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Discussione: Itaglians

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    Predefinito Itaglians

    ROMA. L’ETERNA LOTTA CONTRO I GLADIATORI
    di Flavia Amabile
    Forse era così anche ai tempi dell’antica Roma, e in realtà questa è solo una fedele rappresentazione del passato. Faceva però un certo effetto ieri mattina nel mezzo di piazza Venezia, ai piedi dell’Altare della Patria, vedere i gladi sguainati e gli elmi rotolare in strada durante una colluttazione tra gladiatori. Era una trappola creata da trenta vigili urbani intervenuti nelle aree più frequentate dai turisti con un blitz contro il racket dei gladiatori al Colosseo.
    Da mesi si accumulavano le denunce di alcune agenzie turistiche. Hanno raccontato di minacce, intimidazioni, violenze da parte di un racket di sette famiglie italiane collegate a cinque agenzie. I membri delle famiglie del racket, molti con vari precedenti penali, stazionavano davanti ai monumenti vestiti da gladiatori. E chi non era collegato veniva escluso, nessuna possibilità di lavorare davanti ai principali monumenti romani anche con aggressioni fisiche e minacce di incendiare auto e motorini privati.
    Per cogliere in flagrante i gladiatori sono arrivati vigili camuffati da netturbini e altri due agenti in elmo e armatura. Quando i gladiatori del racket hanno visto i concorrenti sono scattati: «Questa è zona mia, non puoi starci anche tu. Mi togli il lavoro». Sono stati immediatamente circondati e ammanettati. Venti i fermati, di cui nove denunciati per violenza privata. I controlli proseguiranno per garantire chi lavora regolarmente nel settore turistico della Capitale.
    Di qui, però, a dire che il racket dei gladiatori sia stato sgominato c’è una bella differenza. Se ne parla da anni. Ci provò nel 2002 Walter Veltroni, allora sindaco di Roma. Propose di istituire un albo: i gladiatori avrebbero dovuto iscriversi ad un elenco comunale ed ottenere un tesserino di riconoscimento e rispettare un listino di tariffe prestabilite. E poi avrebbero dovuto sostenere un esame di cultura generale, inglese e gestione dei rapporti umani da sostenere. Ad ognuno sarebbe stato assegnato un solo monumento, e in dotazione avrebbero avuto un equipaggiamento d’epoca oltre che una macchina Polaroid per fare foto a prezzi regolamentati.
    Passeranno altri sei anni prima che Veltroni lasci il Campidoglio ad Alemanno ma della proposta non se ne farà mai nulla. Un anno e mezzo fa circa scoppia una rissa tra quattro italiani e due cittadini senegalesi davanti al Colosseo. Un altro racket. Si erano messi d’accordo per un turno settimanale. Quando una mattina uno dei due gruppi non rispettato il codice dei turni, scatta la rissa. A quel punto interviene prima il direttore del dipartimento della Polizia Provinciale di Roma, Luca Odevaine. Promette una pattuglia fissa davanti al Colosseo per evitare futuri problemi di abusivismo.
    Quindi ci prova Mauro Cutrufo, vice sindaco della giunta Alemanno. Annuncia una proposta di legge contro lo «stalking del turista», «affinché i visitatori (non solo di Roma, ma anche di altre città italiane) non debbano più essere perseguitati da centurioni o venditori ambulanti.».
    Promesse, annunci, tentativi. Ieri il nuovo blitz. Ma in quasi dieci anni di sforzi nessun provvedimento serio è stato deciso dalle giunte che si sono susseguite. E ogni mattina si ripete la solita scena di spartizione del terrritorio e di caccia al turista costretto a pagare fino a venti euro per una foto con gladiatore al fianco.
    ROMA. L’ETERNA LOTTA CONTRO I GLADIATORI ADGNEWS24.COM

