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Discussione: l'Indipendensa

  1. #1281
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    Predefinito Re: l'Indipendensa

    Lissa, 20 luglio 1866: quando i veneti sconfissero gli italiani





    di ETTORE BEGGIATO

    A Lissa il 20 luglio 1866 gli eredi della Serenissima (veneti, giuliani, istriani e dalmati), ossatura della marina asburgica, sconfissero clamorosamente la marina tricolore (che brillava per la rivalità tra le tre componenti, sarda, siciliana e napoletana) che tanto baldanzosamente aveva affrontato la battaglia, forte della propria superiorità di uomini e di mezzi, e quel “uomini di ferro su navi di legno hanno sconfitto uomini di legno su navi di ferro” fotografa mirabilmente lo scontro navale.
    Nell’elenco delle medaglie d’oro e d’argento troviamo cognomi tipicamente veneti, a partire da Vincenzo Vianello detto Gratton e Tommaso Penzo detto Ociai entrambi medaglie d’oro, per arrivare a Pregnolato, Ghezzo, Dal Pra, Varagnolo, Vidal, Gamba, Scarpa, Busetto, Boscolo, Varisco, Venturini, Donaggio, Nordio, Sfriso, Galimberti e tanti altri.
    “….deghe drento, Nino, che la ciapemo” così si rivolse l’ammiraglio Tegetthoff secondo alcuni a Vincenzo Vianello da Pellestrina secondo altri a Tommaso Penzo da Chioggia, e all’annuncio della vittoria gli equipaggi risposero lanciando i berretti in aria e gridando “Viva San Marco!!”



