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Discussione: ALPINISMO

  1. #1
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    Predefinito ALPINISMO

    ALPINISMO – Walter Bonatti: una leggenda.

    (ASI) Walter Bonatti, classe 1930, fin da giovanissimo si era reso protagonista di imprese alpinistiche estreme. Imprese difficili anche con le attrezzature più tecnologiche dei giorni nostri. Il mondo solitario e luminoso delle vette lo faceva vivere davvero: “da quassù il mondo degli uomini altro non sembra che follia, grigiore racchiuso dentro se stesso. E pensare che lo si reputa vivo soltanto perché è caotico e rumoroso”.

    Inizia a scalare sulle Prealpi lombarde subito dopo la guerra per poi cimentarsi sulle Dolomiti e sul Monte Bianco. Nel 1951, con Luciano Chigo, scala la parete est del Grand Capucin. Nel 1954 Bonatti è il più giovane partecipante alla spedizione capitanata da Ardito Desio, che porterà Achille Compagnoni e Lino Lacedelli sulla cima del K2 e, nel 1955, sale in solitaria il pilastro sud del Petit Dru.

    Walter Bonatti lascia l’alpinismo nel 1965 dopo una salita che ha fatto epoca: scala in solitaria invernale, per la prima volta, la parete nord del Cervino. Questa salita è la conclusione della sua carriera che da sola può costituire un capitolo della storia mondiale dell’alpinismo. Appeso a quattromila metri di altezza o a tracciare vie storiche sulle Alpi negli anni 50 e 60, non ha mai smesso di cercare vette ed esperienze interiori sempre più alte. Dopo l’alpinismo, Bonatti, ha continuato la sua avventura esplorando foreste, deserti e popolazioni sconosciute e scrivendo numerosi libri e reportage.

    Un anno fa Bonatti aveva festeggiato il suo ottantesimo compleanno ed era ancora perfettamente in forma. Proprio in questa occasione aveva dichiarato: “Non mi sento di avere 80 anni se penso all’intensità con la quale ho vissuto, credo di averne 200, per il resto mi sento come un quarantenne” - e ancora – “ho abbandonato l’alpinismo estremo nel ’65 perché con i mezzi tradizionali, ai quali avevo giurato fedeltà, potevo ormai solo più ripetermi. Ancora oggi vado in montagna e sono felice come lo ero quando scalavo le montagne più alte del mondo. La corsa verso i record ha portato l’alpinismo, come gli altri sport, ai trucchetti”. E molto probabilmente è proprio così. Le Alpi e le altre vette conosciute bene da Bonatti sono tristemente diventate irriconoscibili, logorate dalla sindrome della modernità alla ricerca del superfluo.

    Con Bonatti se ne va un grande uomo. Un uomo d’altri tempi che è stato capace di vivere la montagna e la vita di tutti i giorni.

    Di Fabio Polese, ALPINISMO - Walter Bonatti: una leggenda.
    Bisogna camminare su una corda tesa, sopra l'abisso, nel buio, sotto c'è pieno di mostri.
    Céline

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  2. #2
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    Predefinito Rif: ALPINISMO

    La montagna come vita quotidiana.

    (ASI) «Sulla montagna sentiamo la gioia di vivere, la commozione di sentirsi buoni e il sollievo di dimenticare le miserie terrene. Tutto questo perché siamo più vicini al cielo», così Emilio Comici, uno dei massimi esponenti dell’alpinismo italiano tra gli anni trenta e quaranta insieme a Cassin e Carlesso, nel suo libro “Alpinismo eroico”, sintetizzava quello che la montagna può trasmetterci. E sono proprio queste le sensazioni che si provano quando si va in alto. L’incontro con le vette riesce a regalare orme indelebili e durature. Quando si inizia un sentiero, non importa quanto si sale o la difficoltà che si affronta, tutto diventa magico. Il frastuono delle città moderne viene lasciato alle spalle e il silenzio ci accompagna nella salita. I rumori della natura diventano musiche e pensieri che riescono a non far sentire la stanchezza. Julius Evola in “Meditazioni dalle vette”, sosteneva che la montagna potrebbe agire come simbolo per avviare una realizzazione interiore: «è dall’irrazionalità di impressioni, visioni, di inesplicabili slanci e inesplicabili, gratuiti eroismi che egli viene portato avanti, lungo vie di un ascendere, che alla fine giunge inavvertitamente ad agire anche in termini d’interiorità. E in sede di subcoscienza che egli si trova inserito in una realtà più vasta e che da essa riceve non solo trasfigurazione in senso di calma, sufficienza, semplicità, purezza, ma anche un afflusso quasi sovranormale di energie, insuscettibile ad essere spiegato con i fallaci determinismi della fisiologia, una indomabile volontà di procedere ancora, di sfidare nuove altezze, nuovi abissi, nuove pareti, poiché appunto in ciò si traduce la inadeguatezza dell’azione materiale rispetto al significato che ormai la anima, la trascendenza dell’impulso spirituale rispetto alle condizioni esterne, alle imprese, alle visioni, alle audacie che ne hanno propiziato il risveglio e che ancora costituiscono la materia necessaria per la estrinsecazione concreta di quell’impulso stesso». L’ascensione alla vetta, dunque, non è solamente una prova fisica, ma soprattutto una prova spirituale e mentale: «la montagna per essi non è più né novità d’avventura, né romantica evasione, né sensazione contingente, né eroismo per l’eroismo, né sport più o meno tecnicizzato. Essa si lega invece a qualcosa, che non ha principio né fine e che, conquista spirituale inalienabile, fa ormai parte della propria natura, come qualcosa che si porta con sé ovunque a dare un nuovo senso a qualsiasi azione, a qualsiasi esperienza, a qualsiasi lotta della vita quotidiana». Molto probabilmente la montagna conosciuta da Evola, da Comici e da molti altri, non è più la montagna di oggi. Una montagna sempre più popolata da “alpinisti” della domenica, da persone che credono che avere l’attrezzatura più tecnologica possa bastare per affrontare la natura e la solitudine delle immense pareti rocciose. Non è così. Renè Daumal su “Il monte analogo” scrive: «Con un pò di soldi, si arriva comodamente a trarre dalla civiltà ambiente le poche soddisfazioni corporee elementari. Il resto è falso. Falsità, trucchi, tic, ecco tutta la nostra vita tra il diaframma e la volta cranica. Il mio Superiore aveva detto bene: io soffro di un bisogno inguaribile di capire. Non voglio morire senza aver capito perchè ho vissuto. E lei, ha mai avuto paura della morte?» La purezza e la verità di questi mondi solitari e luminosi non ha eguali. Non a caso, sin dall’antichità, la montagna era sede di nature divine e di eroi, axis mundi.