    ECCO COME IL SISMI DI POLLARI AL “SERVIZIO” DEL GOVERNO BERLUSCONI PAGAVA I TALEBANI
    di Gianluca Di Feo e Stefania Maurizi
    I soldati italiani in Afghanistan combattono, uccidono e muoiono. I bollettini di guerra sui nostri militari colpiti ormai sono quasi quotidiani: in due settimane ci sono stati due caduti e dieci feriti. Un tributo di sangue elevato, pari a quello degli altri eserciti occidentali impegnati contro i talebani in questa estate di fuoco. Ma fino a due anni fa le nostre perdite erano molto più basse, tanto da venire citate come prova di una voce che circolava in tutti i comandi della Nato: il governo di Roma paga i guerriglieri per evitare attacchi. Un’accusa sempre smentita dai ministri che adesso prende consistenza nei cablo segreti, ottenuti da WikiLeaks e pubblicati in esclusiva da “l’Espresso“. Con una rivelazione fondamentale: nel giugno 2008 George W. Bush ha domandato personalmente a Silvio Berlusconi di farla finita con le tangenti ai miliziani fondamentalisti.
    Lo ha chiesto nel primo summit dopo il ritorno al potere del centrodestra, ottenendo “la promessa del Cavaliere ad andare a fondo nella questione“.
    I documenti riservati di Washington mostrano come il problema fosse diventato fondamentale per gli americani, che continuavano a ricevere rapporti dall’intelligence e dalle altre nazioni schierate in Afghanistan, sempre più insofferenti per la “scorciatoia” usata dagli italiani. Secondo le informazioni raccolte dai nostri alleati, i “pagamenti per la protezione” servivano a sancire tregue tra le truppe di Roma e i guerriglieri nei territori più caldi. Dal 2008 in poi ci sono almeno quattro dossier della diplomazia statunitense che sollecitano interventi al massimo livello sul governo Berlusconi per stroncare il giro di mazzette. Fino all’estate 2009, quando con la prima offensiva della Folgore anche i nostri militari sono passati all’assalto dimostrando la nuova volontà bellica del centrodestra. Ma da allora anche il numero di bare avvolte nel tricolore è cominciato a crescere, sempre di più fino a quadruplicare: nei primi quattro anni erano state sei, negli ultimi due sono state 24 a cui vanno aggiunti oltre cento feriti. Un lungo elenco di uomini che si sono sacrificati per rendere credibile la nostra politica estera.
    Il forte segnale degli Usa.
    Il primo dei file scoperti da WikiLeaks è dell’aprile 2008, alla vigilia delle elezioni che portarono alla vittoria del centrodestra, quando l’ambasciatore Ronald Spogli definisce la strategia verso il prossimo governo. A partire dalla priorità di ottenere un potenziamento del dispositivo in Afghanistan. “Sia Berlusconi che Veltroni saranno riluttanti ad esporre i soldati italiani a rischi più grandi. Faremo pressioni perché le truppe assumano un atteggiamento più attivo contro gli insorti. Daremo anche un forte segnale opponendoci all’abitudine del passato di pagare denaro per ottenere protezione“. Quando il Cavaliere si insedia a Palazzo Chigi gli emissari di Washington cominciano subito a farsi sentire con decisione. Il 6 giugno, anniversario dello sbarco in Normandia, Spogli incontra il presidente del Consiglio e Gianni Letta per definire l’agenda dei colloqui con il presidente Bush. “L’ambasciatore ha detto a Berlusconi che continuiamo a ricevere fastidiosi resoconti sugli italiani che pagano i signori della guerra locali e altri combattenti…“.
    Stando ai documenti ufficiali, nel successivo vertice con Bush “in merito alle accuse di pagamenti italiani ai leader degli insorti per evitare attacchi, Berlusconi ha promesso che andrà fino in fondo“. Insorti è il termine con cui gli americani chiamano tutti i miliziani attivi in Afghanistan: fondamentalisti talebani, signori della guerra locali e terroristi di Al Qaeda. Ma quattro mesi dopo la situazione non è cambiata. Anzi, nel suo resoconto indirizzato all’attenzione della Casa Bianca, Spogli è ancora più duro. Loda la decisione di concentrare i 2.200 soldati nella Regione Ovest, sottolineando però il peso dell’affaire tangenti. “Disgraziatamente, l’importanza del contributo è messa a repentaglio dalla crescente reputazione