    Le sconfitte di Lissa e di Custoza caratterizzarono la III guerra di indipendenza dell’Italia;
    l’Austria si rifiutò di cedere il Veneto direttamente ai Savoja; lo passò alla Francia affinchè fosse organizzato il voto per adempire all’impegno previsto dal trattato di pace che parlava di “sotto riserva del consenso delle popolazioni debitamente consultate”. E a Napoleone III, imperatore dei francesi, non resterà che dire riferendosi ai Savoja: “Ancora una sconfitta e mi chiederanno Parigi”.
    Qualche settimana dopo, il 21-22 ottobre 1866 si svolse quel plebiscito-truffa attraverso il quale il Veneto venne annesso al Regno d’Italia, plebiscito che rimane negli annali della storia come una delle votazioni più truccate, e che si tenne, tra l’altro, due giorni dopo che il Veneto era già stato “passato” all’Italia in una oscura stanza dell’Hotel Europa lungo il Canal Grande; altro che “sotto riserva del consenso delle popolazioni debitamente consultate”…
    —————————————————————————————————————————————
    Lissa isola nel mare Adriatico è la più lontana dalla costa dalmata, conosciuta nell’antichità come Issa, più volte citata dai geografi greci. Fu base navale della Repubblica Veneta fino al 1797. Il “fatal 1866″ iniziò politicamente a Berlino con la firma del patto d’Alleanza fra l’Italia e la Prussia l’otto di aprile. Il 16 giugno scoppiò la guerra fra Prussia e Austria e il 20 giugno con il proclama del re l’Italia dichiarò guerra all’Austria; la baldanza degli italiani fu però prontamente smorzata poche ore dopo (24 giugno) a Custoza ove l’esercito tricolore fu sconfitto dall’esercito asburgico (nel quale militavano i soldati veneti). Fra il 16 e il 28 giugno le armate prussiane invasero l’Hannover, la Sassonia e l’Assia ed il 3 luglio ci fu la vittoria dei prussiani a Sadowa. Due giorni dopo l’impero asburgico decise di cedere il Veneto alla Francia (con il tacito accordo che fosse poi dato ai Savoia) pur di concludere un armistizio. In Italia furono però contrari a tale proposta che umiliava le forze armate italiane e, viste le penose condizioni dell’esercito dopo la batosta di Custoza, puntarono sulla marina per riportare una vittoria sul nemico che consentisse loro di chiudere onorevolmente (una volta tanto) una guerra.
    Gli italiani non potevano certo pensare di trovare sul loro cammino i Veneti, ossatura della marina austriaca. La marina militare austriaca era praticamente nata nel 1797 e già il nome era estremamente significativo: “Oesterreich-Venezianische Marine” (Imperiale e Regia Veneta Marina). Equipaggi ed ufficiali provenivano praticamente tutti dall’area veneta dell’impero (veneti in senso stretto, giuliani, istriani e dalmati popoli fratelli dei quali non possiamo dimenticare l’ attaccamento alla Serenissima) (1) e i pochi “foresti” ne avevano ben recepito le tradizioni nautiche, militari, culturali e storiche. La lingua corrente era il veneto, a tutti i livelli. Nel 1849 dopo la rivoluzione veneta capitanata da Daniele Manin c’era stata, è vero, una certa “austricizzazione” : nella denominazione ufficiale l’espressione “veneta” veniva tolta, c’era stato un notevole ricambio tra gli ufficiali, il tedesco era diventato lingua “primaria”. Ma questo cambiamento non poteva essere assorbito nel giro di qualche mese; e non si può quindi dar certo torto a Guido Piovene, il grande intellettuale veneto del novecento, che considerava Lissa l’ultima grande vittoria della marina veneta-adriatica. (2) (Ultima almeno per il momento aggiungo io: cosa sono 145 anni di presenza italiana nel territorio veneto di fronte ai millenni di storia veneta, ai 1100 anni di indipendenza veneta ? ).
    I nuovi marinai infatti continuavano ad essere reclutati nell’area veneta dell’impero asburgico, non certo nelle regioni alpine, e il veneto continuava ad essere la lingua corrente, usata abitualmente anche dall’ammiraglio Wilhelm von Tegetthoff che aveva studiato (come tutti gli altri ufficiali) nel Collegio Marino di Venezia e che era stato “costretto” a parlar veneto fin dall’inizio della sua carriera per farsi capire dai vari equipaggi. La lingua veneta contribuì certamente ad elevare la compattezza e l’omogeneità degli equipaggi; estremamente interessante quanto scrive l’ammiraglio Angelo Iachino (3) : ” … non vi fu mai alcun movimento di irredentismo tra gli equipaggi austriaci durante la guerra, nemmeno quando, nel luglio del 1866, si cominciò a parlare della cessione della Venezia all’Italia.” Né in terra, né in mare i veneti erano così ansiosi di essere “liberati” dagli italiani come certa storiografia pretenderebbe di farci credere. Pensiamo che perfino Garibaldi “s’infuriò perchè i Veneti non si erano sollevati per conto proprio, neppure nelle campagne dove sarebbe stato facile farlo!”(4).
    La marina tricolore brillava solamente per la rivalità fra le tre componenti e cioè la marina siciliana ( o garibaldina), la napoletana e la sarda. Inoltre i comandanti delle tre squadre nelle quali l’armata era divisa, l’ammiraglio Persano, il vice ammiraglio Albini ed il contrammiraglio Vacca erano separati da profonda ostilità. E la lettura del quotidiano francese “La Presse” è estremamente interessante: ”Pare che all’amministrazione della Marina italiana stia per aprirsi un baratro di miserie: furti sui contratti e sulle transazioni con i costruttori, bronzo dei cannoni di cattiva qualità, polvere avariata, blindaggi troppo sottili, ecc.Se si vorranno fare delle inchieste serie, si scoprirà ben altro”.(5)
    Si arrivò così alla mattina del 20 luglio. ”La Marina italiana aveva, su quella Austriaca, una superiorità numerica di circa il 60 per cento negli equipaggi e di circa il 30 per cento negli ufficiali. Ma il nostro personale proveniva da marine diverse e risentiva del regionalismo ancora vivo nella nazione da poco unificata e in particolare del vecchio antagonismo fra Nord e Sud.” (6) E così in circa un’ora l’abilità del Tegetthoff ed il valore degli equipaggi consentì alla marina austro-veneta (come la chiamano ancor oggi alcuni storici austriaci) di riportare una meritata vittoria. Le perdite furono complessivamente di 620 morti e 40 feriti, quelle austro-venete di 38 morti e 138 feriti (7). La corazzata “Re d’Italia”, speronata dall’ammiraglia Ferdinand Max, affondò in pochi minuti con la tragica perdita di oltre 400 uomini, la corvetta corazzata Palestro colpita da un proiettile incendiario esplose trascinando con se oltre 200 vittime. E quando von Tegetthoff annunciò la vittoria, gli equipaggi veneti risposero lanciando i berretti in aria e gridando: “Viva San Marco” (8). Alla fine, nonostante le sconfitte di Custoza e Lissa, il Veneto passò all’Italia. E a Napoleone III, imperatore dei francesi, non resterà che dire riferendosi agli italiani: “Ancora una sconfitta e mi chiederanno Parigi”. (9) E Giuseppe Mazzini su “Il dovere” del 24 Agosto 1866: ”E’ possibile che l’Italia accetti di essere additata in Europa come la sola nazione che non sappia combattere, la sola che non possa ricevere il suo se non per beneficio d’armi straniere e concessioni umilianti dell’usurpatore nemico?”

    Note :
    1 ) A. Zorzi – La Repubblica del Leone – RUSCONI (pag. 550)
    2 ) S. Meccoli – Viva Venezia – LONGANESI (pag. 122)
    3 ) A. Iachino – La campagna navale di Lissa 1866 – IL SAGGIATORE (pag. 133)
    4 ) D. Mack Smith – Storia d’Italia – LATERZA
    5 ) Mario Costa Cardol – Và pensiero ….su Roma assopita – MURSIA (pag. 5)
    6 e 7 ) A. Iachino – Storia Illustrata 06/1966 (pagg. 113-119)
    8 ) Vedi anche A. Zorzi – Venezia austriaca – LATERZA (pag. 138)
    9 ) Mario Costa Cardol – Ingovernabili da Torino – MURSIA (pag. 349)

    http://www.lindipendenza.com/lissa-20-luglio-1866-quando-i-veneti-sconfissero-gli-italiani/?utm_source=rss&utm_medium=rss&utm_campaign=lissa-20-luglio-1866-quando-i-veneti-sconfissero-gli-italiani
    Ultima modifica di Eridano; 23-07-13 alle 10:15
    Rubano, massacrano, rapinano e, con falso nome, lo chiamano impero; infine, dove fanno il deserto dicono che è la pace.
    Tacito, Agricola, 30/32.

