



è vero che prevedevano di più, ma il discorso non "quanto", ma il solo esistere di interessi.
la guerra è un impegno economico, e come tale ha dei rischi evidenti, ci puoi guadagnare o perdere, o semplicemente guadagnare meno di quanto previsto, ma ciò non significa che gli interessi non ci fossero comunque.
se fai un investimento hai degli interessi, ma non è detto che alla fine della fiera non ricavi altro che perdite, per intenderci.
in fondo poi, se ci pensi, al di là dell'irredentismo sugli ex territori veneziani, avere tutta la dalmazia quali reali vantaggi portava? certo l'egemonia totale dell'adriatico, ma di fatto l'italia si ritrovò comunque egemone non avendo competitors all'altezza in quel mare
col senno di poi noi oggi sappiamo inoltre che avremmo perso comunque tutto di lì a poco grazie al duce, ma questo è un ulteriore altro discorso![]()
Ultima modifica di zlais; 25-08-11 alle 21:44
Il coro del Bunga Bunga:
Silvio: ♪fa ♪re ♪sol ♪do ♪fa ♪re ♪sol ♪do
I ministri: ♪mi ♪fa ♪fa ♪re ♪sol ♪do ♪mi ♪fa ♪fa ♪re ♪sol ♪do
Le ministre: ♪si ♪la ♪do ♪si ♪la ♪do ♪si ♪la ♪do
Il giudice: ♪si ♪fa ♪la minore ♪si ♪fa ♪la minore




Il coro del Bunga Bunga:
Silvio: ♪fa ♪re ♪sol ♪do ♪fa ♪re ♪sol ♪do
I ministri: ♪mi ♪fa ♪fa ♪re ♪sol ♪do ♪mi ♪fa ♪fa ♪re ♪sol ♪do
Le ministre: ♪si ♪la ♪do ♪si ♪la ♪do ♪si ♪la ♪do
Il giudice: ♪si ♪fa ♪la minore ♪si ♪fa ♪la minore


Nooooo, mi deludi!!!!!
Ci sono almeno 3 versioni gomblottiane:
Quella leggera -- Che è quella di Chomsky, secondo cui l'intervento fu motivato dal fatto che gli Stati Uniti avevano accumulato riserve di beni che non potevano più vendere nel resto del mondo, ridotto com'era alla guerra ed alla possibilità di autarchia... Da lì l'intervento armato ed il piano Marshall
Quella intermedia -- che è quella per cui Pearl Harbour fu concordato con i Giapponesi
Quella estrema -- Che è quella per cui furono fatte pressioni da parte della massoneria ebraica per farli entrare in guerra
Ricordati che da piccolo facevo anche io parte del club dei "gomblottini", grazie a Dio sono riuscito ad uscirne... un pò come la disintossicazione dalla Droga, adesso mi sento una persona libera :giagia:
Ovviamente tutte e 3 stronzate sono: Gli USA avevano bisogno di prendere tempo per cambiare la produzione di massa in produzione bellica, l'intervento a Pearl accelerò solo l'entrata in guerra.
Le motivazioni sono quelle della pace e della salvezza degli esseri umani, che Dio me li preservi a vita


ma infatti il mio non è complottismo, non potrei deluderti, se tu sei un complottista pentito son fatti tuoi
i beni dei giapponesi negli usa furono congelati ben prima dell'attacco, proprio come pressione diplomatica per i danni commerciali che gli usa stavano subendo nel pacifico, mentre ford con la germania faceva affari d'oro con le commesse, quindi gli affari pacifici erano molto più sentiti di quelli europei
che poi la questione abbia assunto toni da liberazione è vero, e fu effettivamente una liberazione (dio li ringrazi), ma non puoi dire non ci fossero secondi fini, senza i quali la libertà passava in secondo piano.
la libertà degli indiani, sterminati, e dei neri, segregati, in america non erano garantite, per esempio![]()
Ultima modifica di zlais; 25-08-11 alle 22:49
Il coro del Bunga Bunga:
Silvio: ♪fa ♪re ♪sol ♪do ♪fa ♪re ♪sol ♪do
I ministri: ♪mi ♪fa ♪fa ♪re ♪sol ♪do ♪mi ♪fa ♪fa ♪re ♪sol ♪do
Le ministre: ♪si ♪la ♪do ♪si ♪la ♪do ♪si ♪la ♪do
Il giudice: ♪si ♪fa ♪la minore ♪si ♪fa ♪la minore


