basta guardare il simbolo ... "no euro, prima l'itaglia"![]()
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gente che vuole andare avanti a parassitare sulle spalle degli altri


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E ancora e sempre a sostenere l'esistenza della LN.
Il più ridicolo "padanista" mai esistito.
Padanista un par de balle!
Ultima modifica di ventunsettembre; 03-03-14 alle 17:46
Se il popolo permetterà alle banche private di controllare l’emissione della valuta, con l’inflazione, la deflazione e le corporazioni che cresceranno intorno, lo priveranno di ogni proprietà, finché i figli si sveglieranno senza casa.




si spera sempre in un "ravvedimento operoso" ...


... che non può nè potrà mai arrivare.
Se il popolo permetterà alle banche private di controllare l’emissione della valuta, con l’inflazione, la deflazione e le corporazioni che cresceranno intorno, lo priveranno di ogni proprietà, finché i figli si sveglieranno senza casa.


6 Marzo 2014
Il Sud di Stella e Rizzo: montagne di schifezze, ma la colpa è di altri
di GILBERTO ONETO
A molti comprensibilmente ripugna dare soldi a Stella e Rizzo, o – peggio ancora – alla Feltrinelli, ma questo è un libro che non si può non leggere. Si può farlo facendoselo prestare, andando in biblioteca o piratando fotocopie o pdf.
Ma vale davvero la pena di leggerlo per due ragioni principali.
La prima è rappresentata dalla grande quantità di notizie e di informazioni: nessuna è originale e forse neppure inedita ma è importante che qualcuno le abbia raccolte e messe tutte assieme. È difficile pensare che gli autori si siano ispirati alla “Rubrica Silenziosa” dei Quaderni Padani: l’avessero anche fatto non lo ammetterebbero neppure sotto tortura. Ma sta di fatto che forniscono un bel quadretto di cifre, dati e notizie da cui viene fuori un ulteriore quadro catastrofico del Meridione. Anche qui niente di nuovo ma fa sempre una certa impressione sapere che la descrizione sia opera di gente sinistra e patriottica che tutto vorrebbe fare tranne che scrivere roba del genere e che se lo fa è solo perché la cosa è così macroscopica da non poter essere nascosta o ridimensionata, e perciò tanto vale farci qualche soldino di diritti d’autore. Non sono i primi a percorrere tale strada: parecchi anni fa Giorgio Bocca aveva prodotto materiale analogo. Erano allora momenti di grande espansione del leghismo e il Bocca era stato accusato di colpevole collateralismo: non può capitare a Stella e Rizzo perché il padanesimo sta vivendo un momento di fiacca e perché hanno disseminato di parecchi antidoti la loro narrazione.
E proprio questo costituisce il secondo elemento di interesse del libro: la straordinaria abilità di due professionisti dell’equilibrismo sugli specchi nel dire certe cose puzzolenti e contemporaneamente coprirle con annaffiate di deodorante di regime. Così con una faccia di palta quasi simpatica per eccesso di improntitudine, i due chiudono ogni drammatica descrizione con qualche esempio dis-edificante di malefatta nordista o inventandosi un concorso di colpa trovato rovistando un paio di paralleli più a nord. Qualche esempio: la “giusta diffidenza” che occorre mostrare nei confronti dell’Alta Italia per le malversazioni seguite al terremoto dell’Irpinia; le “troppe incursioni settentrionali interessate solo al saccheggio di contributi” per il Sud. Insomma ci sono sempre degli “assatanati corsari del Nord”, o c’è il “peggior doppiopesismo della Lega” dietro a tante magagne: la colpa è sempre di qualcun altro, preferibilmente padano, meglio se anche un po’ leghista. Gli autori fanno finta di criticare il vecchio piagnisteo meridionale ma poi fanno lo stesso: inventano la lamentazione post-moderna bene irrorata di relativismo patriottico riassunto nell’espressione “Non solo nel Mezzogiorno” con cui concludono certe loro terrificanti descrizioni. “Il marciume nella sanità non è affatto un’esclusiva meridionale. Anzi”. Sublime!
La colpa dell’inquinamento in Campania è di chi ha prodotto le schifezze e non di chi le ha sparse e interrate per soldi. La mimesi della verità raggiunge punte davvero esilaranti quando, per cercare colpe sopra la Linea Gotica, si dice che Colaninno è mantovano, Speranza piemontese e Bernabé niente di meno che altoatesino.
Insomma descrivono montagne di schifezze perché non possono farne a meno ma si inventano straordinari funambolismi per dare la colpa a qualcun altro e – soprattutto – per allontanare il sospetto che tutte queste rogne siano figlie di una avventatezza storica come l’unità d’Italia. Bisogna leggere questo genere di libri per conoscere gli strumenti del nemico (e questi sono nemici intelligenti) e per attrezzarsi a combatterli meglio e a difendersi dal neocentralismo tricolore che si sta insinuando un po’ dappertutto.
La narrazione si ricopre nei punti cruciali di retorica e di prossenetismo di regime. Ad un certo punto si trova scritto: “Giorgio Napolitano, eletto a simbolo della migliore classe politica meridionale e prova vivente di come il Mezzogiorno sia in grado di offrire all’Italia uomini di altissimo profilo politico e istituzionale”. “Contro i ghetti profumano i giardini, sul mondo batte il cuor di Mussolini”. Eterna Italia: non è mai cambiato niente.
Gian Antonio Stella e Sergio Rizzo. Se muore il Sud. Milano: Feltrinelli, 2013.
318 pagine, 19,00 €
http://www.lindipendenza.com/il-sud-di-stella-e-rizzo-montagne-di-schifezze-ma-la-colpa-e-di-altri/
Ultima modifica di Eridano; 06-03-14 alle 09:03
Rubano, massacrano, rapinano e, con falso nome, lo chiamano impero; infine, dove fanno il deserto dicono che è la pace.
Tacito, Agricola, 30/32.