  2. #1282
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    Predefinito Re: l'Indipendensa

    La battaglia dei sudtirolesi per cancellare i toponimi italiani



    di GILBERTO ONETO



    La vicenda è esemplare per inquadrare la situazione delirante di questa delirante Repubblica.

    La Provincia di Bolzano ha nei mesi scorsi deciso di abolire i toponimi italiani che non hanno una giustificazione storica ma che sono stati frutto delle fantasiose e perverse invenzioni di Ettore Tolomei, l’italianizzatore del Sud Tirolo, quello che sosteneva che gli autoctoni erano gli eredi di una legione romana dispersa fra le montagne e che Innsbruck avrebbe dovuto essere ribattezzata Enaponte. La legge non tocca i nomi di località stabilizzati ed entrati nell’uso corrente ma solo toponimi riferiti a elementi naturali minori e a insediamenti marginali che non hanno mai avuto una versione italiana prima delle strabilianti trovate e traduzioni del camerata Tolomei.
    La cosa ha naturalmente suscitato l’indignazione dei patrioti tricolori locali che avevano convinto il governo Monti a fare ricorso niente di meno che alla Corte Costituzionale per fare annullare la decisione provinciale (n.15 del 2012).
    Per evitare che la vicenda possa andare per le lunghe con grave danno per la dignità dell’Italia una e indivisibile, giorni fa la deputata Giorgia Meloni ha presentato, assieme ad altri ardenti patrioti di “Fratelli d’Italia”, una mozione per impegnare il governo Letta a sostenere la giusta causa presso la Corte.
    Nel dibattito che ne è seguito alla Camera dei Deputati si è creato uno strano pasticcio di alleanze che merita un po’ di attenzione.
    A favore della mozione si sono espressi con vibrati accenti risorgimentali quasi tutti i partiti, dai veteropatrioti (Fratelli e Pdl), fino ai neopatrioti tricolornariciuti del Pd. Hanno tenuto un imbarazzante silenzio i cinquestelle che anche su questo argomento dimostrano di avere le idee poco chiare: un vuoto cerebrale che non ha impedito loro di votare con la maggioranza.
    La mozione è così passata plebiscitariamente con 440 voti contro 73.
    È divertente andare a vedere chi è andato in minoranza. A favore dei sudtirolesi hanno votato i sudtirolesi stessi (ci mancava…), il gruppo di Sel (a prova che qualche rimasuglio degli antichi bollori autonomisti è rimasto anche a sinistra), quello LNA (Lega Nord e Autonomie, che si è fatto opportunamente rappresentare dal valdostano Rudi Franco Marguerettaz per evitare figuracce) e Scelta Civica.
    È quest’ultima presa di posizione a risultare piuttosto curiosa, sia perché era stato proprio Monti a presentare il ricorso alla Corte Costituzionale e perché costoro non avevano mai dato prima alcun segno di attenzione per le autonomie. La dichiarazione di voto è stata fatta dal trentino Dellai, che ha un personale curriculum colmo di localismo ma anche di connivenze centraliste.
    La vicenda serve a ricordare che su temi di vero e concreto autonomismo si possono anche spezzare consolidati schemi di alleanze e sollecitare adesioni in tutti i settori della pubblica opinione e della politica. Occorre però farlo su salde basi culturali e con la credibilità che viene da anni e anni di lotta e di coerenza.
    Una coerenza che i sudtirolesi hanno quasi sempre mostrato almeno sui temi fondamentali dell’autonomia e che molti altri invece frequentano con difficoltà e discontinuità.
    Il giorno 17 luglio la Lega votava giustamente a favore dell’iniziativa sudtirolese e già tre giorni dopo, il 20 luglio, il suo capogruppo Bitonci riversava al Senato vibrate e accorate sbrodolate di patriottismo concionando ispirato di “nostro Paese” e di “nostri marò”, impiegando con baldanza dei possessivi che lui ha scelto per sé ma che sicuramente non riguardano chi lo ha eletto e il Paese (quello davvero “nostro”) per la cui indipendenza è pagato per battersi.
    Autonomisti fai da te: ahi, ahi, ahi!

    23 Luglio 2013

    La battaglia dei sudtirolesi per cancellare i toponimi italiani | L'Indipendenza
    Ultima modifica di Eridano; 23-07-13 alle 11:13
    Rubano, massacrano, rapinano e, con falso nome, lo chiamano impero; infine, dove fanno il deserto dicono che è la pace.
    Tacito, Agricola, 30/32.

