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Discussione: l'Indipendensa

  1. #281
    Lumbard
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    Predefinito Re: l'Indipendensa

    Citazione Originariamente Scritto da verdi Visualizza Messaggio
    Be' penso che le occasioni per avere incarichi politici le abbia avute.
    Penso, ma la butto li', a naso, sia un po' un teorico e gli manchi l'affondo.

    Niente di male. Fa parte della personalita' di ciascuno di noi. E poi in politica devi essere una bestia...se no non ti schiodi e non ti cagano di striscio....chiaro no.


    hai centrato in pieno

  2. #282
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    Predefinito Re: l'Indipendensa

    Citazione Originariamente Scritto da sciadurel Visualizza Messaggio
    hai centrato in pieno
    Davvero.....????? caspito lo sapevo che invece del geologo dovevo fare "il psicologo "( scusa l'itagliano)

  3. #283
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    Predefinito Re: l'Indipendensa

    in idaglione si dice pissicologo (derivato da pissicologgia)

  4. #284
    Blut und Boden
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    Predefinito Re: l'Indipendensa

    Polentoni o padani? E’ in distribuzione il libro di Oneto




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    RICEVIAMO E PUBBLICHIAMO

    È in corso di distribuzione a tutti i soci in regola con l’iscrizione a La Libera Compagnia Padana per il 2012 il numero 101-102 dei Quaderni: il saggio Polentoni o Padani? di Gilberto Oneto.

    Il libro è una risposta alle varie pubblicazioni apparse negli ultimi anni che rivendicano i diritti del Meridione “rovinato” dall’unità italiana ma anche dai presunti vantaggi che la Padania ne avrebbe tratto. Il volume sostiene che tutti hanno ricevuto evidenti danni dall’unità forzata ma che quelli inflitti alle regioni settentrionali sono i più pesanti perché durano nel tempo, perché da decenni i padani si trovano a dover pagare tutti i conti, a essere privati di ogni potere politico e – in più – devono anche subire ogni sorta di accusa.


    Il sottotitolo del libro è in questo molto significativo: Apologia di un popolo di egoisti, xenofobi, ignoranti ed evasori. In difesa della comunità più diffamata della storia. In tempi in cui in tanti manifestano l’orgoglio della propria appartenenza, vuole essere uno scatto di “Orgoglio Padano”. In realtà è molto di più perché contiene un interessante repertorio di informazioni, note storiche e dati statistici “veri”.

    Il libro si apre con una prefazione di Roberto Maroni, è pubblicato da Il Cerchio di Rimini, è regolarmente distribuito in libreria ed è disponibile presso tutti gli operatori on line.

    Luglio 2012

    Polentoni o padani? E’ in distribuzione il libro di Oneto | L'Indipendenza
    Ultima modifica di Eridano; 03-08-12 alle 19:02
    Rubano, massacrano, rapinano e, con falso nome, lo chiamano impero; infine, dove fanno il deserto dicono che è la pace.
    Tacito, Agricola, 30/32.

  5. #285
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    Predefinito Re: l'Indipendensa

    L'ho ricevuto oggi.
    Rubano, massacrano, rapinano e, con falso nome, lo chiamano impero; infine, dove fanno il deserto dicono che è la pace.
    Tacito, Agricola, 30/32.

  6. #286
    Blut und Boden
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    Predefinito Re: l'Indipendensa

