piace della sinistra. Cercate di ascoltare.
Dalle sue parole non è chiaro quanto di sinistra e quanto di destra ci sia in questo Blue Labour…
Destra/sinistra è una costruzione spaziale razionalista che viene dalla Rivoluzione Francese ed ha consentito di identificare il socialismo con “la sinistra” (in italiano, N.d.R.), come qualcosa di sbagliato e di male. Non abbiamo alcun vantaggio a continuare a pensarla così. Lo stesso vale per la coppia liberale/comunitario, entrambe posizioni bacate. Il Blue Labour è un movimento di rinnovamento civico e patriottico nel quale sono centrali responsabilità e democrazia. Per dirla all’italiana, siamo affezionati alla possibilità di un compromesso storico tra Aldo Moro, quel tipo di democrazia cristiana (fondata sulla sussidiarietà, la solidarietà e lo statuto dei lavoratori) e il comunismo democratico a carattere federalistico che veniva dall’Emilia Romagna e ha combattuto per la riforma agraria nel Sud Italia. E’ troppo semplice sostenere che siamo a sinistra sui temi economici e a destra su quelli sociali.
Ma, per capirci, sull’asse che ha attraversato il Labour inglese negli ultimi anni, Blair/Brown, come vi collocate?
C’è una tradizione molto forte di libertà, che è non solo inglese, ma che è scolpita, ad esempio, sulle mura di Lucca, un abbraccio tra ricerca di senso e sperimentazione che può mettere sulla difensiva la destra. Basta buttare via le vecchie mappe. La domanda per voi italiani è se la prospettiva Moro/Berlinguer abbia rappresentato un cambiamento radicale oppure il centro dell’agone politico. La risposta a questa domanda ci aiuterà a capire a che punto ci troviamo sulla mappa politica italiana. Quanto a noi, Blair e Brown non erano teorici seri, avevano un basso livello di argomentazione sul tema del rapporto tra il mercato e lo Stato che, tra l’altro, non hanno mai capito appieno. Ci sono questioni familiari serie, che necessitano di saggezza ed esperienza, altre invece che sarebbe meglio dimenticare. Blair/Brown è una di queste. Ero occupato a fare altro al tempo, così me la sono persa.
Non c’è il rischio, però, che il Blue Labour finisca a vagheggiare un’età dell’oro, in Gran Bretagna come altrove, che non è mai esistita? Da quello che ci sta dicendo, professore, pare non restare spazio se non per una sorta di nostalgia…
Dopo la Guerra, in Gran Bretagna, siamo stati sia troppo statalisti, sia troppo favorevoli al mercato (è stata questa l’originalità del New Labour). Ci siamo dimenticati dei corpi intermedi della società. Non dobbiamo essere nostalgici, ma recuperare il meglio della nostra tradizione, prendendo coscienza, però, anche dei suoi lati negativi. Come il fatto che tendiamo a fare la lezione agli altri piuttosto che ascoltarli, preferiamo le teorie astratte all’esperienza quotidiana e siamo un po’ troppo innamorati di noi stessi. Non è nostalgico, però, dire che ci sono grandi tradizioni in Italia, come quella dell’associazionismo civico, del mondo cattolico e di quello socialista e sindacale, che si sono divise tra lo Stato, il mercato e il moderno stato liberale. La sinistra italiana, però, deve fare ammenda rispetto ad un modernismo crudele e procedurale, in architettura come nell’arte o nella politica, e tornare a narrare una storia federalista, fatta di associazionismo, di lunga durata culturale, di vita familiare e resistenza democratica a imperatori, papi e tiranni. Di amore per la terra e il paesaggio, di funghi porcini e caccia, di servizi puliti e politica fatta sporcandosi le mani.
La globalizzazione sembra il fronte più polemico della vostra critica politica.
Il primo New Labour era davvero buono: patriottico, cristiano, partecipativo (N.d.R.: Glasman utilizza il termine di ascendenza blairiana “stakeholding”). Il problema è stato che, una volta preso il potere, esso ha sviluppato una visione non mitigata della globalizzazione finanziaria, senza fare ricorso a modelli di mediazione. E’ dura per un inglese riconoscere che l’economia sociale di mercato tedesca, con la sua co-determinazione, le banche locali, sia quella che in Europa funziona meglio. Quanto al mio approccio, non sono un comunitarista. Costruire comunità richiede leadership, energia, innovazione e atti formidabili di iniziativa individuale, e il comunitarismo non ha nulla a che vedere con questo. I mercati hanno bisogno di regole condivise, solidarietà, fiducia e intervento dello Stato. Perciò, non sono neanche un liberale. E la cosiddetta Big Society la considero troppo superficiale perché non ha niente da dire sul mercato. Trovo interessante, piuttosto, la struttura delle associazioni delle piccole imprese in Emilia Romagna e in Lombardia.
Ecco, come entra l’immigrazione nel modello socioeconomico che ci sta dipingendo?
