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Discussione: Punti Fermi

  1. #31
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    Predefinito Rif: Punti Fermi

    Punti fermi sull'Una Cum…

    Da Sodalitium N° 36 (aggiornato)


    La celebrazione del Sacrificio della Santa Messa costituisce, certamente, l’atto più importante del culto cattolico. Per questo la Chiesa, che è madre amorevole, ha stabilito minuziosamente il rito e le cerimonie che devono accompagnare la liturgia del S. Sacrificio.
    Nel “Missale Romanum”, codificato da S. Pio V, nulla è lasciato all’improvvisazione o all’arbitrio del celebrante (come nella nuova messa…). Poiché nelle rubriche si manifesta chiaramente lo spirito della Chiesa, come bisogna fare, oggigiorno, nell’attuale situazione di vacanza formale dell’Autorità nella Chiesa? Bisogna o meno citare Benedetto XVI nel canone della Messa?
    Nel “Ritus servandus in cælebratione Missæ”, che si trova abitualmente in tutte le edizioni del Messale Romano promulgato da S. Pio V e riformato da S. Pio X, si possono leggere tutte le regole e cerimonie da osservare durante la celebrazione del S. Sacrificio. Al capitolo VIII, “De canone Missæ usque ad Consecrationem” al n. 2, troviamo la risposta alla nostra domanda. Nel “Ritus servandus…” si legge: “Ubi dicit: una cum famulo tuo Papa nostro N., exprimit nomen Papæ: Sede autem vacante verba prædicta omittuntur” (1). Alla stessa maniera si deve fare con il nome del vescovo (che se è in comunione con Benedetto XVI non può essere citato) poiché bisognerebbe citare il nome dell’ordinario della diocesi che ha ricevuto legittimamente la giurisdizione nel luogo in cui si celebra (e nessun altro!); quindi anche le parole: “et Antistite nostro N.” devono essere omesse.
    Alcuni sacerdoti (in particolare della Fraternità S. Pio X), nella attuale crisi della Chiesa, affermano che bisogna lo stesso pregare “una cum” nel Canone, poiché questo significa unicamente “pregare per” il Papa.
    Ciò è falso perché la portata della citazione “una cum…” è ben più vasta. Due citazioni, la prima di papa Benedetto XIV, saranno sufficienti a chiarire l’argomento: « A Noi basta poter affermare che la commemorazione del Romano Pontefice durante la Messa, e le preghiere offerte nel sacrificio per
    Lui, si devono stimare essere un certo segno dichiarativo che riconosce il medesimo Pontefice come Capo della Chiesa, Vicario di Cristo, e successore del beato Pietro, e si fa professione di animi e di volontà fermamente aderenti all’unità cattolica » (2). « Innanzitutto il sacerdote offre il sacrificio per la Chiesa, quindi per il Pontefice in particolare, in accordo con un antichissimo uso delle chiese, per significare l’unità della Chiesa, e la comunione dei membri con il capo » (3).
    Secondo Benedetto XIV ed il P. Ferrari quindi, citare Benedetto XVI nel canone della Messa non significa soltanto “pregare per lui” (affinché si converta, dicono i lefebvriani… il che equivale ad affermare che il “capo” della Chiesa non è cattolico poiché ha bisogno di convertirsi. E se non è cattolico come può essere il capo della Chiesa? … absit!), bensì che egli è veramente Papa e
    che si comunica in tutto e per tutto con lui.
    Infatti poiché Benedetto XVI, a causa della sua intenzione abituale di non procurare il bene della Chiesa, non ha l’Autorità e non è formalmente Papa ma lo è solo materialmente (fino a prova del contrario!), non deve assolutamente essere citato come Papa legittimo nel Canone della Messa. Mons. Guérard des Lauriers diceva che citare Giovanni Paolo II al “Te Igitur” della santa Messa vuol dire commettere oggettivamente ed ineluttabilmente il doppio delitto di sacrilegio e di scisma capitale, e ciò avviene indipendentemente dall’intenzione soggettiva di chi celebra o di chi assiste. Dire “una cum…” all’inizio del Canone, proprio quando comincia il momento più solenne del Sacrificio, equivale ad affermare (almeno in senso teologico, anche se non semantico) che la Chiesa