    Di Fabio Polese, Spiritualità. La montagna come vita quotidiana
    Bisogna camminare su una corda tesa, sopra l'abisso, nel buio, sotto c'è pieno di mostri.
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  3. #3
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    Predefinito Rif: ALPINISMO

    Emilio Servadio

    ALPINISMO E ASCESI SPIRITUALE


    Articolo pubblicato su Abstracta n° 1 (gennaio 1986)


    Il sottoscritto, da giovane, ha effettuato numerosissime scalate nelle Dolomiti — arrivando talvolta ai "gradi" considerati allora, rispettivamente, 5° e 6° (il "sesto grado" segnava in quel tempo il limite delle possibilità umane). Ricordo benissimo alcune di quelle che il grande psicologo americano Abraham H. Maslow ha chiamato peak experiences ("esperienze di vetta"), volendo indicare con tale espressione non già, o non soltanto, ciò che si può provare al termine di una difficile scalata, ma certe sensazioni, che si potrebbero anche chiamare "estatiche", sperimentate in qualche specifica occasione della vita, come è capitato ad alcuni anche all'improvviso, anche al di fuori di una qualche eccezionale congiuntura o stimolazione. Uno studioso americano, Richard M. Bucke, ha coniato in proposito l'espressione cosmìc consciousness ("coscienza cosmica"). Si tratta infatti di una sorta di "dilatazione" della coscienza: di ciò che, al limite, certi santi o certi iniziati hanno cercato di esprimere, affermando di avere superato — sia pure per poco tempo — la consueta distinzione fra "io" e "non io", e di essere — metaforicamente ma efficacemente parlando — "saliti in cielo".

    Fra i miei ricordi di alpinismo, c'è per esempio quello di una "perfetta" ascensione lungo la "perfetta" verticale dello spigolo della Torre Delago, la prima a sinistra per chi guarda le tre Torri del Vajolet dalla Val di Fassa. Ricordo che spinto da un vivo desiderio di provocare nuovamente una certa esperienza, attinsi la vetta due volte nello stesso giorno, salendo per due vie diverse (una la mattina, una nel pomeriggio) la vetta del Castelletto di Vallesinella inferiore, nelle Dolomiti del Brenta; scalai la "Piccolissima" delle Tre Cime di Lavaredo procedendo in salita per la via Preuss, e in discesa per la via Dülfer (gli esperti di storia dell'alpinismo ben sanno di quali imprese furono protagonisti questi due grandi pionieri), con una indimenticabile "esperienza di vetta" appena giunsi sulla cima. Debbo dire tuttavia che ebbi in quel tempo un "maestro" eccezionale, considerato allora una specie di scalatore-prodigio: Emilio Comici. Questi era, al pari di Messner, un uomo normalissimo, che tuttavia aveva, a sua volta, momenti "sublimi" in montagna, tanto che potè scalare da solo, qualche anno prima della guerra '39-45, la formidabile parete Nord della Cima Grande delle Lavaredo, impiegando nell'ascensione poco più di quattro ore. Quando gli chiesi se avrebbe potuto rifare quell'impresa, mi rispose: «Non credo. Quel giorno, ero in stato di grazia. Alcuni alpinisti tedeschi, giunti in vetta per la via normale, non si capacitavano che non avessi avuto almeno un compagno di cordata, e seguitavano a guardare giù per la parete, in cerca di un "altro" inesistente!». Scrisse letteralmente Comici: «Tutte le volte che comincio ad arrampicare, avviene in me una trasformazione... Una forza sconosciuta [sic] entra nel mio sangue, e, più arrampico, più forte mi sento».