    Olimpiadi: l’Italia è l’ultimo paese di socialismo reale presente a Londra

    di GILBERTO ONETO

    Tanta acqua è passata sotto i ponti da quando il barone De Coubertin aveva voluto ripristinare le Olimpiadi sulla base di aspirazioni alla purezza, di onesta competizione e di spirito ludico: per questo erano stati chiamati giochi.
    Per un po’ la cosa ha funzionato e alle gare hanno partecipato volonterosi giovanotti, entusiasti dilettanti, in un mondo in cui le attività sportive erano intese come salutare distrazione del corpo e dell’anima: gioie da dopolavoro insomma. Poi qualcuno ha cominciato a vedervi prima un palcoscenico per esibizioni nazionalistiche e ideologiche, e poi un gigantesco business. Le regole sul dilettantismo sono state piano piano aggirate e hanno preso il sopravvento veri professionisti dello sport. All’inizio l’inganno si è pudicamente nascosto dietro l’ipocrita paravento delle società sportive collegate a corpi militari o paramilitari. Sempre meno gente faceva dello sport finito il turno di servizio, ma il servizio era rappresentato proprio dagli allenamenti sportivi. L’apice di questo sistema si è avuto con i regimi comunisti dell’Europa orientale ma nessun paese ne era esente: frotte di capitani, sergenti e colonnelli hanno cominciato a gareggiare in uniforme (a cavallo) o in calzoncini (a piedi). E per vincere non si è più guardato in faccia a nessuno: tutti ricordano certe strane soldatesse della DDR che avevano l’allure delicata dei granatieri di Pomerania. La cosa per i paesi comunisti aveva anche una sua giustificazione nel fatto che lì tutti erano dipendenti dello Stato, militari e non, e che quindi il confine fra dopolavoro e professionismo era piuttosto labile. Anche per concorrere con questo professionismo di Stato, in Occidente si è impiegato l’escamotage delle associazioni sportive militari: sorta di welfare agonistico mascherato.
    Poi si è finalmente deciso di lasciare perdere con l’illusione romantica e ingenua del dilettantismo e – complice anche la fine del comunismo – la legge di mercato ha invaso lo sport con griffe, marchi, sponsorizzazioni, pubblicità eccetera.
    C’è rimasta una eccezione: l’Italia, l’ultimo paese di socialismo reale in Occidente e fra un po’ nel mondo intero. Mentre le altre squadre olimpiche vivono di mercato, da noi domina la partecipazione statale: è lo Stato che si occupa di sport, medaglie e connesse aspirazioni alla vittoria, e quando capita, esaltazione delle stesse. Tutti i paesi devono avere un comitato olimpico e quindi in qualche modo sovvenzionano la loro partecipazione olimpica ma è rimasta quasi solo l’Italia a dare uno stipendio a una bella fetta dei suoi atleti, prima, durante e dopo le Olimpiadi.
    Guardiamo un po’ di numeri.
    Quest’anno a Londra sono andati 290 atleti, di questi 183 (il 63%) sono militari, poliziotti o assimilati. Essi sono la totalità delle squadre di badminton, judo, lotta, nuoto di fondo, nuoto sincronizzato, pentathlon, pesi, pugilato, scherma, equitazione, taekwondo, tiro a segno e a volo, triathlon e tuffi. Sono l’87% nell’atletica (il gruppo più numeroso), l’83% nel tiro con l’arco, il 78% nella ginnastica, il 70% nel nuoto, il 68% nel canottaggio, il 64% nella vela, il 50% nel beach volley e nel ping-pong, il 29% nel ciclismo, il 25% nella canoa, e lo 0% in pallavolo, pallanuoto e tennis, che sono i tre sport che non hanno atleti statali. In realtà anche tutto il ciclismo maschile è “privato”. Senza queste ultime quattro discipline “liberiste”, la percentuale di statali salirebbe all’82%: sappiamo per chi fare o non fare il tifo. Di tutti, 136 sono nati in Padania, 129 nel resto d’Italia e 25 sono stranieri o nati all’estero. I meridionali sono più numerosi nel judo, pugilato, scherma, tiro a segno e a volo, e vela. La percentuale di “statali” è molto più alta fra gli atleti meridionali e neppure questa è una novità.
