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Discussione: l'Indipendensa

  1. #1561
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    Predefinito Re: l'Indipendensa

    19 Febbraio 2014

    La lezione sarda: gli indipendentisti devono coordinarsi fra loro

    di GILBERTO ONETO



    Autonomisti e indipendentisti hanno un tratto in comune a tutte le latitudini
    : litigano sempre ferocemente fra di loro e mettono più impegno e cattiveria nel combattere contro i “fratelli” autonomisti e indipendentisti che non a contrastare centralisti e oppressori. Anche gli osservatori più attenti hanno – ad esempio – perso il conto dei frazionismi corsi o veneti, e neppure il resto del movimentismo padano sembra essere messo meglio. Spesso si tratta di gruppuscoli, schegge impazzite e sigle senza seguito che mettono diligentemente in pratica l’eterno (e sempre sconsolatamente vincente) principio romano del “divide et impera”, che durano lo spazio di un mattino o che trovano lampi di visibilità solo grazie agli illusionismi della rete. Molti però riescono anche a finire sulle schede elettorali: alle recentissime regionali sarde i simboli riconducibili a una vasta area che va dal blando autonomismo fino al più duro secessionismo erano addirittura 16, e cioè il 59,2% delle 27 liste in competizione. Due si sono presentate sole con un proprio candidato presidente, altre sette in due coalizioni con candidati propri e le restanti divise fra i due schieramenti maggiori: quattro con la sinistra e tre con la destra. Il 16% dei voti del sinistro vincitorePigliaru è venuto da liste autonomiste alleate; al destro sconfitto Cappellacci gli autonomisti hanno portato addirittura il 20,28% dei consensi. I quattro candidati presidenti autonomisti (o sedicenti tali) hanno raccolto il 17,87% di preferenze contro il 13,63% delle liste a loro collegate. La differenza è rappresentata da una bella fetta di persone che hanno votato per Michela Murgia come presidente ma che hanno scelto liste collegate a Cappellacci (che infatti ha avuto il 43,87% di voti di lista e il 39,65% di voti personali) dimostrando che esiste un popolo conservatore e liberale che è però anche indipendentista: hanno votato a destra per il programma politico e la Murgia perché sardista. Questo dovrebbe far meditare i liberali che insistono nelle loro paturnie italianiste e si rifiutano di accettare il fatto che non si possa essere liberali senza essere almeno autonomisti: se lo fosse stato, Cappellacci oggi sarebbe stato rieletto presidente della Regione Sardegna.
    Tutte assieme le liste autonomiste hanno raggiunto il 29,35% dei voti espressi. Se si fossero presentate unite il risultato degli altri due contendenti sarebbe stato del 34,97% per la destra e del 35,57% per la sinistra e la partita sarebbe stata apertissima soprattutto in considerazione dell’altissimo numero di non votanti, di schede bianche e nulle che sono state complessivamente il 50,19% degli aventi diritto.
    In base a una legge elettorale sciagurata nessun autonomista siederà nell’Assemblea regionale, neppure Michela Murgia con il suo 10,30% dei voti. Lo Stato italiano si inventa tutti questi meccanismi maggioritari, gli sbarramenti e le soglie, e i premi di maggioranza per tirare a campare e per tacitare le opposizioni autonomiste che però ci mettono del proprio in un delirante clima di autocastrazione. Con un sistema proporzionale gli autonomisti sarebbero in Sardegna (e non solo) determinanti per la formazione di una maggioranza o costringerebbero destra e sinistra ad allearsi in grandi coalizioni patriottiche che renderebbero evidente l’esistenza di un sodalizio illiberale e centralista che si inventa contrapposizioni ideologiche inesistenti e pretestuose per continuare a sostenere l’oppressione italiana.
    La morale della storia è chiarissima: gli indipendentisti padani, tirolesi, toscani e sardi devono assolutamente organizzarsi in strutture operative che ne coordinino e ottimizzino le forze all’interno delle loro comunità e anche in coalizione. È la sola concreta possibilità che hanno di battere lo Stato italiano. Invece di approfittare dello sgretolamento italiano, gli indipendentisti sembrano invece volerlo imitare. C’è limite al peggio?

    La lezione sarda: gli indipendentisti devono coordinarsi fra loro | L'Indipendenza



    Ultima modifica di Eridano; 20-02-14 alle 21:12
    Rubano, massacrano, rapinano e, con falso nome, lo chiamano impero; infine, dove fanno il deserto dicono che è la pace.
    Tacito, Agricola, 30/32.

  2. #1562
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    Predefinito Re: l'Indipendensa

    Così magari si avvicinano al primo decimale.
    Se il popolo permetterà alle banche private di controllare l’emissione della valuta, con l’inflazione, la deflazione e le corporazioni che cresceranno intorno, lo priveranno di ogni proprietà, finché i figli si sveglieranno senza casa.

  3. #1563
    Blut und Boden
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    Predefinito Re: l'Indipendensa

    21 Febbraio 2014

    Va in scena la “Nuova Italia” che raccoglie il peggio del peggio


    di GILBERTO ONETO


    Che libertà e democrazia siano nello stivale merce rara
    e distribuita col contagocce e a intermittenza è una triste realtà che ha – nella sua veste patriottica e unitaria – 153 anni. La vicenda è però sempre stata edulcorata da un velo di ipocrisia che consentiva di esibire apparenze decenti. Anche questo velo è caduto: si è cominciato fottendosene dei risultati dei referendum popolari, si è passati ai listoni compilati dalle segreterie dei partiti, poi alle soglie di sbarramento, e ai governi creati con manovre extraparlamentari giustificate da qualche emergenza più o meno fasulla.
    Oggi si è arrivati alla sublimazione dell’italocrazia: al governo viene “distaccato” un giovanotto di tante parole e di poche idee, che nessuno ha eletto, in sostituzione di un altro – altrettanto inetto – ma che poteva almeno vantare un briciolo di investimento formale. L’operazione è spudorata e non ha neppure la misera consolazione della schiettezza: i veri padroni del vapore non si sono presentati su un palco – come facevano i generali cileni o il Comitato supremo dell’Urss – a dire “Così è perché così ci piace” ma si nascondono dietro a marionette e a statue di cera.
    Il nuovo governo nasce da licenziamenti, colpi di palazzo, articoli a orologeria di giornalisti americani, interventi della Bce, fruscii di grembiulini, scambi di pizzini fra mammasantissime e vecchi rituali da Botteghe Oscure.
    Dietro le quinte si muovono poteri forti, finanza internazionale, interessi inconfessabili, logge massoniche, organizzazioni criminali incistate nel corpo dello Stato e vecchi rancori comunisti. In prima fila zampettano un Presidente che ha attraversato con compassata autorevolezza tutta l’italianità (è stato fascista, comunista, carrista, intercettato, trasvolatore low cost, risorgimentalista: gli manca solo di avere presentato Sanremo), un Cavaliere imprenditore, politico, dongiovanni, inquisito, gorgheggiatore, cinofilo e gelliano, un paio di Presidenti delle Camere dall’aspetto trucido e un po’ iettatorio, e – infine – un attor giovine tirato fuori di peso da una foruncolosa nidiata di “marturel de l’uratori”, un saccente e logorroico catto-comunista un po’ Cateno, Benigni e La Pira. Con questo cast (arricchito da una banda di comparse di proporzionata qualità) va in scena lo spettacolo della “Nuova Italia” (se somiglia drammaticamente a quella vecchia), che gira la penisola su un treno chiamato “Italicum” (che somiglia a “Italicus”) su cui possono salire solo i clientes dei due partiti maggiori, che si dicono diversi e alternativi ma che in realtà sono uguali e consociativi. Se non altro, si è finalmente fatta chiarezza: lo Stato italiano si rivela per quello che è davvero, una patriottica consociazione di massoni, mafiosi e comunisti che si avvale di un esercito di burocrati e di mantenuti.
    L’obiettivo condiviso è di umiliare la gente per bene, rapinare il frutto del lavoro dei cittadini mediante l’estorsione fiscale, distruggere ogni libertà politica con una legge elettorale sciagurata, annientare ogni identità con l’immigrazione, terrorizzare la gente con la criminalità grande e minuta, ridurre in povertà la Padania e distruggere ogni autonomia. Non è un caso che i punti su cui hanno subito trovato un granitico accordo sono l’abolizione delle Province, la colpevolizzazione delle Regioni, l’attacco a quelle a Statuto speciale, la cancellazione dei costi standard e la revisione del Titolo V, il solo scampolo di autonomia conquistato in vent’anni.
    Consola solo che non andranno lontano. Si schianteranno trascinandoci tutti in un baratro da cui le nostre comunità potranno uscire solo facendo il contrario di tutto quello che è stato loro fatto subire. Facendo il contrario dell’Italia.