  3. #1283
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    Predefinito Re: l'Indipendensa

    Prove pratiche di Macroregione? Una proposta, tanto per cominciare…

    di GILBERTO ONETO



    Ogni tanto qualcuno accusa il nostro giornale di essere eccessivamente
    critico nei confronti della Lega, di peccare di intellettualismo e di eccessi teoretici. Un conto è – ci viene detto – starsene comodamente seduti dietro una tastiera, leggere libri e scrivere commenti, un altro è vivere la quotidiana pratica politica e “sporcarsi le mani” nel lavoro amministrativo e legislativo. È la solita tiritera anti-intellettuale, la difesa di chi teme il confronto delle idee e la forza della cultura, di chi nasconde l’ignoranza dietro all’attivismo. Vogliamo oggi tralasciare la (pur sacrosanta) polemica contro la spietata repulsione per idee, conoscenza e dibattito che storicamente vede impegnata la dirigenza leghista e iniziare a lanciare delle proposte operative che potrebbero tradursi in concreti atti di governo e in coerenti azioni politiche. Proviamo cioè a proporre progetti e iniziative: tutte cose che dovrebbero fare strapagati parlamentari e consiglieri e che invece offriamo loro gratis.
    L’altro giorno, nel corso del dibattito per il cosiddetto “svuotacarceri”, la posizione leghista è stata illustrata dalla deputata Stefani che ha riproposto le solite cose: l’opposizione al rilascio di delinquenti patentati, l’inefficienza della maggistratura e la necessità di sopperire al sovraffollamento con la costruzione di nuovi edifici di detenzione. Tutta roba che potrebbe sostenere tranquillamente il Pdl se potesse farlo, invece che essere intrappolato nel sostegno del governo. Cosa c’è di leghista e di autonomista in tutto questo? Un tubo: è tutta fuffa centralista e statalista. Nuove prigioni significano nuovo personale, più detenuti e maggiori costi: ricordiamo che ogni galeotto costa alla comunità circa 116 Euro al giorno e ogni secondino attorno ai 97 Euro.
    Ecco la nostra proposta: la regionalizzazione del sistema carcerario.
    Lo Stato spende annualmente circa 3 miliardi per l’ambaradan. Le tre Regioni presiedute da giovanotti leghisti hanno nel complesso il 31% degli abitanti della Repubblica: si facciano dare i 900 milioni di loro spettanza. In realtà esse contribuiscono per il 45-55% del gettito fiscale complessivo e potrebbero pretendere 1,5miliardi, ma vogliamo essere buoni.
    A fronte di questo trasferimento le tre amministrazioni (finalmente consorziate in Macroregione) si fanno carico dei loro galeotti, di quelli nati sul loro territorio, che sono in tutto 5.348, e cioè l’8,1% di tutti i detenuti e il 12,7% di quelli italiani. In un altro colpo di generosità le tre Regioni si potrebbero fare carico anche della loro quota parte di foresti e dovrebbero così occuparsi di circa 8.400 reclusi. Ogni altra Regione o accorpamento di Regioni dovrebbe fare altrettanto: ricevere fondi sulla base del numero degli abitanti e gestirsi i propri reprobi. Chi non ce la fa (per inefficienza, costi eccessivi o sovrapproduzione di mascalzoni autoctoni) dovrà arrangiarsi a reperire le risorse in casa propria. Si chiama federalismo!
    È ovvio che una proposta del genere non verrebbe accettata dallo Stato italiano e dalle Regioni meridionali che hanno una straordinaria produzione di birichini, ma ciò non toglie che questa dovrebbe essere la posizione di un serio movimento autonomista e indipendentista e che questo dovrebbe essere il progetto che la Macroregione illustra e sottopone ai suoi cittadini e che trasforma in un potente strumento di lotta e di consenso.
    Andare a piagnucolare per costruire nuove carceri (pagate in larga parte dai padani) per ospitare con maggiore tenerezza e confort detenuti meridionali e foresti non è una bella trovata autonomista, cari amici ben stipendiati della Lega a Roma. Proprio per questo tipo di atteggiamento gli anni di patriottica presenza di un ministro leghista alla Giustizia non hanno prodotto alcun consenso alla causa, anzi. Fare finta di nulla su questi problemi non è grande prova di indipendentismo, cari amici ben stipendiati della Lega nei Consigli regionali padani.
    Si vuole dare senso pratico alla Macroregione, si vuole riprendere consenso, si vuole uscire dalla melma in cui la Lega si è tuffata? Questa è una proposta. Altre seguiranno.
    E non dite che noi siamo solo dei comodi professorini e che i gallonati e gli eletti sono invece – poverini – costretti a “sporcarsi le mani” con la politica vera. Se le sono sporcate anche troppo senza ottenere alcun risultato per la nostra gente. Proviamo a cambiare registro, a usare più la testa e il cuore, e tenere le mani a posto.