E' logico che gli USA pensavano ad entrare in guerra ben PRIMA di Pearl Harbour. Appunto come avevo appena detto.
Sul "pentitismo", dovrei fare delle foto su tutti i libri anti-americani che ho a casa (risalgono a quando, ahimè, stavo con Rifondazione).. diciamo che ne avrò letti 6-7 volte più dei gomblottiani che circolano qui.
"Ti riconosco... mascherina" cantava il Piero Pelù
Ultima modifica di hidetoshi777; 25-08-11 alle 22:49


Per la questione degli interessi, nella vita ho già imparato diverse volte che l'azione più forte viene data dalla comunanza di intenti e di interessi.
In quel caso per me non c'è niente di eticamente sbagliato.
Ma in questo caso specifico, sono piuttosto sicuro che manco gli interessi ci sono.. è una mera comunanza di intenti (alias: "Rendere libero un popolo che reclama libertà come i suoi fratelli tunisini ed egiziani").
Per questo la NATO ha fatto poco... pochissimo... Avesse avuto anche qualche interesse dietro, avrebbe (giustissimamente) mobilitato le forze di terra e fatto fuori Gheddafi nel giro di mezza giornata.
Ultima modifica di hidetoshi777; 25-08-11 alle 22:56


Riccardo Galli
Libia: se l’Italia stava fuori, come volevano Berlusconi e Bossi
ROMA – E se in Libia avessimo fatto come dicevano Berlusconi e Bossi? Se invece di seguire la Nato e la comunità internazionale ci fossimo chiamati fuori dalla guerra contro Gheddafi appoggiandone, di fatto, la resistenza? La domanda è legittima, se la pone anche Antonio Polito sul Corsera, e diventa ancor più legittima vedendo tutti i politici che si schierarono contro l’intervento in Libia tacere sulle loro vecchie prese di posizione ora che i “ribelli” hanno vinto e che si sta aprendo la corsa a “riposizionarsi” in Libia. Una manciata di giorni dopo l’intervento contro il Raiss “impostoci dalla Francia”, abbiamo avuto bisogno dell’aiuto della Bce, e quindi anche della Francia, i nostri titoli di stato cominciavano ad assomigliare sempre più a carta straccia. Se avessimo seguito la linea leghista e i consigli del premier,la Bce ci avrebbe aiutato lo stesso? Le nostre aziende avrebbero avuto lo stesso accesso alle risorse libiche, quantomeno in termini di rapporti con il nuovo governo che nascerà? In altre parole, l’interesse nazionale sarebbe stato premiato da un non intervento? La risposta è, ovviamente, no.
Se Berlusconi, come ha più volte lui stesso dichiarato, non fosse stato costretto da Napolitano e da Obama ad intervenire in Libia e avesse agito di testa sua decidendo di non partecipare alla missione, come poi hanno più volte chiesto esponenti leghisti, l’Italia sarebbe andata incontro ad un “penale” politica, diplomatica ed economica. La verità è questa, e sarebbe bello se qualcuno di quelli che hanno osteggiato l’intervento, molti anche a sinistra, si ricordassero di quanto hanno sostenuto sino a ieri. Ma difficilmente accadrà.
Se l’Italia non avesse partecipato alla missione in Libia, oltre a chiamarsi fuori dalla comunità internazionale dato che una posizione neutra per il nostro paese era impensabile vista la nostra storia e la nostra collocazione geografica, avremmo avuto altre due conseguenze fortemente nefaste. In primo luogo ci saremmo naturalmente inimicato il nuovo governo libico, mettendo a rischio così i grandi interessi economici e strategici che abbiamo in terra libica regalando, di fatto, il monopolio della ricostruzione e del petrolio a francesi ed inglesi trasformando in carta straccia importanti accordi commerciali siglati da aziende come l’Eni e dal nostro stesso governo. Se avessimo fatto come dettava il cuore a Berlusconi e come dettava la tasca a Bossi…Berlusconi nei primi giorni della rivolta “non voleva disturbare Gheddafi”, poi raccontava di aver ceduto a “Napolitano e al Parlamento”. Bossi considerava soldi buttati quelli per navi ed aerei italiani che intervenivano e chiedeva di chiudere le basi italiane agli aerei alleati. Maroni diceva che ogni giorno di guerra in Libia portava all’Italia “solo clandestini”…Tutto dimenticato, tutto archiviato, tutto passato in cavalleria. Fino alla prossima volta, fino alla prossima occasione in cui si tratterà di individuare e non fuggire l’interesse nazionale.
25 agosto 2011 | 139
Libia: se l’Italia stava fuori, come volevano Berlusconi e Bossi | Blitz quotidiano