negativa degli italiani che evitano i combattimenti, pagano riscatti e denaro per ottenere protezione. Questa reputazione è basata in parte su voci, in parte su informazioni dell’intelligence che non siamo stati capaci di verificare completamente. Resta il fatto che gli italiani hanno perso 12 soldati in Afghanistan (questa cifra include le vittime di incidenti, ndr.), meno di gran parte degli alleati con responsabilità simili. La maggioranza degli scontri nella zona affidata all’Italia sono stati condotti dalle forze americane o dell’esercito di Kabul. Le indicazione che abbiamo ricevuto dal quartiere generale della Nato suggeriscono che questo comportamento potrebbe provocare tensioni tra gli alleati“.
    A forza di insistere Washington sembra ottenere il risultato. Nella primavera 2009 la spedizione viene raddoppiata ed entrano in campo i parà. La Folgore va all’offensiva, respingendo i miliziani con raid e incursioni di elicotteri Mangusta. La “bolla di sicurezza” intorno alle basi occidentali viene allargata. Nello stesso periodo però crescono anche i caduti, fino al terribile agguato del 17 settembre quando a Kabul vengono uccisi sei paracadutisti e altri quattro restano feriti: l’attentato più grave subito dai militari italiani dopo la strage di Nassiriya. Che adesso potrebbe essere riletto in una luce diversa dopo i documenti “sulle mazzette in cambio di protezione“.
    Fonti dell’intelligence hanno confermato a “l’Espresso“ che ci sono stati pagamenti a capi locali, spesso alleati dei talebani, nell’area della capitale. E’ la prima zona dove i nostri soldati si sono schierati a partire dal 2004, fino a ottenere per alcuni semestri la responsabilità della sicurezza di tutta Kabul. I fondi per queste “operazioni coperte” sono stati gestiti dal Sismi, allora diretto da Nicolò Pollari, durante il vecchio esecutivo di Silvio Berlusconi. Solo nei primi due anni della missione afghana il servizio segreto militare ha ottenuto oltre 23 milioni di euro extra per “attività di informazioni e sicurezza della Presidenza del consiglio dei ministri”. Ma le elargizioni sarebbero proseguite anche durante il governo Prodi. E in città non ci sono mai stati attacchi contro gli italiani. L’unico episodio grave è l’imboscata del settembre 2009, una trappola così potente da dilaniare due veicoli blindati Lince: è scattata dopo la fine di ogni regalia, poche settimane prima che il nostro contingente traslocasse nella regione di Herat. Le conclusioni dell’inchiesta su quel massacro non sono mai state rese note. Di sicuro, nel mirino c’era proprio la Folgore: una rappresaglia per le azioni dei parà o la moratoria delle mazzette ha pesato sulla ferocia dell’assalto?
    Pagamenti alle milizie fondamentaliste ci sarebbero stati anche nel dicembre 2007 quando l’Italia prese il comando del distretto di Surobi, considerato uno dei più pericolosi di tutto il Paese, lungo la direttrice che va da Kabul verso il Pakistan. Per sei mesi alpini e parà presidiarono la vallata, in un periodo di eccezionale serenità che permise anche di aiutare villaggi dove le truppe occidentali non avevano mai messo piede. Ci fu un solo caduto, il maresciallo Giovanni Pezzullo, colpito proprio mentre trasportava cibo alla popolazione. Ma quando nell’agosto 2008 i nostri vennero sostituiti dai francesi, al loro esordio assoluto in Afghanistan, si scatenò l’inferno. Dieci legionari morirono e 21 furono feriti in un’imboscata, che colse di sorpresa la spedizione di Parigi. Sui giornali francesi vennero fatte filtrare accuse durissime contro Roma: “Gli italiani ci hanno taciuto i pagamenti ai miliziani, ecco perché siamo stati presi alla sprovvista“. Un anno dopo, “The Times” ha pubblicato in prima pagina un articolo molto informato sulle tangenti italiane ai talebani per “decine di migliaia di dollari”. L’articolo faceva riferimento anche alla protesta dell’ambasciata americana con Berlusconi. All’epoca, tutti smentirono: sia i vertici dell’Alleanza atlantica, sia i ministri di Roma. Ma, come raccontano i cable di WikiLeaks, in quell’autunno 2009 l’intervento personale di George Bush aveva già fatto finire le mazzette.