Siamo al cuore del ragionamento, Il Blue Labour non considera gli esseri umani come merce che si muove priva di vincoli nel mondo, a caccia di stipendi più alti. Tanto più in quanto sosteniamo politiche internazionali che portano ad una mercificazione della terra nei loro paesi di provenienza, cosicché di fatto le persone sono costrette ad andarsene dalla propria patria. Ciò porta ad un taglio drastico dei salari, livellati verso il basso, e a una lotta tra migranti e gente del luogo. Il libero movimento del lavoro e la competizione per salari bassi è l’agenda dei padroni e la solidarietà tra lavoratori non deve avere nulla a che fare con essa. Incensarla con la licenza morale del multiculturalismo aggiunge, perciò, idiozia alla naiveté. Dobbiamo rafforzare, piuttosto, le istituzioni di una vita in comune. Generare solidarietà nelle comunità attraverso l’interesse comune. La caratteristica di fondo della sinistra progressista italiana è che essa difende il multiculturalismo, ma non ha niente a che spartire con la vita delle comunità che intende difendere. Sembra elitaria, altezzosa e debole. La strada che la sinistra italiana ha davanti a sé, invece, è quella della costruzione di una vita in comune attraverso le istituzioni del movimento sindacale, e assieme agli immigrati che devono partecipare al rinnovamento della vita civile italiana. Chiese e moschee dovranno trovare il loro posto all’interno di questo movimento per preservare la società umana dalle storture del mercato e la sterilizzazione dello Stato.
Gira un po’ la testa, un attimo. Ma, ad esempio, cosa pensa della spinta che viene dai paesi del Nord Africa e del Medio Oriente?
Dobbiamo sostenere la resistenza civile che si sta sviluppando nel mondo arabo. Potenti corrotti e laici sono altrettanto dannosi di capi religiosi corrotti e non democratici. Dovremmo essere al fianco dei popoli islamici nel costruire sindacati per difenderli dal saccheggio che verrà con la tempesta del mercato cui stanno andando incontro nei loro piani di modernizzazione. In Italia chi della sinistra sta lavorando assieme alla resistenza a Gheddafi? Sospetto non molti. Ancora una volta siete dalla parte sbagliata della storia.
Ma, insomma, professor Glasman, lei è o non è un socialdemocratico?
Oh no, al momento la socialdemocrazia non ha alcuna concezione del sociale e di come rafforzare la democrazia. E’ diventata vuota. Il movimento progressista è superficiale e disonesto. Dire “centrosinistra”, poi, significa usare quel tipo di linguaggio sotto vuoto che utilizziamo nei corsi di laurea in scienze sociali e che fa sì che la gente comune non capisca di cosa stiamo parlando. La sinistra italiana ha un grosso problema.
Uno soltanto? Dica, prego.
L’idea del comunismo, che è stata la vostra più grande, la più ricca tradizione di stampo laburista che avete avuto, è stata disonorata per sempre dall’enormità dei peccati e delle sofferenze che il comunismo ha generato. Non ci dobbiamo mai dimenticare di onorare e ricordare i tanti morti provocati dalla crudeltà stalinista. Avevano ragione i democristiani quando dicevano che questo materialismo arrogante e secolarizzato è stato un disastro che oggi è fin troppo ovvio, eppure necessario, respingere. La tragedia della vostra sinistra è che la tradizione comunista italiana si è dimostrata un terreno assai fertile per pensare a temi come quelli dell’autogoverno, della solidarietà tra lavoratori, del governo civico e del controllo democratico. E’ stata, almeno per un po’, l’unica tradizione italiana, assieme al pensiero cattolico, che non è stata subalterna alle mode della filosofia francese e tedesca. Perciò, il meglio del pensiero italiano è legato alla peggiore delle realtà politiche. E’ una realtà tragica e molto paradossale, Il PCI è stata la forza più grande nell’ampliamento delle libertà civili. L’Italia è un paese profondamente paradossale, davvero molto blue labour. E’ questa l’importanza del dialogo Moro/Berlinguer e della loro potenziale alleanza, che avrebbe consentito che il meglio della tradizione cattolica e di quella comunista si fossero unite in una forma di “tradizionalismo radicale”.
Da voi invece?
In Inghilterra non funziona così. Non diamo il nome ai partiti in base ai concetti, ma in base agli interessi che essi rappresentano. Abbiamo chiamato il nostro partito “laburista” perché rappresenta in tutte le sue forme gli interessi di chi lavora, con le proprie mani e il proprio cervello. Il Labour non è un partito progressista, di centrosinistra o socialdemocratico. E’ parte, invece, di quella tradizione nazionale che rappresenta i lavoratori ed è laico e religioso insieme, fatto di classe operaia e ceti medi, di gente del luogo e di immigrati.
Ma, in conclusione, professore, quale consiglio darebbe alla sinistra italiana?
Penso che la sinistra dovrebbe rifondarsi come “partito del lavoro”, includendo al suo interno i cattolici democratici in posizioni di rilievo. Dovrebbe dare borse di studio intitolate ad Aldo Moro per studiare all’estero dopo la laurea ai suoi giovani leader più promettenti e premi dedicati a Enrico Berlinguer ai suoi migliori organizzatori. Dovrebbe essere il partito più vicino al Labour in Europa e insieme potremmo difendere la causa del tradizionalismo radicale.
Filippo Sensi
La sinistra in blu tra Picasso e Miles Davis - Europa




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