di Dio, santa e cattolica è veramente “una cum” [cioè una cosa sola] con il servo di Dio che è il Papa nostro, poiché dove c’è Pietro c’è la Chiesa (Ubi Petrus ibi Ecclesia). Nel nostro caso Giovanni Paolo II, in quanto promulga e proferisce abitualmente l’eresia non può e non vuole essere il Papa della Chiesa Cattolica, né può essere quindi “una cosa sola” con la Chiesa di Gesù Cristo. Asserirlo è un errore ed un errore grave che concerne la Fede; la Messa celebrata “una cum Benedicto” è perciò oggettivamente macchiata da un sacrilegio, che disonora Dio, priva le anime della grazia e non è ben accetta al Signore.
    In secondo luogo dirsi “una cum” significa pure che si celebra necessariamente in unione e sotto la dipendenza e la mediazione di quella persona che si proclama essere “papa”, anche se realmente questa persona non lo è, poiché si trova in stato di scisma dalla Chiesa a causa del suo rifiuto di esserne il vero e legittimo capo (scisma capitale).
    Questa interpretazione, propria di Mons. Guérard, è confermata dal padre Cappello che citiamo qui di seguito: « I sacerdoti scismatici, benché sacrifichino validamente in nomine Christi, tuttavia non offrono il sacrificio, come ministri della Chiesa ed in persona della stessa Chiesa. Il sacerdote infatti ha per consegna dalla Chiesa che in suo nome preghi, interceda ed offra, e quanto a questo la Chiesa può privarne il sacerdote scismatico, affinché non sacrifichi in suo nome » (4).
    Quindi il sacerdote riceve l’ordine di celebrare la Messa dalla Chiesa attraverso la mediazione del Papa, e dichiarandosi “una cum” quel Papa che lo “invia”, se ne dichiara nello stesso tempo suddito, e se questo “papa” non è il legittimo Papa della Chiesa, allora quel sacerdote partecipa anche allo scisma di costui. (Cfr. a questo proposito l’intervista a Mons. Guérard des Lauriers in “Sodalitium” n. 13 pagg. 22-24).
    Per questi due motivi i fedeli, che vogliono confessare integralmente la Fede, non devono assistere a quelle messe in cui il celebrante cita Benedetto XVI al “Te ígitur” del Canone.
    Dopo aver esposto la questione di principio, da un punto di vista teologico, vediamo
    come si dovrà fare dal punto di vista liturgico.
    Il sacerdote celebrante, dovrà omettere quelle parole che riguardano il Papa ed il vescovo diocesano, come specifica il “Ritus servandus…” nel luogo citato sopra, dovrà dire soltanto: « … in primis, quæ tibi offerimus pro Ecclesia tua sancta cathólica: quam dignéris toto orbe terrarum: et omnibus orthodóxis, atque cathólicæ et apostólicæ fídei cultoribus.» (Canon Missæ, Te ígitur).
    Questa interpretazione delle rubriche del Messale è confermata dal consenso praticamente unanime dei liturgisti e rubricisti, tra cui il Martinucci, detto il principe dei liturgisti (cfr. PIO MARTINUCCI, Manuale sacrarum cæremoniarum, vol. I, lib. I cap. XVIII n. 79), O’ Connell (The celebration of Mass, The Bruce Publishing Company, vol II pag. 87) Sterky, De Carpo ed il padre Le Brun (P. LE BRUN, R.P. Explication litterale, historique et dogmatique des prières et des ceremonies de la Messe, Paris 1726).
    Il nostro confratello americano don Cekada, venuto qui a Verrua per la riunione sacerdotale in ottobre ci faceva giustamente notare come fosse sbagliata la locuzione: “una cum … omnibus orthodóxis…” usata da molti sacerdoti poiché contraria alle rubriche stesse del Messale che prevedono appunto l’omissione di tutta la frase, nel caso in cui la Sede Apostolica e quella episcopale siano vacanti.
    Possano queste poche righe illuminare quei fedeli e quei confratelli nel sacerdozio che ancora non si sono posti il problema dell’“una cum”, e confermare nella fede gli altri che da anni combattono la buona battaglia per la Chiesa. Che Dio conceda a tutti noi, grazie ai meriti infiniti del Sacrifico dell’oblatio munda del suo Figliolo Gesù, di poter celebrare un giorno questo stesso Santo Sacrificio “in unione” (una cum) con un legittimo successore di Pietro e Vicario di Cristo.