    Circa due terzi degli atleti inviati alle Olimpiadi sono perciò pubblici dipendenti che fanno sport per mestiere e che vengono retribuiti dai contribuenti e che lo saranno anche quando avranno smesso da tempo di gareggiare. Gli statali sono così suddivisi: 42 delle Fiamme Gialle (Guardia di Finanza), 30 delle Fiamme Oro (Polizia), 28 dell’Aeronautica, 25 dell’Esercito, 20 dei Carabinieri, 18 delle Fiamme Azzurre (Polizia carceraria), 15 Della Forestale e 5 della Marina. Insomma non si ha a che fare con pubblici dipendenti che dopo l’orario di servizio vanno in palestra o che ottengono permessi speciali per farlo, ma con gente che è pagata per fare solo questo (stipendi, trasferte, extra vari) e che quando avrà finito di gareggiare, avrà uno stipendio a vita: c’è da scommettere che nessuno di loro andrà mai a dirigere il traffico.
    É difficile quantificare quanto Pantalone spenda per le paturnie sportive dello Stato italiano perché questi olimpionici sono solo la punta di un costosissimo iceberg che comprende migliaia di atleti, dirigenti, funzionari, oltre che decine di strutture e tutto il resto. Un rapido giro sui siti delle varie organizzazioni sportive apre scenari divertenti e inquietanti su questo strano mondo di atleti in uniforme. Non c’è neppure il più vago tentativo di salvare qualche apparenza, tipo i marinai che fanno vela o i poliziotti la corsa a ostacoli. Anzi si trovano stravaganze come quella delle guardie carcerarie che vincono medaglie in pattinaggio artistico su ghiaccio e su rotelle.
    Tutto questo fervore non può che spiegarsi con l’importanza che lo Stato italiano annette al solo vero tipo di patriottismo su cui può contare: quello sportivo, che non è fatto solo di calcio e Ferrari ma anche di Olimpiadi e giochi vari. Questo consente di suscitare slanci nazionalistici e sventolii di bandiere, ma anche di dirottare e distrarre l’interesse della gente in una moderna visione del panem et circenses, dove il panem è sempre più scarso di companatico, e perciò ci si impegna con crescente fervore nei circenses, facendoli ovviamente pagare ai contribuenti sia tifosi che indifferenti. Qualcuno – soprattutto fra questi ultimi – potrebbe farsi prendere dalla voglia di estendere la spending review anche a questa voce di bilancio che si ciuccia un bel mucchietto di milioni ogni anno. Qualcuno potrebbe obiettare che – vista l’aria che tira – i poliziotti starebbero meglio sulle volanti o nelle questure. Il fatto poi che l’Italia abbia il più alto numero di agenti rapportati alla popolazione nel mondo occidentale e un rapporto paritario fra galeotti e secondini non aiuta certo nell’alimentare passioni sportive in chi deve lavorare per mantenere l’intero ambaradan.
    Ma sono argomenti egoistici e poco solidali.
    Lo Stato non funziona, l’economia va a rotoli e i colori della democrazia stanno sbiadendo? Nessuna paura: quando qualcuno di questi burocrati in tuta vince qualcosa (non capita quanto ci si potrebbe aspettare dall’investimento, ma capita), ci si riunisce tutti commossi e trepidi “a coorte” per sentire l’Inno della Repubblica Sociale e per vedere qualche ragazzotto che esulta avviluppato nel vessillo mazziniano (magari col motto “Benvenuti al Sud”, che equivale al più classico “E sempre sia lodato quel fesso che ha pagato”). E fa bene ad esultare se ha vinto, ma fa bene a farlo anche se ha perso perché intanto prende uno stipendio (cui si aggiungono numerosi altri gadgets e benefit), si diverte ed è sistemato a vita. E poi queste cerimonie commuovono Napolitano, che è un vero professionista del patriottismo. Non come quel dilettante di De Coubertin!

