Il Mo(vi)mento della svolta
di Marco Respinti
il Domenicale. Settimanale di cultura, anno III, n. 43, Milano 23-10-2004
40 anni fa Barry Morris Goldwater (1909-1998) conquistò il Partito Repubblicano nella corsa alla Casa Bianca. Non era stato facile. Vincere le primarie gli costò sforzi grandi, soprattutto per battere gli avversari. Soprattutto perché gli avversari peggiori li aveva in seno al suo partito.
A quei tempi, i Repubblicani non erano certo una forza politica di destra. Preoccupati degl’interessi del big business, scordavano volentieri i middle american per i quali “Dio, patria e famiglia” non erano bubbole. L’unica eccezione seria era stata il senatore Robert A. Taft, rara avis. Per il resto, il partito era in mano al cosiddetto “Eastern Establishment”, la macchina da soldi e da voti trincerata a Manhattan e nei palazzi di Washington.
Ma Goldwater inceppò quel brutto meccanismo e ruppe le uova nel paniere. Unì la tipica cultura del conservatorismo a un populismo non meno americano, condendoli con quella vena libertarian che sta fra “spirito del 1776” e piglio del pioniere. Fede e mercato, tradizione e futuro furono le sue coordinate politiche, sintetizzate nel discorso alla Convention di San Francisco, il 16 luglio 1964, quando disse: «l’estremismo in difesa della libertà non è un vizio» e «la moderazione nel perseguire
la giustizia non è una virtù».
La paternità dell’opzione Goldwater fu, all’inizio degli anni Sessanta, della National Review di William F. Buckley jr., la casa comune della Destra USA. A quel punto si trattava di trovare come offrirsi in modo tale da guadagnare il supporto di quel variegato mondo. La grande intuizione di Goldwater fu quella, da “dignitoso praticone” qual era, di non proporsi ex abrupto nelle vesti di un improbabile teorico della politica, ma di prestarsi a un movimento già di suo ricco di pensiero, e questo per servirlo.
Insomma, di fare quello che un uomo politico – un “praticone” – deve fare e fare bene. Goldwater si circondò allora delle menti più fini delle varie anime della Destra, le sue autorità naturali, i suoi rappresentanti non eletti ma scelti: il tradizionalista Russell Kirk, il “fusionista” Frank S. Meyer, il “buckleyano” William Rusher, gli anarco-capitalisti Ayn Rand e Milton Friedman; l’anticomunista Gerhart Niemeyer, lo straussiano Harry V. Jaffa. E affidò al cattolico tradizionalista L. Brent Bozell, ghost-writer, la redazione del suo testo più semplice e profondo, diretto e impegnativo, sbarazzino e catalizzatore: The Conscience of a Conservative, del 1960, tradotto in italiano da Henry Furst e pubblicato a Milano nel 1962 dalle Edizioni del Borghese con il titolo Il vero conservatore.
Il 3 novembre 1964, Goldwater perse contro il Democratico Lyndon B. Johnson un po’ per effetto dell’assassinio di JFK, un po’ per la demonizzazione dei media allarmati da una Destra in grado per la prima volta di vincere. Perse, ma il “giorno dopo”, scrivendo su National Review del 1° dicembre di quello stesso anno, un uomo si fece avanti per raccogliere il testimone: Ronald W. Reagan.
Ci sono voluti 3 lustri, ma, nel 1980, e ancora nel 1984, Reagan ha vinto di fatto à la Goldwater.
La politica al servizio di un movimento di idee che sente vibrare in sé lo spirito di un Paese.
È da allora che i Repubblicani sono considerati di destra.
Marco Respinti





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