    Va in scena la ?Nuova Italia? che raccoglie il peggio del peggio | L'Indipendenza

    Ultima modifica di Eridano; 21-02-14 alle 12:05
    Rubano, massacrano, rapinano e, con falso nome, lo chiamano impero; infine, dove fanno il deserto dicono che è la pace.
    Tacito, Agricola, 30/32.

  4. #1564
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    Predefinito Re: l'Indipendensa

    22 Febbraio 2014

    I problemi degli indipendentismi padani



    di ALESSANDRO MORANDINI



    Questo lungo articolo è dedicato ai problemi che gli indipendentismi padani devono affrontare.
    Non si propongono soluzioni ma spiegazioni, indizi, inviti all’approfondimento. Molte intelligenze che scrivono su questo giornale sono impegnate nell’ideazione del futuro e nell’espressione delle opinioni sul presente e sul passato, tutte attività importanti ed utili. Ho notato che poche persone, invece, si occupano dell’analisi dei meccanismi sociali; e tuttavia sono proprio questi meccanismi che caratterizzano la lotta politica indipendentista nelle regioni padane d’Italia in quanto fenomeno sociale. Analizzare i problemi che gli indipendentismi padani devono affrontare significa quindi occuparsi di emozioni, credenze, desideri (la mente); motivazioni, opportunità, scelte razionali (l’azione); norme sociali, istituzioni, negoziazione, equilibri (l’interazione).

    Il desiderio di indipendenza
    E’ possibile, in prima battuta, sostenere la tesi, apparentemente banale, che l’indipendentismo di ognuno di noi è motivato dal desiderio di indipendenza. Si noterà però che un individuo può aspirare all’indipendenza della Padania ed essere incline alla soggezione nei confronti del proprio datore di lavoro; può partecipare alle marce silenziose in Veneto e sperare, per la propria azienda, negli aiuti dello Stato italiano; può perfino dichiararsi indipendentista e piegare la testa o tacere di fronte alle varie espressione di arroganza che il potere, quotidianamente, esprime (soprattutto se sopportando tanta arroganza si ottiene qualche piccolo vantaggio personale). Non so se quelle descritte sono situazioni molto frequenti, ma sicuramente ci sono.
    Il fatto è che si può essere indipendentisti per qualcosa e “dipendentisti” per qualcos’altro. Si può essere indipendentisti in politica e felicemente schiavi del proprio marito e della propria moglie. Ci si può ingannare pensando di essere dei buoni lavoratori dipendenti senza accorgersi che si è diventati servi del padrone. Si può aderire ad una campagna di rivolta fiscale contro lo stato italiano e sostenere che, in ogni caso, le tasse al Veneto indipendente devono essere pagate. Non sempre questi sono casi di dissonanza cognitiva. Il desiderio di indipendenza non è come il desiderio di fumare una sigaretta (voglio smettere di fumare ma continuo a farlo e quindi mi convinco che posso smettere quando voglio o che non ce la farò mai). Esso è soggetto a numerose opportunità di realizzazione. Ricordarlo è utile per non incorrere nell’errore di immaginare che sia sufficiente la diffusa presenza, in seno ad un popolo, del desiderio di indipendenza o viceversa la sua diffusa mancanza, per poter prevedere che quel popolo lotterà contro lo straniero o non desidererà farlo.

    Il desiderio di indipendenza territoriale
    Si può non essere indipendenti in quanto popolo o nazione ma godere di numerose opportunità di soddisfacimento della propria personale indipendenza o dell’indipendenza di un gruppo sociale di cui si è parte. Il desiderio di indipendenza territoriale può essere prioritario rispetto ad altri desideri, ma può anche essere secondario o marginale. Immagino che tra i lettori de L’Indipendenza esso occupi, nella gerarchia delle preferenze, un posto importante. E’ ciò che spinge ciascuno di noi ad attivarci in vario modo: leggendo quotidianamente questo giornale, scrivendo, contribuendo con del denaro, partecipando alla vita di un partito politico o a un movimento indipendentista, criticandolo quando pensiamo che sbagli, patendo le conseguenze della disapprovazione che gli italiani manifestano verso gli indipendentisti, non pagando le tasse allo stato italiano, andando in galera o morendo in guerra. Anche i più fieri indipendentisti devono fare i conti con una scala ordinale delle preferenze, dalla quale dipende ciò che si è disposti a fare per realizzare un desiderio.
    Anche se è vero che il desiderio di indipendenza personale ed il desiderio di indipendenza territoriale non sono direttamente conseguenti o correlati, è possibile che nelle persone in cui il primo riguarda molti aspetti della quotidianità, sia presente anche il secondo se il primo non trova sufficienti opportunità di soddisfacimento. Affinché questo succeda devono sussistere alcune condizioni.
    Il desiderio di indipendenza territoriale deve essere condiviso. Non è possibile che il desiderio di indipendenza trovi nella libertà dallo straniero oppressore la sua soddisfazione se non si è in tanti (e vicini) a crederlo. Laddove non si verifica questa condizione la declinazione collettiva e territoriale del desiderio di indipendenza farà maturare la convinzione che la causa dell’oppressione e dell’ingiusta ingerenza è un gruppo sociale potente, una élite.
    Un luogo dove è molto diffuso il desiderio di indipendenza personale, può anche non manifestare un analogo desiderio di indipendenza territoriale. E, viceversa, una realtà composta da persone senza troppa dignità può manifestare, improvvisamente, un impellente desiderio di indipendenza territoriale. Affinché un popolo manifesti questo desiderio, affinché lo traduca in qualche azione collettiva, è necessario che siano diffuse la credenza in una identità comune e, contemporaneamente, la convinzione di essere oggetto, in quanto popolo, di ingiustizia o, in alternativa, la credenza che una parte di esso sia oggetto di sfruttamento. E’ indispensabile che emergano diffusamente emozioni negative nei confronti di chi rappresenta un ostacolo rispetto al superamento della situazione che origina le emozioni medesime. Il superamento, però, potrebbe anche consistere nell’abbandono della credenza dalla quale dipende l’identificazione dell’ostacolo: per esempio si può smettere di credere in una comune identità, o smettere di credere di essere sfruttati (può succedere quando altri popoli vicini patiscono la medesima situazione). Oppure può succedere che, pur conservando l’identità comune, una parte della popolazione non sia indignata dal fatto che un’altra parte, la più sfortunata, viene sfruttata.
    I soggetti capaci di suscitare e rappresentare le suddette emozioni sono i leader politici; le emozioni in questione sono quelle della rabbia e dell’indignazione.