    26 Luglio 2013

    Prove pratiche di Macroregione? Una proposta, tanto per cominciare? | L'Indipendenza
    Rubano, massacrano, rapinano e, con falso nome, lo chiamano impero; infine, dove fanno il deserto dicono che è la pace.
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  4. #1284
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    Predefinito Re: l'Indipendensa

    Quante chiacchiere inutili.
    E quanto vuoto dietro di esse.

  5. #1285
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    Predefinito Re: l'Indipendensa

    dovrà esse rimessa in uso la gogna e il primo a inaugurarla sarà puk.

  6. #1286
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    Predefinito Re: l'Indipendensa

    ITALIA SOTTO DITTATURA DI ILLUMINATI: ROCKEFELLER, KISSINGER, NAPOLITANO, LETTA, ASPEN…GENERALI

    3 agosto 2013 | Autore Redazione | Stampa articolo

    http://sulatestagiannilannes.blogspot.it/2013/08/italia-sotto-dittatura-di-illuminati.html#more
    Kissinger e Napolitano

    di Gianni Lannes

    Scusate, ma non riesco a voltare la testa dall’altra parte, a far finta di niente. Ieri avevo deciso di non scrivere più nulla, ma lo spettacolo di questi parassiti alla ribalta che succhiano il sangue alla gente onesta che suda fatica e dolore per un pezzo di pane, è orrendo, e a pagare anche in termini di perdita della salute, sono i più deboli in termini economici, i senza voce, i non rappresentati, soprattutto i bambini.
    Quanto è fesso il popolo italiano, quanto è buona e comprensiva la mia gente. E così a fronte di tanta indulgenza popolare la presa per i fondelli collettiva va in onda ogni giorno. Nel Belpaese al peggio non c’è mai fine. Democrazia calpestata, sovranità inesistente, legalità a piacimento, memoria sociale cancellata, dissenso criminalizzato, e critica rimossa. Governi telecomandati uno più dell’altro nella repubblichetta delle banane, dove gli alleati, pardon, i padroni di Londra, Berlino e soprattutto Washington fanno il loro porco comodo, senza che nessun italiano – a livello di rappresentanza politica – osi alzare finalmente la testa. Se questi burocrati per conto terzi dovessero vedersela con le vere intelligenze italiane, mortificate ed accantonate dal sistema di potere vigente, essi non resisterebbero un nanosecondo.
    Ieri il dibattito al Parlamento verteva – prima della condanna giustamente confermata a Berlusconi (uno incandidabile per legge già nel 1994) – sulla modifica dell’articolo 138. E nessuno all’opposizione che ha avuto il coraggio di ribadire a testa alta che la Costituzione è stata già stracciata con il Trattato di Lisbona, entrato in vigore nel 2009, firmato da Prodi e D’Alema nel 2007.

    La gente è stanca: non ne può più. Allora Presidente Napolitano ma di quali “riforme istituzionali” blatera? Può spiegare al popolo sovrano prima che la camera a gas a cielo aperto delle scie chimiche avveleni tutti, il senso del suo omaggio al conclamato macellaio planetario Kissinger? Io non dimenticherò mai Allende e Moro, ma neppure il senso di nausea che ho provato guardando le foto ufficiali che ritraggono il duo Napolitano e Kissinger, che ridono come se niente fosse.
    Oggi soffermo l’attenzione su una rivista – argomento da illuminati di cui ho ampiamente scritto e pubblicato in passato. Si tratta di Aspenia, giornale edito dall’Aspen Institute Italia, un sodalizio finanziato da David Rockefeller, proprio quel soggetto a capo delle organizzazioni terroristiche Bilderberg Group e Trilateral Commission, a cui è affiliata la casta di politicanti italioti, in primis l’attuale primo ministro pro tempore Letta Enrico (insieme a Mario Monti e a Mario Draghi, ma non solo), con rarissime eccezioni. Il numero 27 pubblicato nell’anno 2004 è davvero particolare, infatti è una monografia intitolata “La seconda era nucleare”.
    In queste pagine variopinte ritroviamo tutti gli attori della scena politica attualmente eterodiretta. Appare Giorgio Napolitano che firma la recensione ad un libro dell’ambasciatore USA Richard Gardner. Figura Enrico Letta che rilascia un’intervista sul tema dell’energia. Compare anche il generale delle scie chimiche Fabio Mini, tanto osannato da ambientalisti poco ferrati in materia bellica e sistemi di intelligence. Tra le firme degli amici e soci di Aspen ci sono anche: Carlo Jean, Franco Bernabè, Corrado Clini, Paolo Scaroni, Chicco Testa, Massimo Romano, Paolo Savona, Joseph LaPalombara, Carlo Scognamiglio Pasini, Antonio Calabrò.
    A dirigere la baracca a stelle e strisce verniciata in fretta di tricolore sbiadito, con lauti compensi, e non potrebbe essere altrimenti, è la nota Lucia Annunziata in qualità di direttore responsabile, mentre il direttore editoriale è tale Marta Dassù, già sottosegretario nel governo Monti. Nel comitato editoriale tra l’altro ci sono pure Giuliano Amato (alla voce Britannia e svendita dell’Italia), Gianni Letta, Arrigo Levi, Giulio Tremonti.