9 Marzo 2014
Grillo fa retromarcia: “Mai parlato di secessione, ma solo di federalismo”
di LUIGI CORTINOVIS
Ieri, il nostro quotidiano, ha immediatamente ripreso il post di Beppe Grillo intitolato “E se domani l’Italia si dividesse”, nel quale il fondatore del Movimento 5 Stelle lasciava chiaramente trapelare l’idea secessionista. Oggi, la stampa di regime tutta ci ha marciato alla grande, affratellando persino i grillini ed i leghisti sotto un uncio cappello, quello dell’autodeterminazione dei popoli.
Ovviamente, Grillo sa come fare comunicazione, sa bene come attrarre l’attenzione ed i riflettori tutti su sé stesso, dando il là a “opinionisti da quattro soldi” di vergare articolesse senza capo né coda.
Oggi, puntualmente, il sodale di Casaleggio fa una repentina marcia indietro, ancora sul suo blog ovviamente. Eccola: “E se oggi… i post del blog fossero commentati per i loro contenuti e non con fantasiose e interessate valutazioni. E se oggi… gli Stati federali esistono ovunque e funzionano, come gli Stati Uniti e la Svizzera. E se oggi… accorpare le Regioni in cinque macroregioni omogenee può migliorane il loro funzionamento e diminuire i costi e gli sprechi. E se oggi… distribuire più poteri gestionali alle macroregioni non significa secessione. E se oggi… un’Italia federale può mantenere comunque poteri centrali come gli Esteri e la Difesa. E se oggi… decentrare può servire a disinnescare spinte di disgregazione dello Stato che sono già in atto…”.
Nessuna secessione insomma, al massimo il federalismo e bla bla. La solita roba ritrita che da vent’anni sentiamo dire sia a destra che a sinistra, lega compresa. E poi, giù sberleffi a chi non sa interpretare il “filosofare” del comico de noantri. Sinceramente, conoscendo bene il materiale umano che compone il grillismo, non ho mai pensato che l’indipendentismo fosse tra le loro priorità. Anzi. Ancora una volta, invece, s’è sollevato un po’ di polvere, tanto per annebbiare la vista a qualcuno e far chiacchierare qualcun altro. Grillo sta alla secessione come Bossi sta all’indipendentismo padano. L’Italia dei giullari, però, sta sempre sulle prime pagine…
http://www.lindipendenza.com/grillo-fa-retromarcia-mai-parlato-di-secessione-ma-solo-di-federalismo/
Ultima modifica di Eridano; 09-03-14 alle 14:16
Rubano, massacrano, rapinano e, con falso nome, lo chiamano impero; infine, dove fanno il deserto dicono che è la pace.
Tacito, Agricola, 30/32.