    Probabilmente sono ormai poche le persone che confondono l'alpinismo con il semplice escursionismo, o che vedono "l'amore dei panorami" come vera e unica motivazione di ciò che spinge un alpinista ad agire. Da parecchi anni, ormai, anche il grande pubblico ha potuto rendersi conto delle quasi sovrumane prestazioni che hanno caratterizzato certe imprese alpinistiche, e qualcuno ha cominciato a chiedersi se avessero proprio ragione quei razionalisti che riducevano l'alpinismo a una semplice manifestazione sublimativa di cariche nevrotiche (W. Reich), o all'ostinato bisogno di "sfidare" e vincere una natura indifferente od ostile.
    A me sembra che, se in qualche caso potrebbero essere valide tali interpretazioni, esse non siano comunque "generalizzabili" per almeno tre motivi: in primo luogo, perché rimane sempre aperto il problema relativo alla "scelta" di un dato comportamento più o meno nevrotico (si può "sfidare" la realtà esterna in mille modi diversi) ; in secondo luogo perché gli stessi meccanismi della "sublimazione" sono ancora molto enigmatici; e in terzo luogo, perché non è più consentito, ormai, di "ridurre" a processi psicologici elementari, come se si trattasse di manifestazioni nevrotiche, o nevrotico-simili, ogni e qualsiasi attività umana — compresa la creatività poetica, o quella musicale. Già Freud confessava l'impossibilità, per la psico-analisi, di "spiegare" il genio creativo: ma si direbbe che molti psicoanalisti non abbiano ben recepito il suo ammonimento.
    Come si potrebbe, per esempio, considerare "espressione sublimativa di conflitti nevrotici inconsci" l'attività di un Reynhold Messner, nel quale molti giustamente vedono il più grande alpinista di tutti i tempi, notissimo per avere al suo attivo varie ascensioni oltre gli 8000 metri, e per avere scalato da solo, nel 1980, l'Everest, ossia la più alta montagna del mondo? Chi conosce Messner sa che si tratta di un uomo perfettamente sano di mente e di corpo, dotato di un eccellente senso pratico, e dalla vita sentimentale felice. Tutto ciò non impedisce a Messner di percepire chiaramente le "elevazioni" che si possono sperimentare in certe prestazioni alpinistiche: i loro aspetti spirituali ed ascetici, il non raro verificarsi, in esse, di fenomeni oggi studiati dalla parapsicologia. «L'alpinismo è una via naturale verso altri stadi, e, al limite, verso l'uomo» — ha scritto Messner. Naturalmente, i livelli variano. Non tutti coloro che fanno dell'alpinismo potrebbero certo, per esempio, esprimersi come segue: «... Si vivono momenti che io chiamo "rotondi", di una sensazione che va oltre la gioia, che prende tutto l'uomo, il cervello, gli occhi, il corpo... Qualche volta in vetta, oppure mentre si sale, oppure mentre si è accoccolati per una sosta. Ti sembra di cadere, di fluttuare nell'aria. Sensazioni indescrivibili, come è indescrivibile quello che si prova nell'atto d'amore». E ancora: «Quando sono andato solo sull'Everest sono arrivato al limite delle mie possibilità. L'ultimo giorno di salita è stato il punto più difficile della mia vita. Li sono arrivato al punto estremo ... Lì ho arrampicato nell'infinito».

    Messner non nasconde di avere avuto, durante certe ascensioni, esperienze "paranormali" — come il "comunicare" solo mentalmente, ma a lungo e con precisione, con il suo compagno di cordata; o percepire più volte la "presenza invisibile" di qualcuno, e particolarmente di un suo fratello, morto sul Nanga Parbat; o il "riconoscere", senza tema di errore, il punto esatto dell'Everest dove scomparve, nel 1924, l'alpinista inglese Leigh Mallory. «L'ho sentito, l'ho visto, gli ho parlato», scrive Messner. Era una semplice allucinazione?! Da molti anni il celebre alpinista arrampica a quote estreme, senza maschera di ossigeno. «Ho avuto spesso» — scrive — «esperienze strane... Nel 70 sul Nanga Parbat sono caduto per qualche metro sulla neve. Mi vedevo rotolare come dall'esterno e non potevo far nulla per fermare quel corpo che rotolava... Ero al di fuori del tempo». Forse qualche psichiatra potrà pensare a quelle esperienze che nell'ambito della psicologia medica si chiamano di "depersonalizzazione"... Ma Messner non ha paura (lo ha detto a un giornalista che lo intervistava) degli eventuali giudizi degli psichiatri, e sorride quando gli dicono che qualcuno è incline a considerarlo pazzo. «Noi, uomini dell'Occidente, abbiamo paura di parlare con noi stessi», di pensare in termini «di un'altra dimensione, di un altro modo di essere». Della morte ha detto: «Non è un problema. La morte è parte di me stesso. Io ho lavorato molto su questo tema e ho avuto la possibilità, la sfortuna, la fortuna, non so, non c'è parola giusta, di essere già una volta "morto", cioè di aver vissuto la situazione e di sentire "Adesso non m'importa più se muoio, devo morire". La morte non è sempre presente nel mio cervello, però è parte di me. Detto in parole molto severe: "Io stesso sono la mia morte" ». Ma più oltre: «È importante accettare la amare di più la vita». Io non so se Messner abbia mai letto testi tradizionali, o se abbia ricevuto insegnamenti esoterici particolari. Non proprio, e perciò mi sembra tanto più notevole il fatto che egli abbia — tanto semplicemente ed efficacemente — accennato a quella che in parecchie tradizioni viene chiamata "morte iniziatica". Questa è un'esperienza per la quale è tenuto a passare chi voglia affrontare la fine della vita con impavida serenità, e sapendo ciò che lo attende. In antico, la "morte iniziatica" veniva realizzata mediante pratiche durissime e pericolose. Oggi, si ricorre a mezzi alquanto più blandi (ma non troppo). Qualcuno però sperimenta la "morte iniziatica" senza averla consapevolmente programmata. Ciò può avvenire attraverso un certo tipo di alpinismo come attraverso altre vicende al confine tra la vita e la morte. Io credo che Messner abbia provato e superato l'esperienza della "morte iniziatica" con le sue arditissime ascensioni, facendo proprie le loro possibilità di "utilizzazione" e di arricchimento in senso ascetico e spirituale.