    Le emozioni
    Un popolo sfruttato ed incline ad esserlo a causa della scarsa diffusione del desiderio di indipendenza personale, può, in poco tempo e per poco tempo, arrabbiarsi tantissimo e trovare persone capaci di rappresentarlo politicamente. Può diventare, in poche settimane, indipendente. Difficilmente riuscirà a conservare questo suo nuovo status.
    Le emozioni muovono all’azione, ma possono essere di intensità e di durata molto diversa. Ci sono persone che vivono una vita intera conservando la propria indignazione o la propria rabbia ad un grado di intensità minimo ma costante. Quando emozioni come la rabbia o l’indignazione raggiungono intensità maggiori, possono superare un punto oltre il quale esse non consentono più all’individuo di controllare le sue azioni. In questa situazione l’emozione spinge l’individuo ad agire tempestivamente. E’ impossibile spiegare correttamente importanti fenomeni sociali come le rivolte, le rivoluzioni, le insurrezioni senza considerare le emozioni e la capacità dei politici di suscitarle, attenuarle e rappresentarle. In qualche caso i desideri di indipendenza territoriale e le emozioni di rabbia ed indignazione possono essere, insieme alla capacità di un singolo individuo di rappresentarli, elementi sufficienti a scatenare una rivolta. Ma non sono sufficienti a garantire ad un popolo la sua indipendenza sostanziale.

    Perché il Nord non si ribella? Norme sociali, miopia e fallimento della razionalità
    Le ultime ricerche statistiche indicano una certa debolezza, al nord, dell’identità italiana, ma analoga debolezza è registrata per le identità regionali e macro regionali. Ciò significa che nelle regioni padane non è l’amore per l’Italia ad ostacolare il desiderio di indipendenza territoriale. Penso che nel nord Italia insista potentemente una norma sociale secondo la quale è giusto rispettare le leggi di uno stato, in primo luogo la sua unità. Accanto ad essa (forse più potente ancora) la convenienza individuale a non ribellarsi. Sembra indubbiamente meno conveniente ribellarsi che stare buoni al proprio posto. Il meccanismo che induce le persone a non ribellarsi si compone di miopia e di una valutazione razionale delle scelte da compiere. La prima ci costringe ad avere uno sguardo di breve periodo. La seconda ci induce a pesare i vantaggi e gli svantaggi che immediatamente ci interessano, bilanciandoli in funzione della soddisfazione dei nostri più importanti desideri, tra i quali il desiderio di libertà (non andare in galera), di sicurezza (dedicarci alle nostre faccende), di sopravvivenza (non finire uccisi durante una rivolta). Compiendo scelte razionali si può perdere pochissimo nel giorno x; lo stesso giorno x agendo irrazionalmente si sarebbe potuto perdere moltissimo. Compiendo scelte razionali però, nel corso del tempo si può perdere, senza saperlo, complessivamente molto di più di quanto si sarebbe perso il giorno x rischiando. E soprattutto si finisce per non guadagnare nulla.

    L’identità territoriale
    Bisogna riconoscere che lo stato italiano non persegue l’annientamento delle identità regionali perché sa che potrebbe scatenare pericolosi sentimenti di rabbia. Tutto sommato ciascuno può continuare a parlare il proprio dialetto, può celebrare le feste tradizionali, veder rappresentate in televisione le differenze regionali e locali etc. Ci vuole ben altro che un generico appello alle identità minacciate perché le persone, oggi, si possano arrabbiare. I popoli sembrano avvertire che non possono essere uccisi nella loro identità e che le operazioni politiche che si pongono questi obiettivi sono quasi sempre fallimentari. Per uccidere l’identità di un popolo bisogna ammazzare le persone che di quel popolo sono parte. Bisogna distinguere l’identità dall’indipendenza territoriale. E distinguere l’identità dalle sue caricature costruite sul luogo comune di un passato integro corrotto dal presente. Ma bisogna anche ammettere che, nella storia, i popoli possono perdere la propria identità, integrarsi, differenziarsi, nascere e morire in modo indolore ed attraverso processi lenti ed inavvertibili.

    Wishful thinking, volontà di distinguersi, credenza in una legge immutabile della storia ed altri meccanismi
    E’ possibile che la convinzione che i Veneti, i Padani o i Lombardi sono popoli destinati a restare schiavi di Roma e la credenza contraria nell’imminenza della liberazione siano il risultato della ricerca di prove finalizzate a confermare le credenze che soddisfano nel primo caso il desiderio di distinzione personale e nel secondo il desiderio di indipendenza territoriale (counter wishful thinking e wishful thinking). Il risultato è disastroso perché si vedono opportunità o vincoli anche dove non ci sono.
    In molte persone il desiderio di indipendenza territoriale può sopravvivere mantenendosi a debita distanza dalla possibilità di vedersi, in qualche misura, realizzato. Una valutazione eccessivamente positiva di sé (superbia) può convivere con un desiderio di indipendenza territoriale non troppo vivo e mai soddisfatto: la mancata realizzazione dell’indipendenza territoriale può essere attribuita alla semplicità, all’ignoranza o a qualcuno dei difetti che le persone colte attribuiscono abitualmente al popolo. Mostrarsi indipendentisti colti può essere più importante di raggiungere l’indipendenza territoriale, perché la soddisfazione di questo secondo desiderio si realizza attraverso azioni collettive per il funzionamento delle quali il bagaglio culturale non è più importante di altre doti. Volersi distinguere, in vario modo, dalla gente, come insegna Raymond Boudon, è una tendenza conservatrice: la “distinzione” è un ostacolo posto alla solidarietà tra strati sociali, di cui è l’antitesi.
    Un eccesso di ottimismo può, viceversa, essere il frutto di credenze malriposte. Penso che la più importante sia il determinismo storico, ovvero la convinzione che la storia umana sia il frutto di leggi definite e, soprattutto, la credenza di esserne a conoscenza insieme agli storici e poche altri privilegiati. Se la storia è una scienza sociale, ed io credo che lo sia, siamo costretti ad abbandonare quasi completamente le nostre ambizioni di previsione a favore di poche e criticabili spiegazioni. Il wishful thinking ci costringe a sottolineare, incrementare o addirittura inventare il valore delle opportunità ed a nascondere la portata degli ostacoli, in primo luogo le difficoltà dipendenti dai meccanismi sociali che trasformano i desideri individuali in azione e questa in azione collettiva, ed infine l’azione collettiva in successo.

    Leader, motivazioni e mancanza di informazioni
    Può succedere che coloro i quali hanno l’onere di indicare la strada, accendere le emozioni, organizzare e promuovere le azioni collettive, rappresentare il desiderio di indipendenza territoriale e negoziare con il nemico non siano preventivamente informati circa le difficoltà che si incontrano nel fare politica e, un volta individuate, desistano, attenuino le ambizioni politiche o le trasformino in ambizioni personali colpevolizzando il popolo di cui dicono di essere parte (e quindi affermando, implicitamente, di essere migliori del loro stesso popolo). Su Radio Padania, per esempio, si ripete che il motivo per il quale i risultati della Lega Nord non sono soddisfacenti dipende dal fatto che la Lega non ottiene la maggioranza dei voti in Padania. E’ un modo per scaricare sul popolo gli insuccessi di un partito.
    E può succedere anche che, a causa della scarsità di informazioni circa le complicazioni della lotta politica, i leader commettano gravi errori che attenuano il desiderio d’indipendenza territoriale nel popolo o modifichino le sue credenze. E’ il caso del meccanismo della volpe e dell’uva acerba: siccome non vedo le opportunità di soddisfare i miei desideri, cambio le mie credenze (o i miei desideri).
    Ma chi ha la responsabilità di indicare la strada, accendere emozioni, promuovere ed organizzare l’azione indipendentista? Sono quelle persone per le quali il desiderio di indipendenza territoriale insieme al desiderio di ottenere potere politico sono più importanti di altri desideri. Se il secondo è troppo più intenso del primo quasi sicuramente i leader verranno corrotti dal nemico. Ma se in un individuo il secondo non è sufficientemente intenso, egli attenderà che qualcun altro si faccia carico della responsabilità di rappresentare, organizzare, promuovere l’azione e negoziare con il nemico.