    4 Agosto 2012

    Olimpiadi: l’Italia è l’ultimo paese di socialismo reale presente a Londra | L'Indipendenza
    Rubano, massacrano, rapinano e, con falso nome, lo chiamano impero; infine, dove fanno il deserto dicono che è la pace.
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  7. #287
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    Predefinito Re: l'Indipendensa

    L’Italia è nella cacca e torna a prendersela con i tedeschi
    di GILBERTO ONETO



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    Quando è nella cacca (e cioè quasi sempre), il patriottismo italiano si inventa qualche nemico esterno, qualche fellone che vuole invadere, derubare, vilipendere l’amato Stivale. La parte è toccata in 150 anni a molti: Francia, Jugoslavia, la Grecia cui spezzare le reni, il povero Negus. E come dimenticare la “perfida Albione”?
    Il “cattivo” più gettonato però parla tedesco. Da Cecco Beppe in poi, per solida tradizione risorgimentale, i crucchi sono il più feroce e duraturo nemico della patria: per loro qualche pistola si è addirittura inventato la figura del “nemico tradizionale”, all’interno della quale ha infilato di volta in volta austriaci, tedeschi, sudtirolesi e anche qualche svizzero, in pittoresca ma patriottica confusione. É una gigantesca balossata perché nella nostra lunga storia i pericoli più costanti ci sono venuti da sud (romani, saraceni, turchi…) e i vicini che sono venuti a svuotarci il frigorifero sono altri (spagnoli, francesi…). Con il mondo tedesco la Padania ha vissuto una lunghissima simbiosi e i rari attriti non si sono verificati per ragioni di contrapposizione culturale o etnica, ma solo per questioni politiche nelle quali era del tutto indifferente la nazionalità. Si è litigato con il Barbarossa per questioni di tasse e non certo perché era un tedesco; con gli svizzeri si sono avuti contenziosi sui controlli dei passi (che purtroppo non abbiamo perso del tutto, come sarebbe stato conveniente fare), con gli austriaci ci si è accapigliati per questioni di autonomia e ce ne siamo pentiti dopo essere finiti dalla padella nella brace. Nelle due guerre mondiali ce li siamo trovati contro perché noi li abbiamo aggrediti o li abbiamo ingannati con trucchi e giravolte ben poco commendevoli.
    Eppure questa idea nefasta del “nemico tedesco” resiste fra le pieghe della peggiore sottocultura italianista. Che se ne facciano portatori i meridionali (che hanno peraltro ancor meno motivi storici per farlo) può essere in parte giustificato da una abissale differenza antropologica, ma che lo facciano dei padani non ha proprio senso alcuno. La sola motivazione che si può ipotizzare – e non è certo una motivazione nobile – è che qualcuno dei nostri provi invidia per un parente che ha saputo costruirsi delle condizioni di vita migliori delle nostre pur partendo da una situazione di partenza del tutto analoga. C’è quasi una sorta di invidia sociale per chi ha saputo organizzare e sfruttare meglio opportunità e risorse, per chi si è costruito una casa ordinata e pulita. Noi non ci siamo riusciti e, invece di farci un serio e doloroso esame di coscienza, preferiamo ricorrere a stereotipi, a luoghi comuni, a giustificazioni da barzelletta o all’invenzione di presunte ingiustizie ai nostri danni. È significativo – e sarebbe bene meditare sul dettaglio – che rivolgiamo ai tedeschi le stesse accuse che i terroni rivolgono ai polentoni: ubriaconi, volgari, ruttatori, egoisti, sfruttatori del lavoro altrui, prepotenti ed emettitori di suoni gutturali. Si è generata una rivisitazione un po’ all’amatriciana di talune immagini mitologiche di misteriose forze negative provenienti dalle brume settentrionali, che non hanno certo la forza espressiva dei miti norreni o delle narrazioni wagneriane ma che si contentano del dileggio pelasgico sugli elmi vichinghi di Pontida o sulle galline che la nonna di Miglio contava in tedesco.