    Dall'Olimpo al Sinai o all'Himalaya, gli uomini hanno sempre pensato alle alte vette montane come "sedi" di divinità, e teatri di esperienze spirituali. Aveva dunque ben ragione il francese Sonnier quando scriveva che la montagna «ha una singolare virtù: quella di liberare la verità degli esseri». E l'essenziale "verità" dell'uomo non è forse, esotericamente parlando, la sua "scintilla" immortale, il "dio profondo" che è in lui?


    Emilio Servadio – da Abstracta n° 1 (gennaio 1986), Stile Regina Editrice

  4. #4
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    Predefinito Rif: ALPINISMO

    Nel mio piccolo bagaglio di esperienze come "viaggiatore" sulle montagne e dentro di esse, mi sono capitate due situazioni particolari.
    Una volta, traversando da primo "legato con una corda" uno stretto e impetuoso corso d'acqua, nell'unico punto che dava qualche possibilità, sono scivolato, e trascinato dalla corrente.
    I miei compagni non riuscivano in alcun modo a recuperarmi, provavano a tirare la corda con tutte le loro forze, ma non c'era niente da fare, e sono finito sotto una cascatella. La situazione era mortale. Mi ricordo prima la paura, la difficoltà nel respirare, la pressione dell'acqua che mi schiacciava, le mani paralizzate dal freddo, e poi una sensazione di calma, di lucidità, quasi che quello che c'era attorno non esistesse più, come non stesse accadendo a me. La decisione che mi sarei levato da lì, arrivò improvvisa, potente, risoluta. Per fortuna ero legato alla corda con un discensore (attrezzo che permette uno scorrimento controllato) e pian piano, facendolo scorrere, e aiutandomi in qualche modo riuscii a raggiungere la riva dall'altra parte. Quando mi alzai in piedi, a 50 metri dai miei compagni vidi lo stupore nei loro occhi, e poi una gioia irrefrenabile.
    Erano passati 20 minuti, mi credevano morto. Quando me lo dissero non volevo crederci, per me era stata una questione di un minuto o due.... Per qualche settimana ebbi una sorta di "stato di grazia" percepivo tutto come più chiaro, nitido, luminoso. Avevo la sensazione "reale" di fluttuare a mezzo metro da terra, invece di camminare. Stranissimo.

    Un'altra cosa strana che accade sempre, quando frequento profonde grotte, è la distorsione spazio-temporale. Mi spiego, superate un certo numero di ore di permanenza (di solito 12-15) il tempo si dilata e si contrae, attimi che sembrano eterni, e ore che diventano pochi minuti. Il proprio battito cardiaco a volte diventa un rumore quasi insopportabile, tanto da chiedersi se c'è qualcuno che batte con una mazza le pareti. Lo spazio, diventa strano, ci si ritrova in luoghi distanti senza rendersene conto, senza percepire il percorso che sta nel mezzo. E si percepiscono "voci" di sconosciuti o di compagni, che non possono essere li. E ci si sente tutt'uno con la montagna, sembra di essere La Montagna.
    Suggestione? Stanchezza? Allucinazioni?
    Non lo so. Io sono convinto che la mente in certe situazioni estreme, si "espanda", si elevi, vada oltre a quello che è il quotidiano.
    sklöpp & kanù

  5. #5
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    Predefinito Rif: ALPINISMO

    Citazione Originariamente Scritto da Silvia Visualizza Messaggio
    Emilio Servadio

    ALPINISMO E ASCESI SPIRITUALE


    Articolo pubblicato su Abstracta n° 1 (gennaio 1986)


    Il sottoscritto, da giovane, ha effettuato numerosissime scalate nelle Dolomiti — arrivando talvolta ai "gradi" considerati allora, rispettivamente, 5° e 6° (il "sesto grado" segnava in quel tempo il limite delle possibilità umane). Ricordo benissimo alcune di quelle che il grande psicologo americano Abraham H. Maslow ha chiamato peak experiences ("esperienze di vetta"), volendo indicare con tale espressione non già, o non soltanto, ciò che si può provare al termine di una difficile scalata, ma certe sensazioni, che si potrebbero anche chiamare "estatiche", sperimentate in qualche specifica occasione della vita, come è capitato ad alcuni anche all'improvviso, anche al di fuori di una qualche eccezionale congiuntura o stimolazione. Uno studioso americano, Richard M. Bucke, ha coniato in proposito l'espressione cosmìc consciousness ("coscienza cosmica"). Si tratta infatti di una sorta di "dilatazione" della coscienza: di ciò che, al limite, certi santi o certi iniziati hanno cercato di esprimere, affermando di avere superato — sia pure per poco tempo — la consueta distinzione fra "io" e "non io", e di essere — metaforicamente ma efficacemente parlando — "saliti in cielo".