    Il desiderio di indipendenza dall’Italia e la Lega Nord
    Il desiderio di indipendenza dallo stato italiano di milioni di cittadini che abitano nel Nord è stato rappresentato dalla Lega Nord e successivamente dalla sua creazione politica: la Padania. Per anni i Padani hanno creduto nell’ipotesi secessionista, credenza che nel tempo sembra essersi lentamente affievolita. Ma non i consensi della Lega Nord: prima dell’intervento della magistratura nel 2013 avevano raggiunto il 13%. Le accuse mosse alla Lega sono state la causa principale dell’ultimo crollo dei consensi. Ultimo, perché percentuali così basse erano state già raggiunte anche negli anni passati. Resta il fatto che, complessivamente, in nessuna area europea il desiderio di indipendenza da uno Stato-nazione si è manifestato elettoralmente in modo così pieno ed inequivocabile come in Padania. Che cosa hanno in comune i moltissimi consensi che il partito di Bossi poteva vantare un anno fa e quelli che registrava negli anni ’90? Essi sono, semplicemente, la traduzione elettorale del desiderio di indipendenza dall’Italia; di chi esprime più intensamente il desiderio e di chi lo esprime meno intensamente, ma soprattutto di tutti coloro i quali credono che il Parlamento italiano costituisca una opportunità per lottare contro l’accentramento del potere a Roma.
    La Padania può vantare il titolo di nazione non meno di quanto possano farlo il Veneto o la Lombardia (chi dice il contrario non esprime una verità, ma il desiderio di veder annientata l’identità di un popolo). Quando la Lega perde voti significa che nel nord Italia i desideri prevalenti sono altri o che non si crede nella possibilità di soddisfare il desiderio di indipendenza territoriale attraverso le procedure della democrazia rappresentativa. Se l’opportunità offerta dalla Lega Nord è sostenuta dalla credenza nella democrazia rappresentativa, l’elettore, votando per il partito padano, non si aspetta l’immediata indipendenza della Padania ma la soddisfazione del desiderio di lottare democraticamente per l’indipendenza della Padania. Ogni atto, anche minimo, che la Lega compie con successo contro l’accentramento dei poteri a Roma e a favore del Nord può contribuire alla soddisfazione parziale di questo desiderio.



    Il desiderio di indipendenza, gli sfruttatori ed i parassiti

    Il successo della Lega Nord negli anni 90 fu il frutto di un impegno decennale, che consentì al partito di presentarsi già preparato nel momento della crescita della domanda di indipendenza territoriale del nord; domanda che sorgeva parallelamente alla rabbia ed all’indignazione verso i parassiti e gli sfruttatori. I contenuti ideologici della dialettica amico-nemico che avevano accompagnato la guerra fredda smisero di funzionare con il crollo dell’Unione Sovietica: la lotta tra capitalismo e comunismo perdeva progressivamente di significato e gli individui facevano sempre più fatica a distinguersi tra rossi e neri. Molte persone ricostruirono i loro nemici individuandoli nell’élite che governa lo Stato e nelle sue clientele e si identificarono, con giusta ragione, nel popolo sfruttato e depredato delle sue risorse.
    Mi permetto di ricordare in sintesi il pensiero del grande, grandissimo prof. Gianfranco Miglio, il più importante scienziato politico lombardo degli ultimi cento anni. Ammetto che potrei commettere qualche errore dovuto ad eccesso di semplificazione: pur conoscendone gli autori più significativi, la scienza politica occupa una parte trascurabile dei miei studi. Per quanto ne so una parte del lavoro di Miglio fu orientato dalla ridefinizione dei contenuti della dialettica politica amico-nemico (Miglio era erede del pensiero di Karl Schmitt): avvertì che al nemico straniero, al nemico ideologico, si andava affiancando il nemico parassita e sfruttatore. E descrisse le caratteristiche che, in Italia, distinguevano due diverse civiltà: una di origine classica, che esaltava la capacità di vivere alle spalle degli altri usando la forza, l’astuzia, la corruzione; l’altra continentale, fondata sul lavoro e sulla divisione equa delle risorse.
    Ritornando al linguaggio ed al pensiero sviluppati nell’ambito della sociologia analitica, il desiderio di indipendenza, in ogni sua possibile declinazione, può innescare violente esplosioni di rabbia o profondi sentimenti di indignazione nei confronti degli sfruttatori perché in essi la motivazione allo sfruttamento è data da un desiderio opposto e contrastante il primo: quello di costringere i più deboli ad agire in funzione delle convenienze dei più forti. Il parassita sembrerebbe distinguersi dallo sfruttatore: in quest’ultimo la volontà di profittare delle risorse altrui assume un connotato direttivo, nel primo no. Ma rispetto al desiderio di indipendenza, anche il disinteresse del parassita costituisce un vincolo analogo a quello posto dallo sfruttatore. Il desiderio di indipendenza promuove la ricerca di azioni decentrate, prive di coordinamento e, ancor di più, di costrizione: è un desiderio che non agevola la costruzione di istituzioni sociali pubbliche; ciononostante esso non esclude la cooperazione sociale, anzi la promuove attraverso meccanismi quali le norme sociali e le norme morali che non prevedono sanzioni formali. Si può dire che il desiderio di indipendenza agevoli una cooperazione per la quale le relazioni tra gli attori sociali conservano un grado accettabile di simmetria. I frequenti conflitti tra indipendentisti sono da attribuire a questa particolare sensibilità, che, come vedremo, è un problema che gli indipendentismi padani patiscono a causa di una credenza: quella che induce a pensare che sia vero il fatto che, nella determinazione della vita degli individui, le istituzioni politiche e giuridiche sono più importanti dell’interazione sociale informale (o addirittura che tutto è politica).

    Parassiti e free rider
    Qualche tempo fu mi fu chiesto di distinguere i parassiti dal comportamento del free rider.
    Il free rider è un individuo che approfitta dei benefici conseguenti alla cooperazione sociale senza cooperare. Egli non sottrae risorse ai cooperanti se non indirettamente, per il fatto che la sua mancata cooperazione diminuisce la portata dei benefici che gli individui traggono cooperando. Il free rider è l’individuo che, pur non essendo iscritto al sindacato e non partecipando agli scioperi, gode degli stessi vantaggi prodotti dalla contrattazione salariale collettiva. In molti casi una sua eventuale cooperazione non cambierebbe la somma dei vantaggi prodotti, che dipendono semmai dal rapporto tra cooperatori e non cooperatori. Chiaramente non sempre l’incremento della partecipazione alle azioni collettive produce un incremento di benefici per gli individui che vi partecipano e per i free rider. Se dopo una festa tutti decidono di pulire il locale, è probabile che ci si imbrogli l’uno con l’altro e si impieghi più tempo. In questo caso il comportamento dei free rider, che pur non pulendo godranno del beneficio di avere il locale pulito per la prossima festa, provoca un vantaggio all’azione collettiva (ad esso si aggiunga il vantaggio di cui i cooperatori beneficiano. Non tutti i vantaggi sono legati al risultato; alcuni, come in questo caso, sono legati al processo. Anche chi partecipa alle marce silenziose in Veneto è probabile che goda di vantaggi legati al processo e di nessun vantaggio immediato in termini di risultati).
    Il parassita invece sottrae consapevolmente delle risorse alla collettività o a un individuo. La sua azione ostacola la cooperazione, ne peggiora le prestazioni. E tuttavia il parassita è, entro certi limiti, sopportato. Perché? Ci sono una norma sociale ed una morale che inducono le persone ad aiutare i più deboli (e l’astuzia del parassita è spesso quella di presentarsi come più debole). Ma il parassitismo sociale è anche una esternalità del coordinamento delle azioni o, più precisamente, delle istituzioni. Chi ha l’onere di coordinare deve comandare ed essere obbedito. Il desiderio di essere obbediti, per poter essere soddisfatto, trova in molti strumenti diversi le sue opportunità. Si può obbedire ad una persona ed accettare le regole di un’istituzione perché conviene, perché convince, perché non si vedono alternative. Il parassita è colui che, profittando delle motivazioni per le quali gli altri obbediscono alle regole imposte da un istituzione o da una persona, sfrutta a suo vantaggio il fatto che quelle motivazioni sono diventate più importanti della norma sociale e della norma morale che ci inducono a non collaborare con chi non collabora. Così chi è chiamato a coordinare o a far funzionare un istituzione non viene danneggiato dalla presenza di un numero anche molto elevato di parassiti, anzi ne trae vantaggio perché tutti i parassiti rispondono al desiderio del coordinatore: quello di farsi obbedire. Pur non trattandosi di un equilibrio molto resistente, almeno in Italia questo equilibrio sembra funzionare.