    Oggi si parla male dei tedeschi e della Merkel perché li si accusa di essere all’origine di tutti i nostri guai economici, di volerci affamare e di volersi arricchire alle nostre spalle: un ragù delle trovate di Agazio Loiero, Francesco Saverio Nitti e Primo Aprile applicato oltralpe. Si accusano i tedeschi di avere usato l’Euro per sistemare la Germania orientale, ma noi non potevamo fare altrettanto con il Meridione? Si accusano i tedeschi di sistemare il loro debito pubblico con la moneta comune, ma noi non siamo entrati nell’Euro con il fine furbesco di faci pagare i debiti dai tedeschi e dagli altri? I tedeschi esportano perché hanno un sistema fiscale e strutture produttive più efficienti, noi arranchiamo perché lo Stato massacra i produttori e perché i servizi (strapagati) non funzionano. Un balordo coro bypartisan accusa i tedeschi di tutte le nostre magagne. Ma la corruzione, la casta, le mafie, la burocrazia ci sono state imposte dai tedeschi? É colpa loro se ci sono milioni di statali da mantenere, se ci sono folle di foresti da accudire, se il Meridione è quello che è, se i nostri politici sono una banda di cialtroni? Si accusano i tedeschi di volere un’Italia malmessa per favorire la loro economia. Magari non sarebbero felicissimi di avere una Padania libera e prospera alle porte di casa ma di certo la preferirebbero mille volte al disastro attuale: è meglio avere un partner sano che fa anche concorrenza (e che alla fine porta vantaggi a tutti) piuttosto che un tafanario socio-politico che è solo un focolare di infezioni pestifere.
    Insomma i nostri problemi sono nostri e non possiamo sperare di scaricarli sugli altri, chiedere che altri ce li risolvano e poi accusarli di esserne la causa se le cose non funzionano. Se l’Italia è un disastro è solo colpa degli italiani. Se la Padania persiste nell’essere parte di questo disastro è solo colpa dei padani. Non si può scaricare le responsabilità sugli altri. Se i tedeschi vanno sempre meglio è merito loro. Se noi andiamo sempre peggio è colpa nostra. Se le banche svizzere si riempiono di capitali italiani non è colpa dei nostri vicini che magari accusiamo di essere “esosi e furbacchioni”, ma è colpa del sistema Italia che non si fida di sé stesso. Il problema non sono gli gnomi di Zurigo ma i pidocchi di Roma.
    Gli italiani trovano liberatorio dare della culona alla Merkel e dei ciucateri ruttatori ai suoi concittadini, trovano consolatorio il piagnucolìo mediterraneo sui crucchi che ci rapinano, su di noi poveretti vittime del clima, dei terremoti, degli stranieri oppressori, dello sfruttamento, della sfiga e dell’Euro, dei tognitti cattivi e del “Piave mormorò”? É triste che si accodino alla lamentazione anche alcuni padani. Non ci sono nemici storici, ci sono solo vicini fastidiosi e perniciosi, e di solito vengono da sud. Aveva scritto nel 1859 Cavour a proposito dell’allontanamento del granduca Massimiliano dal vicereame del Lombardo-Veneto: «Finalmente possiamo respirare. L’uomo che era il nostro peggior nemico in Lombardia, che noi temevamo di più, e di cui guardavamo ogni giorno i progressi, è stato allontanato. La sua perseveranza, il suo spirito giusto e liberale gli avevano guadagnato molti sostenitori. La Lombardia non è mai stata così prospera, così ben amministrata».
    Non sarebbe ora che cominciassimo a fare scelte più responsabili, a cercarci compagni di viaggio e partner più civili e affidabili? Se ruttano, pazienza! Organizzeremo delle belle gare in birreria. Quasi sicuramente perderemo ma è meglio soccombere ai rutti che alle lupare.