Degnissimo di nota, l'articolo ieri di Sofri su Repubblica.
Applausi a scena aperta
“LA POLIZIA DEL MONDO”, di ADRIANO SOFRI
24 agosto 2011 di giovannitaurasi
ADRIANO SOFRI da La Repubblica del 24 agosto 2011
Quasi sei mesi: sembravano senza fine, e ora passano per brevi e rapidi. In soli sei mesi, dice Obama, si è abbattuto un regime che durava da 41 anni. In questi mesi ciascuno dei protagonisti occidentali ha vacillato, soprattutto per le pressioni interne. Ma a quel punto una ritirata che si rassegnasse alla permanenza di Gheddafi al potere, anche solo della Tripolitania, sarebbe stata catastrofica. Per Francia, Gran Bretagna e Stati Uniti, per le Nazioni Unite, e soprattutto per la gente che si era ribellata. Augurarselo era affare di irresponsabili o di nemici così superstiziosi dell´arroganza occidentale da simpatizzare per la tirannide sanguinaria di un buffone. A fomentare la superstizione non mancavano i motivi, a cominciare dalla confidenza che tanti governi occidentali avevano accordato al buffone sanguinario. In Italia, quando era sbarcato coi pennacchi e arruolato le belle da 80 euro a lezione di Libretto Verde; a Parigi, dove aveva piantato la tenda a palazzo Marigny, e a B-H. Lévy che lo chiamò terrorista in visita di Stato, Sarkozy replicò: «Ci sono intellettuali che prendono il caffè in Boulevard Saint Germain, danno lezioni, ma non si sporcano le mani e non prendono rischi». Ne trassero conseguenze diverse, dal momento che alla feroce repressione del Raìs, Berlusconi farfugliò: «Non lo voglio disturbare», e Sarkozy decise di farla finita con lui, e di fare di Lévy il suo battistrada.
Bisognerà ammettere che il progetto – il sogno, se preferite – di una polizia internazionale esce molto contraddittoriamente da questa prova. L´autorizzazione del Consiglio di sicurezza – a un passo dall´invasione punitiva contro la ribelle Bengasi – è stata largamente oltrepassata dall´azione degli alleati maggiori e della Nato. La protezione dei civili è diventata l´abbattimento del regime. La contraddizione è largamente inevitabile nel sistema di relazioni internazionali. Chi mira a sottrarvisi escludendo ogni intervento di forza fuori dai confini della cosiddetta sovranità nazionale rischia di farsi complice, attivo o per omissione, di crimini immani. La controprova sta solo nel fatto compiuto.
Che cosa sarebbe accaduto della popolazione indifesa di una grande città come Bengasi, di lì a qualche ora? Sarebbe accaduto o no quello che Gheddafi e i suoi ferocemente giuravano? Non si sarebbe parlato di Srebrenica se Srebrenica fosse stata prevenuta, né del Ruanda se si fosse impedito il meticoloso indisturbato sterminio. Il mondo aveva una dichiarazione universale dei diritti, e almeno in una sua parte (mancano perfino gli Stati Uniti) si è dotato di un Tribunale Internazionale. Non di una polizia capace di un´efficacia universale e anche solo larga. Immaginate uno Stato in cui i tribunali non contino su una polizia efficace; o uno Stato in cui i criminali vengano affrontati solo se non siano troppo potenti. Succede, direte: ma almeno bisogna concordare che non debba essere così. In Libia si è intervenuti per una serie di cause. A qualcuno il massacro iniziato e quello annunciato sarà pesato, speriamo. Obama voleva mostrare di stare dalla parte della primavera nordafricana. Sarkozy era impopolare, e veniva da una sequela di figuracce, in Costa d´Avorio, in Tunisia – dove la sua ministro degli Esteri faceva vacanza durante la ribellione ventilando la collaborazione della gendarmeria francese con Ben Ali. Sarkozy forzò la mano: la Lega Araba, il Qatar, gli Emirati, gli tennero dietro. Arrivò a proclamare l´impegno giacobino della Francia «ovunque siano minacciate