    A pagina 344 sbuca la rubrica “le letture di Aspen”. Qui troviamo la recensione al libro Mission Italy dell’ambasciatore americano a Roma, Richard Gardner. La firma dell’articolo è nientedimeno che quella di Napolitano Giorgio, già ministro ombra degli esteri nel Pci. In quelle pagine mister Napolitano se la prende addirittura con Enrico Berlinguer e l’opposizione agli euromissili, glissando sull’assassinio di Moro. Si rinnega addirittura il passato recente. Tanto in Italia chi ha memoria se prevale l’oblio di Stato?
    Rubano, massacrano, rapinano e, con falso nome, lo chiamano impero; infine, dove fanno il deserto dicono che è la pace.
    Tacito, Agricola, 30/32.

  7. #1287
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    Predefinito Re: l'Indipendensa


    la recensione di Napolitano

    L’intervista a Letta Enrico ha come titolo “I due errori dell’Italia”. L’argomento della discussione è la politica energetica tricolore.


    Ecco cosa ha dichiarato 9 anni fa, l’attuale presidente del consiglio. L’intervistatore Jacopo Giliberto domanda: E quali sono allora i principali errori fatti? Risposta di Letta:
    «…Noi italiani abbiamo soppresso due fonti energetiche nello stesso momento. Le abbiamo cancellate con metodi diversi, con un referendum per quanto riguarda l’abolizione dell’energia atomica e con scelte politiche per quanto riguarda il carbone. Così oggi, mentre ci troviamo a fronteggiare un’altra crisi petrolifera, dobbiamo scontare la miopia di decisioni di allora… A quei tempi (parlo del referendum del novembre 1987) avevo personalmente votato contro l’abolizione del nucleare».






    Il Letta minore (nel senso di nipote di quello maggiore Gianni, sodale del patron dell’Edilnord finanziata da Cosa Nostra, come hanno rivelato e documentato i due bravissimi giornalisti Ruggeri e Guarino in un libro memorabile sul signor tv; altro che Travaglio!) rimpiange il nucleare e punta sul carbone a suo dire “pulito”. Infatti dichiara:

    «Sì, in effetti il carbone avrebbe bisogno di un buon lavoro di “marketing scientifico”. In altre parole, bisogna tranquillizzare i cittadini; far capire che questa è una delle strade energetiche su cui è necessario lavorare». Bene: allora che Letta Enrico vada a vivere nei dintorni della centrale Enel a carbone di Cerano, così tanto per provare sulla propria pelle, anzi sui propri polmoni l’effetto che fa. Infine lo stesso Letta conclude:



    «La competizione e la concorrenza sono punti centrali: le liberalizzazioni devono continuare… e che sia al tempo stesso indispensabile una maggiore liberalizzazione del mercato… penso alle strozzature generate sul mercato del gas dal monopolio dell’Eni». Avete capito bene in mano a chi siamo?






    Convegno Aspen Institute Italia

    A proposito: chi è stato vice presidente dell’Aspen Italia per anni, fino a qualche mese fa? Per caso è lo stesso individuo al vertice del Pd che ha partecipato agli incontri mafiosi del Bilderberg?
    Rockefeller e Rothschild sono dietro alle società paravento che trivellano mari e terraferma della Penisola per rapinare gli idrocarburi e devastare lo Stivale e il Mediterraneo. Perché gli ecologisti nostrani non fiatano? Dottoressa D’Orsogna non mi interessano le polemiche sterili, ma a sua firma non ho ancora visto un solo articolo dalla California in merito alla titolarità a stelle e strisce di queste multinazionali del crimine? Eppure, lei è originaria dell’Abruzzo, una delle aree più colpite, anche dal terremoto bellico del 2009, indotto dagli esperimenti delle forze armate USA. O non è al corrente dei fatti? Sembra che i responsabili di questi scempio siano fantasmi. Invece sono mucchi di letame che dettano legge sull’esistenza altrui.



    L’attuale capo del Quirinale – in tempi più recenti – ha ricevuto il criminale internazionale Henry Kissinger, responsabile diretto dei genocidi di popoli e guerre ambientali nonché dell’assassinio in particolare di Salvador Allende e Aldo Moro. Per la cronaca spicciola: Kissinger e Napolitano hanno partecipato ad un convegno organizzato dall’Aspen in Italia. E infine, c’è la fondazione Vedrò, che accomuna tutti, ma proprio tutti, in un’ammucchiata indecente. Vero Letta? Allora? E’ il caso di licenziarli in blocco.
    Post scriptum
    Parentesi personale: ieri mattina mi hanno telefonato e scritto due giornaliste di un importante settimanale italiano. Mi chiedvano delle foto a corredo di un loro pezzo sull’elicottetro Volpe 132, abbattuto nel 1994 in Sardegna. A quella drammatica vicenda ho dedicato anni di ricerca attiva sul campo.Comunque i hanno offerto per conto di un noto editore addirittura 30 euro per ogni fotografia, con pagamento dopo 120 giorni. La caposervizio mi ha chiesto anche una collaborazione giornalistica, si fa per dire, pagata a pezzo, una miseria e senza contratto di lavoro. In altri termini precarietà a tutto spiano: prendere o lasciare. Ho scritto: no grazie!