    7 Agosto 2012

    L’Italia è nella cacca e torna a prendersela con i tedeschi | L'Indipendenza
    Ultima modifica di Eridano; 07-08-12 alle 08:42
    Rubano, massacrano, rapinano e, con falso nome, lo chiamano impero; infine, dove fanno il deserto dicono che è la pace.
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  8. #288
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    Predefinito Re: l'Indipendensa

    Miglio: “Bossi non faceva altro che calare le braghe”

    di GIANFRANCO MIGLIO*

    Nella prefazione al libro autobiografico Vento dal Nord, scritto da Bossi con l’aiuto di Daniele Vimercati, io ho attribuito al segretario il merito di non aver mai cambiato la sua scelta ideologica iniziale: cioè l’opzione per una Costituzione federale. Passerò il resto della mia vita a pentirmi di quel giudizio positivo, e dell’alto riferimento che io feci allora a una pagina di Max Weber. Perché ho scambiato per intima convinzione quella che era soltanto l’opportunistica ripetizione di un luogo comune: un po’ come la «dittatura del proletariato», sempre evocata dai leninisti quale coronamento della rivoluzione comunista, ma perennemente rinviata a un mitico e lontano futuro.
    Io sono pronto ad ammettere che sulla innegabile caduta del «federalismo» leghista abbia avuto un forte impatto l’attenuarsi delle speranze di veder sorgere una grande federazione europea. Come ha dimostrato lo scorso giugno il calo dell’ interesse degli elettori per le istituzioni soprannazionali, la gente non crede più al superamento dei vecchi Stati sovrani. E questo stato d’animo si riflette anche sull’attesa di una profonda trasformazione delle nostre istituzioni interne. Quando i miei amici leghisti si proclamavano «federalisti», io domandavo loro, un po’ ironico, che cosa ciò volesse dire. Mi rispondevano candidamente: «Non lo so», oppure facevano confusi riferimenti alle «autonomie», alla liberazione dall’egemonia del Sud, e via di questo passo. Anzi, io ho il sospetto che, nella mente del segretario e dei suoi collaboratori – stante l’ignoranza circa ciò che sia un «vero» ordinamento federale – quest’ultimo si confonda con un generico «cambiamento» delle posizioni personali di potere.
    Del resto nei quattro anni che ho passato accanto ai vertici del movimento (e ci stavo notoriamente come esperto della riforma costituzionale) non una sola volta – dico una sola volta – Bossi, oppure uno dei suoi «colonnelli», mi hanno domandato una qualsiasi informazione su un qualsiasi punto dell’ordinamento federale che noi auspicavamo. Il «federalismo» era per il segretario e per i suoi accoliti uno strumento per la conquista del potere, una specie di «piede di porco» con il quale scardinare le difese degli avversari. Più volte alcuni dei «colonnelli» si sono domandati, conversando con me, se l’attuazione della «rivoluzione federalista» corrispondesse realmente all’interesse del movimento. Questa strumentalità del programma emergeva in modo particolare nell’ostinazione con la quale Bossi cercava di estendere il movimento alle regioni del Centro-Sud. Io avevo un bel contestargli i costi e i risultati deludenti di questi tentativi e di avvertire che la Lega contava perché era un fenomeno del Nord: cambieremo l’Italia (affermavo) restando a settentrione della linea gotica.
    Egli invece era ossessionato dalla convinzione che il suo movimento, per crescere sul piano politico, dovesse diventare «nazionale» anche a costo di annacquare la sua identità originaria. Tale modo errato di ragionare dipendeva dalla suggestione che gli ambienti romani esercitarono su di lui nei cinque lunghi anni in cui Bossi frequentò la capitale come solitario (e isolato) senatore. Ma soprattutto influì sulle sue idee un anziano giornalista ex democristiano, Luigi Rossi, cresciuto nell’entourage di Fanfani, che, andato in pensione, divenne il suo portaparola (e poi nel 1992 fu fatto deputato). Costui era ed è un nazionalista, che vorrebbe la Lega radicata nel Sud e trasformata in una specie di «Democrazia cristiana pulita».
    Sempre a questo tipo di influssi negativi va ricondotto il tentativo, fatto più volte da Bossi, di negare le radici etnicoculturali del particolarismo leghista e di sostituire a questo vincolo (che è il solo percepito dagli affiliati) quello socioeconomico. Si direbbe che il segretario si vergogni della fase e del linguaggio originari del suo movimento, e cerchi di ricondurre la ribellione del Nord, e il contrasto settentrione-meridione nell’alveo della concezione marxista (che un tempo gli fu congeniale). Se il segretario manterrà il proposito, già manifestato apertamente, di proporre, in occasione del prossimo Congresso, la eliminazione della qualifica «Nord» dalla denominazione «Lega Nord», il movimento andrà definitivamente a picco.
    Di fronte alle continue oscillazioni che ho descritto, e sopra tutto alla scarsa o nulla volontà di specificare i contenuti del modello «federale», io non perdevo le occasioni che si presentavano – nei convegni, e sulla stampa – per confermare l’impegno mio personale e del movimento a favore di quel modello, chiarendo, di volta in volta, le soluzioni di problemi concreti in cui il progetto si articolava. Spiegavo cioè come certe questioni, altrimenti insolubili, trovassero una risposta soddisfacente proprio in un assetto «federale» dei pubblici poteri. A queste «uscite» – in cui talvolta riuscivo a coinvolgere la responsabilità del movimento – seguivano però, quasi regolarmente, delle «marce indietro» del segretario.
    Così che la stampa prese a divertirsi a un simile gioco di avanzate e ritirate. L’unico che non si divertiva ero io. Anche perché mi accorsi che se i partiti concorrenti reagivano violentemente alle nostre uscite (anche le più legittime e ragionevoli) Bossi si affrettava a calare le brache: voleva insomma fare la rivoluzione ma con il consenso di tutti. In secondo luogo le sue ritirate e le sue smentite servivano a contenere e ridurre il mio prestigio presso i leghisti, che invece con mio forte imbarazzo continuava a crescere. Bossi cominciò anzi a far proprie, con i giornalisti, alcune espressioni usate contro di me dai nostri nemici: «Un anziano professore, un po’ matto e dominato dalla fissazione della secessione del Nord…».