    Fra i miei ricordi di alpinismo, c'è per esempio quello di una "perfetta" ascensione lungo la "perfetta" verticale dello spigolo della Torre Delago, la prima a sinistra per chi guarda le tre Torri del Vajolet dalla Val di Fassa. Ricordo che spinto da un vivo desiderio di provocare nuovamente una certa esperienza, attinsi la vetta due volte nello stesso giorno, salendo per due vie diverse (una la mattina, una nel pomeriggio) la vetta del Castelletto di Vallesinella inferiore, nelle Dolomiti del Brenta; scalai la "Piccolissima" delle Tre Cime di Lavaredo procedendo in salita per la via Preuss, e in discesa per la via Dülfer (gli esperti di storia dell'alpinismo ben sanno di quali imprese furono protagonisti questi due grandi pionieri), con una indimenticabile "esperienza di vetta" appena giunsi sulla cima. Debbo dire tuttavia che ebbi in quel tempo un "maestro" eccezionale, considerato allora una specie di scalatore-prodigio: Emilio Comici. Questi era, al pari di Messner, un uomo normalissimo, che tuttavia aveva, a sua volta, momenti "sublimi" in montagna, tanto che potè scalare da solo, qualche anno prima della guerra '39-45, la formidabile parete Nord della Cima Grande delle Lavaredo, impiegando nell'ascensione poco più di quattro ore. Quando gli chiesi se avrebbe potuto rifare quell'impresa, mi rispose: «Non credo. Quel giorno, ero in stato di grazia. Alcuni alpinisti tedeschi, giunti in vetta per la via normale, non si capacitavano che non avessi avuto almeno un compagno di cordata, e seguitavano a guardare giù per la parete, in cerca di un "altro" inesistente!». Scrisse letteralmente Comici: «Tutte le volte che comincio ad arrampicare, avviene in me una trasformazione... Una forza sconosciuta [sic] entra nel mio sangue, e, più arrampico, più forte mi sento».




    Probabilmente sono ormai poche le persone che confondono l'alpinismo con il semplice escursionismo, o che vedono "l'amore dei panorami" come vera e unica motivazione di ciò che spinge un alpinista ad agire. Da parecchi anni, ormai, anche il grande pubblico ha potuto rendersi conto delle quasi sovrumane prestazioni che hanno caratterizzato certe imprese alpinistiche, e qualcuno ha cominciato a chiedersi se avessero proprio ragione quei razionalisti che riducevano l'alpinismo a una semplice manifestazione sublimativa di cariche nevrotiche (W. Reich), o all'ostinato bisogno di "sfidare" e vincere una natura indifferente od ostile.
    A me sembra che, se in qualche caso potrebbero essere valide tali interpretazioni, esse non siano comunque "generalizzabili" per almeno tre motivi: in primo luogo, perché rimane sempre aperto il problema relativo alla "scelta" di un dato comportamento più o meno nevrotico (si può "sfidare" la realtà esterna in mille modi diversi) ; in secondo luogo perché gli stessi meccanismi della "sublimazione" sono ancora molto enigmatici; e in terzo luogo, perché non è più consentito, ormai, di "ridurre" a processi psicologici elementari, come se si trattasse di manifestazioni nevrotiche, o nevrotico-simili, ogni e qualsiasi attività umana — compresa la creatività poetica, o quella musicale. Già Freud confessava l'impossibilità, per la psico-analisi, di "spiegare" il genio creativo: ma si direbbe che molti psicoanalisti non abbiano ben recepito il suo ammonimento.
    Come si potrebbe, per esempio, considerare "espressione sublimativa di conflitti nevrotici inconsci" l'attività di un Reynhold Messner, nel quale molti giustamente vedono il più grande alpinista di tutti i tempi, notissimo per avere al suo attivo varie ascensioni oltre gli 8000 metri, e per avere scalato da solo, nel 1980, l'Everest, ossia la più alta montagna del mondo? Chi conosce Messner sa che si tratta di un uomo perfettamente sano di mente e di corpo, dotato di un eccellente senso pratico, e dalla vita sentimentale felice. Tutto ciò non impedisce a Messner di percepire chiaramente le "elevazioni" che si possono sperimentare in certe prestazioni alpinistiche: i loro aspetti spirituali ed ascetici, il non raro verificarsi, in esse, di fenomeni oggi studiati dalla parapsicologia. «L'alpinismo è una via naturale verso altri stadi, e, al limite, verso l'uomo» — ha scritto Messner. Naturalmente, i livelli variano. Non tutti coloro che fanno dell'alpinismo potrebbero certo, per esempio, esprimersi come segue: «... Si vivono momenti che io chiamo "rotondi", di una sensazione che va oltre la gioia, che prende tutto l'uomo, il cervello, gli occhi, il corpo... Qualche volta in vetta, oppure mentre si sale, oppure mentre si è accoccolati per una sosta. Ti sembra di cadere, di fluttuare nell'aria. Sensazioni indescrivibili, come è indescrivibile quello che si prova nell'atto d'amore». E ancora: «Quando sono andato solo sull'Everest sono arrivato al limite delle mie possibilità. L'ultimo giorno di salita è stato il punto più difficile della mia vita. Li sono arrivato al punto estremo ... Lì ho arrampicato nell'infinito».

