Strangolatore il pizzo è una estorsione: la criminalità organizzata protegge da un pericolo che è essa stessa a creare. Non può certo definirsi servizio.


Strangolatore il pizzo è una estorsione: la criminalità organizzata protegge da un pericolo che è essa stessa a creare. Non può certo definirsi servizio.
Ultima modifica di olivo; 14-07-11 alle 20:23


Dovresti spiegarlo ad Him, più che altro.


OT Him serata de fuego per me... ho visto delle domande nella tua risposta ma ora non ce la faccio...
...pero' lo riprendo il discorso...
Gioia e dolore hanno il confine incerto...


Visto che siamo in fase scuse, mi scuso preventivamente con i fondoscalisti per aver riuppato il thread, ma con HIM voglio avere l'ultima parola ()...
...chiedo scusa anche ad HIM per questo.
Io credo che a seguito dell’esaurimento dell’effetto propulsivo e attrattivo delle grandi ideologie novecentesche (polarizzate su due concezioni politiche e filosofiche opposte ed incompatibili) ci sia spazio oggi per forme ibride in cui i presupposti di efficienza del calcolo economico possano “lavorare” liberamente essendo anche funzionalmente correlati ai bisogni un’aggregazione, di una collettività, di una società.Non mi incazzo.
In linea generale dubito che lo stato possa produrre un qualunque bene/servizio con la stessa efficienza (calcolo economico costi/benefici) fornita da un qualunque ente privato, per il semplice motivo che mancano appunto i presupposti del calcolo economico.
Non posso però negare che in alcuni casi ci sono o ci possono essere delle eccezioni (non me ne viene in mente nemmeno una, ma non sono io l’esperto ); in fondo siamo uomini, capaci delle peggiori bassezze, ma anche di vette ineguagliate.
Esatto, questo è il punto dirimente, il nocciolo della questione.Il punto però non è questo, il punto è quello che indichi anche tu, ovvero “il servizio confacente alle esigenze dei cittadini”.
Se questo è il presupposto, la conditio sine qua non affinché esso sia soddisfatto è che il servizio/bene in questione sia volontariamente richiesto, altrimenti, di fatto, esso va contro la volontà del cittadino.
Se concediamo una possibilità all’uomo di far bene anche se sa che il prodotto del suo lavoro è destinato alla collettività, non possiamo (perchè semplicemente impossibile) pretendere all'uomo che lavora per la collettività di parametrarsi ad una specifica committenza.
Quest’ultima puo’ semplicemente non essere voluta (ma HIM ammetterai che se il servizio reso soddisfa parametri qualitativi almeno accettabili, è nella natura umana considerarlo di buon grado) oppure (e in questo senso la difesa dell’intervento statale nelle dinamiche di aggregazione entra piu’ in crisi) non corrispondere alle particolari esigenze del singolo individuo (o di gruppi di individui, che, all’interno del corpus sociale, hanno sviluppato proprie peculiarità identificanti).
Queste considerazioni si risolvono con un’approssimazione ritenuta sostenibile dal corpus sociale nel momento deve fare i conti con gli individui.
E questi conti li risolve con un sinallagma implicito che regola i rapporti con ciascun individuo inteso come parte di un insieme.
A quest'ultimo insieme viene attribuito un interesse prioritario e la possibilità di difenderlo con l'elemento coercitivo.
Il mondo è meschino e crudele, ma succede che l’uomo perde, almeno per un momento, la sua individualità…e si introduce una sorta di necessaria de-personalizzazione delle relazioni.
Io non ho ancora, forse per miei demeriti intellettivi e culturali, sperimentato un'incompatibilità insanabile tra il mio essere e la mia collocazione in un ambito umano allargato, ma comprendo che c'è un problema di fondo che ha a che fare con la brutale, cruda e "animale" libertà.
Questo tipo di problema lo affronto quindi facendoti una domanda: si puo’ prescindere dall’assumere l’interesse comune in determinati settori chiave ( come interesse degno di essere regolamentato, oppure ritieni che la società possa mantenersi in assenza di una valorizzazione di tale interesse comune?
Abbozzo tre semplici considerazioni circa seconda ipotesi (che presumo essere quella in cui ti collochi) avendo in mente il tema oggetto del thread (la sicurezza):
- in assenza di tale valorizzazione regolamentata si assisterebbe ad una allucinante ed ingestibile rete di contrattazioni privatistiche che darebbero luogo ad un far west. Con tutto il romanticismo possibile che si puo' usare nel considerare “bello” uno scenario di tal fatta (questo posso concedertelo), non si puo’ non mettere in conto una situazione di regressione;
- chi nasce, non per sua colpa evidentemente, con poche ed insufficienti risorse non potrebbe avere sicurezza, sarebbe tagliato fuori in partenza da qualsiasi tipo di elementare competizione. Se in questo caso ci si spoglia di qualsiasi tipo di romanticismo per far posto al solo pragmatismo (posso concederti anche questo) non si puo’ non mettere in conto l’emersione di una situazione simile o o molto simile a quella castale;
- mi sembra che chi lo voglia (avendone le possibilità) possa affidarsi ai servizi di esperti professionisti del settore per tutelare la propria persona, i propri interessi e le proprietà;
- non vorrei apparire troppo drastico nei giudizi, ma mi sembra di poter dire (con qualche cognizione) che chi riesce ad evadere le tasse o a minimizzare il suo impatto fiscale (e non sono solo soggetti che interagiscono con mafie et similia, ma "rispettabili" e ricche persone fisiche e/o giuridiche) pretenda o si aspetti comunque di essere protetto.