  2. #2
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    Predefinito Rif: Itaglians

    italy is middle east.
    Rubano, massacrano, rapinano e, con falso nome, lo chiamano impero; infine, dove fanno il deserto dicono che è la pace.
    Tacito, Agricola, 30/32.

  3. #3
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    Predefinito Rif: Itaglians

    Ecco invece il tipico comportamento dei leghisti, simile in tutto e per tutto a quello adottato in nord europa.

    La band di Maroni «protegge» Simona - Corriere della Sera
    "la Le Pen col 40% avrà incassato una grande vittoria" (Candido)


  4. #4
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    Citazione Originariamente Scritto da Qassim Visualizza Messaggio
    Ecco invece il tipico comportamento dei leghisti, simile in tutto e per tutto a quello adottato in nord europa.

    La band di Maroni «protegge» Simona - Corriere della Sera


    simona paudice repapelle: repapelle: repapelle:

    http://www.gens.labo.net/it/cognomi/...DICE&t=cognomi
    Ultima modifica di sciadurel; 14-08-11 alle 16:14

  5. #5
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    Predefinito Rif: Itaglians

    Pensavo che fosse margherita pautasso o adalgisa brembilla.
    Rubano, massacrano, rapinano e, con falso nome, lo chiamano impero; infine, dove fanno il deserto dicono che è la pace.
    Tacito, Agricola, 30/32.

  6. #6
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    Predefinito Rif: Itaglians

    E intanto oggi hanno detto di aver scoperto nell'anno in corso circa 3000 falsi invalidi.
    Secondo voi da che parte di questo schifo di Paese vengono?
    “Pray as thougheverything depended on God. Work as though everything depended on you.”

  7. #7
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    Citazione Originariamente Scritto da UgoDePayens Visualizza Messaggio
    E intanto oggi hanno detto di aver scoperto nell'anno in corso circa 3000 falsi invalidi.
    Secondo voi da che parte di questo schifo di Paese vengono?

    una goccia nel mare ... i falsi invalidi sono più di un milione

  8. #8
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    Predefinito Rif: Itaglians

    Metto questa bella intervista in questo thread non con riferimento all’intervistato (un milanese con origini toscane) ma alla battuta romanesca dell’”inviato” RAI…