    Su La Testa!: GIORGIO NAPOLITANO: MISSION ITALY Su La Testa!: Risultati di ricerca per aspen
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    ITALIA SOTTO DITTATURA DI ILLUMINATI: ROCKEFELLER, KISSINGER, NAPOLITANO, LETTA, ASPEN?GENERALI | STAMPA LIBERA

    Rubano, massacrano, rapinano e, con falso nome, lo chiamano impero; infine, dove fanno il deserto dicono che è la pace.
    Tacito, Agricola, 30/32.

  8. #1288
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    Predefinito Re: l'Indipendensa

    3 Agosto 2013


    Due candidati insospettabili per la Lega in crisi: Kyenge e Berlusca



    di GILBERTO ONETO



    È piuttosto evidente che la Lega sia in crisi di leadership e lo stesso Maroni
    non perde occasione per ripetere che la sua segreteria sia provvisoria e che occorra al più presto trovargli un sostituto ai vertici del Carroccio.
    Si sono fatti i nomi di Salvini, di Giorgetti e di Tosi, l’italianissimo. Ma nessuno di loro sembra avere i numeri per gestire una macchina che avrebbe bisogno di una energica revisione, di un radicale restauro.
    Gli eventi di questi giorni fanno emergere un altro paio di candidati insospettabili, due che non hanno mai avuto la tessera della Lega (ma nei momenti di emergenza conviene cercare un “commissario” esterno) ma che stanno mostrando insospettabili segni di viscerale leghismo: la Kyenge e il Berlüsca.
    Una segreteria Kyenge sarebbe uno straordinario coup de théatre, una incredibile furbata politica che spiazzerebbe avversari e denigratori togliendo loro il principale (se non l’unico) argomento di polemica contro la Lega. Una immigrata che guida un partito indipendentista sarebbe geniale.
    Madama Kyenge è nata in Katanga qualche mese dopo che la secessione del suo paese era stata schiacciata dal centralismo congolese con l’aiuto peloso delle Nazioni Unite. Papà Kyenge, notabile di una tribù di Kambove, nel Basso Katanga, non può non avere trasmesso ai suoi 38 figliuoli sentimenti identitari e pulsioni autonomiste. Madama Kashetu si è trasferita in Padania, il Katanga italiano, e non può essere centralista. E poi il verde le dona.
    Qualcuno addirittura sostiene che la signora sia una leghista “in sonno”: lo proverebbero il gioco delle parti con il Calderoli, le affettuose baruffe a uso della stampa, e anche la vicenda della sorella Dora che si era rivolta alla Lega di Pesaro per riottenere la sua casa popolare occupata da abusivi maghrebini e che solo per un soffio non si era candidata alle comunali nella lista leghista.
    Silvio Berlusconi deve oggi scegliere fra i domiciliari e il servizio sociale: per entrambe le cose potrebbe andare bene il falansterio di Via Bellerio perché qualcuno insinua che l’abbia pagato lui (e quindi lo può scegliere come residenza) oppure perché vi ci si potrebbe trasferire per fare qualcosa di utile, una opera buona sotto supervisione dei servizi sociali, tipo rimettere ordine in una comitiva di mal trà insèma.
    Nel 1994 si era dato alla politica proprio per fermare la Lega, oggi che l’ha foraggiata (qualcuno dice proprio pagata), di cui secondo qualche malizioso deterrebbe addirittura la titolarità del simbolo, che da 12 anni ha plasmato in una fedele creatura pronta a qualsiasi servizietto, se ne potrebbe fare direttamente carico e diventare lui il segretario federale. A che gli serve rifondare Forza Italia? C’è già pronta Forza Lega: lui avrebbe un giocattolo da riparare e il Carroccio ritroverebbe un capo palluto. È padano ma – si obietterà – ha troppe simpatie mediterranee? Non è che i suoi predecessori in Bellerio abbiano mai brillato per frequentazioni e affetti davvero nordici. E poi, a questo punto dovrebbe avere capito da dove vengono i maggistrati che l’hanno azzoppato e potrebbe finalmente avere maturato un po’ di coscienza identitaria. La sua carriera l’aveva cominciata con la Edilnord, quindi un tot di sensibilità per il punto cardinale alla moda dovrebbe essergli rimasta. Soprattutto è incazzato al punto giusto per fare un po’ di sano casino.
    Eccole così pronte le soluzioni per la Lega: madama Kyenge o il cavalier Berlüsca, o anche tutti e due assieme! Sarebbe la coppia più bella del mondo, i Miami Vice della Padania, l’invincibile biscotto Ringo della politica. Non ce ne sarebbe più per nessuno.