    Messner non nasconde di avere avuto, durante certe ascensioni, esperienze "paranormali" — come il "comunicare" solo mentalmente, ma a lungo e con precisione, con il suo compagno di cordata; o percepire più volte la "presenza invisibile" di qualcuno, e particolarmente di un suo fratello, morto sul Nanga Parbat; o il "riconoscere", senza tema di errore, il punto esatto dell'Everest dove scomparve, nel 1924, l'alpinista inglese Leigh Mallory. «L'ho sentito, l'ho visto, gli ho parlato», scrive Messner. Era una semplice allucinazione?! Da molti anni il celebre alpinista arrampica a quote estreme, senza maschera di ossigeno. «Ho avuto spesso» — scrive — «esperienze strane... Nel 70 sul Nanga Parbat sono caduto per qualche metro sulla neve. Mi vedevo rotolare come dall'esterno e non potevo far nulla per fermare quel corpo che rotolava... Ero al di fuori del tempo». Forse qualche psichiatra potrà pensare a quelle esperienze che nell'ambito della psicologia medica si chiamano di "depersonalizzazione"... Ma Messner non ha paura (lo ha detto a un giornalista che lo intervistava) degli eventuali giudizi degli psichiatri, e sorride quando gli dicono che qualcuno è incline a considerarlo pazzo. «Noi, uomini dell'Occidente, abbiamo paura di parlare con noi stessi», di pensare in termini «di un'altra dimensione, di un altro modo di essere». Della morte ha detto: «Non è un problema. La morte è parte di me stesso. Io ho lavorato molto su questo tema e ho avuto la possibilità, la sfortuna, la fortuna, non so, non c'è parola giusta, di essere già una volta "morto", cioè di aver vissuto la situazione e di sentire "Adesso non m'importa più se muoio, devo morire". La morte non è sempre presente nel mio cervello, però è parte di me. Detto in parole molto severe: "Io stesso sono la mia morte" ». Ma più oltre: «È importante accettare la amare di più la vita». Io non so se Messner abbia mai letto testi tradizionali, o se abbia ricevuto insegnamenti esoterici particolari. Non proprio, e perciò mi sembra tanto più notevole il fatto che egli abbia — tanto semplicemente ed efficacemente — accennato a quella che in parecchie tradizioni viene chiamata "morte iniziatica". Questa è un'esperienza per la quale è tenuto a passare chi voglia affrontare la fine della vita con impavida serenità, e sapendo ciò che lo attende. In antico, la "morte iniziatica" veniva realizzata mediante pratiche durissime e pericolose. Oggi, si ricorre a mezzi alquanto più blandi (ma non troppo). Qualcuno però sperimenta la "morte iniziatica" senza averla consapevolmente programmata. Ciò può avvenire attraverso un certo tipo di alpinismo come attraverso altre vicende al confine tra la vita e la morte. Io credo che Messner abbia provato e superato l'esperienza della "morte iniziatica" con le sue arditissime ascensioni, facendo proprie le loro possibilità di "utilizzazione" e di arricchimento in senso ascetico e spirituale.

    Dall'Olimpo al Sinai o all'Himalaya, gli uomini hanno sempre pensato alle alte vette montane come "sedi" di divinità, e teatri di esperienze spirituali. Aveva dunque ben ragione il francese Sonnier quando scriveva che la montagna «ha una singolare virtù: quella di liberare la verità degli esseri». E l'essenziale "verità" dell'uomo non è forse, esotericamente parlando, la sua "scintilla" immortale, il "dio profondo" che è in lui?


    Emilio Servadio – da Abstracta n° 1 (gennaio 1986), Stile Regina Editrice
    Grazie per la segnalazione.
    Bisogna camminare su una corda tesa, sopra l'abisso, nel buio, sotto c'è pieno di mostri.
    Céline

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    Predefinito Rif: ALPINISMO

    Citazione Originariamente Scritto da Scarpon Visualizza Messaggio
    Un'altra cosa strana che accade sempre, quando frequento profonde grotte, è la distorsione spazio-temporale. Mi spiego, superate un certo numero di ore di permanenza (di solito 12-15) il tempo si dilata e si contrae, attimi che sembrano eterni, e ore che diventano pochi minuti. Il proprio battito cardiaco a volte diventa un rumore quasi insopportabile, tanto da chiedersi se c'è qualcuno che batte con una mazza le pareti. Lo spazio, diventa strano, ci si ritrova in luoghi distanti senza rendersene conto, senza percepire il percorso che sta nel mezzo. E si percepiscono "voci" di sconosciuti o di compagni, che non possono essere li. E ci si sente tutt'uno con la montagna, sembra di essere La Montagna.
    Suggestione? Stanchezza? Allucinazioni?
    Non lo so. Io sono convinto che la mente in certe situazioni estreme, si "espanda", si elevi, vada oltre a quello che è il quotidiano.
    siii!!! è capitato la stessa cosa a me qualche settimana fa sul gran sasso durante la discesa.
    ero completamente solo perchè tutti i gruppi di alpinisti erano già scesi da sentieri più difficili e più corti, avevo paura per il maltempo oltre per il fatto di non essere esperto di montagna, e stanchissimo perchè a causa dell'ora tarda non mi ero riposato una volta in vetta e perchè avevo anche sbagliato sentiero perdendo un sacco di energie e di tempo per ritornare indietro e imboccare quello giusto.
    mentre scendevo ad un certo punto ho cominciato a sentire rumori quasi strazianti che sembravano provenire da lontano, tipo animali ... c'è voluto del tempo per capire che erano invece rumori provocati dallo zaino allacciato male.
    Poi le voci ... sì ... voci confuse in lontananza provenienti da sopra .... ma sapevo bene che sopra non c'era ormai rimasto più nessuno. Poi le voci gradualmente sembravano diventare più intense ma sempre in un contesto confuso e indefinibile .... ad un certo punto ho pensato che erano i lamenti di qualcuno che chiedeva aiuto ed una sensazione di tristezza profonda mi ha assalito perchè ho immaginato che forse mi toccava verificare meglio per eventualmente prestare soccorso ... ma non avevo le forze per farlo.
    E poi lo spazio : durante la discesa le distanze mi apparivano dilatatissime, sconfortanti e angoscianti.
    Arrivato nel luogo in cui avrei potuto vedere la vetta per l'ultima volta non ho avuto il coraggio di girare la testa per guardare.

