Eugenio di Savoia


Eugenio di Savoia


per me il problema non è òa religione
anche in bosnia ed in albania e in kosovo c'è una notevole presenza di mussulmani (non immigrati degli ultimi 30 anni), senza tenere presente le comunita' ebraiche di molti paesi europei, eppure sono europeissimi anche se non cristiani.
poi ci sono gli atei e gli agnostici.
quindi il criterio religioso non è assulutamente da prendere in considerazione.
io invece pongo altri parametri quali i diritti delle minoranze, l'olocausto armeno non riconosciuto, e la condizione dei curdi che non gli viene dato nessun riconoscimento.


E tutto quanto il resto perchè non prendiamo anche quello in considerazione?


Nulla di più falso.La Turchia ha accordi speciali riguardo tali paesi che riguardano facilitazioni nell'ottenere visti turistici, di studio e di lavoro (sempre che vi sia un invito da parte di un'azienda mai senza avere nulla in tasca).Quale doppia cittadinanza dunque?Tra l'altro, a fiondarsi da quelle repubbliche in Turchia per lavoro, sono sempre più cittadini russi di quei luoghi, cui risulta più facile recarsi lì che in madrepatria.




uliver la stronzata dei 100 milioni di turchi è stata ripetuta da qualche nostrano xenofobo che diffonde cavolate, l'avevo già sentita dire




Che confusione......
Non mi risulta che esista un popolo etnicamente turco, bensì una cultura turca.
Un eminente studioso come Cavalli Sforza, proprio su questo pone l'accento: la prevalenza in quell'area esclusivamente dell'aspetto linguistico e non di quello etnico.Ed infatti quei fenotipi che rappresentano le tribù turche delle origini, sono del tutto assenti (i tipi mongolici, frequenti in Turkmenia, Kirghizia, Uzbekistan....E frequenti anche in un'Ungheria, dai un'occhiata ad una mappa delle invasioni tataro mongole e gli insediamenti in Europa).Dunque, assodata l'origine di gran parte della popolazione dell'area, secondo tale ragionamento anche la Grecia dovrebbe rimanere fuori dal processo UE.


questa gente sa solo islam= al queida quindi turchia no


Sull'ingresso della Turchia nell'UE, decideranno davvero gli elettori?
lunedì 15 settembre 2008
di Maurizio De Santis
Sull'ingresso della Turchia nell'UE, decideranno davvero gli elettori?
Istintivamente diremmo di si!
I politici che albergano le ovattate stanze dei palazzi di Strasburgo e Bruxelles dovrebbero essere consci del carattere rappresentativo del loro mandato.
Eppure più di un episodio ci spinge a considerare che, di fatto, fra i popoli “rappresentati” e questi signori ci sia totale incomprensione.
Jose Manuel Barroso è punta di diamante del partito dei tenaci sostenitori dell’ingresso della Turchia nell'Unione.
E’ l’icona di quella classe di burocrati europei che, divisi fra Strasburgo e Bruxelles, hanno preso il malvezzo di decidere la politica dell’U. E. in maniera sempre più autonoma.
Ratifiche che aggirano i referendum.
Accordi che seguono i sentieri del fatto compiuto.
Un’Europa politica che già per la Turchia (anche se non solo) ha sbolognato le radici cristiane dalla propria Costituzione. Quella, detto per inciso, che gli elettorati di Francia, Olanda ed Irlanda hanno rispedito al mittente non appena avuta la rara possibilità di votare.
Ma poi, di grazia, di quale Turchia stiamo parlando?
L’ingresso nell’Europa fu una promessa datata 1963, formulata dall’allora CEE ai primi albori e dettata più dalle esigenze occidentali di dare ad un alleato assolutamente strategico per la NATO una forte motivazione politica e socio-economica, che non da una reale convinzione.
In quarantacinque anni le cose sono radicalmente cambiate.
E, manco a dirlo, soprattutto in Turchia, dove la situazione non è così limpida come certi media occidentali si affannano a dirci (ma è sconveniente dirlo).
Alla guida del paese c’è un partito islamico che, non appena al potere, s’è affrettato a liberalizzare il velo nelle università (seguiranno le scuole) e a spedire nella stanza che fu di Ataturk un presidente di antica formazione clericale.
[...]
Tanto per chiarire le idee ai relativisti ecco due cifre fresche fresche.
Ci sono 67.000 scuole laiche a fronte di 85.000 moschee.
77.000 medici cercando quotidianamente di fornire assistenza sanitaria a 75 milioni di cittadini turchi, mentre qualcosa come 90.000 imam, retribuiti dallo Stato, sono pronti a dare conforto a tutti.
Nella patria di Kemal abbiamo un ospedale ogni 60.000 persone, ma non vi è alcun problema per scovare una moschea ogni 350.
Ci sono 1.435 le biblioteche pubbliche in tutto il paese, ma sono ben 3.852 i centri di studio sul Corano.
E verrebbe interessante sapere che bilancio per gli affari religiosi è pari al costo di 22 università.
Ma non è il solo problema.
Il quesito relativo all’incidenza dell’impatto demografico di un ingresso turco nell’U. E., difatti, non è riducibile ai “soli” 75 milioni di residenti nel territorio della mezzaluna. Come vorrebbero alcuni semplicisti.
Tutti i turcofoni presenti nell’Asia centrale sono potenziali acquirenti della cittadinanza turca.
E questo perché Ankara li ritiene legati a delle radici comuni (e i detrattori delle radici cristiane sono ampiamente serviti).
Radici che affondano nella stessa storia, la stessa lingua, stessa cultura e quindi la stessa identità. E che conferiscono il diritto di chiedere il passaporto turco.
Facendo i conti della serva avremmo un totale di 150-160 milioni di turchi autorizzati a chiedere di entrare nell’U.E.!
[...]
http://www.giustiziagiusta.info/inde...2517&Itemid=72