    3 Agosto 2013

    Due candidati insospettabili per la Lega in crisi: Kyenge e Berlusca | L'Indipendenza
    Ultima modifica di Eridano; 05-08-13 alle 20:41
    Rubano, massacrano, rapinano e, con falso nome, lo chiamano impero; infine, dove fanno il deserto dicono che è la pace.
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  9. #1289
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    Predefinito Re: l'Indipendensa

    6 Agosto 2013

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    Sanità lombarda declassata? Caro Maroni, non basta indignarsi




    di GILBERTO ONETO



    Da qualche giorno ci stanno stressando
    con il benchmark della sanità, appioppato dalla ministra pidiellina Beatrice Lorenzin a tre Regioni rosse (quando si dice l’unità nazionale…) e negata per un soffio a Lombardia e Veneto.
    La prima osservazione è lessicale: ma c’era proprio bisogno di usare un termine inglese? “Punto di riferimento” o “indicatore” non andavano bene? Oppure, siccome la parola deriva da un segnale posto su una bench – un oggetto su cui sedersi -, ha prevalso ancora una volta l’inconscia attrazione per scranni, poltrone e cadreghe?
    La seconda riguarda la reazione di Maroni, che si è detto indignato del declassamento della sanità lombarda che – non è solo perché lo ha detto Formigoni – è sicuramente meno peggio di tutte le altre.
    Ma che senso ha indignarsi? Cosa si aspettava da un esecutivo milazziano di larghe intese che raccatta fascisti, comunisti, democristi e quasi tutto il resto della raccolta differenziata della politica italiana? Da un governo che più patriota non si può? Da una ministra che ha un bel cognome istriano ma che è nata e cresciuta al ponentino di Roma?
    Su questo giornale abbiamo detto che avremmo dato a Maroni un po’ di spunti indipendentisti gratis.
    Eccone un altro.
    Se ne impippi dei voti ministeriali e colga l’occasione per mettere assieme i servizi sanitari delle tre Regioni a presidenza leghista. Si faccia un solo grande organismo che si occupi della salute di piemontesi, lombardi e veneti, che razionalizzi costi e strutture e divenga davvero la macchina della salute più efficiente d’Europa. Metta assieme le risorse, faccia approvare delle norme comuni, fonda le già ben funzionanti strutture di Lombardia e Veneto, rimetta in sesto quella piemontese (facendo pulizia delle incrostazioni bresso-cotiane che hanno ridotto la Sanità piemontese a un pezzo di Italia verace), si liberi da inefficienze, nepotismi e vecchie pratiche spartitorie partitiche: faccia insomma qualcosa di davvero autonomista e federalista, oltre che un bel passo concreto vero la Macroregione.
    Ci vuole coraggio ma l’indipendenza e la libertà non le regala nessuno. Si faccia dare i soldi che Roma si porta via, si faccia robustamente pagare dalle altre Regioni le prestazioni sanitarie offerte ai loro cittadini in trasferta e dal gioioso Ministero dell’Integrazione i costi per le cure somministrate a centinaia di migliaia di gracilissimi immigrati. Il Dicastero è senza portafoglio? Ci pensi Letta. In ogni caso protesti ad alta voce! Faccia casino!
    Utilizzi il rinnovato sistema sanitario come poderosa cassa di risonanza delle istanze autonomiste: faccia apporre fuori da ogni ospedale e ambulatorio il resoconto aggiornato di quanto i cittadini versano allo Stato e quanto questo restituisce per i bisogni della sanità. Bombardi i cittadini con numeri, schemi e disegnini che facciano capire dove finiscono i loro soldi, come vengono spesi quelli che si recuperano dalla cloaca centrale e quanto si potrebbe fare per malati, anziani e disabili di casa nostra se potessimo disporre di tutte le nostre risorse. La gente deve capire che se certe cose non possono essere fatte, o devono essere fatte tardi e male, la colpa è della Repubblica italiana che deruba lombardi, veneti e piemontesi (padani, c’est plus facile) e distribuisce i loro soldi ad altre latitudini o li spende in affettuosità nei confronti di foresti che non hanno mai versato un ghello nelle casse comuni.
    Insomma, caro Maroni, utilizzi la sanità efficiente per migliorare la vita dei suoi concittadini ma anche come grancassa per spiegare che non ci sono alternative all’indipendenza. I padani vanno curati bene e convinti meglio.
    Se ne convinca anche lei e si dia una mossa perché è stato eletto per questo.
    Sennò il benchmark glielo daranno i cittadini.

    Sanità lombarda declassata? Caro Maroni, non basta indignarsi | L'Indipendenza
    Ultima modifica di Eridano; 06-08-13 alle 21:40
    Rubano, massacrano, rapinano e, con falso nome, lo chiamano impero; infine, dove fanno il deserto dicono che è la pace.
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  10. #1290
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    Predefinito Re: l'Indipendensa

    Ottimo articolo di Oneto.

    Certo che sa di comica surreale che a dare i benchmark alle sanità del nord sia una che vive nel lazio.

    Ma in questo paese storto diciamo pure che ci sta.



 

 
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