    Gli altri indipendentismi padani
    Ma le iniziative politiche di carattere più, meno o scarsamente indipendentista non sono un fatto di esclusiva pertinenza della Lega Nord. In Sud Tirolo, in Veneto, in Lombardia, in Friuli, a Trieste ci sono persone che cooperano per la riuscita di: referendum digitali, consultazioni regionali, redazione di costituzioni, formazione di associazioni culturali e partiti politici, raccolte di adesioni via mail etc. Per fare un esempio a noi vicino ci sono persone che scrivono su questo giornale gratuitamente, persone che lo leggono e commentano, persone che partecipano ai convegni promossi da L’indipendenza, che curano siti di orientamento indipendentista, persone che aderiscono alle campagne di rivolta fiscale, che non fanno mancare la loro presenza nelle assemblee. Scrivere su un giornale, organizzare un presidio, non pagare le tasse sono impegni molto più costosi del semplice recarsi alle urne e votare per un partito. Penso che il nostro desiderio di indipendenza personale e territoriale sia così vivo da non essere troppo influenzato dalle opportunità: in un certo senso le genera. Quando il desiderio di libertà dall’Italia è così vivo da restare attivo nonostante le delusioni e le attese, è probabile che esso finisca per costringerci a ricercare nuove informazioni, elaborare nuove credenze grazie alle quali identificare nuove opportunità. Se la mancanza di opportunità (conseguente, per esempio, alla credenza che la Lega Nord ha ormai perso la sua partita o al fatto che la democrazia rappresentativa in Italia non consente di raggiungere risultati apprezzabili) non ha modificato i desideri, il cittadino padano può collaborare nei movimenti regionalisti e localisti ed iniziare a credere che l’indipendenza dall’Italia si possa raggiungere attraverso nuove e vecchie proposte. Dove esistono identità forti, come in Veneto, nel Sud Tirolo a Trieste, lì convergono i più intensi desideri di indipendenza territoriale; anche, come nel mio caso, i desideri di indipendenza territoriale di chi in quel territorio non ci vive. L’emozione dell’indignazione, infatti, non si attiva in seguito alla valutazione negativa dell’azione compiuta da una persona nei confronti dell’osservatore, ma dalla valutazione negativa di un’azione compiuta da un altro nei confronti di terzi (nel mio caso, che ritengo rappresentativo, l’indignazione è accompagnata dalla rabbia perché, in quanto Padano indipendentista, provo la stessa emozione che un Veneto o un Triestino o un Sud Tirolese provano nei confronti della propria terra. In realtà, in quanto indipendentista, provo simpatia nei confronti di ogni azione individuale o collettiva finalizzata alla promozione della libertà dall’oppressione dei più forti e dei parassiti nei confronti degli oppressi ed ingiustamente governati).

    Desiderio di indipendenza ed azione collettiva
    L’attuale panorama, che è stato definito una nuova fase dell’indipendentismo padano, caratterizzato dall’attivismo dei regionalismi e dei localismi, presenta il problema del passaggio dai desideri all’azione collettiva. Penso che, anche in Veneto, l’attivismo dell’indipendentismo regionale non si traduca in successo elettorale. Il fatto che il desiderio di indipendenza dall’Italia è stato, per così dire, monopolizzato dall’offerta Padania è un limite posto al successo di questi partiti. L’offerta Padania sembra essere diventato il massimo locale degli indipendentismi padani: essere riusciti ad unire tutto il nord contro l’Italia ha reso impercorribile democraticamente ogni altra strada. Le persone che pensano che insieme al desiderio di indipendenza debbano essere soddisfatti i desideri di sicurezza, di libertà, di sopravvivenza sembrano aver fatto proprio il ragionamento secondo il quale se una potenza come quella padana incontra mille ostacoli per raggiungere la propria indipendenza dall’Italia, potenze minori incontreranno maggiori difficoltà.
    Le diverse dimensioni dell’indipendentismo padano producono un grado diverso di coinvolgimento, motivato dalle diverse intensità con cui si esprime il desiderio di indipendenza territoriale. La motivazione identitaria è inizialmente efficace se accanto ad essa c’è la predisposizione a comportarsi eroicamente (ed ovviamente il desiderio di indipendenza territoriale). Non penso che si possa ascrivere la motivazione di chi aderisce alle marce silenziose in Veneto o alle manifestazioni di Trieste, al novero delle scelte razionali “forward looking”. Le persone che partecipano sembrano adottare un comportamento eroico, apparentemente insensibile ai vantaggi personali e segnato da una spinta piuttosto che dalla valutazione delle possibilità concrete di raggiungere un traguardo. Come si diceva, esse possono solo godere dei vantaggi legati al processo. Ma affinché l’adesione a questo genere di manifestazioni cresca, i costi sociali che ogni individuo paga dovrebbero diventare più facilmente sostenibili e distribuiti, e si dovrebbe poter intravedere, anche solo nel lontano orizzonte, qualche vero successo. Inoltre se il numero di militanti di un partito è sufficientemente basso e disperso nello spazio, anche la credenza nelle possibilità di successo si dirada e la profezia di insuccesso può auto-avverarsi. Votare la Lega Nord non costa nulla e, secondo qualcuno, produce poco; votare per i piccoli partiti indipendentisti non costa nulla ma è più facile credere che non produca nulla.
    Ma sono proprio le numerose iniziative locali e regionali che manifestano il vivo desiderio di indipendenza territoriale; è quel movimentismo che erode giorno per giorno la norma sociale secondo la quale bisogna in ogni caso rispettare l’unità dello stato. Tale norma è fondamentale nella nostra società: non è cosa di poco conto. E’ possibile che quanto meno questa norma sociale funziona, tanto più emerga il desiderio di indipendenza territoriale ed il disappunto verso gli sfruttatori ed i parassiti; e tanto più ritornino ad aumentare i voti alla Lega Nord.