    Note
    1) “Dove si dice: insieme con il tuo servo il Papa N., si dice il nome del Papa: invece quando la sede è vacante si omettono le suddette parole”.
    2) Papa Benedetto XIV, De Sacrosanto Missæ Sacrificio, appendix XVI ad lib. II, § 12, Citato sempre da “Sacerdotium” n. VI pars hiemalis 1993 pag. 42.
    3) F. LUCIUS FERRARI O.F.M., Bibliotheca Canonica etc. (Romæ: ex Typographia polyglotta, 1866) II pag. 50.
    Citato dalla rivista americana “Sacerdotium” n. VI pars hiemalis 1993 pagg. 46-47.
    4) CAPPELLO FELIX M. S.J., Tractatus Canonico-moralis de Sacramentis, Marietti Torino 1962, I pag. 462. Citato sempre da “Sacerdotium” n. VI pars hiemalis 1993 pag. 65.
    Ultima modifica di Guelfo Nero; 04-12-11 alle 02:48

  2. #32
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    Predefinito Rif: Punti Fermi

    Punti fermi sulla successione apostolica nel "Novus Ordo"

    Come sintetizza l'Eccellenza Sanborn: "Esiste una distinzione reale tra la semplice occupazione della sede e il possesso dell'autorità; inoltre queste due realtà possono essere separate.Questa distinzione è il fondamento stesso della Tesi Materialiter-Formaliter; appunto perché, la designazione a ricevere l'autorità non implica necessariamente il possesso dell'autorità e se la persona designata ponesse un qualche ostacolo a ricevere quell'autorità che naturalmente conviene alla designazine ricevuta, rimarrà nello stato puramente materiale quanto all'autorità. In tal caso, il soggetto della designazione non perderebbe la designazione stessa a meno che non le fosse tolta legalmente, ma nello stesso tempo non possiederebbe l'autorità e non sarebbe papa o vescovo del luogo "simpliciter", ma lo sarebbe soltanto "secundum quid", cioè dispositivamente. Inversamente, la perdita o il nudo non-possesso della autorità non esclude la designazione legale. La designazione legale a ricevere l'autorità da una parte e il possesso stesso dell'autorità dall'altra, sono due cose realmente distinte e separabili."

    In questo senso dunque, la successione apostolica, nel suo nucleo essenziale, è pienamente garantita.
    Questo per quanto riguarda la giurisdizione, per quanto riguarda l'ordine sacro: si possono occupare fisicamente e legalmente parrocchie e vescovadi (e ricordo che l'episcopato NON è un sacramento ma la pienezza dell'Ordine sacro), senza avere ricevuto alcun ordine sacro.
    Lo fecero gli anglicani per secoli, finchè Leone XIII stabilì l'invalidità delle loro ordinazioni, possono farlo a maggior ragione i modernisti.
    Per secoli quegli inglesi finsero di consacrare, celebrare, assolvere, confermare etc etc, eppure quoad Deum non fecero assolutamente nulla se non una grottesca ed ingannevole parodia.
    L'anglicanizzazione (per quanto riguarda la validità degli ordini) di quella parte della Chiesa Cattolica che ha aderito allo Scisma capitale, creato dal "Vaticano II", è per noi cattolici, più di un ipotesi, è un fatto, direi anzi, il Fatto principale che ha prodotto il "Concilio", ben prima dell'ecumenismo o del liberalismo religioso o del filogiudaismo.
    Tutto questo non deve però far credere che la CHiesa abbia cessato di esistere, Essa vive nella materialità delle vuote giurisdizioni e nella continua ed interrotta celebrazione della Santa Messa, pratica sacramentale (con annessa formazione cattolica) dei cattolici rimasti fedeli allo status quo ante la dilacerazione del 1965.

  3. #33
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    Predefinito Re: Rif: Punti Fermi

    Citazione Originariamente Scritto da Guelfo Nero Visualizza Messaggio


    L'Ammenda mirabile formulata alla fondazione dell'Istituto "Mater Boni Consilii".

  10. #40
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    Predefinito Re: Rif: Punti Fermi

    : Quidlibet : › Saved by Context? The ’68 Rite of Episcopal Consecration

    Sull'anglicanizzazione del "sacerdozio" modernista.

 

 
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