    L’uomo che ha inseguito le guerre del mondo
    Si presentò alla Notte con la valigia in mano, Nutrizio lo assunse subito. Ferito tre volte, ora vive in un convento: "La stampa oggi? Troppe livree"
    di Stefano Lorenzetto
    Per ogni giornalista l’incubo peggiore è il lead, l’attacco del pezzo. Indro Montanelli diceva: «Se conquisto il lettore nelle prime righe, riesco a portarmelo appresso sino alla fine». Lucio Lami, che all’ombra del gigante di Fucecchio ha lavorato per vent’anni qui al Giornale, mi spiega che inizierebbe questo articolo su sé stesso come se fosse un libro di fiabe per ragazzi: «E cammina, cammina...». Lami era inviato speciale di guerra e per una vita ha camminato in mezzo ai cadaveri. Adesso ha finalmente ritrovato la pace nel cenobio della Madonna del Faggio, una chiesetta costruita fra i boschi di Compiano (Parma), borgo appenninico della Val di Taro. L’oratorio fu edificato nel 1485, dopo che in quel luogo la Vergine era apparsa a una ragazza muta dalla nascita e le aveva restituito il dono della parola.
    Lami cercava un posto dove ricomporre il corpo e lo spirito, stremati sui fronti della Cambogia, del Laos, della prima e della seconda guerra del Golfo, del Libano, dell’Afghanistan, del Ciad, dell’Eritrea, tra le guerriglie del Fronte Polisario, dell’Irlanda, dell’Etiopia, della Somalia, dell’Angola, del Mozambico, del Nicaragua, del Perù. Ha ottenuto in affitto dal parroco il complesso monumentale abbandonato e l’ha restaurato a sue spese. «Quando arrivo da Milano, la prima cosa che faccio è chiedere al prete di portarmi il Santissimo: lo metto nel tabernacolo e riapro al pubblico la chiesetta».
    Accade nella bella stagione, perché d’inverno sarebbe impossibile vivere qui. Ha abbellito il tempio con le opere d’arte donate dai suoi amici artisti: un Giovanni XXIII scolpito da Mario Donizetti, il pittore bergamasco che ha firmato ritratti per la copertina di Time; un San Pietro e una Deposizione di Claudio Sacchi, l’allievo prediletto di Pietro Annigoni; una Madonna di Bruno Grassi. Nella foresteria, adattata a studio, ha appena finito di scrivere Giorni di guerra, pubblicato da Mursia, che raccoglie i suoi reportage. E sulla collina di fronte, nel castello di Compiano, il prossimo 27 agosto consegnerà come ogni anno il premio letterario Pen club di cui è fondatore e presidente (acronimo di poets, essaysts, novelists, poeti, saggisti, romanzieri, perché nacque a Londra nel 1921), l’unico dove il vincitore viene scelto da 350 soci scrittori.
    Lami è nato a Varedo (Milano): il padre vi era giunto come funzionario della Montecatini. La sua famiglia è originaria di Santa Croce sull’Arno: «Un Meo Lami nel 1240 consegnò la Valdarno a Firenze». A 24 anni, con l’ultimo stipendio da sottotenente di cavalleria, abbandonò Vicenza, dove il papà era stato nel frattempo trasferito. Lasciò alle 4 di notte un biglietto per i genitori sul tavolo di cucina: «Vado a Milano a fare il giornalista».
    Sceso dal treno all’alba, vide l’insegna luminosa della Notte, il quotidiano del pomeriggio fondato da Nino Nutrizio, che aveva sede in piazza Duca d’Aosta, di fianco alla stazione Centrale. «Pensai: toh, che combinazione, un giornale! Salii in redazione e chiesi al fattorino di parlare col direttore. “Ha un appuntamento?”. Certo. “Il suo cognome?”. Lami. “Attenda qui”. L’ometto tornò poco dopo: “Il direttore la aspetta”. Nutrizio, che manco sapeva chi fossi, non fece una piega: “In che cosa posso esservi utile?”. Dava del voi a tutti. E io: vorrei fare il giornalista o anche l’addetto delle pulizie, se necessario, basta che mi mettiate alla prova. Il direttore alzò la cornetta del telefono e compose l’interno del capocronista Camillo Brambilla: “C’è qui un altro pazzo. Vedete che cosa sa fare”».
    Qualche tempo dopo Nutrizio annunciò a Lami: «Voi sarete il primo novizio ad avere una rubrica firmata», e tirò fuori da un cassetto il cliché bell’e pronto della testatina: Il ficcanaso al mercatino. «Fui mandato in giro per i rioni a intervistare le massaie che facevano la spesa. Ho imparato così a scarpinare. Primo titolo: “Perché aumenta la passagrassana”. È un tipo di pera». La rubrica piacque a Oreste Del Buono, vicedirettore di Quattrosoldi, il periodico gemello di Quattroruote inventato da Gianni Mazzocchi, che lo convocò e lo assunse.
    Da lì in avanti ha lavorato per tutti i grandi editori: con Edilio Rusconi a Gente; con Angelo Rizzoli da direttore di Bella; con Arnoldo Mondadori da caporedattore di Epoca. Poi inviato del Giornale e direttore, in successione, dell’Indipendente, dell’Uomo Qualunque e di Commentari, dove chiamò a collaborare i filosofi Karl Popper e Jean-François Revel. Quest’ultimo, che fu direttore dell’Express, ha collocato Lami nel pantheon dei grandi inviati del XX secolo. «Sono in pensione dal 2002 e da allora ho fatto voto di non scrivere più sui giornali. Non li identifico con la professione che ho svolto per 42 anni. Troppe livree».
    Perché ha fatto il giornalista?
    «Potrà sembrare una banalità: per vocazione. Già alle elementari le maestre annotavano sui miei temi: “Non è farina del suo sacco”. In classe leggevo di nascosto i libri di Emilio Salgari. Ho cominciato a viaggiare da bambino, con la fantasia. Mia moglie aveva suddiviso il guardaroba per stagioni e per continenti. Tornavo a casa una volta al mese. Mi chiedeva: “Adesso dove vai?”. Mi preparava la valigia e ripartivo».
    Che differenza c’è fra l’ultima guerra mondiale, che lei vide con gli occhi di bambino, e quelle che ha seguito per Il Giornale?
    «L’informazione....