    Gli indipendentismi regionali e locali e le anime della Lega Nord
    Le azioni degli indipendentismi regionali e locali, se sufficientemente diffuse possono determinare trasformazioni significative nel rapporto tra la Lega Nord e lo stato italiano. Esse, come già scritto, possono contribuire all’emersione del desiderio di indipendenza dall’Italia anche dove il desiderio è meno intenso e non produce azioni troppo costose.
    Gli indipendentismi regionali, decentrando le azioni, diminuiscono il potere di coordinamento della Lega Nord. Le dinamiche interne del partito padano possono risentire di questa influenza. E’ possibile che in essa prendano quota quei gruppi che interpretano la Lega Nord quale strumento indispensabile ed efficace rispetto alla soddisfazione di ogni desiderio di indipendenza territoriale (la quale, nel pensiero di quei gruppi, si può raggiungere gradualmente nelle istituzioni italiane).
    Ma c’è una Lega Nord, o meglio ci sono dei leghisti, che, viceversa, non interpretano Roma e l’Italia come un nemico, ma come il terreno comune sul quale ingaggiare le battaglie per il territorio. Il territorio a cui allude questa Lega non è sostenuto da una comune identità, quindi dal desiderio di indipendenza territoriale, ma corrisponde, nella migliore delle ipotesi, ad una circoscrizione elettorale. Anche questi dirigenti leghisti possono ottenere dal movimentismo regionale e locale vantaggi politici e, soprattutto, personali. Le azioni decentrate dei movimenti regionali e locali incrementano il loro potere contrattuale e quindi il loro potere personale, che la burocrazia italiana usa contro le ambizioni indipendentiste.
    Ma anche la Lega Nord autenticamente padana, cioè interessata alla lotta democratica per l’indipendenza dall’Italia, può interpretare come un problema il movimentismo regionale e locale. I dirigenti leghisti possono pensare, sbagliando, che la potenza politica dell’indipendentismo padano coincida con la forza della Lega Nord. Si noterà come questa credenza sia in fondo non troppo dissimile da quella secondo la quale la forza dell’indipendentismo padano dipende dalla sua unità. Ho cercato di dimostrare che la spinta propulsiva degli indipendentismi locali è tale in virtù dell’agire eroico dei suoi militanti, della straordinarietà delle loro azioni, della efficacia pedagogica delle iniziative. Unire tutte queste diverse forze coordinandole e proponendosi lo scopo di partecipare alle elezioni politiche non ha molto senso, essendovi già un’istituzione privata che ha assunto, e anche con una certa efficacia elettorale, questo ruolo. Se lo scopo non è elettorale, allora ci si deve chiedere se è più importante il coordinamento dei vari indipendentismi regionali e locali o, viceversa, la libera moltiplicazione delle iniziative.

    Gli indipendentismi regionali e locali, la Lega Nord e lo Stato italiano
    La Lega Nord si preoccupa, necessariamente, del decentramento delle azioni perché esse diminuiscono il suo potere di accentramento e coordinamento; la Lega Nord è e funziona come una istituzione privata.
    Chi tra i militanti leghisti interpreta il partito come un eccezionale strumento contro lo stato-nazione, l’originale invenzione degli indipendentismi padani, uno dei più grandi dispositivi democratici d’Europa, può considerare in modo diverso il contributo del movimentismo regionale e locale.
    La tesi secondo la quale chi divide il nemico vince non è sempre valida. Molto dipende dal tipo di nemico e dalle risorse che i contendenti hanno a disposizione. Nel caso in questione un’istituzione, lo Stato italiano, quindi un meccanismo finalizzato a far rispettare delle regole, ha due nemici: un nemico (La Lega dei leghisti “buoni”) che rispetta le regole democratiche e partecipa alla competizione elettorale ma che prescrive nel suo statuto un obiettivo in contrasto con la regola più importante della Costituzione italiana; e numerosi altri nemici, più piccoli, che rispettano alcune regole di civiltà ma erodono una parte importante e decisiva del meccanismo (la norma sociale che induce a manifestare pubblicamente la convinzione che lo stato-nazione non si deve dividere) ed alimentano una motivazione contraria al funzionamento dell’istituzione (il desiderio di indipendenza territoriale). Ed ha un alleato (la Lega Nord italiana); alleato che però è vincolato dalle regole dell’istituzione privata di cui fa parte. Dal punto di vista dello stato italiano la situazione preferibile è quella di un nemico unito in una Lega Nord dominante e dominata dagli italiani. Dal punto di vista degli indipendentismi padani (cioè di quelle realtà che appaiono, più che meccanismi atti a far rispettare regole, le conseguenze cooperative di azioni decentrate) la situazione ottimale potrebbe essere quella di una Lega Nord dominata da buoni indipendentisti e la mancanza di coordinamento tra movimenti regionali e locali.
    Questa “Lega buona”, per riuscire ad ottenere i consensi elettorali necessari a determinarla quale partito politico influente nel Parlamento italiano (ed è impossibile che non persegua questo scopo) accetta le regole della democrazia rappresentativa italiana e riesce a tradurre elettoralmente il desiderio di indipendenza territoriale. Se lo scopo di altri soggetti politici indipendentisti diventa quello di presentarsi alle elezioni ed ottenere voti, anch’essi saranno vincolati dalla necessità di rappresentare il desiderio di indipendenza territoriale di quelle persone per le quali esso è importante ma che non sono disposte a pagare prezzi troppo alti. Presentarsi alle elezioni significa accettare di ridurre la portata dei risultati ottenuti. E’ molto difficile dichiarare di voler raggiungere obiettivi estremi e conservare i propri consensi partecipando al gioco democratico. Non si tiene mai abbastanza in considerazione il fatto che le differenze tra i vari indipendentismi padani sono un fatto, per quanto importante, troppo lontano dall’elettore, il quale, anche Veneto o Lombardo, nel segreto delle urne risponde soprattutto al rapporto tra desiderio di lottare per l’indipendenza dall’Italia ed opportunità di realizzare questo desiderio. Ripeto ancora una volta che una cosa è l’identità, altra il desiderio di indipendenza. Gli indipendentismi regionali e locali possono conservare la loro vitalità, la loro spinta propulsiva se non partecipano alle elezioni. In ogni caso non possono sperare di aumentare in modo significativo i propri consensi elettorali.

    L’estremismo e la partecipazione alle elezioni politiche
    L’obiezione che si potrebbe avanzare è che un partito come quello di Beppe Grillo sembra sfuggire alla regola secondo la quale è molto difficile dichiarare di voler raggiungere obiettivi estremi e conservare i propri consensi partecipando al gioco democratico. Vediamo più nel dettaglio questo meccanismo.
    Il partito comunista ha prosperato per decenni lasciando immaginare che il suo scopo fosse quello di realizzare il socialismo e, conseguentemente, il comunismo. Nella mente della maggior parte delle persone che votavano per i comunisti esso era un obiettivo non ben precisato. Sicuramente più per la realizzazione di un qualche specifico desiderio, le persone che votavano per i comunisti erano motivate dalla convinzione che il mondo fosse troppo ingiusto e che per attenuare le ingiustizie del mondo fosse necessario togliere il potere ai ricchi e, più generalmente, ad una élite nella quale i ricchi, i molto ricchi, avevano il peso maggiore. Il partito comunista rispondeva al desiderio di lottare democraticamente con il fine di sottrarre potere ai ricchi. In fondo è quanto Beppe Grillo propone oggi. Ma allora non è vero che non si può, contemporaneamente, essere estremisti e partecipare al gioco democratico? Certo che lo si può fare, ma si conserveranno i voti se il desiderio di lottare democraticamente sarà accompagnato da informazioni relative ai successi realizzati, perché essi testimoniano che l’opportunità offerta dal partito è autentica. Ed essendo i risultati ottenuti necessariamente parziali, bisognerà fingere che piccoli successi sono grandi e tacere sui grandi obiettivi.
    Il problema degli indipendentismi regionali è dato dal fatto che essi non possono ottenere successi generali maggiori di quelli che la Lega Nord può ottenere in virtù della sua maggiore forza. Per questo motivo, quando si pongono l’obiettivo di presentarsi alle elezioni, se riescono a farlo possono al massimo vantare qualche piccolo risultato che incrementa il potere personale dei suoi eletti, i quali finiscono per assomigliare ai “leghisti cattivi”, a degli Italiani.