la libertà dei popoli e la democrazia». Altri, fra i regimi musulmani della regione, oscillavano fra l´arruolamento e la paura che toccasse a loro. Caduti Tunisia ed Egitto, la Siria di Assad resisteva e resiste, al costo di migliaia di vite spente a cannonate, e la resistenza di Gheddafi era il suo puntello principale: ora lo perde. Perché, obiettano gli antinterventisti di principio, in Libia sì e in Siria no? Per il petrolio? Ma Gheddafi era per noi il più affidabile dei benzinai. In Siria sì, vorrei dire, benché ne veda la difficoltà. E allora, perché in Libia sì e in Siria sì, e nella Cina del Tibet o degli Uiguri no? Perché la forza possiede ferocemente il mondo, ed è già molto riuscire a limarle le unghie, e strapparle il nome di diritto. La polizia internazionale costretta a usare i mezzi spropositati della guerra piuttosto che quelli proporzionati alla legge e al fine, e che deve fermarsi davanti a un criminale troppo potente, ha un solo esito, prima o poi: la guerra mondiale. E bisognerebbe tenerla in considerazione, coi tempi che corrono, l´eventualità che torni attuale la vecchia sporca nozione di guerra mondiale. I mezzi: la prima condizione che le Nazioni Unite si affrettano a decretare al momento di intervenire è che «non ci sarà alcuna azione di terra». Non ho competenze militari e tecniche, ma il ritornello dell´esclusione di ogni «azione di terra» è un feticcio ingiustificato, e anche odioso. La “comunità internazionale” agisce dall´alto dei cieli – l´apoteosi dei droni, che cancella ogni fisionomia umana – e lascia per definizione la terra ai suoi abitatori, alle ciabatte e le raffiche della gente dabbasso. Oltretutto è una finzione: hanno calcato la terra di Libia istruttori e forze speciali di più paesi. Ma in questa scissione di cielo e terra c´è un falso rispetto della gente di un posto, una falsa idea di invasione, come se invadessero solo i piedi sul suolo, e non le macchine nell´aria. Fu così in Kosovo, dettaglio (!) che rese odioso un intervento giustificato. Non si può decidere una volta per tutte, ma quella scelta dall´alto è lontana da un´azione di polizia, e più ancora da un´azione che voglia essere preventiva e di interposizione. E i mezzi della guerra, con la loro smisuratezza, conducono spesso a protrarre la violenza e a moltiplicarne le vittime. Prevenzione e interposizione sono rare, benché siano il cuore di ogni governo delle cose. E questo può riguardare anche le persone singole. Sorriderete se insinuo che l´amicone italiano di Gheddafi avrebbe potuto anche andarlo a disturbare di persona, a Tripoli, a dirgli che non era bene mandare aerei e carri armati contro il suo popolo, e provare a farlo ragionare. Non era possibile nessuna di queste cose, né che il pazzo di Tripoli ragionasse, né che l´amicone italiano andasse a provarci. Se ne può trarre una conclusione, su chi sta al governo là e qua.
I nemici di principio di ogni “ingerenza”, i beffatori dell´aggettivo “umanitario”, abusato sì, ma non al punto di bandirne l´uso, avvertono anche sull´esito cui ogni intervento è destinato a condurre: nella Libia di oggi, a un gheddafismo senza Gheddafi, o a un´avanzata islamista. È possibile, probabile. Ma c´è una possibilità che non sia così, e ci riguarda. E intanto la ribellione è avvenuta, e che la gente che grida: “We are freedom”, non sa bene l´inglese, ma sa che cosa spera. Ho visto dei consuntivi che assegnano la liberazione della Libia per il 70 per cento alla Nato, per il 20 ai ribelli, per il 10 alla defezione della cerchia del capo. «Siamo liberi», abbiamo gridato da noi nel 1861, o nel 1945: la percentuale straniera era stata molto forte, ma furono belle giornate.
Ultima modifica di hidetoshi777; 25-08-11 alle 22:58