Su questo sono assolutamente d’accordo con te.Concedere un barlume di speranza ad un’agenzia che si contrappone ai nostri interessi diventa quindi un mero atto di fiducia, legittimo, per carità, ma non vincolante per nessuno. In altre parole, se io per ragioni insindacabili reputo il tuo operato fallimentare, non ho alcun dovere di rendermi responsabile del tuo eventuale fallimento. Questo vale nei rapporti sociali tra individui privati, non si vede perché non dovrebbe valere nel rapporto con le istituzioni, composte anch’esse dagli stessi individui privati.
Meritocrazia a manetta. Io pago ed esigo di esser servito bene. Mi servi male? Fuori dai coglioni.
Ma guarda che questi concetti iniziano a far breccia anche in quelle realtà che fino a pochi anni fa erano le detentrici piu’ radicali delle concezioni filosofiche della collettivizzazione, dell’egualitarismo e della censura delle spinte individualistiche e privatistiche.
Lo so bene che non ci arrivi, non dando valore giuridico all’interesse pubblico non puoi assumere che quest’ultimo si contribuisca in maniera progressiva.Quanto alla domanda che mi poni, in linea di principio non vedo alcuna ragione valida per cui uno che guadagna di più debba essere costretto a pagare di più. Proprio non ci arrivo.
Ma prova a guardare la questione ridimensionandola in un perimetro piu’ ristretto o utilizzando banali suggestioni dell’antropologia sociale: ti sembra cosi’ assurdo che, in un nucleo familiare, chi guadagna di piu’ contribuisca di piu’ al soddisfacimento dei bisogni primari del nucleo stesso e in definitiva al suo sviluppo?
In ambito privatistico il ragionamento non fa una grinza.Un contratto per essere valido ed esecutivo deve essere sottoscritto da entrambe le parti e se una delle due non ne rispetta le clausole, si deve ritenere nullo.
Se le due parti rappresentano, reciprocamente, un interesse individuale ed un interesse comune e generale (anche se l'interesse generale e comune sta nel campo del dover essere e non in quello dell'essere) capisci bene che siamo in un altro piano di agibilità.
Tali interessi possono essere analoghi, convergenti, configgenti, funzionali o semplicemente diversi.
Il problema (vesto per un attimo le vesti dell’anarchico) non è tanto rescindere dal contratto se i servizi non rispettano un accettabile standard qualitativo (ci sono teoricamente le possibilità e gli strumenti per poter pretendere servizi pubblici adeguati), il problema sta proprio ab origine: perché devo essere parte dei questo patto sociale se non voglio?
In questa prospettiva, HIM, la mia risposta è senza abbellimenti e senza idealismi: l’ordinamento giuridico su cui si fonda la società è valido e legittimo fino a che un fatto giuridico abbia in sè la capacità e la forza per abbatterlo e sotituirlo.
Per fatto giuridico intendo la rivoluzione vittoriosa o la consuetudine: sono entrambi fatti che nascono al di fuori dei principi legittimanti e regolanti un ordinamento costituito che possono diventare essi stessi fonte normativa autonoma.
Al di fuori di queste due possibilità, non vedo troppe prospettive per un anarchico.
Potrebbe allontanarsi dalla società (dalle società) mettendo in conto di escludersi anche dalle dinamiche premianti delle stessa, oppure potrebbe riuscire a ritagliarsi all’interno delle regole sociali un proprio spazio( fisico e ideale e filosofico) autonomo e dissociato dal “comun sentire”, mettendo in conto pero’ di sperimentare derive nichilistiche (amplificate dal fatto di avere fuori dalla porta la cassa di risonanza della società che va avanti con le sue regole).
Sceglierei di metter su un corpo scelto di amazzoni carine e spietatePreferisci mujaheddin afghani? Guerriglieri ceceni? Tigri del Tamil?
A parte tutto, mi accontenterei di professionisti motivati, equipaggiati, equilibrati, non corrotti e con idonee attitudini psico-fisiche che siano organizzati da teste pensanti.
Si potrebbe cercare di andare in questa direzione piuttosto che sacrificare questa possibilità ad una tabula rasa da cui possono emergere piccoli e grandi mostri.
Scusa ma ci siamo già visti il film sui massimi sistemi, perchè vuoi replicare in piccolo?Io penso l’esatto opposto, che la steteless-society possa essere intesa come una matrioska che al suo interno contiene tutti gli altri ordinamenti giuridici possibili e immaginabili, purché basati sull’adesione volontaria, in competizione fra loro. Se il socialismo funziona saranno gli individui i primi ad recepirne i benefici e lo adotteranno volontariamente, altrimenti no.
Detto questo, mi accontento chiaramente dell'enclave anarcocapitalista.
E poi mi sembra un controsenso dialettico pensare ad una stateless-society che contempli al suo interno una o piu' under-state-societies (perchè lo stato si accompagna a diversi modelli sociali).
All’interno di queste ultime dovresti riproporre lo stesso tipo di discorso con la prospettiva di una regressio ad infinitum non risolvibile.
E se lo risolvi accettando che a fianco o all'interno di tali società vi siano stateless-societies in cui possano confluire tutti gli anarchici, devi necessariamente mettere anche in conto conflitto ed esclusione a fianco di auspicabili spazi autonomi comunicanti in armonia.
Infatti occorre farla bene.Tutto sto casino per finire a farsi tirare le noccioline nella gabbia?
Io prima voglio vedere il business plan ad almeno 10 anni.
Diversamente mi tengo l'Inps e il chiringuito in Costa Rica.
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Ultima modifica di RAYO; 19-07-11 alle 13:23
Gioia e dolore hanno il confine incerto...


Ora ti chiedo io un po' di tempo. La carne al fuoco è tanta, magari in mod può anche valutare se spostare il Libertarismo.
Ultima modifica di H.I.M.; 19-07-11 alle 13:29