    Prima i giornalisti andavano e raccontavano. Adesso sono embedded, vengono intruppati e portati a vedere solo ciò che interessa a una della parti belligeranti. Durante la guerra Iran-Irak mi feci fregare anch’io. Gli iracheni mi portarono con Ettore Mo del Corriere della Sera in prima linea, dove si sparava. “State giù!”, ci urlavano. La faccenda puzzava parecchio. Perciò l’indomani noleggiai con Mo una jeep e tornai sul luogo: il fronte era 50 chilometri più avanti. Gli ufficiali di Saddam Hussein avevano organizzato un bel presepio solo per noi due…».
    Perché si dichiarano le guerre?
    «Quelle di ieri per motivi territoriali, espansionistici. Quelle di oggi per interesse: petrolio, gas, giacimenti. I tecnocrati della guerra, disposti a commettere sbagli coscientemente per aiutare la politica, studiano come farle e non s’interrogano mai sul dopo. Gli americani sono autentici specialisti in materia».
    I soldati più valorosi che ha visto combattere?
    «Valorosi? Mah, non mi pare più il tempo del dulce et decorum est pro patria mori di Orazio. Resta l’ardimento, e su quello gli israeliani non li frega nessuno».
    Ha mai rischiato di morire in guerra?
    «Almeno tre volte. In Cambogia arrivò un colpo di mortaio durante il funerale di alcuni bonzi uccisi in battaglia. Scappando, sentivo un piede caldo e uno freddo. Mi fermai, tolsi lo scarpone: avevo una scheggia infilata nel metatarso destro. A Beirut un cecchino mi sparò mentre andavo a intervistare un capo maronita: il proiettile strisciò sulla pancia aprendomi il derma come se fosse lardo, per fortuna senza che fuoriuscissero le budella. Tacqui col Giornale perché non volevo spaventare la mia famiglia. A sera il caporedattore Leopoldo Sofisti mi rintracciò al telefono: “Ma brutto stronzo! Sei ferito o no?”. L’aveva saputo da un lancio dell’agenzia Reuters».
    Il terzo incontro ravvicinato con la morte?
    «In Paraguay, la notte del golpe contro il presidente Alfredo Stroessner. L’ambasciatore italiano mi stava riportando in albergo dopo avermi ospitato a cena. L’auto fu crivellata di colpi da un carro armato. Una pallottola mi trapassò la pancia e uscì dalla schiena. Ero ridotto a uno scolapasta: buchi dappertutto. E io, cretino, mi preoccupavo solo di raccogliere fra le mani il sangue che mi colava dalla bocca per non imbrattare il vestito buono con cui l’indomani avrei dovuto presentarmi da Stroessner per un’intervista. Ho ancora una scheggia incistata nello zigomo e una nella coscia, a quattro dita dalle palle, sarà fortuna o no?».
    Quanti morti ha visto?
    «Eeeh...». (Tace). «È il motivo per cui vivo in convento. Ho cominciato a 11 anni. Undici partigiani fucilati dai tedeschi a Varano Marchesi, nel Parmense, dov’ero sfollato. Mio zio arciprete mi consegnò un pacchetto di fazzoletti bianchi: io coprivo i volti e lui impartiva l’assoluzione alle salme. Da allora ho un rapporto fraterno con la morte. Non mi fa paura. La considero un momento di transizione».
    Ha mai pianto?
    «No. Avevo una reazione diversa: m’irrigidivo come un ulivo».
    Il posto più infame dov’è stato?
    «La brusse angolana. Mi venne una crosta sulla pelle. Jonas Savimbi, il leader guerrigliero, diede ordine di bucare un bidone d’acqua perché potessi farmi la doccia. Mentre mi lavavo, uno dei suoi soldati mi urlò: “Don’t move!”, non muoverti. Una vipera del Gabon stava strisciando fra i miei piedi seguendo il rigagnolo».
    Dove trovava la forza per resistere?
    «Nell’indomabile volontà di arrivare a vedere quello che bisognava vedere....
    In Afghanistan ricordo tappe a piedi di 30 chilometri sul Karakorum con i mujaheddin».
    Oggi i giornali non hanno più le risorse per permettersi un inviato in giro per il mondo.
    «Anche lo Stato è povero. Poi vai a vedere i capitoli di spesa e scopri cose turche. Nei giornali è accaduto lo stesso da quando i direttori, che prima erano monarchi assoluti, hanno cominciato a prendere ordini da manager e pubblicitari».
    È stato direttore anche lei.
    «Sempre per poco tempo. Arrivai alla guida del settimanale Bella dopo il giallista Giorgio Scerbanenco e fui costretto a lasciarla perché Enzo Biagi, direttore editoriale, aveva promesso quel posto a una parente del presidente dell’Eni. Tutti i giorni incontravo in ascensore Angelo Rizzoli. “Ma lu chi l’è?”, mi chiedeva il mitico cumenda. Sono Lami. “E còssa l’è ch’el fa?”. Sono il direttore di Bella. “Diretùr? Inscì gióvin?”. Eh sì, commendatore. “Vœur dì che l’è bravo”».
    In un saggio lei sostiene che la comunicazione ha sostituito l’informazione. Sembrerebbero sinonimi.
    «Non lo sono. La comunicazione praticata oggidì è l’informazione privata del rapporto morale tra chi la fa e chi la riceve. Una mattina a Santiago del Cile feci un giro con l’inviato della Rai. Più tardi ascoltai il suo servizio con la mia radio a 12 bande. Parlava di due morti e quattro feriti. A cena gli chiesi: ma dove accidenti li hai visti, che sei sempre stato con me? Mi rispose: “Ahò, la volemo dà ’na mano alla democrazia?”».
    Vede la possibilità di uno scontro armato fra Occidente e Islam?
    «Non ce ne sarà bisogno. Da tempo la prolificazione ha sostituito la scimitarra. I musulmani stanno combattendo una guerra demografica e religiosa, favorita dalla crisi della Chiesa cattolica. Il Corano è un ariete che penetra dove il Vangelo ha ceduto il passo alla sociologia».
    Molta violenza urbana non dipenderà dal fatto che le nuove generazioni non hanno conosciuto quegli eventi tragici, ma in qualche modo regolatori, che erano le guerre?
    «È quello che dico sempre alle mie due figlie: a voi è mancata una guerra. L’uomo ha smarrito lo spirito di sacrificio. Il prossimo passo sarà l’autodistruzione».