    Ma l'anno prossimo ci vado un'altra volta ...... se fosse possibile ci ritornerei anche domani

    un po di foto qui http://forum.politicainrete.net/regn...ran-sasso.html

  7. #7
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    Predefinito Rud, Prima Ascesa

    .

    " [...]. Le vette, come dice bene Mircea Eliade, sono le porte degli Dei. La montagna è sacra. E si può parlare di ascesi se l'individuo procede come una graduale liberazione, col necessario distacco e concentrazione. Ovviamente, se una scalata è ridotta a tecnologia strumentale non si può parlare di ascesi..."

    Queste le parole di uno dei più grandi alpinisti italiani del XX secolo, ovvero Domenico Rudatis, morto quasi centenario ( 1898-1994 ).

    Questo che ho riportato è uno stralcio dell'intervista che comparve sulla rivista Arthos N°29 ( anno 1985 ), a cura di R. Del Ponte e Hans Thomas Hakl.

    Leggendo le esperienze interessanti sopra riportate ( di Uqbar e Scarpon ) mi è venuta in mente questa singolare figura di asceta/scalatore.

    L'alta montagna, in condizioni di semi-solitudine, è particolarmente propizia a situazioni di radicale de-strutturazione. Non è un caso che certe tecniche contemplative dello spazio siano nate in Tibet, in mezzo a scenari paesaggistici immensi.

    Aggiungo che Rudatis , cosa oramai nota,fu quel "Rud" autore della monografia "Prima Ascesa" comparsa nella raccolta degli scritti del Gruppo di Ur. Su google-libri è solo parzialmente presente.

    Qui di seguito riporto una frase che sottolineai una ventina di anni fa, la quale riassume la particolare visione di Rudatis :

    " ...Che importa in sè una scalata ? Forse poco. Ciò che importa è la potenza che sappiamo destare in noi giocando col pericolo, quando la volontà si vuole per davvero. Immensa è la gioia d'ascendere e il godere cosmicamente le rupi, il sole, gli elementi, perchè soltanto in questa immediatezza di rapporti c'è il respiro delle altezze, l'estensione dei sensi, la libertà.
    Se involutamente è detto nel Pancatantra che la vita è un viaggio durante le ore della notte, sonno trpore mortale è ogni esistenza che non abbia il senso del termine del viaggio e del risveglio al giorno.
    In montagna possiamo cogliere brividi di questo grande risveglio. ...
    "


    R.

    .
    Ultima modifica di eliodoro; 21-09-11 alle 23:33

  8. #8
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    Predefinito Rif: ALPINISMO

    Citazione Originariamente Scritto da uqbar Visualizza Messaggio
    mentre scendevo ad un certo punto ho cominciato a sentire rumori quasi strazianti che sembravano provenire da lontano, tipo animali ... c'è voluto del tempo per capire che erano invece rumori provocati dallo zaino allacciato male.
    Poi le voci ... sì ... voci confuse in lontananza provenienti da sopra .... ma sapevo bene che sopra non c'era ormai rimasto più nessuno. Poi le voci gradualmente sembravano diventare più intense ma sempre in un contesto confuso e indefinibile .... ad un certo punto ho pensato che erano i lamenti di qualcuno che chiedeva aiuto ed una sensazione di tristezza profonda mi ha assalito perchè ho immaginato che forse mi toccava verificare meglio per eventualmente prestare soccorso ... ma non avevo le forze per farlo.
    E poi lo spazio : durante la discesa le distanze mi apparivano dilatatissime, sconfortanti e angoscianti.
    In un certo senso mi fa venire in mente il bellissimo film "Pic nic ad Hanging Rock", al di là del resoconto sul fatto di cronaca realmente accaduto, si tratta di uno dei pochi film forse l'unico che riesce a trasmettere le strane sensazioni legate ai momenti "inspiegabili" dati dalla magia della montagna.

  9. #9
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    Predefinito Rif: Rud, Prima Ascesa

    Citazione Originariamente Scritto da Rosfebo Visualizza Messaggio
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    " [...]. Le vette, come dice bene Mircea Eliade, sono le porte degli Dei. La montagna è sacra. E si può parlare di ascesi se l'individuo procede come una graduale liberazione, col necessario distacco e concentrazione. Ovviamente, se una scalata è ridotta a tecnologia strumentale non si può parlare di ascesi..."

    Queste le parole di uno dei più grandi alpinisti italiani del XX secolo, ovvero Domenico Rudatis, morto quasi centenario ( 1898-1994 ).
    La cima della montagna è un simbolo; il significato anagogico cui si rimanda è quello della Verità suprema.
    Durante la scalata, l'uomo deve utilizzare tutte le conoscenze necessarie e, una volta raggiunta la sommità, potrà respirare una nuova aria; vedere le cose da un altro punto di vista. A quel punto un uomo non avrà più bisogno di pensare al modo in cui è arrivato fin lassù, ma potrà abbandonarsi e contemplare dall'alto le nuove relazioni delle parti, che insieme compongono il Tutto.
    Solo allora sarà possibile comprendere l'ammonimento del Cristo che dice: "Pietro non pensi secondo Dio, ma secondo gli uomini".
    Se gli uomini prendessero la vetta della montagna come la meta...E non come un mezzo per un fine... Non inciamperebbero così spesso.
    Ultima modifica di donerdarko; 22-09-11 alle 23:29
    Segni particolari: "macchina da espansione razziale euro-siberiana" (Giò91)