    Un equilibrio padano
    Se la “Lega buona” domina la Lega Nord e se gli indipendentismi regionali e locali perseguono l’obiettivo di espressione del sentimento indipendentista più radicale, è probabile che si realizzi, nelle regioni del Nord, un equilibrio virtuoso tra i protagonisti dell’indipendentismo padano, che diviso può indebolire progressivamente lo stato italiano e, presto, rappresentare autentico pericolo. Se si verificano le circostanze descritte tutti gli attori sociali collettivi in questione traggono dei vantaggi ed a ciascuno conviene non cambiare il proprio comportamento: alla “Lega buona” conviene lottare nelle istituzioni italiane per diminuirne l’accentramento, e lottare al suo interno contro la “Lega cattiva”, trovando nella “concorrenza” degli indipendentismi regionali e locali una buona ragione per sottrarre alla “Lega cattiva” il dominio della Lega Nord; ai movimenti regionali e locali conviene radicalizzare il conflitto contro lo stato italiano (e anche contro la Lega) senza badare troppo al consenso, conflitto dal quale riescono comunque vincitori in quanto, se sufficientemente diffuso e ben organizzato (e già ora le iniziative non mancano e sono qualitativamente alte), esso è la concreta manifestazione del fatto che la norma sociale secondo la quale lo stato italiano deve restare unito non funziona bene.
    I “leghisti cattivi”, il cui potere dipende comunque dal partito, non traggono vantaggi dall’equilibrio sopra descritto. Il loro potere personale dipende tanto da Roma quanto dalla Lega: o diminuiscono le ambizioni di potere personale oppure devono abbandonare il partito. Resta il fatto, di cui i dirigenti leghisti immagino siano consapevoli, che un possibile equilibrio padano dipende molto dall’esito delle battaglie e dalle negoziazioni interne alla Lega Nord (ma non solo da esso).
    Forse ci si sta avvicinando a questo equilibrio tra forze. Forse esso rappresenta quella che è stata definita una nuova stagione dell’indipendentismo padano, o meglio degli indipendentismi padani. In ogni caso è un equilibrio possibile, vantaggioso rispetto alla soddisfazione del desiderio di lottare per l’indipendenza padana, regionale, locale e personale.


    I problemi degli indipendentismi padani | L'Indipendenza
    Ultima modifica di Eridano; 22-02-14 alle 20:55
    Rubano, massacrano, rapinano e, con falso nome, lo chiamano impero; infine, dove fanno il deserto dicono che è la pace.
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  5. #1565
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    Predefinito Re: l'Indipendensa

    una tirata pazzesca. come si fa a essere così prolissi e illeggibili ?

  6. #1566
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    Predefinito Re: l'Indipendensa

    Citazione Originariamente Scritto da dimecan Visualizza Messaggio
    una tirata pazzesca. come si fa a essere così prolissi e illeggibili ?
    Semplice.
    Basta scrivere su questa specie di giornale.
    Se il popolo permetterà alle banche private di controllare l’emissione della valuta, con l’inflazione, la deflazione e le corporazioni che cresceranno intorno, lo priveranno di ogni proprietà, finché i figli si sveglieranno senza casa.

  7. #1567
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    Predefinito Re: l'Indipendensa

    26 Febbraio 2014

    Padania, senza indipendenza anche l’ambiente è degradato



    di GILBERTO ONETO



    Quasi ovunque indipendentismo e ambientalismo si sovrappongono
    ed è giusto così perché l’affrancamento di una comunità non può non essere totalizzante e riguardare la liberazione fisica, economica e culturale della gente ma anche dello spazio fisico in cui vive, che è la proiezione della sua identità. Questa sovrapposizione è presente nella quasi totalità degli autonomismi sia pur in forme e sensibilità variabili a seconda delle specifiche condizioni locali. I tibetani lottano contro la violenta imposizione sulla loro terra di insediamenti e di infrastrutture, le comunità di nativi americani difendono i propri habitat naturali e i rapporti tradizionali con il territorio, bretoni e tirolesi sono molto attenti alle forme identitarie nel paesaggio e nell’architettura, i corsi arrivano ad azioni violente contro le speculazioni edilizie foreste. L’autonomismo e l’indipendentismo padani erano partiti bene: uno dei dodici punti programmatici originari della Lega Lombarda riguardava proprio la difesa del territorio, poi – col tempo, le compromissioni di potere e le cattive compagnie – hanno prevalso vizi e lobby del cemento, dei cacciatori, delle grandi opere, della Tav, dell’Expò, dei grattacieli e dell’edificabilità a go-gò, senza freni e senza qualità. Alla faccia del localismo, della tradizione e del legame identitario con il territorio! Così facendo un intero movimento politico e culturale ha perso una buona fetta della sua anima, delle sue pulsioni morali e si è “normalizzato” in un partito italiano del tirare a campare, degli oneri di urbanizzazione, del “progresso inarrestabile”, e di un laissez-faire declinato nelle forme più squallide del “lasciar fare ad amici e potenti”. Per quasi dieci anni la Regione Lombardia ha avuto assessori al territorio leghisti: ci sarebbe stato tutto il tempo per cambiare rotta, fermare il disastro ambientale e impostare una seria politica di riqualificazione territoriale basata su efficienza e coerenza culturale. Anche a livello di slogan e di enunciazioni la deriva è stata inarrestabile: si è passati dai poco eleganti ma significativi “più alberi e meno terroni” degli anni ruggenti, ai poco più politicamente corretti “più foreste e meno foresti”, fino al patetico e ragionieristico “cinque milioni di alberi in Lombardia entro il 2018” dell’ultima campagna elettorale: c’è già un ritardo di 800.000 pianticelle che sottolinea l’assoluta vacuità dell’affermazione.
    Invece l’associazione fra indipendenza e qualità del territorio non potrebbe (e dovrebbe) essere più forte che in Padania per tutta una serie di ragioni piuttosto robuste. Innanzi tutto perché si è in presenza di un evidentissimo caso di bioregione, di scampolo di mondo molto fortemente interconnesso in ogni componente naturale e antropica del paesaggio (con la sola parziale eccezione della Liguria subappennina): clima, geografia, geologia, idrologia, biologia e tutto il resto ne fanno una zona fortemente omogenea. Oltre a ciò, la tipologia degli insediamenti umani e la loro continuità, le vie di comunicazione e i caratteri socio-economici ne aumentano la compattezza strutturale: qualcuno l’ha definita una metropoli continua, che è un modo un po’ brutale per indicare una solida unità antropologica.
    A tutto questo si aggiunge che la pessima qualità delle condizioni ambientali di quasi tutta l’area padano-alpina è il risultato di uno sfruttamento economico e fiscale che è cominciato con l’unità italiana, da quando cioè si è addossato alla Padania il compito di fare da motore trainante dell’intera penisola senza concederle le risorse per mitigare i danni ambientali che derivano dall’eccesso di attività produttive. In tutti i paesi civili una ragionevole quota-parte della ricchezza prodotta è devoluta per rimediare agli inconvenienti che la produzione genera sull’ambiente e sulla qualità della vita degli abitanti: in Padania le risorse vengono prelevate dallo Stato che le impiega altrove impedendo ai padani di tenere pulita, in ordine e in salute la propria casa.
    C’è anche una rapina ambientale di radice culturale: le leggi e le disposizioni che regolano la gestione del paesaggio sono frutto di decisioni romane; il tipo e la forma degli interventi sul territorio sono frutto di azioni dirette del governo centrale o ne sono condizionate dal tipo di cultura prevalente nelle scuole, nelle università e nell’ambito culturale statale che è improntato a forte mediterraneità. Non esiste (e viene impedito che si sviluppi) una cultura architettonica e ambientale locale e identitaria che possa esprimere le evoluzioni nel tempo di un modo di rapportarsi col territorio che per millenni ha consentito alle comunità padane di costruire uno dei territori più belli, ricchi e sani del mondo intero: “l’immenso deposito di fatiche” di cui scriveva Cattaneo.
    Rimediare alle devastazioni ambientali e urbanistiche della Padania deve essere uno dei compiti principali di ogni autonomista e “restaurare” il territorio padano a condizioni di eccellenza ambientale non può non essere la più evidente conseguenza dell’indipendenza. Insomma bisogna rendere fisicamente visibile sul paesaggio la libertà delle nostre comunità: una casa libera è più pulita e bella.