8 Marzo 2014
Viva il re! Napolitano, da presidente a monarca secondo Travaglio
di GILBERTO ONETO
Marco Travaglio è sicuramente uno dei più bravi giornalisti e leggerlo è sempre un piacere. Le sue posizioni sono quasi sempre condivisibili: lasciano solo un po’ perplessi il suo eccessivo appoggio ai “maggistrati” e certe sue sinistre frequentazioni televisive.
Il suo ultimo libro è una assoluta meraviglia: “Viva il re! Giorgio Napolitano, il presidente che trovò una repubblica e ne fece una monarchia”. Il titolo e il sottotitolo fanno pregustare meraviglie ma il contenuto è anche meglio. Come sempre documentatissimo, Travaglio racconta la carriera del bipresidente dai suoi antichi bollori fascisti, alle sue lunghe e intense frequentazioni bolsceviche, fino alla ultima stagione di perfetto esponente del potere italiano, infiocchettato di ipocrisie, compromessi, strani sodalizi, tripli salti della quaglia, mai sopite pulsioni autoritarie e tutto il resto del repertorio patriottico. Il grosso del grosso volume si occupa nel dettaglio degli ultimissimi anni di avventure di un uomo che ha ricoperto tutti i ruoli, ha graziosamente appoggiato le terga su tutte le cadreghe, ha ricamato le più appetitose alleanze e che riesce a passare come super partes, come una autorità indipendente e libera che agisce per il bene comune e non certo per pulsioni d’altro genere. Travaglio non trascura nessuna di tali pulsioni e le racconta nel dettaglio.
A 88 anni suonati non perde un colpo e le sue trovate si addensano e moltiplicano in un crescendo inquietante e rumoroso.
Ogni pagina va assaporata, ogni frase è intinta nel vetriolo e nell’ironia. Giusto un assaggio: «La capacità di cadere sempre in piedi, anzi di non cadere mai; l’abilità di schierarsi sempre dalla parte «giusta», quella dei vincitori; le frequentazioni non proprio proletarie (le vacanze fra Stromboli e Capalbio, i salotti di Ciampi e Maccanico); l’impeccabile aplomb fumo di Londra; le fumisterie oratorie di chi non dice mai nulla, ma lo dice benissimo, portando a spasso il suo monumento con la boccuccia a cul di gallina: sono tutte caratteristiche che gli varranno le feroci ironie di molti compagni (ma non solo) e soprannomi al vetriolo. Per Compagnone, Giorgio è «’o guaglione fatt’a vecchio». Per Caprara, «la natura morta» e «l’Andreotti del Pci». Per Giuliano Ferrara, il «coniglio bianco in campo bianco» che «al posto del sangue ha la segatura». E poi, naturalmente, «il figlio di re Umberto». O «il compagno che sbadiglia». «L’ovvio dei popoli».
Nessuno più di lui può rappresentare la “unità del paese”, nessuno più di lui è un antico concentrato di tutte le salse dell’italianità. Neppure Toto Cotugno.
Viva il re! Napolitano, da presidente a monarca secondo Travaglio | L'Indipendenza
Ultima modifica di Eridano; 09-03-14 alle 20:24
Rubano, massacrano, rapinano e, con falso nome, lo chiamano impero; infine, dove fanno il deserto dicono che è la pace.
Tacito, Agricola, 30/32.