  10. #10
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    Predefinito Rif: ALPINISMO

    (...)
    Numerosi autori affermano che non si conosce nessun altro che prima del Petrarca sia salito su un alto monte solo per il "multa videndi ardor ac studium" (per la brama e il gusto di vedere molte cose), come si esprimerà lo stesso poeta parlando dei suoi viaggi sui Pirenei, in Francia e in Germania.(...)
    http://www.vittoriopacati.it/saggi/pacati_01.html



    (...)
    Ma ecco entrare in me un nuovo pensiero che dai luoghi mi portò ai tempi. "Oggi - mi dicevo - si compie il decimo anno da quando, lasciati gli studi giovanili, hai abbandonato Bologna: Dio immortale, eterna Saggezza, quanti e quali sono stati nel frattempo i cambiamenti della tua vita! Così tanti che non ne parlo; del resto non sono ancora così sicuro in porto da rievocare le trascorse tempeste. Verrà forse un giorno in cui potrò enumerarle nell'ordine stesso in cui sono avvenute, premettendovi le parole di Agostino: 'Voglio ricordare le mie passate turpitudini, le carnali corruzioni dell'anima mia, non perché le ami, ma per amare te, Dio mio'. Troppi sono ancora gli interessi che mi producono incertezza ed impaccio. Ciò che ero solito amare, non amo più; mento: lo amo, ma meno; ecco, ho mentito di nuovo: lo amo, ma con più vergogna, con più tristezza; finalmente ho detto la verità. È proprio così: amo, ma ciò che amerei non amare, ciò che vorrei odiare; amo tuttavia, ma contro voglia, nella costrizione, nel pianto, nella sofferenza. In me faccio triste esperienza di quel verso di un famosissimo poeta: 'Ti odierò, se posso; se no, t'amerò contro voglia'. Non sono ancora passati tre anni da quando quella volontà malvagia e perversa che tutto mi possedeva e che regnava incontrastata nel mio spirito cominciò a provarne un'altra, ribelle e contraria; e tra l'una e l'altra da un pezzo, nel campo dei miei pensieri, s'intreccia una battaglia ancor oggi durissima e incerta per il possesso di quel doppio uomo che è in me". Così andavo col pensiero a quel passato decennio. Rivolgendomi all'avvenire, mi domandavo: "Se ti accadesse di prolungare per altri due lustri questa vita che fugge e di avvicinarti alla virtù nella stessa proporzione in cui, in questo biennio, per l'insorgere della nuova volontà contro la vecchia, ti sei allontanato dalla primitiva protervia, non potresti forse allora, se non con certezza almeno con speranza, andare incontro alla morte sui quarant'anni e questi residui anni di una vita che già declina verso la vecchiezza, trascurarli senza rimpianti?". Questi ed altri simili erano i pensieri, padre mio, che mi ricorrevano nella mente. Gioivo dei miei progressi, piangevo sulle mie imperfezioni, commiseravo la comune instabilità delle azioni umane; e già mi pareva d'aver dimenticato il luogo dove mi trovavo e perché vi ero venuto, quando, lasciate queste riflessioni che altrove sarebbero state più opportune, mi volgo indietro, verso occidente, per guardare ed ammirare ciò che ero venuto a vedere: m'ero accorto infatti, stupito, che era ormai tempo di levarsi, che già il sole declinava e l'ombra del monte s'allungava. I Pirenei, che sono di confine tra la Francia e la Spagna, non si vedono di qui, e non credo per qualche ostacolo che vi si frapponga, ma per la sola debolezza della nostra vista; a destra, molto nitidamente, si scorgevano invece i monti della provincia di Lione, a sinistra il mare di Marsiglia e quello che batte Acque Morte, lontani alcuni giorni di cammino; quanto al Rodano, era sotto i nostri occhi. Mentre ammiravo questo spettacolo in ogni suo aspetto ed ora pensavo a cose terrene ed ora, invece, come avevo fatto con il corpo, levavo più in alto l'anima, credetti giusto dare uno sguardo alle Confessioni di Agostino, dono del tuo affetto, libro che in memoria dell'autore e di chi me l'ha donato io porto sempre con me: libretto di piccola mole ma d'infinita dolcezza. Lo apro per leggere quello che mi cadesse sott'occhio: quale pagina poteva capitarmi che non fosse pia e devota? Era il decimo libro. Mio fratello, che attendeva per mia bocca di udire una parola di Agostino, era attentissimo. Lo chiamo con Dio a testimonio che dove dapprima gettai lo sguardo, vi lessi: "e vanno gli uomini a contemplare le cime dei monti, i vasti flutti del mare, le ampie correnti dei fiumi, l'immensità dell'oceano, il corso degli astri e trascurano se stessi". Stupii, lo confesso; e pregato mio fratello che desiderava udire altro di non disturbarmi, chiusi il libro, sdegnato con me stesso dell'ammirazione che ancora provavo per cose terrene quando già da tempo, dagli stessi filosofi pagani, avrei dovuto imparare che niente è da ammirare tranne l'anima, di fronte alla cui grandezza non c'è nulla di grande.
    (...) segue a p.4

    Ariel - Editori Laterza

    Ultima modifica di vanni fucci; 30-10-11 alle 20:04

 

 

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