    *Tratto da “Io, Bossi e la Lega” – Mondadori Edizioni

    Agosto 2012


    Miglio: “Bossi non faceva altro che calare le braghe” | L'Indipendenza
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  9. #289
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    Predefinito Re: l'Indipendensa

    Citazione Originariamente Scritto da Eridano Visualizza Messaggio
    Miglio: “Bossi non faceva altro che calare le braghe”

    di GIANFRANCO MIGLIO*

    Nella prefazione al libro autobiografico Vento dal Nord, scritto da Bossi con l’aiuto di Daniele Vimercati, io ho attribuito al segretario il merito di non aver mai cambiato la sua scelta ideologica iniziale: cioè l’opzione per una Costituzione federale. Passerò il resto della mia vita a pentirmi di quel giudizio positivo, e dell’alto riferimento che io feci allora a una pagina di Max Weber. Perché ho scambiato per intima convinzione quella che era soltanto l’opportunistica ripetizione di un luogo comune: un po’ come la «dittatura del proletariato», sempre evocata dai leninisti quale coronamento della rivoluzione comunista, ma perennemente rinviata a un mitico e lontano futuro.
    Io sono pronto ad ammettere che sulla innegabile caduta del «federalismo» leghista abbia avuto un forte impatto l’attenuarsi delle speranze di veder sorgere una grande federazione europea. Come ha dimostrato lo scorso giugno il calo dell’ interesse degli elettori per le istituzioni soprannazionali, la gente non crede più al superamento dei vecchi Stati sovrani. E questo stato d’animo si riflette anche sull’attesa di una profonda trasformazione delle nostre istituzioni interne. Quando i miei amici leghisti si proclamavano «federalisti», io domandavo loro, un po’ ironico, che cosa ciò volesse dire. Mi rispondevano candidamente: «Non lo so», oppure facevano confusi riferimenti alle «autonomie», alla liberazione dall’egemonia del Sud, e via di questo passo. Anzi, io ho il sospetto che, nella mente del segretario e dei suoi collaboratori – stante l’ignoranza circa ciò che sia un «vero» ordinamento federale – quest’ultimo si confonda con un generico «cambiamento» delle posizioni personali di potere.
    Del resto nei quattro anni che ho passato accanto ai vertici del movimento (e ci stavo notoriamente come esperto della riforma costituzionale) non una sola volta – dico una sola volta – Bossi, oppure uno dei suoi «colonnelli», mi hanno domandato una qualsiasi informazione su un qualsiasi punto dell’ordinamento federale che noi auspicavamo. Il «federalismo» era per il segretario e per i suoi accoliti uno strumento per la conquista del potere, una specie di «piede di porco» con il quale scardinare le difese degli avversari. Più volte alcuni dei «colonnelli» si sono domandati, conversando con me, se l’attuazione della «rivoluzione federalista» corrispondesse realmente all’interesse del movimento. Questa strumentalità del programma emergeva in modo particolare nell’ostinazione con la quale Bossi cercava di estendere il movimento alle regioni del Centro-Sud. Io avevo un bel contestargli i costi e i risultati deludenti di questi tentativi e di avvertire che la Lega contava perché era un fenomeno del Nord: cambieremo l’Italia (affermavo) restando a settentrione della linea gotica.
    Egli invece era ossessionato dalla convinzione che il suo movimento, per crescere sul piano politico, dovesse diventare «nazionale» anche a costo di annacquare la sua identità originaria. Tale modo errato di ragionare dipendeva dalla suggestione che gli ambienti romani esercitarono su di lui nei cinque lunghi anni in cui Bossi frequentò la capitale come solitario (e isolato) senatore. Ma soprattutto influì sulle sue idee un anziano giornalista ex democristiano, Luigi Rossi, cresciuto nell’entourage di Fanfani, che, andato in pensione, divenne il suo portaparola (e poi nel 1992 fu fatto deputato). Costui era ed è un nazionalista, che vorrebbe la Lega radicata nel Sud e trasformata in una specie di «Democrazia cristiana pulita».