12 Marzo 2014
Soprintendenze, con le prefetture il peggio della tracotanza italiana
di GILBERTO ONETO
Da sempre il più odioso simbolo del centralismo statale e dell’italianità più appiccicosa è individuato nell’istituto delle Prefetture, delle “Eccellenze” impomatate che – da Napoleone in poi – fungono da viceré, da satrapi, da proconsoli, da longa manus del potere centrale nelle province occupate. Prefetti e Prefetture e il loro mediterraneo corollario di Viceprefetti, auto blu, timbri, unghie del mignolo a paletta, scorte, bandiere e squilli di tromba, sono da sempre al vertice delle idiosincrasie di liberali e autonomisti. A questi sentimenti aveva saputo dare sapiente voce Luigi Einaudi che – però – da presidente della Repubblica non si era poi sbattuto più di tanto per modificare l’ambaradan. Anche peggio hanno fatto certi finti autonomisti degli ultimi decenni: uno ne ha addirittura fatto il capo per anni, un altro ha custodito per un po’ i “sigilli” dell’intero macchinario.
Ma c’è un’altra istituzione che merita uguale disistima e che – alla pari delle Prefetture – serve a rappresentare al peggio la tracotanza italiana: le Soprintendenze. Queste – lo dice la parola – dovrebbero sovrintendere (cioè dirigere, indirizzare e gestire) tutta una serie di tematiche a carattere culturale: l’archeologia, i monumenti, le belle arti, il paesaggio. Tutte cose importantissime in un paese che pretende di essere “bel” e che smargiassa di possedere una copiosa fetta del patrimonio artistico del mondo. Nella realtà le Soprintendenze non soprintendono a un fico secco ma sono un altro odioso e foruncoloso tassello dell’oppressione italiana sui cittadini. Può anche darsi che questi paludati e spocchiosi burocrati abbiano in qualche caso permesso la salvaguardia di qualche scampolo d’arte o abbiano impedito qualche scempio ambientale, ma se questo è successo è solo in base alla legge dei grandi numeri. Per il resto si tratta di migliaia di funzionari, di travet, di azzimate zitelle meridionali, di frustrati ciondoloni scampati alla disoccupazione intellettuale o sottratti a ben più vitali attività, come la raccolta delle olive o lo spargimento del giuso. Sono un costo spropositato per la comunità e un fastidio perineale per i contribuenti.
Naturalmente ci vogliono regole e qualcuno che le faccia rispettare, e che impedisca alle frotte di furbacchioni e di ignoranti che scorazzano per lo stivale di distruggere quel che va preservato e di rendere la vita meno gradevole alla comunità. Ma le Soprintendenze (e non solo loro) sono la più pacchiana negazione dell’esigenza di disporre di coerenti e oneste linee di comportamento. Perché una norma funzioni in campo culturale e ambientale necessita di tre condizioni basilari: oggettività, competenza e universalità. Deve cioè essere redatta sulla base di principi “scientifici” oggettivi e riconosciuti, deve essere applicata e verificata da gente che sa quel che fa e deve riguardare tutti i soggetti, gli oggetti e gli ambiti territoriali. Un esempio per chiarire: un regolamento sulla qualità formale dell’architettura deve essere costruito su caratteri di oggettività culturale e storica e deve essere chiaro e semplice. Chi ne controlla gli esiti deve essere culturalmente e professionalmente competente e non un maneghetta che ha vinto un concorso. L’ambito di applicazione deve essere totale per un dato territorio: non esistono aree di pregio e non, aree protette e non, aree di parco e non, aree di vincolo e non. Tutto il paesaggio è ugualmente prezioso.
Oggi non funziona così. Non esiste alcun regolamento o indicazione cui fare riferimento e ci sono aree considerate degne di tutela e altre abbandonate all’incuria più totale. Se si ha la sfiga di rientrare all’interno di qualche perimetrazione si finisce in balia di un funzionario che decide – quando va bene – sulla base di sue personali capacità o gusti, o umori. Se va mare si entra in comportamenti da Codice Penale, resi possibili proprio dall’inesistenza di norme chiare. Si finisce nella mani adunche di un travet invidioso e rancoroso, che dall’alto della sua discrezionalità, si inventa adempimenti, prescrizioni, ingiunzioni, intoppi o peggio.
In un paese civile ci sarebbe chi controlla l’ottemperanza alle norme sulla base di indicazioni oggettive e inoppugnabili, e – nei casi più complessi – basterebbe una commissione di esperti (professionisti in pensione, vecchi professori, intelligenti cultori della materia) in grado di esprimere pareri gratis, senza che chi li ha chiesti debba cacciare un centesimo e che i commissari prendano neppure un rimborso spese. Tutto alla luce del sole, con tempi rapidi, senza troppi bolli e carte.
Chi ha avuto a che fare con una Soprintendenza, ha sperimentato una diversa musica, si è rovinato il fegato e smagrito il portafoglio. Il risultato è almeno stato di qualità? I nostri vecchi non avevano Soprintendenti e hanno fatto città e paesaggi bellissimi, opere d’arte straordinarie.
Nella migliore delle ipotesi le Soprintendenze sono una costosa inutilità. Nella peggiore (e cioè nella realtà) sono un altro strumento dell’oppressione culturale (e non solo) sulle terre occupate dallo Stato mafioso, massone e comunista.
Soprintendenze, con le prefetture il peggio della tracotanza italiana | L'Indipendenza
Ultima modifica di Eridano; 12-03-14 alle 09:30
Rubano, massacrano, rapinano e, con falso nome, lo chiamano impero; infine, dove fanno il deserto dicono che è la pace.
Tacito, Agricola, 30/32.


Se il popolo permetterà alle banche private di controllare l’emissione della valuta, con l’inflazione, la deflazione e le corporazioni che cresceranno intorno, lo priveranno di ogni proprietà, finché i figli si sveglieranno senza casa.