  9. #9
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    Un impegno senza se e senza ma
    Scritto da Francesco Saverio Di Lorenzo
    Per chi non lo sapesse o fosse sfuggita la notizia, informo che Cicciolina, al secolo Ilona Staller, il prossimo 26 novembre compie 60 anni. L’evento non susciterebbe alcun interesse su di noi, se non fosse per il fatto che la pornostar è stata parlamentare italiana dagli anni 1987-1992 occupando, per l’intera legislatura, uno scranno della Camera dei Deputati tra le file dei Radicali di Marco Pannella.



    Un particolare non da poco, dato che l’ex onorevole dal mese successivo percepirà un vitalizio, previsto dalla legge, di circa 3 mila euro lordi al mese. Parliamo, avverto, di pensione previdenziale ed assistenziale, non certo di quella alla quale si è dedicata per tutta la sua vita che rimarrà tale. I fans stiano tranquilli, non si è ritirata, anzi, è attiva e sempre in auge.
    Si fa fatica spiegare ai giovani, ai disoccupati, ai genitori che perdono il posto di lavoro a tarda età, ai pensionati di vecchiaia, ai cassaintegrati, ai precari, ai ceti meno abbienti, ai ricercatori, ai dipendenti pubblici e privati, ai contribuenti ed ai risparmiatori Italiani, che esiste una norma parlamentare e legislativa che disciplina e regola l’avvenire pensionistico dei nostri Parlamentari, compresa la Cicciolina di turno.
    Beninteso, l’elenco sarebbe lungo. Alla pornostar si aggiungono Toni Negri, Gino Paoli, Pasquale Squitieri, solo alcuni dei parlamentari “prendi e fuggi” che percepiscono l’assegno bramato. Un cazzotto allo stomaco ai comuni mortali subissati da una crisi infinita per la sua vastità e tragicità, che rischia di minare le fondamenta stesse della società civile.
    Vitalizio a parlamentari e Cicciolina



    Ilona Staller, in arte Cicciolina, intervistata dal Corriere della Sera:
    “Ho lavorato duro, il mio non è stato il bunga bunga di un giorno, ma un ragionamento, una campagna elettorale intelligente. E faticosa. Giravamo per le piazze io, Moana e Ramba, ho perso molti chili per la fatica.



    E alla fine ho preso 20 mila preferenze, seconda solo a Pannella. Gli italiani mi hanno voluta.”


  10. #10
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    Talking Rif: Itaglians

    Citazione Originariamente Scritto da UgoDePayens Visualizza Messaggio
    E intanto oggi hanno detto di aver scoperto nell'anno in corso circa 3000 falsi invalidi.
    Secondo voi da che parte di questo schifo di Paese vengono?
    Mamma mia che quesito difficile !

 

 
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