    Sempre a questo tipo di influssi negativi va ricondotto il tentativo, fatto più volte da Bossi, di negare le radici etnicoculturali del particolarismo leghista e di sostituire a questo vincolo (che è il solo percepito dagli affiliati) quello socioeconomico. Si direbbe che il segretario si vergogni della fase e del linguaggio originari del suo movimento, e cerchi di ricondurre la ribellione del Nord, e il contrasto settentrione-meridione nell’alveo della concezione marxista (che un tempo gli fu congeniale). Se il segretario manterrà il proposito, già manifestato apertamente, di proporre, in occasione del prossimo Congresso, la eliminazione della qualifica «Nord» dalla denominazione «Lega Nord», il movimento andrà definitivamente a picco.
    Di fronte alle continue oscillazioni che ho descritto, e sopra tutto alla scarsa o nulla volontà di specificare i contenuti del modello «federale», io non perdevo le occasioni che si presentavano – nei convegni, e sulla stampa – per confermare l’impegno mio personale e del movimento a favore di quel modello, chiarendo, di volta in volta, le soluzioni di problemi concreti in cui il progetto si articolava. Spiegavo cioè come certe questioni, altrimenti insolubili, trovassero una risposta soddisfacente proprio in un assetto «federale» dei pubblici poteri. A queste «uscite» – in cui talvolta riuscivo a coinvolgere la responsabilità del movimento – seguivano però, quasi regolarmente, delle «marce indietro» del segretario.
    Così che la stampa prese a divertirsi a un simile gioco di avanzate e ritirate. L’unico che non si divertiva ero io. Anche perché mi accorsi che se i partiti concorrenti reagivano violentemente alle nostre uscite (anche le più legittime e ragionevoli) Bossi si affrettava a calare le brache: voleva insomma fare la rivoluzione ma con il consenso di tutti. In secondo luogo le sue ritirate e le sue smentite servivano a contenere e ridurre il mio prestigio presso i leghisti, che invece con mio forte imbarazzo continuava a crescere. Bossi cominciò anzi a far proprie, con i giornalisti, alcune espressioni usate contro di me dai nostri nemici: «Un anziano professore, un po’ matto e dominato dalla fissazione della secessione del Nord…».

    *Tratto da “Io, Bossi e la Lega” – Mondadori Edizioni

    Agosto 2012


    Miglio: “Bossi non faceva altro che calare le braghe” | L'Indipendenza
    Interessante.

  10. #290
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    Predefinito Re: l'Indipendensa

    Interessante???? abruzzese forse per te che non hai vissuto niente di cio' di cui si parla.
    Per me non lo e' per niente.

    Personalmente non mi piacciono i "j'accuse" piu' o meno velati da parte di chi ha visto sotratto il truogolo dove ha mangiato per anni.

    La dignita' , anche in politica, e' ben altra cosa.

    Mi sembra che sia in atto una rivalutazione del supermiglio ( copywrighter di un certo cefis, ed in odore di massoneria, nonche' postulatore di un sud bellamente ceduto alle mafie...... complimenti), con l'intento di umiliare sempre di piu' Bossi.

    Ma dove erano allora, quando il saggio venne allontanato ed infangato, i colonnelli vari che ora lo idolatrano?
    :gratgrat:
    Ultima modifica di verdi; 07-08-12 alle 17:15

 

 
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