    Padania, senza indipendenza anche l?ambiente è degradato | L'Indipendenza



    Ultima modifica di Eridano; 26-02-14 alle 10:25
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    Tacito, Agricola, 30/32.

  8. #1568
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    Predefinito Re: l'Indipendensa

    A tutto questo si aggiunge che la pessima qualità delle condizioni ambientali di quasi tutta l’area padano-alpina è il risultato di uno sfruttamento economico e fiscale che è cominciato con l’unità italiana, da quando cioè si è addossato alla Padania il compito di fare da motore trainante dell’intera penisola senza concederle le risorse per mitigare i danni ambientali che derivano dall’eccesso di attività produttive. In tutti i paesi civili una ragionevole quota-parte della ricchezza prodotta è devoluta per rimediare agli inconvenienti che la produzione genera sull’ambiente e sulla qualità della vita degli abitanti: in Padania le risorse vengono prelevate dallo Stato che le impiega altrove impedendo ai padani di tenere pulita, in ordine e in salute la propria casa.

    se i Padani capissero anche solo questa semplice realtà .... saremmo già liberi

  9. #1569
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    Predefinito Re: l'Indipendensa

    Cerca gli schej!
    Se il popolo permetterà alle banche private di controllare l’emissione della valuta, con l’inflazione, la deflazione e le corporazioni che cresceranno intorno, lo priveranno di ogni proprietà, finché i figli si sveglieranno senza casa.

  10. #1570
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    Predefinito Re: l'Indipendensa

    3 Marzo 2014

    Prima di tutto uscire dallo Stato italiano, con o senza euro


    di GILBERTO ONETO



    La Lega di Salvini si sta impegnando allo spasimo nella lotta contro l’Euro
    e contro l’Europa dei grandi maneghetta di Bruxelles. È sicuramente una battaglia “popolare”, nel senso che tocca uno dei più sensibili nervi scoperti della nostra gente impoverita dalla moneta unica e tartassata dalle imposizioni e dalla burocrazia comunitarie che si sommano a quelle italiane. È perciò un argomento che “tira” in termini di consenso e Salvini fa benissimo a cavalcarlo. Il nuovo Segretario ha un problema assolutamente prioritario da risolvere: il raggiungimento del quorum del 4% alle prossime elezioni europee e ritiene – piuttosto giustamente – di potercela fare con questo tipo di argomentazioni “di pancia”. Deve assolutamente riuscirci pena la fine di ogni possibilità di sopravvivenza, e di continuare a combattere anche le battaglie più nobili sull’identità e sull’indipendenza, che oggi sono sciaguratamente accantonate dalla Lega ma che – senza Lega – potrebbero annullarsi del tutto.
    Sbaglia chi crede che la sparizione della Lega dal quadro politico aprirebbe nuovi scenari interessanti per l’indipendentismo liberato dal passato imbarazzante del Carroccio e dalle poco onorevoli incrostazioni della sua classe dirigente. Pur con tutti i suoi limiti, difetti e colpe, la Lega consente di mantenere all’ordine del giorno le istanze padaniste, anche se marginalizzate e spesso ridicolizzate. La sua scomparsa dissolverebbe per anni e anni il dibattito, l’idea stessa di autonomia e di federalismo sia pur declinata ai suoi livelli più bassi. Si creerebbe un vuoto di pulsioni nel quale sarebbero inghiottite anche le altre realtà autonomiste e indipendentiste che sono tutte – è inutile nascondercelo – piuttosto inconsistenti sul piano del consenso e dell’organizzazione, povere di bagaglio culturale, insopportabilmente litigiose e troppo simili alla Lega nei peggiori difetti del cadreghismo e dell’opportunismo. Se così non fossero, il quadro politico sarebbe già mutato da tempo proprio grazie alla perseveranza leghista nell’errore. Se le alternative non si sviluppano in presenza della marcescenza e del disfacimento leghista, non si vede come potrebbero farlo nel vuoto totale, nella ufficializzazione del fallimento autonomista che seguirebbe la scomparsa di quel che resta della Lega. Per questo anche i più feroci critici (orgogliosamente mi metto anch’io nel novero) non possono non sperare che Salvini ce la faccia e che magari – a pericolo scongiurato – torni davvero a temi più padanisti. Ai miracoli, anche ai più improbabili, si continua a credere fino alla fine.
    Certo lo strumento che ha scelto come salvagente (l’uscita dall’Euro) non è di quelli che possano suscitare gli entusiasmi dei più sinceri indipendentisti che sono sicuramente convinti che “questa” Europa sia una sciagura, ma che sono altrettanto certi che il nemico numero uno non siano Bruxelles, la Merkel o la Germania ma la solita Italia. Le nostre attuali condizioni economiche non sono causate dall’Euro ma dall’unità italiana, dal forzato sodalizio con una gigantesca metastasi che da più di un secolo e mezzo ci succhia ogni energia, ci opprime e cerca di distruggere ogni nostra identità e vitalità. L’Euro è sicuramente una aggravante della servitù padana all’Italia, ma la Padania senza l’Italia non avrebbe alcuna difficoltà a tenersi l’Euro, a renderlo vantaggioso o a decidere liberamente di darsi una moneta propria. Uscire dall’Euro per restare attaccati a una moneta italiana non risolve i nostri problemi, potrebbe procurarci danni anche più catastrofici in fase di distacco e ogni eventuale vantaggio (libertà di manovra e di svalutazione) sarebbe reso nullo dal sodalizio forzato con lo Stato italiano e con i suoi vizi eterni: a quel punto diminuirebbero anche le possibilità di un salvifico distacco e ci troveremmo ingabbiati in una nuova costrizione monetaria “patriottica”, in un rinnovato patto di sudditanza con quella stomachevole brodaglia di massoni, mafiosi e comunisti (terùn, c’est plus facile..) che è lo Stato italiano.
    Comprendiamo le esigenze vitali di Salvini e speriamo anche che le sue attuali posizioni siano mitigate dalla segreta convinzione “che tanto dall’Euro non si esce” (e, quindi, tanto vale strepitare al vento pur di prendere qualche voto) e improntate al più sano opportunismo, ma non possiamo – da indipendentisti – non affrontare l’argomento da ottiche diverse e un pochino più ragionate di quelle da slogan di campagna elettorale. Purtroppo il rischio che corre la Lega con questa posizione è di portare ulteriore acqua al partito unitarista, o insistere sulle posizioni italianiste (“il nostro Paese”, “la nostra Italia”, “la nostra Nazione”) che ne hanno già troppo ammorbato il comportamento. Così come viene propinata, soprattutto dall’attuale “economista” di riferimento del Carroccio, la lotta all’Euro puzza di nazionalismo tricolore. Non è saggio, solo per sopravvivere, rinchiudersi in una gabbia, come si fa contro un branco di pescicani: poi si rischia di restarci nella gabbia. Per evitarlo la Lega dovrebbe accompagnare le posizioni più sguaiate con riferimenti più consoni e meno svaccati: ricordiamo le sagge posizioni sulla doppia moneta che il vecchio Paglia aveva espresso (e che non ha mai smesso di ripetere) al momento dell’entrata nell’Euro, le idee di Giorgetti in materia, e le articolate perplessità di molti economisti. Per questo vorremmo che si potesse su questo giornale aprire un serio dibattito. Passata l’emergenza del 4%, dovrebbe essere interesse condiviso ritornare all’elaborazione di concrete strategie economiche indipendentiste, coerentemente e graniticamente indipendentiste. Il nemico è l’Italia e liberarcene è prioritario. Con o senza l’Euro.

    Prima di tutto uscire dallo Stato italiano, con o senza euro | L'Indipendenza



    Ultima modifica di Eridano; 03-03-14 alle 13:02
    Rubano, massacrano, rapinano e, con falso nome, lo chiamano impero; infine, dove fanno il deserto dicono che è la pace.
    Tacito, Agricola, 30/32.

 

 
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